29 luglio 2026
Giamblico Il numero e il divino
Giamblico, neoplatonico, la cui fama fu in parte limitata perché dopo neanche un secolo comparve Proclo, che divenne il riferimento neoplatonico di tutta la filosofia, di tutta la teologia. Ora, la portata di Giamblico consiste nel fatto che è stato il primo, forse l’unico, ad avere tentato una fondazione metafisica del numero, cosa che prima non era avvenuta. Questo non è che gli abbia portato chissà quale fama, in effetti. Verrebbe però da pensare che con il Rinascimento, cioè con il ritorno del neoplatonismo, probabilmente anche questi aspetti del numero connesso con il divino siano ritornati perché la fondazione metafisica, che fornisce lui rispetto alla matematica, è stata mal intesa, anzi, il più delle volte neanche posta. I testi di storia della matematica neanche lo citano. A lui l’operatività interessava poco, a lui interessava invece fondare il numero, dare al numero una dignità metafisica e in parte ci è riuscito, a modo suo, naturalmente. Ha fornito, volente o nolente, quello sfondo, che è poi rimasto a tutt’oggi, di magia connessa con i numeri, con la matematica, e poi con la magia naturalmente, perché Giamblico è sempre stato presentato come il versante magico-teurgico del neoplatonismo, mentre Proclo è quello metafisico. Il che è vero fino a un certo punto. Quindi, come ha fondato Giamblico la metafisica del numero? Lo dice qui e, infatti, adesso lo leggiamo, perché sono un paio di pagine fondamentali per intendere qual è, potremmo addirittura dire l’unica possibile fondazione della matematica. A pag. 397. Ogni composizione di una quantità numerica od ogni parte di una suddivisione è formata dall’1; infatti una è la decina e una è il migliaio, e, in senso inverso, una è la decima parte e una è la millesima parte, e così le altre parti all’infinito. In ciascuna di queste parti, l’1 è identico nella forma, diverso di volta in volta nella grandezza, perché genera da sé stesso, oltre che generare queste parti, come se fosse il principio razionale del mondo e insieme la natura degli enti, e perché mantiene in essere ogni cosa e non permette che venga meno ciò con cui si congiunge, ed è, fra tutti i numeri, l’unico che somigli alla provvidenza che conserva l’universo, ed anche il più idoneo a mostrare dio come principio razionale e soprattutto a unirsi intimamente a lui, a cui è quindi il più vicino. Esso è di fatto forma delle forme, come creazione per il suo potere creativo e intellezione per il suo potere intellettivo. Anche Nicomaco dice che dio si accorda con l’1, perché dio è in germe tutte le cose naturali come l’1 e in germe tutti i numeri… Ascoltate bene, perché qui c’è davvero il fondamento della matematica. ...e nell’1 sono racchiuse in potenza le cose che poi, quando sono in atto, sembrano essere le più contrarie, in breve, che appaiono in tutte le forme della contrarietà, appunto come l’1 è visto. nel corso di tutta l’Introduzione dell’aritmetica, come il numero che, per una sua ineffabile natura, è capace di assumere ogni forma e di accogliere inizio, mezzo e fine di tutto, sia che lo pensiamo costituito per coesione sia per giustapposizione, così come l’1 è anche inizio, mezzo e fine del quanto e del quanto grande. Lui distingue tra il quanto nell’aritmetica e il quanto grande nella geometria. Come senza l’1 nessuna cosa può assolutamente costituirsi, così senza di essa non ci può essere neppure un qualsiasi atto conoscitivo, come fosse la pura luce, in una parola la cosa più potente fra tutte, e della stessa natura del Sole e con potere egemonico, tal da apparire in ciascuna di queste proprietà simile a dio, e soprattutto perché l’1 ha il potere di conciliare e combinare insieme sia le cose fatte di molteplice mescolanza sia le cose assolutamente differenti tra loro, proprio come fa dio col suo potere di ricavare da elementi altrettanto opposti l’armonia e l’unità di questo mondo; in realtà l’1 genera se stesso e da se stesso è generato, nel senso che è in sé perfetto e senza né principio né fine, e si presenta come causa di stabilità, così come si pensa che sia dio nel processo di attuazione degli enti naturali, cioè conservatore e custode delle loro nature. I Pitagorici dunque lo chiamano non solo dio ma anche intelligenza, è maschio-femmina, intelligenza, perché il potere assolutamente egemonico di dio, che si trova sia nella sua capacità di creare il mondo che in generale in ogni sua attività creativa e in ogni suo potere razionale, anche se non si manifesta nella materia individuale, è intelligenza nell’agire, perché identità è immutabilità nel conoscere, allo stesso modo dell’1 che, sebbene differenziato nelle varie specie di enti, contiene in sé tutte le cose allo stato mentale, come se fosse un principio razionale capace di creare come dio, e che non muta rispetto al principio razionale che è in sé, né permette ad altro di mutare, ma poi, ma che rimane immutabile come lo è veramente anche la Moira Atropo. È per questo, infatti, che l’1 viene chiamato “demiurgo” e “plasmatore”, poiché con le sue progressioni e regressioni delinea le nature matematiche, da cui derivano processi di corporeizzazione e di generazione di esseri viventi e di strutturazione del mondo. Sono i numeri che creano il mondo. Perciò i Pitagorici ne parlano anche come di un Prometeo, cioè di un demiurgo della natura vivente, giacché è assolutamente l’unico numero che in nessun modo né fugge in avanti, né fuoriesce dal suo proprio principio razionale, né permette che altre cose lo facciano, perché trasmette loro le sue stesse proprietà: per quanto possano aumentare i distacchi dall’1 o questo possa generarne, esso non permette fughe in avanti né mutamenti dell’iniziale principio razionale, suo proprio e di quei distacchi. I Pitagorici poi lo chiamano maschio e femmina in quanto, per dirla in breve, è seme di tutte le cose, non solo perché credevano che il dispari è maschile in quanto difficilmente divisibile e il pari femminile in quanto facilmente divisibile, e che soltanto l’1 è pari e dispari, ma anche perché lo concepivano come padre e madre, in quanto contiene il principio razionale sia della materia che della forma, sia dell’artefice che dell’artefatto, perché l’1, riportato due volte, fa sorgere il 2: è più facile infatti che l’artefice si procacci la materia che non, viceversa, la materia si procacci l’artefice. Il seme, che per sua propria natura è capace di produrre maschio e femmina, una volta seminato produce una natura indifferenziata rispetto ad ambedue i sessi, e fa questo fino a un certo punto della gravidanza; quando invece comincia a farsi feto e a crescere, allora ammette alla fine la distinzione e la differenziazione nell’un sesso o nell’altro, passando dalla potenza all’atto. Ma se il potere di ogni numero è nell’1, allora questo sarà propriamente un numero intelligibile, in quanto non manifesta ancora nessuna realtà effettiva, bensì tutte le realtà insieme allo stato mentale. Vedete, sta creando il fondamento metafisico della matematica, né più né meno. Secondo un certo significato i Pitagorici chiamano l’1 anche “materia” e “colui che ospita ogni cosa”, in quanto è capace sia di produrre il 2, che è propriamente materia, che di fare posto dentro di sé a tutti i principi razionali, se è vero che è liberale e generoso con tutto. Lo chiamano parimenti Caos, che in Esiodo è il Primogenio, dal quale come dall’1 nascono tutte le altre cose. È concepito anche con “confusione”, “mescolanza”, “oscurità” e “tenebra”, perché è privo dell’articolazione e della divisione propria di tutto ciò che viene dopo di lui. Ha creato un fondamento metafisico alla matematica, chiaramente partendo da Plotino, però in qualche modo ha mostrato come dall’1 sorga tutto, perché sorgono tutti i numeri. E i numeri, lo dirà tra poco, sono quella cosa secondo la quale tutto è stato ordinato, come se i numeri fossero precedenti a qualunque possibilità. E, in effetti, lui pone l’1 così, come qualcosa che è precedente a ogni possibilità, perché l’1 è tutte le possibilità ma non ancora in atto; però, è fondamento di tutto, ogni cosa viene da lui. A pag. 401. I Pitagorici fanno corrispondere al 2 la materia: questa infatti dà origine alla diversità nella natura, il 2 alla diversità nel numero, e come la materia è in se stessa indefinita e riva di figura, così il 2 è fra tutti i numeri assolutamente l’unico che non ammetta figura; ma non è meno valida, perché l’1 sia chiamato indefinito, anche la seguente ragione, e cioè che la prima figura in atto non può essere racchiusa da meno di tre angoli e tre linee rette, e d’altra parte la figura in potenza è l’1. È plausibile anche il nome “Proteo”, con cui i Pitagorici chiamavano l’1, perché quello era in Egitto l’eroe capace di assumere ogni forma e contenere quindi le proprietà di ogni cosa, così come l’1 è fattore di ogni numero. A pag. 403. ...principio e base della differenza dei numeri, un po’ come se fosse l’esatto contrario della natura di dio, per il fatto che il 2 è ritenuto il principio che produce negli enti mutamento e trasformazione, mentre dio è il principio che produce identità e immutabile permanenza. A pag. 405. Il 2 è detto così (δυάς) per via del suo “andare attraverso” (διιέναι) e “passare attraverso”. Il 2 infatti è il primo numero che si separa dall’1, per cui è chiamato anche “audacia”: mentre l’1, infatti, indica unione, il 2, invece, insinuandosi, indica separazione. Il 2 dà inizio in qualche modo anche alla relazione, o per il suo rapporto con l’1, rapporto doppio, o per il suo rapporto con il numero seguente, cioè il 3. A pag. 409. Il 2 appare anche come l’infinità, se è vero che esso è anche la diversità, e quest’ultima comincia appena fuori dall’unità e si estende all’infinito. La diversità si estende appena fuori dall’1, fuori dall’1 c’è l’infinito. Si può dire anche che il due è il numero che produce l’infinità, perché nel 2 è la prima manifestazione della lunghezza, come derivata dall’1 quale punto, ma la lunghezza può essere divisa o moltiplicata all’infinito; e in verità anche la natura della diseguaglianza, dovendo procedere all’infinito, comincia dal 2. A pag 411. Il numero 3. Il 3 ha avuto in sorte, come una sua prerogativa rispetto a tutti gli altri numeri, bellezza e fascino… Vedete che tratta i numeri come enti di natura, come enti metafisici. ...anzitutto perché è assolutamente il primo numero che presenta le potenze attive dell’1, e cioè proprietà dispari, perfezione, proporzione, unitarietà, limite; infatti il 3 è il primo numero dispari in atto. Una volta che ha posto l’1 come dio, come ha fatto prima, è chiaro che l’1 è la ragione di tutti i numeri, quindi tutti i numeri conservano questa divinità che è nell’1. A pag. 413. L’1 ha in sé come in germe il principio non ancora formato o ben distinto di ogni numero, il 2 è un piccolo passo avanti verso il numero, ma non è completamente numero perché ha natura di principio, il 3 invece consente all’1 di passare e distendersi dalla potenza all’atto. Cioè, di nuovo, è un numero che consente il passaggio dalla potenza all’atto, cioè, di compiere quella che per Aristotele è l’entelechia. Il 3, adesso lo dirà, è il primo numero che può racchiudere, ad esempio il triangolo, mentre il 2 non lo può fare. E all’1 appartiene il “questo qui”, al 2 “l’uno e l’altro”, al 3 il “ciascuno e ogni”: perciò noi ci serviamo del 3 anche per indicare la “moltitudine” dicendo 30.000 invece di molti molte volte e tre volte beati... A pag. 415. I Pitagorici chiamano il 3 “pietà”; e perciò il nome 3 (τριάς) deriva da tremare (τρεϊν) cioè “temere” e quindi “essere cauti”. A pag. 421. Qui è Pitagora che parla. “Quattro sono gli accessi alla sapienza, aritmetica, musica, geometria, sferica, nell’ordine 1, 2, 3, 4”. Anche Clinia di Taranto dice: “Tali cose, dunque, quando sono in quiete fanno nascere la matematica e la geometria, quando sono in movimento l’armonica e l’astronomia”. Nell’1, quindi, è giusto vedere anzitutto l’aritmetica: infatti, tolta l’aritmetica sono tolte le altre scienze matematiche e date le altre scienze è data insieme anche l’aritmetica, ma non viceversa, sicché l’aritmetica è più primitiva di quelle e ne è madre, come anche l’1 sembra esserlo nel rapporto ai numeri che lo seguono. L’1 viene praticamente posto come madre di tutti i numeri. Ma nell’1 è possibile vedere anzitutto, come in germe, ogni specie di numero e ogni sua proprietà e tutto ciò che ne consegue: l’1 è infatti un “quanto” che si può considerare in se stesso e nella sua capacità, che esso solo possiede, di fornire limite e reale determinazione alle cose... È l’1 che fornisce la determinazione alle cose, senza l’1 c’è l’indeterminato. ...l’1 è infatti un “quanto” che si può considerare, insieme con un’altra infatti una cosa non sarà mai una sola ma due: nel 2 infatti sta l’idea assolutamente prima dell’alterità, in rapporto all’alterità in qualche modo sembra stare invece la musica, che è in certo modo relazione e armonia tra cose del tutto dissimili e diverse; nel 3 sta la geometria, non solo perché si occupa della tridimensionalità delle sue parti e specie, ma anche perché è compito di chi insegna questa disciplina parlare sempre di “superfici”, che costruiscono i confini della geometria, e che gli antichi chiamavano “pellicole”, in quanto appunto la geometria si occupa in primo luogo della figura piana, e la figura piana più elementare risiede nel 3, o 3 angoli o 3 lati, e se, partendo da questa come base si giunge in altezza a un unico punto, allora si costruisce a sua volta il più elementare dei soliti, cioè la piramide, che, pur essendo contenuta da almeno 4 angoli o facce, è composta di tre uguali dimensioni, al di sotto delle quali non è possibile che esista alcun corpo naturale. E la sferica si accorda con il 4, perché di tutti i corpi il più perfetto e soprattutto il più capace per natura di contenere gli altri corpi, e che è loro superiore per un’infinità di altri aspetti, è la sfera, che è una figura che comprende quattro elementi: centro, di alto, circonferenza e area, cioè superficie. A pag. 423. Il 4 è anche il primo numero in cui si trova la corporeità più piccola e più embrionale, se è vero che il corpo più elementare è composto delle particelle più piccole è il fuoco, e la figura solida di questo stesso corpo è la piramide - che ripete appunto il suo nome da “fuoco” - che è l’unica ad essere chiusa da quattro basi e da quattro angoli: di cui, secondo la nostra persuasione, derivano i quattro principi del cosmo, sia questo inteso come eterna combinazione di elementi o come composizione generata, come si è detto prima, e precisamente “ciò ad opera di cui”, “ciò da cui”, “ciò per mezzo di cui”, “ciò in vista di cui”, e dunque dio, materia, forma, risultato. Anche i quattro elementi, fuoco, aria, acqua, terra e le quattro potenze di questi elementi, caldo, freddo, umido e secco, siano stati ordinati negli enti in funzione della natura del 4, è cosa evidente. Cioè, è il 4, è la natura del 4, la natura di questo numero che ha ordinato il cosmo. Vedete come in questa fondazione metafisica della matematica sono i numeri che determinano tutto: il cosmo si è ordinato in un certo modo per via dei numeri, e non il contrario, per esempio. A pag. 427. Qui sembra anticipare Heidegger. ...mentre coloro che sono già morti hanno una felicità sicura e più compiuta perché priva di mutamento, quindi sono felici “quattro volte”: il Poeta infatti dice di un vivente soltanto “o tre volte beato Atride”, mentre di quelli che avevano avuto un’ottima morte dice “o tre volte e quattro volte beati quei Danai che allora perirono”. La questione di vivere la vita per la morte, la morte come compimento; finché uno non è morto può ancora fare delle cose, può contraddirsi, può fare cose che vanno contro, per esempio, ciò che ha sempre fatto o detto, ma una volta morto è compiuto, è il tutto, è l’intero. Questo anticipa appunto Heidegger. A pag.429. I Pitagorici chiamavano il 4 anche “natura di Eolo”, ad indicare la varietà del suo carattere. E poiché senza il numero 4 non ci sarebbe l’ordinamento dell’universo… Cioè, l’universo è ordinato perché c’è il numero 4. ...lo chiamavano anche custode della natura… A pag. 449. Essi (Pitagorici) argomentavano con questa sequela di ragionamenti: la mancanza di ordine è, per quanto le competa, anche di forma da parte della materia eterna primordiale, nonché la sua privazione assoluta di tutti quei fattori che rendono esplicite le proprietà delle cose, sia secondo la qualità che secondo la quantità e tutte le altre categorie, furono differenziate e ordinate dal numero, che è la forma assolutamente dominante e creativa… Il numero per Giamblico, fa tutto. Tutto si ordina in relazione al numero, che quindi esiste già prima di ogni ordine, ovviamente; così come l’Uno di Plotino, né più né meno, che precede ogni cosa, perché è condizione di ogni cosa.
Intervento: Quindi, è tutto calcolabile.
Sì, non solo, ma è in un certo senso già tutto calcolato. ...giacché la materia partecipa della distinzione e del mutamento regolare e della concatenazione pura in virtù del suo desiderio e della sua capacità di riprodurre le proprietà del numero. Anche la materia non fa che riprodurre le proprietà del numero, cioè per ordinarsi, essere determinata ed essere quella che è. Vi rendete conto che questa è effettivamente l’unica fondazione possibile della matematica, cioè l’unica fondazione metafisica della matematica, che non è operativa, perché a lui il fare di conto non interessa. Gli interessava, invece, porre i fondamenti del numero, mostrare come necessariamente il numero è causa e origine di ogni cosa, è la condizione di ogni cosa, chiaramente appoggiandosi all’Uno di Plotino, l’Uno come condizione di tutto. A pag. 451. Secondo un altro ragionamento, se l’anima, quale forma psichica di materia amorfa, è capace di articolare e di organizzare il corpo, e se nessun numero in assoluto può adattarsi all’anima più del 6, allora nessun altro numero può essere chiamato “articolazione dell’universo”, giacché si score che questo numero è capace di dare forma stabile all’anima e di generare quindi in essa la sua natura (ἓξις), donde il suo nome “esade” (ἓξάς), di principio di vita. Che ogni anima, infatti, sia armonica e che gli intervalli più elementari dell’accordo armonico siano di rapporto epitrite ed emiolio, rapporti dalla cui combinazione si formano gli altri intervalli, è cosa evidente; con la sua presenza, infatti, l’anima rappacifica e ordina e accorda il meglio possibile i contrari che la natura ha scelto di inserire nell’essere vivente. A pag. 461. Qui in effetti gioca con i numeri, però lasciando intendere che attribuisce ai numeri qualche cosa di divino, come se i numeri fossero effettivamente ciò che produce, ciò che crea le cose. Parla di Pitagora. Si racconta che sono passati 514 anni dalla fondazione di Troia fino al tempo del filosofo della natura Senofane e di Anacreonte e di Policrate, e dell’assedio e distruzione della Ionia da parte di Arpago di Media, sfuggendo la quale i Focesi fondarono Massalia (Marsiglia): Pitagora infatti è contemporaneo di tutti questi eventi, si racconta infatti che fu fatto prigioniero da Cambise dopo la sua conquista dell’Egitto, dove frequentava i sacerdoti, e che passato in Babilonia fece esperienza dell’iniziazione ai misteri di quei barbari; ora Cambise visse precisamente al tempo della piramide di Policrate, per sfuggire alla quale Pitagora riparò in Egitto. Se dunque sottraiamo due volte il periodo di 216 anni, rimangono 82 anni che sono appunto quelli della sua vita. Se sottraiamo due volte il periodo di 216 anni: perché non due volte o tre o quattro? Ma questo per indicare come nei numeri ci sia qualche cosa di magico. A pag. 463. Il numero 7 è senza madre ed è vergine. La somma cumulativa da 1 a 7 è 28, che è il numero perfetto. I 28 giorni della Luna si compiono in ragione del 7. I primi 7 numeri a partire da 1 aumentati in rapporto doppio arrivano a 64, che è il primo numero insieme quadrato e cubo, cioè 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64. Parla sempre come se ci fosse in effetti qualcosa di magico nei numeri, come se i numeri, ed è quello che ha detto fin dall’inizio, cioè i numeri sono l’origine di tutto, quindi c’è già tutto dentro i numeri. Ecco la magia: se c’è già tutto nei numeri, i numeri allora possono rispondere di tutto, la cabala ebraica, ecc. Si è mantenuta questa cosa, perché attraverso i numeri, cioè attraverso la matematica, è possibile scoprire tutti i segreti della natura.
Intervento: Galileo diceva che la natura è scritta in lingua matematica.
Esattamente, è già tutto lì. A pag. 465. I Pitagorici affermano che il 7 non è simile agli altri numeri, bensì è degno di venerazione: difatti lo chiamano “settade”, come dice anche Proro di Cirene Pitagorico nel suo libro Sul numero 7…
Intervento: Tra l’altro questo è interessante, perché è come se i matematici, descrivendo la loro stessa disciplina, volessero togliere ogni possibile riferimento al magico. È una censura.
Sì, perché l’idea è quella che i numeri possano, attraverso le loro relazioni, mostrare la realtà, mostrare la natura delle cose, quindi niente di magico, non è una magia, non è un prodigio, ma è qualche cosa che è quello che è. ...ed è per questo che si pronunciano il 6, (ἓξ = hecs)accentuando a bella posta i suoni κ e σ (sono queste infatti le lettere che si odono insieme nella pronuncia della lettera ξ di ἓξ), in modo che, nel pronunziare i numeri in successione senza distaccare le relative voci, il σ si unisca a έπτά, con la conseguenza che inavvertitamente quest’ultimo verrà pronunziato σεπτά. La ragione per cui il 7 è un numero venerando, è la seguente: la provvidenza di dio, creatore del mondo, produsse tutti gli enti traendo il principio e la radice della loro generazione dall’Uno primogenito, giacché l’universo procede a impronta e immagine della suprema bellezza, e poiché gli poneva la perfezione e la conclusione del realizzarsi della sua opera creativa nella stessa decade, dio creatore del mondo quindi dovette necessariamente considerare il 7 come suo strumento o come il nesso più dominante e la forza che assumeva il suo proprio potere creativo: infatti, per natura, e non perché lo poniamo noi, 7 è un medio tra 1 e 10, e i medi sono in qualche modo più importanti degli estremi. Il numero 10, a pag. 491. Abbiamo detto più volte, prima d’ora, che l’Intelletto creatore operò la costruzione e la composizione del cosmo e di tutte le cose che in esso si trovano facendo riferimento alle affinità e agli adattamenti numerici come a un modello assolutamente perfetto; ma poiché l’intera molteplicità era illimitata e tutta la realtà numerica interminabile, non era ragionevole, né peraltro scientifico, che l’Intelletto creatore si servisse di un modello incomprensibile, ma c’era bisogno di commensurabilità, affinché dio creatore vincesse e dominasse nella sua azione demiurgica i limiti e le misure che gli si presentavano, e non procedesse in meno o in più rispetto alla misura conveniente, riducendo per difetto o superando per errore la misura: equilibrio naturale e giusta misura e interezza risiedevano soprattutto nel numero 10.
Intervento: Quindi alla fine si fa comunque tutti i numeri dei Pitagorici, con in più il 7 perché, essendo in ambito ellenistico, la cabala ebraica un po’…
Sì, sicuramente avevano avuto a che fare con gli ebrei, con la cultura ebraica. Poi lui aveva viaggiato, era stato anche in Persia, era stato di qua e di là, come si usava allora. Il numero 10 perché è il limite, proprio per impedire che ci sia una infinitizzazione del processo. Il 10 chiude la serie, oltre non si va. Poi, ci sono i multipli di 10, ma il 10 rimane comunque per i numeri il limite. Infatti, lo dice: perché l’intera molteplicità era illimitata e tutta la realtà numerica è interminabile; non era ragionevole né scientifico che l’intelletto creatore si servisse di un modello incomprensibile. Intervento: È un rifiuto dell’infinito.
L’infinito viene chiuso all’interno del 10, proprio per evitare l’infinito, perché l’infinito è l’incomprensibile, quindi incommensurabile, quindi non è possibile partire dall’infinito e stabilire tutte le relazioni di cui fatta la matematica, che non è altro che relazioni numeriche messe in relazione con altre relazioni numeriche, e questo non è possibile farlo all’interno di un sistema non chiuso. ...il 10 è il più perfetto limite del numero, nel senso che il suo nome “dieci” (δεκάς) suona come “ricettacolo” (δεχάς), appunto come il cielo che è “recipiente” di ogni cosa; “Tutto”, perché non c’è nessun numero naturale maggiore di 10, ma anche se ne immagina qualcuno, questo per regressione, in un certo senso, si converte in 10: il 100 infatti è 10x10…. Tutto deriva da ciò che il mito racconta di Pan: anche questa divinità infatti è venerata per mezzo della decade, ed è venerata anche sotto forma di 10 per mezzo del decimo giorno di ogni mese da parte dei contadini, e in generale da pecorai, caprai, bovari, allevatori di cavalli, soldati, cacciatori, pescatori, giardinieri, spaccalegna, e da quelli che gettano le fondamenta delle case. Avete visto, così come abbiamo fondato la matematica. Ma Giamblico non ha solo fondato la matematica, ha fatto un’operazione ancora più interessante e più importante, ha posto la credibilità della matematica, accostandola al divino. Se è accostata al divino è credibile, perché Dio non può mentire. Lo dicono tutti i teologi: Dio non ci inganna. Lo dirà anche Cartesio, che poi leggeremo. Dio grosso modo è stato inventato quattro secoli prima di Cristo. Mentre le tribù degli Ebrei si inventavano il monoteismo, in Grecia c’erano pensatori come Aristotele, come Parmenide, come Eraclito, che invece di crearsi, di inventarsi un nuovo dio si interrogavano sulla cosa fondamentale. Questa è la differenza, che è rimasta tra l’altro. Sarebbe interessante in effetti pensare a tutto ciò che dice Giamblico come l’unica possibile fondazione della matematica. Vogliamo dare alla matematica un fondamento? Questo è l’unico possibile, non ce ne sono altri; sennò rimane senza fondamento, e bell’e fatto.
Intervento: C’è un richiamo al divino quando si dice che i numeri non mentono.
Intervento: Oppure quando Occam dice che gli universali non sono altro che flatus vocis. Serve una garanzia, cioè qualunque costruzione metafisico che non è garantita crolla.
Sì, ed è il motivo per cui tutti i grandi pensatori, Parmenide, Eraclito, Zenone, fino ad Aristotele, non sono mai stati in realtà presi in considerazione, perché si interrogavano su questo e su questo non ci si deve interrogare, cioè la verità c’è. Non sappiamo quale sia, il bene c’è, non sappiamo quale sia esattamente, ma c’è; il bello lo stesso, l’utile, lo stesso, non sappiamo che cosa sia, la felicità, tutte queste belle storie, non sappiamo che cosa siano: sono enti di natura, pensati come enti di natura, sono enti metafisici.
Intervento: A questo punto, farli coincidere con l’utile, cioè con la volontà di potenza. Quella è l’operazione retorica che ha permesso di non interrogarsi.
Sì, perché sono utili unicamente per la volontà di potenza. Da venerdì ci occuperemo, per i prossimi trent’anni, dell’ontologia apofatica. L’ontologia apofatica è quella costruzione che si mette in atto ciascuna volta in cui si parla, perché si muove da qualche cosa, perché si presume che ci sia, che c’è, qualcosa che c’è, ma che non è vedibile, non è dimostrabile, non è determinabile, non è dicibile; pero, c’è e c’è perché è la condizione di tutto. Stavo pensando, riflettendo sulla teoria di Verdiglione. Uno dei motivi per cui la abbandonai era che era fondata su ipostasi assolute, e cioè l’idea che qualcosa ci sia - che lui chiamava sembiante o punto vuoto - ma non è visibile, non è controllabile, non è dominabile, non è comprensibile, in definitiva è ineffabile, ma c’è, perché è posta come la condizione di tutto. È l’Uno di Plotino, né più né meno: nessuno sa cosa sia, ma è la condizione di tutto. Che poi è diventato il dio dei cristiani. Questa è l’ontologia apofatica, cioè l’ontologia negativa, l’ontologia che dice che c’è qualcosa, ma di questo qualcosa possiamo solo dire ciò che non è, perché che cosa è non lo possiamo dire, però c’è, e c’è perché è la condizione di tutto. Ecco l’ontologia apofatica, che è quella costruzione attraverso la quale, diciamo, tutto il pensiero occidentale, almeno da Plotino in poi, si è costruito, si è costruito come una ontologia apofatica. Tutto il pensiero è costruito così, come una ontologia, cioè stabilisce che qualcosa c’è, perché è la condizione di tutto, ma non possiamo dirne niente.