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28/08/2003

 

L'io e il corpo

 

Avete considerato le cose di cui dicevamo nello scorso incontro?

Intervento: un passaggio che prima non c’era tra la questione estetica e il discorso

Può chiarire questo passaggio?

Intervento: ad un certo momento lei ha affermato che qualsiasi sensazione avviene perché c’è un corpo che la supporta, che prova delle sensazioni e quindi il lavoro del discorso che può differenziarsi a partire dall’io che può attribuire a sé quelle sensazioni, cioè distingue fra ciò che prova lui che è vero e ciò che non può provare perché non appartiene al suo discorso…può partire dalle sue sensazioni che crede vere…

Quelle che vengono dal proprio corpo più che essere credute vere sono sapute essere vere, cioè non credo di aver mal di denti, lo so, però può anche essere che creda di aver mal di denti, se è molto tenue e non so ancora bene non distinguo in effetti, posso anche credere di aver mal di denti, invece ho mangiato qualche cosa di gelato che ha dato quella sensazione…

Intervento: lei ha cominciato a dire che la sensazione esiste in quanto c’è un corpo… come dire che la sensazione nel discorso è funzionale a quel corpo che il discorso ha costruito… e qui ha volta la questione in una questione di benessere o di malessere. Questa mi è sembrata una direzione che si può proseguire mi sembra facile a questo punto intendere ed approcciare la questione del benessere… si era cominciata a fare rientrare lo psichico e il fisico nella struttura e ad interrogarci su questa differenza, mi pareva che incominciare a interrogare lo stare bene o lo stare male potesse portarci ad intendere come avviene che credo vere quelle proposizioni che mi sono proprie per giungere all’inferenza per cui interviene il giudizio sto bene o sto male. Ma tutto ciò che ho appena detto avviene perché già ho potuto, posso trarre questa inferenza

Dicevamo dell’autoreferenzialità del discorso, questione importante perché è da lì che sorge l’io, il corpo e tutte queste belle storie. Dicevamo che tutte le proposizioni che il discorso attribuisce a sé costituiscono il corpo, o l’io che è lo stesso, come fa il discorso a compiere questa operazione, cioè attribuire a sé delle cose? Questa è una bella questione. Innanzitutto occorre che si distingua da tutto ciò che è altro da sé ovviamente, e questo abbiamo visto che deve farlo per potere funzionare, una volta che si è distinto da tutto il resto, ma come si distingue? Come fa il discorso a distinguersi? Sappiamo che deve farlo, ma come lo fa? E che cosa significa esattamente distinguersi da tutto il resto? Perché ciascuno sa perfettamente che se si brucia il dito è il suo dito che brucia e non quello di un altro…

Intervento: una volta che si è stabilito l’io c’è tutta una struttura grammaticale che lo preserva, il mio il tuo…

Muoviamo dalla struttura del linguaggio perché è sempre quella che ci fa da guida, visto che è l’unica cosa di cui disponiamo; come distingue il linguaggio un elemento da un altro? Sappiamo che è una procedura, cioè è necessario che ci sia questa possibilità perché funzioni, sappiamo anche che questa possibilità è data dal sistema inferenziale "se A allora B": se un elemento allora un altro. Potremmo applicare la stessa cosa al discorso? E cioè "se un discorso allora un altro" come dire che se un discorso si trova a dire, a produrre delle cose allora per il solo fatto che compie questa operazione allora c’è un altro discorso. È una possibilità, tenete sempre conto che qualunque cosa il discorso faccia o non faccia comunque segue e si attiene alla struttura del linguaggio di cui è fatto, e non potrebbe non farlo, in questo caso occorre che qualcosa sia discorso. Nel momento in cui il linguaggio esiste, esiste il gioco linguistico ovviamente e quindi il discorso, e cioè nel momento in cui il sistema inferenziale trova degli elementi da mettere in relazione tra loro. Il sistema inferenziale è soltanto la possibilità di fare questa operazione, però non dice che cosa devo metterci al posto della A o della B o della C…

Intervento:…

Sì, per potere fare questo occorrono delle regole che vincolino certe mosse e rendano possibili altre. Potremmo dire che dato il funzionamento del linguaggio il fatto stesso che funzioni, che stia funzionando, implica l’esistenza del discorso. Potremmo dire che il discorso non è altro che il funzionamento del linguaggio. In che modo funziona il linguaggio? Uno dei modi per cui funziona è il potere distinguere un elemento da un altro, e cioè stabilire una differenza, perché il discorso dovrebbe funzionare altrimenti, visto che non è altro che il funzionamento del linguaggio, cioè il linguaggio funziona come discorso, potremmo anche dirla così, o come gioco linguistico, è la stessa cosa e cioè al momento stesso in cui esiste il linguaggio esiste il discorso e quindi il discorso per potere darsi deve potere distinguere sé da altro che non è sé. Distinguendosi da altro ecco che crea quella cosa che si chiama io e quindi il corpo. Il corpo non è altro che l’effetto della necessità del discorso di differenziarsi da qualunque altra cosa. Ora, una volta che il linguaggio ha stabilito il corpo e cioè la necessità di distinguere il suo funzionare, cioè il discorso, da qualunque altra cosa, a questo punto dicevamo tutte le proposizioni che può attribuire a sé appaiono automaticamente vere, dicevamo che sono vere perché il linguaggio non può costruire proposizione false ma non è esattamente così, lo può fare, il problema è che non le può utilizzare ma le può costruire. Il fatto che non le possa utilizzare gli impedisce certo di proseguire in quella direzione e quindi ne cercherà un’altra, invece le proposizioni che vengono dall’io e cioè dal discorso stesso applicato a sé, appaiono sempre necessariamente vere, è questa la questione dell’autoreferenzialità, è come se procedessero da qualcosa che è assolutamente vero e concludessero sempre in modo vero, perché fanno questo? Cosa glielo consente? Come se non potessero in questo caso costruire proposizioni false, non utilizzabili. Come se, ancora, tutto ciò che costruisce fosse automaticamente utilizzabile da se stesso, cioè desse una direzione, consentisse di proseguire, e senza errori. Da dove trae il discorso questa certezza?

Intervento: non si può negare il fatto che io sono io

Certo, sì, direi che è basilare…

Intervento: io posso dubitare di tutto anche Cartesio… al momento stesso in cui mi accorgo di pensare questo non posso non essere che io

Come dire: "parlo e quindi esisto" sì, non ha torto…

Intervento: la verità che si vuole raggiungere è come ripetere io sono io, che è diverso da me ma che in qualche modo mi possa rappresentare

Sì, potremmo dire che parlo quindi questo è vero, non lo posso negare, se è vero allora esisto necessariamente, quindi il fatto che io parli è assolutamente vero, ed è come se, anche se qui ci manca una serie di passaggi, una sensazione dicesse questo: "io parlo" o fosse comunque assimilabile o riconducibile a una cosa del genere. C’è qualcosa che per il discorso è indubitabile, ha questa struttura, si tratta di intendere per quale via, però sembra questa la direzione. La proposizione che afferma di farlo non è negabile quindi è necessariamente, vera se è necessariamente vera esiste assolutamente. Se attribuisco questo parlare a "io", cioè "io parlo", ecco che allora l’io si aggancia a questa parlare e l’io diventa assolutamente vero e quindi assolutamente reale. Ci mancano ancora dei passaggi, ma fino a qui non fa una grinza, dei passaggi che ci consentano di intendere come…

Intervento: come se l’io attribuendo qualcosa a se stesso si stesse verificando, visto che se ne parlava qualche tempo fa, questa operazione di verifica "è vera quando l’io la può attribuire a se stesso"

Certo, tutto ciò che può essere attribuito all’io è automaticamente vero…

Intervento: occorre che questa verità intervenga a livello dell’io perché sia vera, anche una superstizione

Intervento: anche io mento, è vero senza accorgersi della contraddizione insita in questa affermazione che è vera se e solo se è falsa

Intervento: questa verità è immediata, attuale

Intervento: non potrebbe essere la coerenza che dia questa autoreferenzialità finché non pongo valori morali… per me è vera perché io penso quella cosa…

Sì, è vero quello che dite, occorre arrivare a formularla attraverso la struttura del linguaggio, cioè il funzionamento del linguaggio, come dire che una qualunque cosa che io dica, visto che siamo partiti dal mal di testa… qualunque cosa, intendere come questo sia riconducibile alla struttura stessa del linguaggio, al funzionamento del discorso…

Intervento: quando parla di discorso c’è già un io che funziona

Sì certo, questo è fuori dubbio, il discorso sì è l’io, il linguaggio funzionando è discorso, e questo discorso si distingue da qualunque altra cosa attraverso appunto l’io…

Intervento: per essere discorso il linguaggio occorre che stia già funzionando in qualche modo distinguendo se c’è un discorso c’è un altro discorso, c’è un altro discorso ancora

La domanda potrebbe essere posta in questi termini: "come faccio a sapere che il mio mal di testa è mio anziché di Cesare?" e stiamo cercando di rispondere in termini logici…

Intervento: è perché io lo sento come dicevamo

Certo, si tratta di intendere questo "io lo sento", come funziona esattamente nel linguaggio ché è il discorso che sta dicendo io lo sento, afferma questo cioè attribuisce a sé qualche cosa, in questo caso il mal di testa. Perché non può attribuire a Cesare il suo mal di testa?

Intervento: perché non proverebbe sensazioni se…

È vero sì, come dicevamo la volta scorsa occorre ci sia la possibilità di una sensazione e cioè di un sistema che riceve informazioni dall’esterno, anche se perché ci sia questo sistema occorre il linguaggio, è comunque come se li separassimo, c’è l’uno e l’altro, poi perché il primo funzioni occorre il secondo però è come se dicessimo che deve esistere necessariamente anche il primo, questa è una contraddizione in termini rispetto a ciò che andiamo affermando…

Intervento: abbiamo di nuovo riportata la divisione

Esattamente, ci manca qualcosa, questa questione dell’autoreferenzialità del linguaggio nel discorso è ardua, passa attraverso questa formulazione: "io sento" e dobbiamo risolvere il problema senza ricorrere…

Intervento: lo sento e quindi è vero, direi che una sensazione non può mai essere falsa

È sempre necessariamente vera anche se ingannevole, nel senso che io posso sentire qualcosa che non c’è, cionondimeno è assolutamente vera, come se la sensazione funzionasse come quella verità di cui andiamo dicendo, qualcosa che non può essere negata perché se negata produce proposizioni autocontraddittorie, sembra avere questa forma, almeno apparentemente, però potrebbe essere una via: se io nego una sensazione cosa faccio esattamente? Dico che non esiste qualcosa che sento. È questa la direzione giusta però…

Intervento: al momento in cui afferma che non esiste qualcosa che sento mi autocontraddico perché la devo dare come implicita

Come se non potessi fare questa operazione, cioè non posso contraddirmi, come se contraddicendomi in questo caso crollasse tutto…

Intervento: la via che ha trovato Platone per smontare, per dare un’altra direzione al discorso quando i Sofisti anche se non erano arrivati alle condizioni estreme affermavano la priorità del discorso in qualsiasi circostanza… ciò che è stato accolto è stato il nichilismo cioè non c’è nulla, mentre noi partiamo dall’unica necessità

Sì, funziona allo stesso modo, noi dicevamo che l’unica verità è il fatto che qualunque cosa è un elemento linguistico, ed è tale perché non può essere negata, perché negandola si producono proposizioni autocontraddittorie e il discorso di queste proposizioni non sa che farsene, cioè da lì non può passare, questa storia della sensazione pare avere la stessa struttura. Non è la sensazione a stabilire una cosa del genere, no, è il discorso che la stabilisce, che la attribuisce alla sensazione, il discorso la attribuisce poi alla sensazione, questa è la direzione. C’eravamo arrivati qualche tempo fa, almeno marginalmente, cioè il discorso afferma qualcosa, afferma che esiste, una volta che ha affermato che esiste non può affermare che non esiste, questa è la questione centrale dell’autoreferenzialità del discorso, ciò che afferma rispetto a sé, rispetto a sé mettetelo ancora fra virgolette ché ancora non ci è chiaro, ma una volta che lo afferma è necessariamente vero perché non può negarlo, cioè esiste necessariamente, è la stessa struttura del linguaggio. La sensazione funziona esattamente allo stesso modo, è come un elemento che è dato e da quel momento è vero necessariamente e non può non esserlo…

Intervento: e interviene… è una variazione di stato dicevamo, casualmente? Dicevamo anche che la sensazione è la conclusione di un sillogismo

Intervento: non cambia moltissimo

Intervento: dicevamo casualmente oppure no

Intervento: il bicchiere non prova sensazioni perché non ha un discorso

Intervento: l’elemento linguistico posso non utilizzarlo ma c’è, ma la sensazione se io metto il dito sul fuoco c’è sempre…

Sì, anche se qui non è tanto questione di utilizzabilità quanto di l’affermazione dell’esistenza di un elemento, se è utilizzabile o no, io posso sentire una sensazione di calore, se non mi serve a niente non ci bado, non posso negare questa sensazione esattamente così come il linguaggio non può negare che esiste ciò stesso che lui ha fatto esistere. La questione è questa, occorre però che troviamo i passaggi che ci consentano di giungere a questa conclusione in modo logico. Avevamo anche detto che il discorso non necessita di nessun aggeggio per funzionare, cioè neanche del corpo, tecnicamente è così…

Intervento: tecnicamente è così non avrebbe bisogno del corpo in quanto sua costruzione per funzionare

Le cose di cui necessita sono le cose che produce, cioè inferenze, potremmo dire che il corpo serve, ha un utilizzo, in quanto produce differenze o almeno alcune differenze o addirittura come dicevamo ci si inventa un corpo, quindi il mio per potere trarre differenze. Si inventa un io e quindi un corpo per potere produrre differenze, cioè per potere produrre l’allora B. A questo punto la sensazione sarebbe perfettamente funzionale al funzionamento del linguaggio e al rilevamento di differenze, le differenze sono ciò che consentono al linguaggio di funzionare, che sia il corpo o qualunque altra cosa non ha nessuna importanza, ma ha bisogno di inventare qualcosa cioè di produrre qualcosa che consenta di trovare differenze, cioè l’allora B, che sia il corpo o qualunque altra cosa non ha nessuna importanza…

Intervento: se non è corpo come facciamo a trovare l’io? Il mio discorso? Allora, il corpo è necessario al discorso per differenziarsi

Non ho detto che siano necessari, ho detto che il discorso inventa qualcosa che ha chiamato io…

Intervento: ho inteso però se noi accogliamo "il corpo o qualunque altra cosa" escludiamo il corpo se escludo il corpo a questo punto l’io che attiene alla funzione di differenziabilità del discorso va a cadere

Non necessariamente, almeno teoricamente non necessariamente perché l’io sì, si traduce nel corpo, ma questa è una costruzione, l’io potrebbe essere nulla, potrebbe essere totalmente evanescente, non è altro che un elemento che serve a una struttura inferenziale, a un sistema operativo per distinguersi da altri sistemi operativi, da qualunque altra cosa in generale, poi l’io diventa corpo, è ciò che comunemente si chiama corpo…

Intervento: è una costruzione che sembra un tentativo di finalizzare… tutta una serie di passaggi ordinati, il linguaggio funziona proprio perché ad un certo punto si è detto in questa maniera qua quindi c’è io e di conseguenza c’è il corpo, trovare cosa c’è prima del linguaggio per potere determinare in qualche modo la direzione che ha preso il linguaggio…

Non è questa la questione che stiamo considerando adesso, certo lei ha ragione, ma sappiamo che l’unico obiettivo del linguaggio è proseguire se stesso e sappiamo quali sono i modi in cui può fare questo: costruendo regole, costruendo inferenze cioè differenziando gli elementi, ora il discorso è uno di questi elementi, quindi deve differenziarsi da tutti gli altri elementi per potere funzionare, il modo in cui fa questo è costruire un elemento che glielo consenta, lo chiamiamo io, e questo io è ciò che comunemente si chiama il corpo, ma che sia il corpo non è necessario…

Intervento: è necessaria in questa costruzione dicevo

Il corpo è un effetto della necessità del linguaggio di differenziarsi da qualunque altra cosa e quindi di funzionare, e quindi di essere discorso, è un effetto…

Intervento: cambia qualcosa dire che… il linguaggio ha creato l’io e questo ha prodotto la possibilità di ciò che ciascuno esperisce continuamente… non sappiamo perché il linguaggio ha costruito l’io

Sì che lo sappiamo, per potere continuare a funzionare. In effetti senza quell’elemento che distingue il discorso da qualunque altra cosa non funzionerebbe…

Intervento:…

È quello che stiamo dicendo, dobbiamo riuscire ad astrarre la cosa ancora di più, come se chiamassimo X° (x con zero) quell’elemento che consente al discorso di distinguersi da qualunque altro, quindi necessita che ci sia un X°, a questo punto sa che ogni volta che c’è X° queste proposizioni le può distinguere da qualunque altra fonte, in fondo funziona così. Teoricamente tutto potrebbe essere assolutamente casuale, cioè ha costruito un io e questo io adesso per tradizione è diventato il corpo, potrebbe essere qualunque altra cosa, è come se dessimo il corpo come qualcosa di acquisito, di scontato, mentre non lo è affatto. Ci dobbiamo pensare ancora parecchio, la questione è più complicata di quanto apparisse in precedenza: il linguaggio deve funzionare, questo è l’unico suo obiettivo, per funzionare deve potere distinguere gli elementi, il discorso è uno di questi elementi, dunque per funzionare deve potere distinguersi da qualunque altro, il modo in cui lo fa è attribuendo a sé una particolarità, questa che chiamiamo io, però non basta, continua a sfuggirci qualcosa. Ci pensiamo, ma se risolviamo questa non abbiamo più ostacoli.