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28 gennaio 2026

 

Tommaso d’Aquino De ente et essentia

 

Con Tommaso d’Aquino siamo nel XIII secolo. Da un paio di secoli era passato l’anno Mille e l’agostinismo incominciava a declinare sempre di più. Con l’anno Mille, come sappiamo, ci fu il dibattito tra dialettici e antidialettici. Con Tommaso succede qualcosa di importante, non tanto per quello che dice, ma per l’impulso che ha dato al pensiero. L’agostinismo praticamente scompare con l’anno Mille. I testi di Aristotele diventano accessibili, vengono tradotti dall’arabo al latino da arabi che li avevano tradotto dal greco, quindi, la successione è dal greco, arabo, latino. Tutto ciò, naturalmente, sotto la supervisione neoplatonica e, infatti, c’è un continuo richiamo, almeno indiretto, per quanto riguarda la logica, a Proclo, soprattutto Il commento al Parmenide, perché il Parmenide era uno dei testi più importanti del platonismo. Infatti, anche Porfirio ha fatto un commento al Parmenide, che è stato trovato nella biblioteca di Bobbio. Dunque, dicevo, accadde qualcosa di importante: l’idea con Tommaso che si potesse attraverso la ratio, la ragione, quindi il linguaggio, controllare il linguaggio stesso, cioè, renderlo gestibile, addomesticato. C’è una questione fondamentale. Gli agostiniani si era resi conto del problema del linguaggio: il linguaggio è un problema che non ha soluzione. Questo lo hanno visto. Da qui la necessità di un Dio che si faccia garante di tutto. Ma è lui che garantisce tutto, perché il linguaggio, cioè la ragione, la ratio, non può garantire niente. Invece, Tommaso, preso da questa euforia della logica di Aristotele che veniva tradotta, dal greco all’arabo, dall’arabo al latino, sempre sotto la supervisione dei neoplatonici, ha immaginato di potere dare una definizione del linguaggio, un significato al linguaggio, solo attraverso la ragione. Infatti, Dio c’è naturalmente nel suo scritto, ma più sullo sfondo, non è così in prima face come nei testi della teologia agostiniana. E questo ha fatto sì che il tomismo, cioè il lavoro di Tommaso, si dovesse confrontare con il linguaggio, e lì è successa la catastrofe, perché la sua idea di fare coincidere la ragione con la fede è fallita chiaramente. È fallita perché non hanno dato ascolto a Lanfranco di Pavia, il quale era contro i dialettici; lui li aveva messi sull’avviso, ma non hanno voluto dargli ascolto: guardate che con la ragione non andate da nessuna parte, la ragione è fatta di linguaggio e il linguaggio non lo si controlla. Agostino già aveva detto che le parole cambiano continuamente, sono inaffidabili.

Intervento: Solo la parola divina...

Esatto. C’è la parola degli umani che è fatta come è fatta, si sa, e poi c’è la parola divina che però garantisce che le cose stiano così, che quando dico libro sto proprio dicendo questo, perché se no ciascuna cosa può significare qualunque altra come sappiamo. Questo ha provocato a un certo punto una catastrofe, quando ci si è accorti che il tomismo non soddisfaceva le richieste e le promesse che lui stesso aveva poste. Ecco che il tomismo scompare, almeno provvisoriamente, e ritorna prepotentemente Platone con l’umanesimo, con il rinascimento, cioè un paio di secoli dopo. Nel XIII secolo l’umanesimo, con Ficino, con Cusano, ritorna prepotentemente Platone perché il tomismo, cioè Aristotele, si è rivelato inadeguato alle aspettative. E, quindi, ecco il ritorno al platonismo. Ritorna l’idea che l’uomo sia un tutto e non soltanto fatto di ratio o di ragione, ma ci siano anche i sogni, ci siano le superstizioni e, infatti, è il periodo in cui c’è un forte ritorno della magia. Quindi la traduzione di Ermete Trismegisto, il tre volte grandissimo, degli Oracoli Caldaici, ecc., cioè, l’uomo non è più soltanto ragione, come voleva Tommaso, ma ci sono tante altre cose. Ecco l’umanesimo che rimette l’uomo in toto in prima istanza. Poi, naturalmente, a seguito dell’umanesimo, il rinascimento, il romanticismo, il positivismo, sono queste grosso modo le fasi che si sono susseguite. Ma in Tommaso c’è l’idea di dovere volgere in ragione tutto, cioè tutto il creato. Dio lo ha creato e Dio è ragione, e, essendo ragione, la ragione deve rendere conto di Dio in fondo, la ragione deve mostrarci il potere di Dio, deve mostrarci la grandezza di Dio.

Intervento: Come dire che il creato non è stato fatto a caso.

È stato fatto secondo un criterio logico, perché Dio non può non pensare logicamente. Nemmeno Dio può contraddirsi. E, allora, L’ente e l’essenza. Dice nel Prologo. Poiché un piccolo errore all’inizio diventa grande alla fine, come dice il filosofo; l’ente e l’essenza sono i primi concetti dell’intelletto, come afferma Avicenna. Lui cita molto Avicenna e Averroè, che furono i primi a tradurre Aristotele. Perciò, affinché non ci capiti di errare a motivo della loro ignoranza, con il proposito di superare le difficoltà che comportano dobbiamo dire quale sia il significato dei termini essenza ed ente. Ed in che modo lo scopriamo nelle cose diverse e quale sia il loro rapporto con le intenzioni logiche. Lui chiama intenzioni logiche il genere, la specie e la differenza. Ma, dato che noi dobbiamo ricavare la conoscenza delle cose semplici da quelle che sono composte e giungere alle cose che sono prime partendo da quelle che vengono dopo, in modo che iniziando dalle cose più facili l’apprendimento risulti più adeguato, per questo bisogna procedere dal significato dell’ente al significato dell’essenza. Ma ha appena detto che si parte dalle cose più semplici, e le cose più semplici sono quelle che vengono dopo. Deve partire da quelle composte. Ricavare la conoscenza delle cose semplici da quelle che sono composte. E ciò che è composto è il significato. Quindi, è esattamente il contrario di quello che ha detto prima. Se io parto dall’ente, parto dall’esistenza per giungere al significato. Invece, lui ci suggerisce di partire dal significato per giungere all’ente. Bisogna procedere dal significato dell’ente al significato dell’essenza. Il significato dell’ente: è curioso perché di fatto se parla di significato dell’ente...

Intervento: Come dice qui, è come se dovesse partire dall’essenza per arrivare all’ente.

Esatto, ma infatti si contraddice. Bisogna sapere che, come dice il filosofo, sempre nel quinto libro della Metafisica, l’ente per sé si dice in due modi, l’uno che si divide nelle dieci categorie e l’altro che significa la verità delle proposizioni. È proprio così? Andiamo a vedere, perché potrebbe anche non essere così. Dice Aristotele: pertanto le accezioni in cui il termine essere viene usato per accidente presuppongono le seguenti condizioni: che gli accidenti appartengono tutti e due al medesimo soggetto esistente, o che il predicato appartiene al soggetto esistente o, infine, che esiste il soggetto che ha come sua proprietà di cui si è predicato. Questo è per gli accidenti. Si parla invece dell’essere per essenza in tutte quelle accezioni che sono indicate dalle categorie. Quindi, due modi significano per Aristotele: uno è gli accidenti, l’altro per la sostanza. Quindi, non è propriamente la verità delle proposizioni. Paragrafo quinto. E poiché ciò per cui una cosa è costituita nel proprio genere o specie è ciò che viene significato per la definizione che indica che cos’è una cosa, ne deriva che il termine di essenza viene mutato da chi ha definito il termine di vita. Quindi, l’essenza è la definizione, indica il che cos’è. Nelle sostanze composte la forma e la materia sono note come nell’uomo l’anima e il corpo. Ma non si può affermare che solamente uno dei due venga detto l’essenza, che infatti la sola materia non sia l’essenza è palese, poiché la cosa è conoscibile per la sua essenza ed è ordinata nella specie o nel genere, ma la materia non è il principio di conoscenza, né per esso una cosa si ascriva al genere o alla specie, ma secondo ciò per cui una cosa è in atto. Intende la materia in effetti come l’uno, ciò da cui si parte. Neanche la sola forma della sostanza composta si può dire l’essenza. Infatti, da quanto abbiamo detto è chiaro che l’essenza è ciò che viene significato mediante la definizione della cosa. Dunque, dice, la materia e la forma sono inscindibili, tranne in un caso. Rimane, dunque, che il termine essenza nelle sostanze composte significa ciò che è composto di materia e forma. Concorda con questa posizione l’affermazione di Boezio, nel commento ai Predicati. /.../ Concorda con questo anche la ragione, poiché l’essere di una sostanza composta non è soltanto della forma, né è soltanto della materia, ma dello stesso composto. Ora, l’essenza è ciò secondo cui si dice che una cosa è. Pagina precedente. L’essenza si dice della quiddità… Dunque, non di che cosa una cosa è, ma di che cos’è. I medioevali distinguevano tra il quo est e il quod est, cioè, il che è di una cosa e il che cos’è, che sono due cose diverse, sono l’esistenza e l’essenza. Dunque, qui dice una cosa e poi ne afferma un’altra. Prima definisce ‘essenza’ come la quiddità, il quod, e poi, invece dice che l’essenza ci dice il che è. Non lascia spazio a equivoci. Così, dunque, il genere significa in modo indeterminato tutto ciò che è nella specie. Infatti, significa soltanto la materia. Qui accosta la materia al genere, cioè la cosa più ampia, più indeterminata. Infatti, Aristotele parlava della materia come materia signata, non esiste la materia senza la forma. Lui lo dice, lo dice citando Aristotele, anche citando Averroè che cita Aristotele, però era già noto questo, il fatto che non c’è la materia, la materia è una pura invenzione. Similmente, anche la differenza significa il tutto e non significa soltanto la forma. Qui accosta naturalmente la differenza alla forma, perché è dalla forma che io vedo differenza; se non ha forma non ha differenza con niente. Anche la definizione significa il tutto, e anche la specie, però in modo diverso /.../ Risulta chiaro il motivo per cui il genere, la specie, la differenza stiano in modo proporzionale alla materia, alla forma e al composto nella natura, benché non si identifichino con essi, poiché né il genere e la materia, ma viene desunta dalla materia, quindi non è il tutto, né la differenza e la forma, ma viene desunta dalla forma come significante di tutto. Perciò diciamo che l’uomo è un animale razionale e non che consta di animale e di razionale, come diciamo che consta di animale e corpo. Perché non lo possiamo dire che consta di animale e razionale? Perché? Così come diciamo che consta di anima e corpo. Ci sono un’infinità di problemi in questo testo. Capitolo terzo. Primo paragrafo. Neanche si può dire che la nozione di genere o di specie convenga all’essenza in quanto è una realtà esistente al di fuori dei singolari, come sostenevano i platonici. Qui lui pone la differenza assoluta tra quello che dice lui e Platone. Non si può dire che il genere conviene all’assenza... Cioè, il significato. Non si può dire che sia una realtà esistente al di fuori dei singolari. Infatti, Platone la mette nell’iperuranio, al di fuori del singolare. In questo modo il genere e la specie non si predicherebbero di questo individuo. Non si capisce perché. Infatti, non si può dire che Socrate sia ciò che è separato a lui. Né d’altra parte quella realtà separata giova alla conoscenza di questo singolare. E, pertanto, resta che la nozione di genere o di specie convenga all’essenza in quanto viene significata al modo di un tutto, come il nome di un uomo, di animale... E no, non è così. Platone, in effetti, non sostiene affatto che questa cosa, che è l’idea, sì, certo, è al di fuori di ciò che è immanente, ma è il suo significato, è ciò che la fa esistere e, quindi, è assolutamente partecipe dell’ente. Per esempio, all’uomo in quanto è uomo conviene razionale e animale e le altre cose che rientrano nella sua definizione, Invece, bianco-nero, con tutto quello che dissimile non è la nozione di umanità, non conviene all’uomo in quanto uomo. Perciò, alla questione che questa natura così considerata possa dirsi una o più (una o molti), non si deve concedere né l’uno né l’altro, ma ambedue sono al di fuori del concetto di umanità, e ambedue gli possono appartenere. Se infatti la pluralità (i molti) fosse propria del suo concetto, essa non potrebbe mai essere una, mentre tuttavia essa è una in quanto è in Socrate. Similmente, se l’unità fosse propria del suo concetto allora sarebbe una sola e la medesima la natura di Socrate e di Platone e non si potrebbe moltiplicare i più. Che cosa sta facendo qui Tommaso? Sta cercando di controllare il linguaggio. Se l’unità fosse propria del suo concetto allora sarebbe una sola e la medesima la natura di Socrate. Ma questo è un concetto. E lo dirà dopo, malvolentieri, ma è un prodotto dell’intelletto. Cioè, tutto ciò che ci sta dicendo del linguaggio è come se cercasse di farlo apparire come qualcosa di necessario, qualcosa che deve essere così per forza. Infatti dice: Se la pluralità fosse proprio del suo concetto, essa non potrebbe mai essere una. Perché no? È chiaro che tenendo separati l’uno dei molti accade questo problema, perché se io attribuisco i molti al concetto, questo non può mai essere uno solo perché è molti, come dice Eraclito, ἒν πάντα εἰναι. E, allora, sta cercando di aritmetizzare il linguaggio, cioè, rendere ciascuna cosa quella che è necessariamente. È l’intelletto che fa l’universalità nelle cose, e questo dice anche Avicenna nella sua Metafisica. È l’intelletto che fa l’universalità nelle cose. Quindi, l’universale è un concetto, non è un ente di natura. Ma se è un concetto appartiene al linguaggio. Da qui la sua necessità di chiudere il linguaggio all’interno di un sistema. Tuttavia, genere conviene divenire predicato per sé e posto nella sua definizione. Qui fa delle operazioni strane perché il genere deve essere predicato, ma il genere prima l’aveva accostato alla materia. Posso predicare la materia? Certo che sì, ma per lui no, perché sarebbe ciò che ancora non è determinato, sarebbe l’indeterminato. La predicazione è qualcosa che si compie per l’azione dell’intelletto che compone e divide, avendo come fondamento nella realtà la stessa unità delle cose: l’una si dice dell’altra. Perciò la nozione della predicabilità può essere inclusa nella nozione di questa intenzione che è il genere. E, allora, o il genere è qualcosa di indeterminato, e allora non lo posso predicarlo, oppure è determinato, e allora posso predicarlo, ma se è determinato allora non è più la materia. Il corpo non si può sostenere che non una materia qualsiasi impedisca l’intelligibilità ma solo la materia del corpo. Cioè, il corpo che impedisce l’intelletto. Infatti, se ciò fosse soltanto a motivo della materia corporea, dato che la materia non viene detta corporea se non in quanto soggiace a una forma corporea, allora bisognerebbe che l’essere di ostacolo all’intelligibilità la materia lo avesse dalla forma corporea. E questo non può essere, poiché la stessa forma corporea è intelligibile in atto, come anche le altre forme. Si avvale di concetti logici: per esempio, che c’è la forma corporea, l’ostacolo deve essere la forma corporea, ma questo non può essere perché la forma corporea è intelligibile in atto. Quindi, si avvale di concetti, ma come se fossero cose materiali, nel tentativo estremo di gestire la cosa. In tutto questo librettino, che è assolutamente inutile, di fatto Tommaso non dice assolutamente niente, niente che dia da pensare una qualunque cosa. Fa una elencazione, divide. Divide et impera. Lui divide ma continua a dividere, a dividere, a dividere. Ora, è facile vedere di tutte quelle cose infatti che stanno tra di loro nel rapporto tale che l’una è la causa dell’essere dell’altra, quella che ha ragione di causa può avere l’essere senza l’altra, ma non al contrario Ora, tra la materia e la forma si trova un rapporto tale che la forma dà l’essere alla materia… Qui compare anche l’essere, che prima non c’era. ...e perciò è impossibile che vi sia la materia senza qualche forma. Tuttavia, non è impossibile che vi sia qualche forma senza materia. Ma se si trovano alcune forme che non possono esistere se non nella materia, ciò accade loro in quanto sono distanti dal primo principio... Qui è Plotino: più ti allontani dall’Uno e più vai verso la materia. ...per cui quelle forme sono vicinissime al primo principio, sono forme sussistenti perché senza materia. /.../ ...in quanto l’essenza della sostanza composta non è soltanto forma ma comprende forma e materia; invece, l’essenza della sostanza semplice è soltanto forma. Che poi è Dio, alla fine. E da ciò derivano altre differenze. /.../ L’essenza di una realtà composta non si crede che in qualsiasi modo sia della stessa realtà composta. Infatti, non si può dire che l’uomo sia la sua quiddità. Perché non possiamo dire? Qui di nuovo si contraddice, perché prima ha detto che il che cos’è un qualche cosa lo determina, lo definisce, ci dice anche che è. E, invece, qui dice che l’uomo non è la sua quiddità. E poiché tutto ciò che è mediante un altro viene ricondotto a ciò che è di per sé, come la causa prima, è necessario che vi sia una realtà che sia causa dell’essere per tutte le cose, per il fatto che essa stessa è soltanto essere, altrimenti, si andrebbe all’infinito nelle cause, giacché ogni cosa che non è soltanto essere ha la causa del suo essere, come si è detto, in altro. Ci sono due cose. È necessario che vi sia una realtà che sia causa dell’essere: qui intanto si costruisce la nozione di realtà, quella che a tutti oggi pratichiamo: se è reale vuol dire che è. Però, questa è un’invenzione di Tommaso. E perché dice questo? Per il fatto che essa, questa realtà, è soltanto essere, cioè, la realtà e l’essere sono la stessa cosa. E qui dice che è necessario, perché altrimenti della realtà si dovrebbe cercare una causa e poi un’altra causa e poi un’altra causa. Se invece coincide con l’essere, allora è il tutto, l’intero. Ora, tutto ciò che riceve qualcosa da altro è in potenza rispetto ad esso e ciò che viene ricevuto in esso è il suo atto. Bisogna dunque che la stessa quiddità o forma che è l’intelligenza sia in potenza rispetto all’essere che riceve da Dio. È una delle poche volte che lo cita. ...e quell’essere è ricevuto come atto. E così si trovano la potenza e l’atto nelle intelligenze. Non tuttavia la forma e la materia se non in senso equivoco, per cui anche il patire, il ricevere, l’essere soggetto e tutte le cose simili (categorie aristoteliche) che sembrano convenire alle cose in ragione della materia, convengono in modo equivoco alle sostanze intellettuali e a quelle corporee. Come dice il commentatore del De Anima (Averroè) e poiché come si è detto la quiddità dell’intelligenza è la stessa intelligenza... Ormai ha fatto questa equazione per cui la realtà è uguale ad essere; ma è lui che la fa. ...e il suo essere ricevuto da Dio è perciò che sussiste nella natura. Naturalmente, poi alla fine c’è sempre Dio che garantisce tutto. E per questo motivo alcuni affermano che tale sostanza sono composte dal quo est e dal quod est oppure dal quod est e dall’esse, come dice Boezio. Il quo est è l’esistenza. Quindi, in sostanza che cosa ci sta dicendo? Niente. Ora, passiamo agli accidenti. Lui cerca in tutti i modi di parare il colpo. Gli accidenti è l’irruzione dei molti, sono le cose che accadono. Si tratta di vedere come l’essenza si trovi negli accidenti. Cioè, qual è il significato degli accidenti? E poiché come si è visto l’essenza è ciò che viene significato con la definizione, bisogna che gli accidenti abbiano l’essenza allo stesso modo che hanno la definizione. Gli accidenti la definizione l’hanno incompleta, cioè non si riescono a definire, a determinare come si deve, perché non si possono definire senza che si ponga il soggetto nella loro definizione, e ciò avviene per il fatto che non hanno un essere per sé indipendente dal soggetto. Cioè, gli accidenti dipendono da ciò di cui sono accidenti. E perciò neanche la forma sostanziale ha un’essenza completa, e nemmeno la materia. Quindi, questa cosa, che lui chiama accidente, è incompleto, è indeterminata, non si riesce ad afferrare come si dovrebbe. Questo perché gli accidenti non sono altro che l’irruzione dei molti nell’uno. La sua definizione (dell’accidente) risulta dall’aggiunta di qualcosa che è fuori dal suo genere. /.../ E poiché gli accidenti non sono composti di materia e forma, perciò in essi non si può desumere il genere dalla materia e la differenza dalla forma, come nelle sostanze composte, ma bisogna che il genere primo sia preso dallo stesso modo di essere, in quanto l’ente si predica in modi diversi, secondo un prima e un poi dei dieci generi... Le dieci categorie di Aristotele. Cioè, è qualche cosa che si può predicare in tanti modi diversi e non in un unico modo.