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26 agosto 2026

 

Cartesio Discorso sul metodo

 

Come si costruisce una fantasia: è questo l’aspetto interessante. A pag. 60. ...la teologia ci insegna a guardare il cielo, e la filosofia è il mezzo per parlare di tutto con verosimiglianza e farci ammirare da quelli che ne sanno di meno. Questa frase che nessuno ha notato dice qual è la sua fantasia.

Intervento: Fantasia di potere.

Ovviamente. Parliamo dell’ascolto, anche leggendo un testo, cioè che cosa dice a un certo punto, è quasi come se sfuggisse al controllo, dice che cosa sta funzionando per lui: farsi ammirare da quelli che ne sanno di meno. Sta dicendo che è questo il motivo per cui si fa scienza? Beh, potrebbe essere benissimo. A pag. 63. Avevo sempre un desiderio estremo di imparare a distinguere il vero dal falso, per vedere chiaro nelle mie azioni e procedere con sicurezza in questa vita. L’idea di trovare la verità per lui è fondamentale. A pag. 66. ...molte persone diverse non possono avvicinarsi alla verità quanto i semplici ragionamenti di un uomo che, intorno alle cose che gli si presentano, fa uso del suo naturale buon senso. Il buon senso è quello da cui trae le idee chiare e distinte, cioè il luogo comune. A pag. 67. Mi convinsi però che per le opinioni che avevo fino allora accettate non potevo fare di meglio che cominciare una buona volta a eliminarle tutte, per mettere poi al loro posto altre migliori, o anche le stesse, una volta che le avessi rese conformi a ragione. A pag. 68. ...una volta che si fosse presa la libertà di dubitare dei principi ricevuti e di allontanarsi dalla strada comune, questi non potrebbero mai tornare sulla via più diritta e vagherebbero per tutta la vita, smarriti. In secondo luogo coloro che, avendo abbastanza giudizio o modestia per stimare di essere meno capaci di distinguere il vero dal falso che non altri, dai quali possono essere istruiti, debbono contentarsi di seguire le opinioni di questi ultimi piuttosto che cercarsene da sé di migliori. Qui c’è una nota, a pag. 70, la nota 3, dove parla della logica. Si tratta piuttosto della dialettica, che ci insegna a discutere di tutto, che non della logica, che di tutte le cose dà la dimostrazione. E così la dialettica distrugge il buonsenso anziché rafforzarlo, poiché sviandoci e facendoci smarrire in questi luoghi comuni e in queste divisioni che sono strane alla cosa, ci distoglie della natura stessa della cosa. Cioè, l’opinione, la doxa, deve essere resa univoca. Che è poi il suo obiettivo: trovare l’elemento a cui dare il significato univoco, mentre la dialettica pone molti significati e, quindi, svia dall’idea chiara e distinta Adesso dice quali sono le sue regole. A pag. 71. La prima regola era di non accettare mai nulla per vero, senza conoscerlo evidentemente come tale… Il che già pone un problema: come lo posso conoscere come tale? ...cioè di evitare scrupolosamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi niente più di quanto si fosse presentato alla mia ragione tanto chiaramente e distintamente da non lasciarmi nessuna occasione di dubitarne. La seconda regola di dividere ogni problema preso in esame in tante parti quanto fosse possibile e richiesto per risolverlo più agevolmente. La terza, di condurre ordinatamente i miei pensieri cominciando dalle cose più semplici e più facili a conoscersi, per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza delle più complesse; supponendo altresì un ordine tra quelle che non si precedono naturalmente l’un l’altra. Quindi, deve presupporre che ci sia un ordine per fare tutte queste operazioni. E l’ultima, di fare in tutti i casi enumerazioni tanto perfette e rassegne tanto complete da essere sicuro di non omettere nulla. Queste lunghe catene di ragionamenti, tutti semplici e facili, di cui sogliano servirsi i geometri per arrivare alle più difficili dimostrazioni, mi avevano indotto a immaginare che tutte le cose che possono rientrare nella conoscenza umana si seguono l’un l’altro nello stesso modo. Cioè, c’è un ordine naturale, è questo che garantisce che le cose si seguono l’una all’altra. A pag. 74. E in questo non vi sembrerò forse troppo vanitoso se considererete che, essendoci di ogni cosa una sola verità, chiunque la trovi ne sa tanto quanto se ne può sapere. È come dire che c’è un significato univoco, oltre il quale non si va. Naturalmente, questo significato univoco... come sapere che questa idea è chiara e distinta? È ovvio che per lui è Dio che ci mette in testa queste cose, è lui l’unica garanzia. E da queste regole lui trae una sorta di morale. A pag. 77. La prima regola era di obbedire alle leggi e ai costumi del mio paese, mantenendomi fermamente nella religione in cui Dio mi aveva fatto la grazia... A pag. 78. La mia seconda massima era di mantenermi nelle mie azioni più fermo e più risoluto che potessi, e di seguire le opinioni più dubbie, una volta che a queste mi fosse determinato, non meno costantemente di quella del tutto sicure. A pag. 79. La mia terza massima era cercare sempre di vincere me stesso piuttosto che la fortuna, e di cambiare i miei desideri piuttosto che l’ordine del mondo; e in generale abituarmi a credere che non c’è nulla che sia interamente in nostro potere se non i nostri pensieri, sicché quando abbiamo fatto del nostro meglio, rispetto alle cose fuori di noi, tutto quello che non ci riesce è per noi assolutamente impossibile. Ora, come trae queste considerazioni morali dalle sue regole? È chiaro che se immagina di seguire delle idee chiare e distinte, sono queste idee chiare e distinte che, come ha detto anche lui in precedenza, gli danno la via da seguire. Cioè, non c’è un’altra via, c’è soltanto la via che è data dalle sue idee, ma queste sue idee gli vengono da Dio. Cioè, lui ha dovuto pensare, non è stato il primo naturalmente, che queste idee vengono da Dio, quindi, se queste idee vengono da Dio, allora sono sicuramente vere, perché Dio non ci inganna, e quindi su queste idee è possibile costruire qualunque cosa. Che è l’idea di tutta la teologia in fondo, non è che abbia inventato chissà che cosa. A pag. 81. Inoltre le tre massime precedenti erano fondate soltanto sul disegno di continuare a istruirmi, avendo Dio dato a ciascuno qualche lume per distinguere il vero dal falso, non avrei mai creduto di dovermi contentare neppure per un istante delle opinioni altrui, se non mi fossi proposto di usare il mio giudizio nell’esaminarle al momento opportuno. C’è sempre Dio come garante e, in effetti, questa metafisica che lui crea è una metafisica perché pone Dio a fondamento di tutto naturalmente, cioè il trascendente. Ecco qui la prova dell’esistenza di Dio. A pag. 85. ...presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura che tutte le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo. Se penso, allora sono: ecco qui il passaggio, l’avevamo forse accennato, tra l’intellegibile e il sensibile, un passaggio che lui dà per acquisito, mentre non lo è. Perché immaginare che se penso qualcosa allora questa cosa è, non è altro che la magia, su cui si impianta ogni prova ontologica della prova dell’esistenza di Dio. Come dicevamo, è un’ipotiposi: dice qualche cosa e questo qualche cosa è come se apparisse. Cioè, io penso dunque sono, il mio pensiero mi fa essere. Non si accorge di questo salto enorme che sta facendo. Che si fa sempre, certo, ma che non è sorretto né garantito da alcunché, è soltanto una decisione. A pag. 86. Poi, esaminando attentamente quel che ero, e vedendo che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo nel luogo alcun in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere perciò di non esserci; e che al contrario del fatto stesso che pensavo di dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e certezza che esistevo; mentre appena avessi cessato di pensare, ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere che io esistessi: da tutto ciò conobbi ch’ero una sostanza la cui intera essenza o natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da qualcosa di materiale. Di modo che questo io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, del quale è anche più facile a conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse. Cioè, questo corpo è un prodotto del pensiero. Il che in parte è anche vero, solo che lui lo fa esistere materialmente: io lo penso, quindi c’è.

Intervento: Infatti, prima pensavo a “penso, dunque sono”. Ma quando dice “sono” è un “penso”.

Sì, certo, non si esce dal pensiero.

Intervento: Non è che penso e, quindi, esco dal pensiero e trovo l’essere che mi consente di pensare; cioè pensa e per il fatto di pensare immagina un essere che gli consente di pensare.

Esatto. È la prova ontologica dell’esistenza di Dio, che ha travagliato tutti per millenni: come si fa a passare dal trascendente all’immanente, dall’intelligibile al sensibile? Cos’è che garantisce questo passaggio? Gaunilone l’aveva escluso, mentre già Anselmo pensava di poterlo fare: “io ho provato l’esistenza di Dio soltanto attraverso la logica” e quell’altro dice “no, non hai provato proprio niente, hai costruito una proposizione”. Qui c’è la sua spiegazione a pag. 86. E avendo notato che non c’è niente altro in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di dire la verità, se non il fatto di vedere molto chiaramente che, per pensare, bisogna essere, giudicai che potevo prendere come regola generale che le cose che concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere. Cioè, esistono. Che cosa lo assicura? Il fatto di vedere chiaramente che per pensare bisogna essere, e cioè che se penso... È una sorta di tautologia, in effetti: se penso allora sono qualcosa, perché c’è qualche cosa che pensa. Ma avrebbe dovuto, forse, sarebbe stato più corretto dire: penso, dunque sono pensante. E non “sono”, sono che cosa? Se penso posso dire attraverso questo pensiero che sto pensando: tutto quello che posso dire è questo. A pag. 87. Per quel che riguarda i pensieri che avevo di molte altre cose fuori di me, come il cielo, la terra, la luce, il calore, e mille altre, non mi dava molta pensa di cercare donde mi venissero, giacché non notavo in essi nulla che li rendesse superiori a me, e perciò potevo credere che, se erano veri, dipendevano dalla mia natura in quanto dotata di qualche perfezione; e se non lo erano, mi venivano dal nulla, cioè erano in me per una mia imperfezione. Ma non potevo dire lo stesso dell’idea di un essere più perfetto del mio; perché, che mi venisse dal nulla, era chiaramente impossibile; e poiché far seguire o dipendere il più perfetto dal meno perfetto è altrettanto contraddittorio quanto far procedere qualcosa dal nulla, non poteva neppure venire da me stesso. Di modo che restava che fosse stata messa in me da una natura realmente più perfetta della mia, e che avesse in sé tutte le perfezioni di cui potevo avere qualche idea, e cioè, per spiegarmi con una sola parola, che fosse Dio. Questa è la sua dimostrazione dell’esistenza di Dio: c’è qualche cosa che è più perfetto di me perché lo posso pensare e, se lo posso pensare, allora esiste. A pag. 89. ...e per conseguenza che Dio, che è questo essere perfetto, è o esiste, è almeno altrettanto certo quanto potrebbe esserlo una qualunque dimostrazione della geometria. È importante questo passo perché fornisce l’idea che, in fondo, tra la prova dell’esistenza di Dio e una qualunque prova della fisica non c’è poi tanta differenza: entrambe hanno bisogno che ci sia un qualche cosa che garantisca tutte le operazioni che compie. Se questa cosa non ci fosse, se Dio non ci fosse, è come se rimanesse tutto sospeso, perché non è garantito da niente, cioè non c’è più una armonia, diciamo “cosmica”, già data, che possa garantire che da una cosa si passi a quell’altra; cioè, non c’è l’ordine. È questo ordine che garantisce tutto quanto e l’ordine non può che averlo stabilito Dio in quanto è perfetto. A pag. 90. Perché da dove sappiamo che sono più false degli altri i pensieri che ci vengono in sogno, visto che non sono spesso meno vivaci e netti? Cerchino pure i migliori ingegni, fintanto che a loro piace: non vedo che possano addurre una ragione sufficiente a togliere questo dubbio, se non presuppongono l’esistenza di Dio. Perché, in primo luogo, anche quella che ho assunto poc’anzi come regola, cioè che le cose che concepiamo molto chiaramente e distintamente sono tutte vere, non è certa se non perché Dio è o esiste, perché è un essere perfetto e perché da lui riceviamo tutto quello che è in noi. Di qui segue che le nostre idee o nozioni, essendo in tutto ciò per cui sono chiare e distinte cose reali e che ci vengono da Dio, non possono in questo non essere che vere. Come dicevo prima, soltanto se c’è Dio possiamo avere la certezza. Ora, la cosa interessante è che in fondo questo pensiero non è poi così lontano ancora da Agostino. Le parole cambiano continuamente, mutano, si alterano, non abbiamo nessuna garanzia che ciò che diciamo di una certa cosa sia proprio quella cosa; la garanzia è Dio. In fondo, Cartesio non va molto lontano da questo. Ma che cosa è cambiato a un certo punto, per cui oggi questo pensiero non è più presente, non è più presente Dio in quanto tale, ma, tuttavia, c’è l’idea, e questa è rimasta perché è questa che è fondamentale anche per Dio, e cioè che la verità epistemica esiste, che c’è una verità. Soltanto se c’è una verità possiamo cercarla, possiamo sapere se siamo sulla diritta via e possiamo pensare di essere in continuo progresso, in un continuo cammino verso la verità, verso il bene, cioè verso Dio.  È un itinerario della mente verso Dio. La scienza fa questo: è un itinerarium mentis in Deum.

Intervento: C’è un punto di assoluto…

Sì, perché tutto quanto tende verso il bene assoluto. Può essere la felicità, può essere l’utilità, può essere tante cose, poi di volta in volta si declina in vari modi, però rimane questa idea di un bene assoluto, di una verità assoluta, che è da cercare perché lì c’è il godimento assoluto. Lì c’è il tutto, lì c’è la finalità stessa dell’essere umano, potremmo dirla così. A pag. 91, nella nota Se infatti ignorassimo che ogni verità deriva da Dio, ancorché le nostre idee fossero altrettanto chiare, non sapremmo che esse sono vere e che noi non siamo ingannati, questo avverrebbe qualora non ci concentrassimo su di esse e ci limitassimo a ricordare di averle percepite chiaramente e distintamente. Quando invece ci volgiamo alle verità stesse, non possiamo più dubitarne anche se non sappiamo che Dio esiste. Se così non fosse, non potremmo dimostrare che Dio esiste. È una nota che si avvita su se stessa, chiaramente, però ribadisce ancora questo concetto che è fondamentale, perché senza questo tutta la scienza, a partire da Cartesio – poi, con Galilei, con Newton, lo vedremo - crolla tutto, non si regge niente se non c’è questo riferimento all’assoluto. A pag. 92. Tutto questo ci dice che tutte le nostre idee o nozioni debbono avere qualche fondamento di verità; giacché in caso contrario non sarebbe possibile che Dio, che è assolutamente perfetto e veritiero, le avesse messe in noi. Non può averci messo delle cose false. A pag. 93. ...ho anche individuato certe leggi che Dio ha stabilito nella natura, imprimendone le nozioni nella nostra mente in modo tale che, avendo riflettuto a sufficienza su di esse, non potremmo dubitare che siano esattamente osservate in tutto ciò che nel mondo è o accade. Sempre per via del fatto che ce le ha messe Dio. A pag. 112. Ho cercato come prima cosa di trovare in generale i principi o cause prime di tutto ciò che è o può essere al mondo, considerando per questo soltanto Dio che l’ha creato, e ricavandoli solo da certi semi di verità che sono naturalmente nella nostra anima. In seguito ho cercato quali fossero gli effetti primi e più ordinari che era possibile dedurre da queste cause... Cioè, la prima causa è Dio, dopodiché si incomincia a dedurre una serie di considerazioni. A pag. 116. E non ho neppure mai notato che con le dispute che si tengono nelle Scuole si sia scoperta qualche verità che prima si ignorava; giacché quando si tratta di avere la meglio ognuno si esercita molto di più a fare valere il verosimile che a pesare le ragioni dell’uno e dell’altra parte; e quelli che sono stati per lungo tempo buoni avvocati non per questo diventano in seguito buoni giudici. Ecco, qui c’è una cosa che in realtà accade praticamente sempre. A pag. 119. È vero che per le esperienze che possono occorrere un uomo solo non basterebbe a farle tutte, ma è anche vero che, oltre alle sue, non potrebbe impiegarvi altre mani che quelle di artigiani o di gente che possa pagare, e che la speranza di guadagno, mezzo assai efficace, indurrebbe a eseguire esattamente tutte le cose ordinate. Perché i volontari, che potrebbero offrirgli il loro aiuto mossi dalla curiosità o dal desiderio di imparare, oltre che di solito promettono più di quanto non facciano, e si propongono tante belle cose di cui nessuna mai riesce, pretenderebbero senz’altro di essere pagati con la soluzione di qualche problema, o almeno con complimenti e conversazioni inutili, che gli farebbero perdere tanto tempo che ci rimetterebbe. E quanto alle esperienze fatte già da altri, anche quando volessero comunicargliele, cosa che non farebbero mai quelle che le chiamano segreti, sono rese per lo più complicate da tante circostanze o ingredienti superflui che gli sarebbe assai difficile districarne la verità; si aggiunga che le troverebbe quasi tutte spiegate così male o addirittura falsate, perché chi le ha eseguite si è sforzato di farle apparire conformi ai suoi principi, che se ce ne fosse qualcuna di utile, non potrebbe neppure essa valere il tempo necessario per individuarla. Di modo che se ci fosse un uomo al mondo del quale si sa con certezza che è capace di scoprire le cose più grandi e più utili a tutti, e per questo gli altri cercassero ogni mezzo di aiutarlo a realizzare i suoi progetti, non vedo cos’altro potrebbero fare per lui se non contribuire alle spese richieste dagli esperimenti necessari, e per il resto impedire che nessuno lo importuni. È saggia questa cosa. Ora, l’aspetto che a noi interessa in tutto ciò è che Cartesio ci ha detto come si costruisce una fantasia. La fantasia muove da un’idea chiara e distinta, da qualche cosa che non può essere messa in discussione, e questa cosa, che funziona esattamente come per Cartesio come idea chiara e distinta, diventa l’ineffabile, diventa ciò che non si può mettere in discussione, perché se è un’idea chiara e distinta me l’ha data Dio. Ora, questa idea da cui si muove è il luogo comune. In effetti, la cosa più sovversiva che si fa, che può farsi, che è quella che noi facciamo, è interrogare il senso comune, il luogo comune. Questa è la cosa più sovversiva che si possa fare, perché è esattamente ciò che non deve essere mai interrogato, mai messo in discussione, perché se si mette in discussione questo poi a cascata crolla tutto, crollano tutte le certezze, come se l’idea chiara e distinta di Cartesio qualcuno l’avesse messa in discussione e, quindi, a questo punto doveva cercare un’altra idea ancora più chiara, ancora più distinta, e così via l’infinito. Dunque, la fantasia si costruisce così, a partire da una metafisica. La metafisica si costruisce muovendo dalla certezza che io ho a un certo punto rispetto a qualche cosa, perché mi costruisco questa certezza che le cose stanno proprio così, ma sempre chiaramente a condizione di non interrogarle; e a questo punto non solo non la interrogherò, ma farò di tutto per evitare che altri lo facciano. Perché se qualcuno incomincia a interrogare è ovvio che questa idea chiara e distinta diventa immediatamente oscura e confusa, perché è come se, di fronte a qualche cosa che è immaginato e che è voluto essere un unico significato, si inserissero invece altri significati. Cioè sì, vuole dire questo, va bene, certo, vuole dire anche questo, ma non solo, vuole dire anche questo, e poi quest’altro... Ecco che allora l’idea chiara e distinta, cioè questo senso comune, questo luogo comune mostra immediatamente la sua fragilità perché non può sostenersi. Come dire: può sostenersi solo se è pensato come l’uno senza i molti. Il significato univoco è questo, è l’uno senza i molti. Noi gli inseriamo i molti e non è più un significato univoco. Ma se non è un significato univoco, allora crolla la metafisica, sulla quale ho costruito la mia fantasia, e la mia fantasia non sta più in piedi. Per questo devo difendere estremamente con tutte le mie forze il significato che gli ho dato, come se ne andasse della mia esistenza, e in un certo senso è così.

Intervento: Come diceva anche Cartesio, le idee chiare e distinte sono quelle che gli danno la direzione.

Sì, sono le fantasie su cui ciascuno si basa per costruire la sua esistenza.

Intervento: È proprio forse una delle necessità più intime, quelle di avere una direzione, che poi sia piena di problemi è irrilevante, l’importante è che ci sia. L’importante è che ci sia una direzione, perché come dice lei però se il significato non è più univoco a questo punto non c’è più la direzione, o meglio ce ne sono infinite. Ce ne sono infinite ma a quel punto quale?

È il problema di sempre, che Aristotele ha sollevato e che poi è stato richiuso immediatamente, e cioè si parte dalla doxa, poi si fanno una serie di giri, nel suo caso per arrivare al principio primo, per accorgersi che il principio primo in fondo non è altro che di nuovo la doxa. E a questo punto è come trovarsi di fronte a infinite vie da seguire. Ma non è così. Cioè, sì, ci sono infinite vie da seguire, ma si è perfettamente consapevoli che comunque si seguiranno quelle vie nel discorso comune che la doxa di volta in volta mostra. È vero che ci sono infinite vie, però di queste infinite ci sono queste, determinate dalla cultura, dalla tradizione, dall’interesse, da infinite cose. Ma, al di là di questo, in effetti il timore di piombare nel caos, che sarebbe poi il ritorno alla doxa, è assolutamente infondato, anche questo è un’altra fantasia. Perché non c’è questo caos, non esiste nessun caos. La plurivocità di un significato non significa affatto il caos. Significa che io non posso più non tenere conto che questo significato non è univoco, ma ci sono altri possibili significati e che, quindi, non posso fissarmi su quel significato. E se lo faccio, allora devo rendere conto a me, per così dire, di quello che sto facendo. Quindi, non è che ci sia il caos, c’è soltanto l’idea che il significato univoco non esiste, è un’invenzione, come la verità epistemica. Il significato univoco è una contraddizione in termini, un significato non può essere univoco perché il significato sono le determinazioni di una certa cosa; se sono determinazioni sono tante, non una.

Intervento: E neanche tutte esplorate perché possono verificarsene altre ancora, perché appunto c’è questo divenire, questo mutamento e quindi anche la lingua muta.

Lentamente, ma muta. Il modo in cui parliamo oggi già non è il modo in cui si parlava quando eravamo bambini, noi che ascoltavamo i grandi, parlavano in un modo diverso. Ma la questione interessante è proprio quella della fantasia, di come si costruisce la fantasia. Si costruisce attraverso una metafisica, e cioè la fantasia, qualunque fantasia, ha la necessità di porre un qualche cosa come assoluto da cui muovere, assoluto quindi ineffabile. L’assoluto stesso è una fantasia, non esiste in natura, ed è una contraddizione in termini perché l’assoluto sarebbe il significato univoco. Il significato univoco, come dicevo, è una contraddizione in termini perché questo significato è altro rispetto a ciò di cui è significato. Ma anche se fosse lui da solo, per assurdo, lui stesso come significato, una volta che è posto, ha un altro significato per essere qualcosa, cioè è determinato da qualche cos’altro; solo che a questo punto si innesca un processo infinito. Non so se Heidegger pensasse una cosa del genere quando diceva che è impossibile uscire dalla metafisica. È impossibile in questi termini, perché è impossibile uscire dalla metafisica se si muove dall’idea che ci debba essere un qualche cosa di ineffabile da cui si parte. Ciò da cui si parte è come se non avesse principio di ragione, il famoso abisso, perché se ha delle ragioni, cioè è argomentato, allora non è il punto da cui si parte, ce ne sono altri, non è l’archè, ma è un elemento fra altri. È questo che mostra ciò che abbiamo chiamato il pensiero teoretico, e cioè che ciascuna volta è impossibile partire da qualche cosa di ineffabile, che non è argomentabile. Forse Peirce aveva intravisto qualcosa dicendo che il segno comunque muove sempre necessariamente da altri segni: non c’è il primo segno, sarebbe appunto l’assoluto. Cosa accade quando si costruisce una fantasia? Perché un qualche cosa a un certo punto diventa univoco, diventa l’assoluto? Qualcosa che non può più essere argomentato, addirittura non può nemmeno essere detto, pronunciato certe volte. La fantasia è una visione del mondo, cioè mi dice come stanno realmente le cose; quindi, per questo ha bisogno di avere un punto di partenza, che deve essere identificato e deve essere quello che è. Perché, se così non fosse, io non potrei mai giungere ad affermare come stanno veramente le cose. Stanno in un continuo mutamento. Se non parto da qualcosa di preciso, di immobile, ecc., allora succede che non riesco a farmi ammirare da quelli che ne sanno di meno.

Intervento: I valori come le fantasie dei popoli…

I valori danno la direzione in effetti, perché stabiliscono e dicono che cosa è bene e che cosa è male. E allora interviene l’anima bella che sa come stanno veramente le cose e quindi deve evangelizzare. Qui però ci appare immediatamente chiaro un altro aspetto della sottomissione; perché a questa idea chiara e distinta, se io credo veramente che sia l’idea chiara e distinta e che mi viene da Dio perché solo lui me la può garantire, è un’idea alla quale tutti devono sottomettersi. E cosa accade oggi per esempio rispetto alla scienza? Qualcuno può mettere in dubbio quello che fa la scienza? No, perché la scienza oramai, quasi per definizione, è quella che è preposta ad avere idee chiare e distinte, che Dio le ha dato. E se ci si oppone, si mette in discussione una cosa del genere, si diventa eretici. Come accadeva nel Medioevo rispetto a Dio: chi metteva in discussione l’esistenza di Dio era un eretico. Già era difficile pensare di mettere in discussione l’esistenza di Dio, perché in effetti non si dava altro da pensare se non quello, era l’unica cosa pensabile. La sottomissione presuppone l’assoluto.

Intervento: Penso termine pace. In fondo, l’idea di pace non è altro che la sottomissione totale.

È un assoluto, è una variante dell’idea del bene in quanto assoluto. Ciascuno in fondo si sottomette a quell’assoluto su cui ha costruito la propria fantasia. Questa idea è antica ma ancora molto potente, che sia possibile assimilare tutti i particolari nell’universale, ancora Hegel. Ma la scienza fa questo: ridurre tutti i particolari all’uno, all’universale, trovando le leggi universali. È un’idea che non muore mai.