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17 giugno 2020

 

Scienza della logica di G.W.F. Hegel

 

Siamo a pag. 616. La necessità ch’è venuta a mostrarsi è formale, perché i suoi momenti son formali, vale a dire determinazioni semplici che son totalità solo come unità immediata o come immediato cadere dell’uno nell’altro, epperò non hanno la forma dello stare per sé. Quindi, rimangono nell’in sé. In questa necessità formale l’unità è quindi anzitutto semplice e indifferente a fronte delle sue differenze. Quando lui parla di unità semplice parla sempre dell’in sé. Quale unità immediata delle determinazioni di forma questa necessità è realtà, ma tale che, essendo l’unità sua ormai determinata come indifferente a fronte della differenza delle determinazioni di forma, cioè di lei stessa e della possibilità, ha un contenuto. Questa unità immediata, sì, certo, è un’unità immediata, però, non è che esista da sola, esiste con le sue determinazioni, cioè, esiste con il suo per sé. Questo, quale identità indifferente, contiene anche la forma come indifferente, cioè come determinazioni semplicemente diverse, ed è un contenuto molteplice in generale. Questa realtà è realtà attuale. La realtà attuale in quanto tale è anzitutto la cosa dalle molte proprietà, il mondo esistente. Ma non è quell’esistenza che si risolve in fenomeno, sibbene come realtà è in pari tempo essere in sé e riflessione in sé; si conserva nella molteplicità della semplice esistenza; la sua esteriorità è un interno riferirsi solo a se stessa. Quello che è attuale, ossia reale, può agire; qualcosa dà a conoscere la sua realtà con quello che produce. Vi ho letto questo brano perché introduce la questione della causa, della potenza di ciò che agisce su qualche cosa. A pag. 621 affronta la questione della necessità. Che cosa è necessario? Cosa si intende con necessario? Generalmente si intende ciò che non può non essere. La necessità reale è necessità determinata… Cioè, è un qualche cosa. …la necessità formale non ha ancora in lei alcun contenuto né determinatezza. La determinatezza della necessità consiste in ciò ch’essa ha in lei la sua negazione, l’accidentalità. Il suo contrario. Così si è venuta a mostrare. Questa determinatezza però nella sua prima semplicità è realtà, attualità; la necessità determinata è quindi immediatamente necessità reale, attuale. Questa realtà che è necessaria appunto come tale, in quanto cioè contiene la necessità come suo essere in sé, è realtà assoluta; - realtà che non può più essere altrimenti, perché il suo essere in sé non è la possibilità, ma la necessità stessa. Sta dicendo che la necessità è questa realtà che non può essere altrimenti. Ma con ciò questa realtà, - essendo posta come assoluta, vale a dire come quella che è essa stessa l’unità sua colla possibilità, - non è che una determinazione vuota, ossia è accidentalità. La necessità senza alcuna determinazione è accidentalità, è qualcosa che accade. Questo vuoto della sua determinazione fa di lei una semplice possibilità, ne fa qualcosa, che può essere benissimo anche altrimenti, e che può venir determinato come possibile. Questa possibilità è appunto però la possibilità assoluta, essendo la possibilità di esser determinata tanto come possibilità quanto come realtà. Coll’essere questa indifferenza di fronte a se stessa, essa è posta come determinazione vuota, accidentale. La possibilità è contenuta nel necessario: se qualcosa è necessario, è anche possibile. Non è che abbia detto chissà che cosa, però si sta avvicinando a una questione che ci interessa. A pag. 623. La necessità assoluta è dunque la verità in cui rientrano la realtà e la possibilità in generale, così come la necessità formale e la necessità reale. Essa è, come si è mostrato, l’essere che nella negazione sua, nell’essenza, si riferisce a sé ed è essere. È tanto semplice immediatezza o puro essere, quanto semplice riflessione in sé o pura essenza… L’essere che riflette su di sé è essenza, dà all’essere la sua essenza. …è questo, che tutti e due sono un’unica e medesima cosa. Quello che è assolutamente necessario è soltanto perché è; non ha nessun’altra condizione né ragion d’essere. È però anche pura essenza, il suo essere è la semplice riflessione in sé; è perché è. Come riflessione ha una ragion d’essere e una condizione, ma non ha che sé per ragion d’essere e condizione. È essere in sé, ma il suo essere in sé è la sua immediatezza, la sua possibilità è la sua realtà. – È dunque perché è; in quanto è il fondersi con sé dell’essere è essenza; ma siccome questo semplice è anche la semplicità immediata, è essere. La necessità assoluta è così la riflessione o forma dell’assoluto, unità dell’essere e dell’essenza, semplice immediatezza, che è assoluta negatività. Quando dice che quello che è assolutamente necessario è soltanto perché è, sta dicendo una cosa interessante. Qualcosa che non ha una ragion d’essere, semplicemente è. Ma che cosa è semplicemente? Naturalmente, quando dico questo sto dicendo che ciò che consente di dire, di pensare l’essere, è il linguaggio. Quindi, l’unica cosa di cui posso dire che è, è quella cosa che è la condizione perché io possa dire “è”. Questo ci riporta alla questione centrale, e cioè che la necessità, che è l’essere che riflette su di sé, non è che il linguaggio. Di fatto, è ciò che non ha una ragione d’essere, cioè, non ha al di fuori del linguaggio la sua ragione d’essere, non ha altro se non se stesso.

Intervento: …

Per Hegel l’essere non è l’essere umano. L’umanità è una delle possibili determinazioni dell’essere, ma non è sicuramente quella necessaria. Ciò che è necessario per Hegel è l’essere, vale a dire ciò che non può non essere. Ciò che non può non essere è ciò che mi sta consentendo in questo momento di dire queste cose. Quindi, sta ponendo, e adesso la porrà in modo più specifico, la questione del linguaggio, perché dice a pag. 625: La necessità assoluta non è tanto il necessario (meno che mai poi un necessario), quanto è necessità, - essere assolutamente come riflessione. La necessità non è che questo essere riflesso in sé. Ma se noi pensiamo a ciò che ci sta dicendo Hegel, riflettendo sulla questione che porrà de Saussure un secolo dopo, ecco che allora ciò che è necessario è che siano presenti un significante e un significato, e che il significato si rifletta sul significante rendendolo significante. È rapporto, perché è un distinguere, i cui momenti stessi son la sua intiera totalità; momenti dunque che sussistono assolutamente, di modo però che questo non è che un unico sussistere, e che la distinzione è soltanto la parvenza dell’esporre, e questa parvenza è l’assoluto stesso. L’essenza come tale è la riflessione o il parere… Parere nel senso di parvenza, ciò che appare. …l’essenza come rapporto assoluto è poi la parvenza posta come parvenza… Cioè: considerare la parvenza in quanto tale, non come qualcosa che procede da altro. …la parvenza che come questo riferirsi a sé è l’assoluta realtà. L’assoluto, esposto sulle prime dalla riflessione esterna, ora come forma assoluta o come necessità espone se stesso. L’assoluto espone se stesso, non è qualcosa che lo fa esporre; no, dice, l’assoluto, l’atto di parola espone se stesso. Questo esporre se stesso è il suo porre se stesso, e l’assoluto è soltanto questo porsi. L’assoluto, così come lo stiamo intendendo, e cioè come l’atto di parola, è ciò che è in quanto si pone, in quanto si dice, in quanto appare, è il fenomeno. In questo senso, dice, l’assoluta realtà è uguale a se stessa, cioè l’atto di parola è esattamente il suo porsi. In questo senso parlava prima di necessità di qualche cosa, che non ha al di fuori di sé la sua condizione, ma ce l’ha in se stessa. Questa è una questione che è sempre presente in Hegel, già nella Fenomenologia dello spirito, questo suo sforzo teoretico di trarre dal concetto tutto ciò che è possibile trarre, ma solo dal concetto, perché, come abbiamo detto varie volte, sapeva benissimo che se avesse dovuto ricorrere a qualche altra cosa, dopo avrebbe dovuto ricominciare daccapo; quest’altra cosa avrebbe dovuto pur interrogarla, ma questa interrogazione porta su un’altra cosa, e così via. Invece, Hegel ha sempre cercato e trovato un qualche cosa che non richiede altro per prodursi, per essere, se non se stesso. A pag. 626. Questo rapporto, nel suo immediato concetto, è il rapporto della sostanza e degli accidenti, l’immediato sparire e divenire della parvenza assoluta in se stessa. In quanto la sostanza si determina all’esser per sé contro un altro, cotesto, vale a dire il rapporto assoluto come reale, è il rapporto della causalità. La sostanza, dice, si pone come causa, cioè, come ciò che muove qualche cosa. Finalmente in quanto questo, come riferentesi a sé, passa nell’azione reciproca, con ciò è anche posto il rapporto assoluto secondo le determinazioni che contiene. Questa posta unità sua nelle sue determinazioni, le quali son poste appunto come l’Intiero e con ciò anche come determinazioni, è allora il concetto. L’unità della sostanza e degli accidenti Hegel la pone come concetto. Il concetto è sempre e comunque la sintesi. La necessità assoluta è assoluto rapporto,… Badate bene, dire che La necessità assoluta è assoluto rapporto, non è indifferente, non è un qualche cosa, ma è un rapporto, una relazione: è questo il necessario, ciò che è necessario che sia. Nel segno de saussuriano è necessario che ci siano significante e significato, ma questo significante e significato sono in quanto sono nella relazione. È questa relazione che è necessaria, perché è questa relazione che li fa esistere. …perché non è l’essere come tale, ma è l’essere che è perché è, vale a dire l’essere come assoluta mediazione di sé con se stesso. È quel fenomeno di cui parla Gentile con il termine, che lui conia, di autoctisi, autoproduzione dell’atto, cioè l’atto che si autoproduce. Ma avremo modo di vederlo. Questo essere è la sostanza. Questa è la sostanza: la mediazione di sé con se stesso. Come ultima unità dell’essenza e dell’essere, la sostanza è l’essere in ogni essere: né l’Immediato irriflesso, né un astratto che stia dietro all’esistenza e al fenomeno, bensì l’immediata realtà stessa, e questa come assoluto esser riflesso in sé, come un sussistere in sé e per sé. La sostanza come questa unità dell’essere e della riflessione ne è essenzialmente l’apparire e l’esser posto. Questa unità dell’essere e dell’essenza non fa produrre nient’altro che l’apparire di qualcosa. È per questo che l’altra volta vi dicevo che tutto ciò che vedo, tocco, gusto, è un atto linguistico, e aggiungo: necessariamente. Se non fosse questo, non sarebbe né questo né nient’altro. L’apparire è l’apparire che si riferisce a sé, e così esso è; questo essere è la sostanza come tale. Viceversa questo essere non è se non l’esser posto il quale è identico con sé; e così è la totalità che appare, ossia è l’accidentalità. Ciò che appare, dunque, come accidentalità. Ci avviciniamo sempre più alla questione che mi preme. A pag. 629. La sostanza è potenza, e potenza riflessa in sé, non già semplicemente transeunte, ma che pone e distingue da sé le determinazioni. In quanto nel suo determinare si riferisce a se stessa, è essa stessa quello ch’essa pone come negativo o di cui fa un esser posto. Riferendosi a se stessa si pone come negativo, come altro da sé. Questo è pertanto in generale la sostanzialità tolta, il semplice posto…. Sapete che quando Hegel parla di porre intende dire che nel porre tolgo. …l’effetto, mentre la sostanza che è per sé è la causa. Questo rapporto di causalità non è dapprima se non questo rapporto di causa ed effetto, e così è il rapporto formale di causalità. La questione che incomincia a interessarci è che sta ponendo come causa – causa in generale e non come causa di qualcosa di particolare – qualche cosa che è mosso dalla sostanza; sostanza, come abbiamo visto, non è nient’altro che l’essenza che si riflette sull’essere. Quindi, anche in questo caso la causa non richiede nulla al di fuori del concetto stesso. La causa è l’originario in confronto all’effetto. La sostanza è come potenza il parere, ossia ha un’accidentalità. Se non che come potenza è insieme riflessione in sé nella sua parvenza. Così espone il suo passare, e questo parere è determinato come parvenza, ossia l’accidente è posto come questo, che sia cioè soltanto un posto. La sostanza però non si parte nel suo determinare dall’accidentalità, come se questa fosse già in precedenza un altro e soltanto ora venisse posta qual determinatezza, ma entrambe sono un’unica attuosità. Con “attuosità” potremmo intendere il mettersi in atto; non ha usato attualità perché ha fatto intervenire questo termine rispetto ad altre cose, ma è l’essere in atto di qualcosa. Mi sembra questo il modo più coerente di intendere questo termine di attuosità. La sostanza come potenza si determina; ma questo determinare è appunto il togliere il determinare, ed il ritorno. Di nuovo lo stesso procedimento dialettico. Essa si determina, - essa, il determinante, è così l’immediato e quello che è esso stesso già determinato; - in quanto determina se stessa pone dunque questo già determinato come determinato; ha tolto così l’esser posto ed è tornata in sé. – Viceversa questo ritorno, essendo il riferimento negativo della sostanza a sé, è appunto un suo determinarsi o respingersi da sé; per mezzo di questo ritorno diviene, ossia sorge, quel determinato da cui sembra ch’essa cominci e che, trovandolo determinato in precedenza, essa ponga ora come tale. Così l’attuosità assoluta è causa, la potenza della sostanza nella sua verità qual manifestazione, da cui quello che è in sé, l’accidente (che è l’esser posto) viene immediatamente anche esposto nel suo divenire, posto come esser posto, - l’effetto. Qui ha detto una cosa notevole. C’è questo atto, questa potenza che muove qualche cosa; quindi, è una causa, e una causa che come si pensa comunemente produce un effetto. Ma questa causa, mentre produce l’effetto, scompare, non è più causa una volta che è effetto – questo lo dirà tra poco – per cui ciò che è causa, e cioè la potenza, di fatto dilegua, ma per il fatto che quell’altra sia l’effetto presuppone una causa; quindi, immagina che esista una causa per il semplice fatto che lui è l’effetto; e, allora, pensa di trovare la causa ma, in realtà, questa causa è ciò che ha prodotto l’effetto. E, infatti, a un certo punto dirà che causa e effetto sono lo stesso. Rileggo questo passo: per mezzo di questo ritorno diviene, ossia sorge, quel determinato da cui sembra ch’essa cominci. Dice “sembra”. A pag. 631. Di fronte a questo in sé riflesso esser posto, di fronte al determinato come determinato, sta la sostanza come un Originario non posto. L’idea che questa sostanza sia questo originario, però non ancora posto. Siccome in quanto potenza assoluta essa è ritorno in sé, ma questo ritorno stesso è un determinare, la sostanza non è più semplicemente l’in sé del suo accidente, ma è anche posta come questo essere in sé. La sostanza ha quindi realtà solo come causa. In quanto produce qualcosa. Ma questa realtà, che il suo essere in sé, la determinatezza sua nel rapporto di sostanzialità, sia posta ormai come determinatezza, è l’effetto. Il fatto che questa causa a un certo punto viene posta come determinata, questo è l’effetto, per Hegel. L’effetto è quindi necessario appunto perché è manifestazione della causa, ossia è questa necessità, che è la causa. Solo come questa necessità la causa stessa è motrice, comincia da sé, senza essere sollecitata da un altro, ed è fonte indipendente del produrre da sé. Essa deve operare; l’originarietà sua sta in questo, che la sua riflessione in sé è un porre determinativo, e viceversa ambedue sono una medesima unità. Il suo operare è questo: un porre che si determina; ponendosi si determina. L’effetto non contien quindi in generale nulla che la causa non contenga. Viceversa la causa non contien nulla che non sia nel suo effetto. La causa è causa solo in quanto produce un effetto, e la causa non è altro che questa determinazione, di avere un effetto, come l’effetto non è se non questo, di avere una causa. … La causa si estingue nel suo effetto, e con ciò è estinto anche l’effetto… Perché non c’è più la causa. …poiché non è che la determinatezza della causa. Questa causalità estinta nell’effetto è pertanto un’immediatezza, la quale è indifferente di fronte al rapporto di causa e di effetto, e lo ha in sé esteriormente. Quindi, causa ed effetto è come se dileguassero in una unità. A pag. 632. A cagione di cotesta identità del contenuto questa causalità è una proposizione analitica. È la medesima cosa, che si presenta una volta come causa, l’altra come effetto, là come una sussistenza particolare, qui come esser posto o come determinazione in un altro. siccome queste determinazioni di forma sono una riflessione esterna, così è la considerazione sostanzialmente tautologica di un intelletto soggettivo, di determinare un fenomeno come effetto e di risalir da esso alla sua causa, affin di comprenderlo e spiegarlo. Non fa che ripetersi un unico e medesimo contenuto; nella causa non si ha nulla di diverso da quello che si ha nell’effetto. Diventa, poi, sempre più specifico perché a pag. 637 si sta domandando come mai quando si trova una causa poi si cerca la causa della causa, e così via all’infinito. Per la ragione che la causa è in generale un finito, un determinato; determinato come un solo momento della forma… Quando lui parla di momento intende sempre un qualche cosa che ha un suo opposto e la cui unione, l’Aufhebung, dei due elementi costituisce l’unità. …determinato come un solo momento della forma per contrapposto all’effetto, ha la sua determinatezza o negazione fuor di lei; appunto per questo però è essa stessa finita, ha la sua determinatezza in lei, ed è così un esser posto ossia un effetto. La causa è determinata, quindi, è finita; quindi, ha un qualche cosa che è fuori di lei; ciò che è fuori di lei è ciò che la finitezza della causa pone, e cioè l’effetto, l’effetto della causa. A pag. 639. La causalità è un agire che presuppone. Quando parla di “presupporre” parla di porre e togliere. La causa è condizionata; è il riferimento negativo a sé come Altro presupposto, estrinseco, in quale in sé, ma soltanto in sé, è la causalità stessa. È, come si è mostrato, l’identità sostanziale, in cui passa la causalità formale, che si è ormai determinata contro di essa come il suo negativo. La causa come identità sostanziale, in cui passa la causalità formale, si è determinata contro se stessa. Quando Hegel dice che qualcosa si determina vuol dire che si nega: soltanto negandosi qualcosa si determina, negando di non essere ciò che non è. Ovvero è lo stesso che la sostanza del rapporto di causalità, ma come quella a cui sta contrapposta la potenza dell’accidentalità in quanto essa stessa attività sostanziale. È la sostanza passiva. Passivo è l’immediato o quello che è in sé, e non anche per sé, di puro essere o l’essenza, che è soltanto in questa determinatezza dell’astratta identità con sé. Alla sostanza passiva sta contrapposta la sostanza che si riferisce a sé come negativa, la sostanza efficiente ovvero operante. Non è nient’altro che l’in sé che il per sé. L’in sé è l’identità semplice, che è causa, e lo è nel senso che mette in moto la dialettica. Ora questa causa agisce, poiché è la potenza negativa su se stessa;… Ciò che diceva prima può intendersi meglio se si pone, con de Saussure, il significante come causa del significato, lo produce. L’effetto sarebbe il significato, ma è questo effetto che produce a sua volta la causa: non c’è nessuna causa senza il significato, cioè, senza l’effetto. …in pari tempo è il suo presupposto, e così agisce su di sé come sopra un altro, sopra la sostanza passiva. Toglie così in primo luogo l’esser altro di quella, e in quella torna in sé; in secondo luogo la determina, pone questo togliere e il suo esser altro, ovvero il ritorno in sé, come una determinatezza. Questo esser posto, essendo insieme il suo ritorno in sé, è anzitutto il suo effetto. Sta dicendo che la cosa avviene in questa maniera, e cioè che la potenza, che è negativa su se stessa, per cui nel momento in cui si pone si toglie; quindi, esercita questo agire su se stessa togliendosi; ma per potere togliersi deve esserci, naturalmente. Vedete sempre questo gioco dialettico, che è sempre presente in Hegel, in cui qualche cosa si pone, nel suo porsi si nega, negandosi ritorna sul ponente, ma ciò che pone a questo punto non è più quello di prima, è un’altra cosa. Quindi, la causa dell’effetto la si ritrova attraverso l’effetto ma come altra da sé. Quindi, era la causa? Sì e no. È la causa in quanto ha mosso qualche cosa, ma il fatto che sia quella cosa ad avere mosso qualcosa, lo so soltanto dopo, non posso porlo prima, non c’è prima. Non solo non posso porlo ma, ed è questa la questione centrale in Hegel, non c’è prima, lo faccio esistere a posteriori. È l’effetto che fa esistere la causa, causa senza la quale l’effetto non può esistere. Ecco perché dicevo prima dell’in sé e del per sé, del significante e del significato, e della relazione che fa esistere i due: senza questa relazione non esiste nessuno dei due, né la causa né l’effetto. Quindi, compiendo questo movimento della causa che riflette in sé e in questo modo si determina, dice Hegel che in questo modo soffre violenza. A pag. 641. La violenza è l’apparire della potenza, ossia è la potenza come un esterno. Un esterno è però la potenza solo in quanto la sostanza causale nel suo agire, cioè nel suo proprio porsi, in pari tempo presuppone, cioè pone se stessa come un tolto. Questo esterno, in realtà, è sempre un interno, è sempre all’interno del concetto, non è un qualcosa che viene da fuori. Viceversa quindi l’azione della violenza è anch’essa un’azione della potenza. È soltanto un altro che vien presupposto da lei stessa, quello su cui agisce la causa violenta; l’azione sua su di esso è un riferimento negativo a sé, ossia è la sua propria manifestazione. La violenza si manifesta così: negandosi; intervenendo su di sé negandosi.

Intervento: …

Una volta che si toglie si determina, ed è questo determinarsi, questo lavoro che fa su di sé, che apparentemente sembra su altro, ma questo altro è sempre sé. È questa la violenza di cui parla Hegel. Il passivo è il per sé stante, che è soltanto un posto, un rotto in se stesso, - una realtà, che è condizione, e precisamente la condizione ormai nella sua verità, cioè una realtà, che è soltanto una possibilità, o viceversa un essere in sé, che è soltanto la determinatezza dell’essere in sé, soltanto passivo. A quello quindi, cui la violenza accade, è non solo possibile di far violenza, ma questa gli deve anche esser fatta; quello che ha potere sopra l’altro, l’ha soltanto perché è la potenza di quello, potenza che si manifesta costì sé e l’altro. Cioè: questa violenza non può non essere fatta, perché se non la facesse non sarebbe potenza, perché la potenza si manifesta in questo modo: agendo su di sé, togliendo il suo opposto e riflettendo su di sé. Per tornare alle prime pagine della Fenomenologia dello spirito, è questo riflettere del per sé sull’in sé. Torniamo al punto di partenza, all’in sé e al per sé. Questi due momenti, che non sono entità separate, sussistono in quanto il per sé dà all’in sé la inseità. Ora, questo movimento, questa potenza, questo agire dell’in sé non è altro che il porre il per sé e trarre dal per sé la sua propria inseità, che altrimenti non ha. Quindi, prima del per sé, prima di questo movimento dialettico, non c’è l’in sé; anche se ne stiamo parlando, comunque non c’è. È questa la questione da intendere in Hegel, e cioè come ciascuna cosa si ponga in atto a posteriori, cioè nel momento in cui c’è la relazione, l’Aufhebung, dei due momenti: solo allora esiste il primo che fa esistere il secondo, ché senza il primo non esiste neanche il secondo, ma senza il secondo non esiste il primo. Questo movimento, che Hegel chiama dialettica, è la relazione dei due: questi due non esistono se non nella relazione. Questa relazione non è altro che la simultaneità dei due. La sostanza passiva vien pertanto da un lato conservata ovvero posta dalla sostanza attiva, in quanto cioè questa fa di sé una sostanza tolta; - dall’altro lato poi è l’attività del passivo stesso, di fondersi con sé e di dar così di sé un originario e una causa. Questo fondersi con sé dei due momenti fa di tutto questo un originario e una causa. Il venir posto da un altro e il proprio divenire è uno stesso. Perché questo altro, che lo pone, è sempre se stesso. È sempre la potenza che pone come suo altro ciò che deve togliere per riflettersi in sé e diventare causa. A pag. 642. Per esser ora la sostanza passiva mutata essa stessa in causa è in primo luogo tolto in lei l’effetto ossia l’azione; in ciò consiste in generale il suo controeffetto o la sua reazione. Tolta la sostanza passiva si toglie in lei l’effetto, ossia l’azione, il suo agire, e dice che in ciò consiste il controeffetto, cioè la reazione. In questo c’è anche la nozione, di cui parlavamo la volta scorsa, di forza, che è ciò che tiene insieme il segno, tiene insieme i momenti. Al contrario nella causalità condizionata la causa si riferisce nell’effetto a se stessa, perché quello è il suo altro come condizione, come presupposto, e il suo agire è quindi così un divenire come un porre e toglier l’altro. Inoltre essa si conduce con ciò come sostanza passiva; ma, secondo che si mostrò, questa sorge come sostanza causale per mezzo dell’azione che si è verificata su di lei. Quella prima causa, che dapprima agisce e riceve di rimando in sé la sua azione qual reazione, si presenta con ciò daccapo come causa, per cui quell’agire, che nella causalità finita riesce al progresso del falso infinito, vien qui ripiegato e diventa un agire reciproco rientrante in sé, un agir reciproco infinito. Qui parla di falso infinito, nella Fenomenologia parla di cattivo infinito, che sarebbe quello della regressio ad infinitum, che non c’è per Hegel perché questo rinvio non è un rinvio infinito, un rimpallo dall’uno all’altro, ma è l’unione dei due opposti. Questo rinviarsi dell’uno all’altro all’infinito può accadere se e soltanto se tengo i due momenti come separati, ma se li pongo come momenti dello stesso è ovvio che tutto questo scompare. Peraltro, questo è il modo con cui Hegel risolve la questione del rinvio all’infinito. A pag. 643. …l’azione reciproca si presenta come una causalità mutua di sostanze presupposte e che si condizionano. Ciascuna è di fronte all’altra in pari tempo una sostanza attiva e una sostanza passiva. Nel senso che ciascuna si mette continuamente al posto dell’altra. In quanto entrambe son così tanto passive quanto attive, si è già tolta ogni lor differenza; è una parvenza completamente trasparente; esse son sostanze solo in questo, che son l’identità dell’attivo e del passivo. Non c’è mai in Hegel il mantenere la separazione di due elementi contrapposti: questa è la struttura del discorso religioso, che mantiene i due opposti, l’immanente e il trascendente, il vero e il falso, l’essere e l’essenza, ecc. A pag. 644. Questo dapprima estrinseco, che sopravviene alla causa e ne costituisce il lato della passività, è quindi mediato da lei stessa, è prodotto dalla sua propria attività… Questo estrinseco è ciò che appare essere fuori, un esterno, è prodotto dalla sua propria attività. … ed è così la passività posta dalla sua stessa attività. La causalità è condizionata e condizionante; il condizionante è il passivo, ma anche il condizionato è passivo. Questo condizionare, ossia la passività, è la negazione della causa per opera di lei stessa, in quanto si fa essenzialmente effetto, e appunto perciò è causa. L’azione reciproca non è quindi altro che la causalità stessa; non solo la causa ha un effetto, ma nell’effetto sta come causa in relazione con se stessa. A questo punto la causalità interviene in Hegel come l’azione reciproca di causa ed effetto, che sono lo stesso, e lui chiama causalità la relazione. Necessità e causalità son dunque costì scomparse; esse contengono l’una e l’altra cosa, l’identità immediata come nesso e relazione, e l’assoluta sostanzialità dei distinti, quindi l’assoluta loro accidentalità, - l’unità originaria di una diversità sostanziale, dunque l’assoluta contraddizione. Necessità e causalità scompaiono – sempre nell’Aufhebung, naturalmente -; esse contengono l’una e l’altra; quindi, un’identità immediata tra l’assoluta sostanzialità dei distinti, e quindi la loro assoluta accidentalità. Possiamo porre la necessità e la causalità come l’in sé e il per sé – ciò che è necessario è che ci sia l’in sé, qualcosa che è in sé; la causalità è il per sé, come lo è il significato, che è causa del fatto che il significante sia significante, perché se non ci fosse il significato il significante non significherebbe nulla. La necessità è l’essere perché è, - l’unità dell’essere con se stesso, il quale ha sé per fondamento; ma viceversa, avendo un fondamento, non è essere, non è assolutamente che parvenza, relazione o mediazione. Di nuovo la questione di Parmenide dell’uno e dei molti: l’essere, il significante, come l’uno, e il significato come i molti, come la molteplicità a fronte dell’unità semplice. A pag. 645. La sostanza assoluta, come forma assoluta,… La sostanza, come abbiamo visto, è ciò che muove, è la causa del movimento. …distinguendosi da sé, non si respinge quindi più da sé come necessità, né si rompe più quale accidentalità in sostanze indifferenti, a sé estrinseche, ma si distingue da un lato nella totalità, la quale (la sostanza già passiva) è un originario come riflessione dalla determinatezza in sé, come semplice tutto che contiene in se stesso il suo esser posto e in ciò è posto come identico con sé, l’universale, - dall’altro lato poi si distingue nella totalità (la sostanza già causale) come nella riflessione parimenti dalla determinatezza in sé alla determinatezza negativa, la quale come determinatezza identica con sé è così anch’essa il tutto, ma posto come la con sé identica negatività, - il singolo. Questa è la questione che pone rispetto all’universale e al particolare. L’universale è ovviamente il tutto, ma è un tutto, dice Hegel, che non si respinge quindi più da sé, cioè non ha in sé il negativo e, quindi, rimane un tutto, non è determinato; infatti, il tutto non è determinabile, a differenza del singolo che, invece, è determinato dall’essere negato dal suo opposto. Immediatamente però, poiché l’universale non è identico con sé che in quanto contiene in sé la determinatezza come tolta… Infatti, è indeterminato, ha la sua determinatezza come tolta. …ed è dunque il negativo come negativo… La doppia negazione. La prima negazione è quella dell’esser di fronte all’opposto; la seconda negazione è quella di togliere l’opposto riflettendolo su di sé. …esso è quella medesima negatività, che è la singolarità… Se toglie il negativo del negativo ritorna in sé e, quindi, si pone come determinato ed è pertanto la singolarità. …e la singolarità, poiché è parimenti anch’essa il determinato Determinato, il negativo come negativo, è immediatamente quella medesima identità, che è l’universalità. La singolarità è anch’essa il determinato, cioè il negativo in quanto negativo; è immediatamente quella medesima identità, che è l’universalità: l’universale è identico, il determinato non è identico, nel senso che l’universale è universale e non particolare. Questa loro semplice identità è la particolarità, la quale contiene in una immediata unità, del singolo il momento della determinatezza, dell’universale il momento della riflessione in sé. Vedete che parla di momenti, quindi, di qualcosa che si compone in unità. Da una parte, il momento della determinatezza del singolo; dall’altra parte, rispetto all’universale, il momento della riflessione in sé: sono l’essere e l’essenza. Queste tre totalità… Che sono: singolare, universale, particolare. Particolare è il terzo elemento che lui aggiunge: la particolarità, la quale contiene in una immediata unità. …son quindi una sola e medesima riflessione, che come riferimento negativo a sé si distingue in quelle due, ma come in una differenza completamente trasparente, cioè in quella determinata semplicità o in quella semplice determinatezza, che è la loro unica e medesima identità. Questo è il concetto, il regno della soggettività o della libertà. Qui occorre sottolineare il modo in cui intende questi momenti: in una differenza completamente trasparente, cioè in quella determinata semplicità o in quella semplice determinatezza, che è la loro unica e medesima identità. Questo è il concetto, ciò che mette insieme, ciò che unisce essere ed essenza. Il concetto è la terza parte della Scienza della logica, che è una parte molto complessa. Hegel ha suddiviso la Scienza della logica in tre fasi: l’essere, l’essenza e il concetto. Ho detto fasi, ma non sono fasi, sono momenti di un tutto. Torno a dirvi: non esiste l’uno senza gli altri. Questo è poi stato ripreso da Peirce rispetto alla nozione di segno: ciascuno degli elementi non esiste se non in relazione, deve esserci l’essere perché ci sia l’essenza, ma senza l’essenza non c’è l’essere, perché senza essenza l’essere è niente. Ma entrambe queste due cose non sono nulla se non c’è il concetto che li tiene insieme, che li unisce.