16 novembre 2026
Spinoza Etica
Spinoza ci racconta come funzionano spesso le fantasie. Proposizione 59. Fra tutti gli affetti, che si riferiscono alla mente in quanto agisce, non ce ne sono altri fuori di quelli, che si riferiscono alla letizia o alla cupidità. Per lui tutto si gioca tra la letizia e cupidità. È un modo un po’ rozzo per indicare quello che Aristotele chiamavano ήδονή e λύπη. Proposizione 59. Scolio. Ne discende che noi siamo agitati in molti modi dalle cause esterne, e che inoltre, come onde del mare, agitate da venti contrari, fluttuiamo, ignari della nostra riuscita e del nostro fato. Questa è l’idea che Spinoza ha degli umani: gente che fluttua ignara di tutto quanto, che non sa nulla; tutto quello che può sapere è appunto il fatto che dipende dalla natura, che è quella che è necessariamente. Definizioni degli affetti. 29. Infatti, la natura umana, in sé considerata, si sforza al massimo contro di essi; e perciò coloro che massimamente si crede siano umili e avviliti, sono generalmente ambiziosi e invidiosi al massimo. 35. La benevolenza è cupidità di beneficiare chi ci fa pietà. Sentirsi più forti, più bravi. Spiegazione del 38. Alla crudeltà si oppone la clemenza, che non è passione ma potenza dell’animo con cui l’uomo domina l’ira e la vendetta. Come dire che si parte dall’ira e dalla vendetta, però mitigandola un po’. Sono tutte cose che riguardano il buon senso comune. 43. L’umanità o modestia è la cupidità di fare quelle cose che piacciono agli uomini, e di omettere quelle che dispiacciono loro. Ora, sono tutte frasi di buon senso, sono cose che diceva anche mia nonna. Parte quarta, La schiavitù umana, ossia le forze degli affetti. Chiamo schiavitù l’impotenza umana a dominare e impedire gli affetti... Cioè, l’uomo è completamente dominato dagli affetti. ...poiché l’uomo soggetto agli affetti non appartiene a se stesso ma alla fortuna, ed è in suo potere in modo tale che spesso, benché veda il meglio, è costretto tuttavia a seguire il peggio. Mi sono proposto di mostrare in questa parte la causa di ciò, e che cosa inoltre di buono o di cattivo hanno gli affetti. /.../ Gli uomini sogliono infatti, tanto delle cose naturali quanto di quelle artificiali, formare delle idee universali che tengono come modelli delle cose, e ritengono che la natura - che secondo loro non fa niente se non per qualche fine - miri a quelle e se le proponga come modelli. L’idea di Spinoza è che gli umani pensino che tutte le cose abbiano un fine; per Spinoza no, non c’è nessun fine. E così, quando vedono che nella natura avviene qualche cosa che si conforma meno al modello da loro concepito di quella cosa, credono che la stessa natura abbia mancato o abbia peccato e abbia lasciato quella cosa imperfetta. Vediamo dunque che gli uomini sono abituati a chiamare le cose naturali perfette o imperfette più a causa del pregiudizio che secondo una vera conoscenza di esse. Abbiamo infatti dimostrato che la natura non agisce per un fine, perché l’ente eterno e infinito, che chiamiamo Dio o natura, agisce con la medesima necessità con cui esiste. Esso, infatti, agisce secondo la stessa necessità di natura secondo cui esiste. Dunque, la ragione o causa per cui Dio o la natura agisce, e quella per cui esiste, è una e identica. Come dunque non esiste a causa di nessun fine, così a causa di nessun fine agisce; ma non ha nessun principio o fine né dell’esistere né dell’agire. Qui si vede perché è stato cacciato via dagli ebrei e poi da tutti quanti, anche dai cristiani naturalmente, perché mette Dio in una posizione totalmente irrilevante. Per l’avvenire intenderò dunque per bene ciò che sappiamo per certo essere un mezzo per avvicinarci sempre più al modello della natura umana che ci proponiamo. Invece per male, ciò di cui sappiamo per certo che ci impedisce di corrispondere a tale modello. Il modello sarebbe l’universale. Definizioni. 1. Intenderò per bene ciò che sappiamo con certezza che ci è utile. Ecco, questo per lui è il bene: ciò che sappiamo con certezza esserci utile; per male il suo contrario. 2. Chiamo contingenti le cose singole, in quanto, mentre consideriamo la loro sola essenza, non troviamo niente che ponga necessariamente la loro esistenza, o che necessariamente la esclude. Assiomi. Proposizione 1. Niente di ciò che un’idea falsa ha di positivo viene tolto dalla presenza del vero in quanto vero. Cioè, rispetto alla fantasia, anche se si mostra qualcosa di assolutamente vero, la fantasia non viene scalfita minimamente. Proposizione 5, Corollario. Ne segue che l’uomo è sempre necessariamente soggetto alle passioni e segue il comune ordine della natura, ad esso obbedisce e ad esso si adatta, nella misura che la natura delle cose esige. Vedete che pone la natura come Dio, Deus sive natura. Proposizione 8. La conoscenza del bene e del male non è niente altro che l’affetto di letizia o di tristezza, in quanto ne siamo consapevoli. Cioè, se mi rallegra è bene, se mi rattrista è male. Proposizione 27. Di niente sappiamo con certezza che sia bene o male, se non di ciò che veramente conduce a intendere secondo verità e che può impedirci di intendere. Dimostrazione. La mente, in quanto raziocina, non appetisce niente altro che intendere, né giudica che a sé altro sia utile fuori di ciò che a intendere conduce. Ma la mente non ha la certezza delle cose se non in quanto ha idee adeguate, ossia in quanto raziocina. Di niente dunque sappiamo con certezza che è bene, se non di ciò che veramente conduce a intendere secondo verità; e al contrario che è male, se non di ciò che può impedirci di intendere. È l’idea adeguata, quella che mostra così come stanno le cose, e ce le mostra perché viene da Dio, non abbiamo un altro criterio. È tra l’altro una questione interessante questa di non avere altri criteri, che la razionalità non ha altro criterio se non la divinazione. È interessante questo libro, Divinazione e razionalità, ne leggeremo qualche cosa: quanto la razionalità debba alla divinazione, molto più di quanto si immagini. Proposizione 37, Scolio 1. Di qui appare chiaro che quella legge di non ammazzare gli animali è fondata più sulla vana superstizione e la femminea misericordia che sulla sana ragione. La norma di ricercare il nostro utile insegna la necessità di congiungerci con gli uomini, ma non con gli animali o le cose, la cui natura diversa dalla natura umana; lo stesso diritto invece che essi hanno su di noi, noi abbiamo su di loro. Quindi, non era un vegano. Scolio 2. Ché se gli uomini vivessero sotto la guida della ragione, ognuno fruirebbe di questo suo diritto senza danno alcuno per gli altri. Ma poiché sono soggetti ad affetti che di gran lunga superano la potenza o virtù umana, perciò sono spesso tirati in diverse direzioni e sono contrari tra di loro. Ciò su cui insiste è l’assoluta impotenza degli umani di fronte alla necessità della natura. Proposizione 40. Le cose che giovano alla comune società degli uomini, ossia le cose che fanno sì che gli uomini vivano concordemente, sono utili, e invece cattive quelle che portano la discordia nello Stato. Lui era un conservatore, non ha mai avuto nessuna ambizione o velleità di essere un sovversivo, anzi, lo dice dappertutto che bisogna conformarsi alle leggi, essere obbedienti e porgere anche l’altra guancia. Proposizione 46. Chi vive sotto la guida della ragione si sforza quanto può di ricambiare l’odio, l’ira, il dispregio, eccetera, di altri contro di lui, con l’amore, ossia con la generosità. Cioè se ti prendono a schiaffi, a calci, tu rispondi con una carezza. Proposizione 54. Il pentimento non è virtù, ossia non sorge dalla ragione; ma chi si pensa di un fatto è due volte misero, ossia impotente. Chi si pente di qualche cosa è perché non ha capito che quello che ha fatto dipende dalla natura, quindi dalla necessità delle cose. Per lui è vivere sotto la guida della ragione. Ma che cosa dice, di fatto, questa ragione, se non appunto che siamo mossi da una necessità che ci trascende e che non c’è nulla che sia fatto per noi. Dio non si cura minimamente di noi, la natura non si cura minimamente di noi, tutto ciò che fa la natura non è per noi. Noi possiamo utilizzarlo eventualmente, ma comunque non è per noi, cioè noi non siamo padroni di niente. E qui c’è una connessione anche con Nietzsche. Scolio della proposizione 54. Poiché raramente gli uomini vivono secondo il dettame della ragione... Raramente gli uomini sanno di essere fatti di natura e che questa natura è infinita, che agisce di necessità, per una necessità sua che non c’entra niente con gli uomini. E questa è la ragione secondo Spinoza, la ragione sa questo. ...vale a dire l’umiltà e il pentimento, questi due affetti, e oltre a questi la speranza e il timore portano più utilità che danno; e quindi, dato che si debba peccare, è meglio peccare in questo senso. Infatti, se gli uomini impotenti d’animo insuperbissero ugualmente tutti e non avessero né vergogna né paura più per niente, con quali catene li si potrebbe tenere e costringere? Se non ha paura il volgo atterrisce, per la qual cosa non fa meraviglia che i profeti, che pensarono all’utilità, non di pochi, ma a quella comune, raccomandassero tanto l’umiltà, il pentimento e il rispetto. E in realtà, coloro che sono soggetti a questi affetti, possono più facilmente essere condotti in modo da vivere infine sotto la guida della ragione, cioè in modo che siano liberi e godano la vita dei beati. Qui dice una cosa interessante, e cioè che gli umani vanno tenuti in riga, attraverso il terrore. Vi ricordate quel famoso libretto di Milner, La machine à terreure? Vanno condotti così, perché altrimenti il volgo atterrisce, cioè il volgo fa cose terrificanti. Quindi, quelli che sono soggetti a questi affetti, cioè di umiltà, ecc., più facilmente sono condotti sulla diritta via; per cui occorre insegnare a essere umili, a porgere l’altra guancia, perché solo in questo modo si ha a che fare con persone più facilmente manipolabili. Proposizione 68, Scoglio. ...sembra sia significato da Mosè in quella storia del primo uomo. In essa infatti non è concepita nessun’altra potenza di Dio fuori di quella che creò l’uomo, cioè la potenza con la quale pensò all’utilità dell’uomo solamente; e per questa ragione si narra che Dio abbia proibito all’uomo libero di mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male, e che appena ne mangiò, subito temette la morte più che non desiderasse vivere. Poi, trovata dall’uomo la donna, che molto conveniva con la sua natura, conobbe che niente si poteva dare in natura che fosse a lui più utile di essa... E fu da allora in poi che le donne hanno incominciato a essere di qualche interesse. ...ma dopo che credette che i bruti fossero simili a lui, subito prese a imitare i loro affetti e perse la sua libertà; la quale i Patriarchi dopo recuperarono, condotti dallo Spirito di Cristo, cioè dall’idea di Dio, dalla quale soltanto dipende che l’uomo sia libero, e che il bene che desidera per sé lo desideri anche per gli altri uomini. Questo fondamentalmente fa parte dell’etica, cioè pensare che ciò che è bene per me deve necessariamente essere bene anche per gli altri. Che cosa è bene per me? Il sapere è quella cosa che stabilisce Baruch Spinoza, e cioè che noi non abbiamo nessun potere sulla natura, che la natura segue delle necessità, che non hanno nulla a fare con l’uomo, noi non possiamo opporci in nessun modo alla natura. Quindi, se io seguo queste indicazioni, che cosa voglio a questo punto? Voglio che anche altri siano liberi pensando queste cose che penso io. E se non le pensano vuole dire che sono da evitare, appunto come dicevo prima, o da mettere in riga. Vedete, è proprio la descrizione dell’anima bella, in fondo. Parte quinta, Assiomi, Proposizione 1. Secondo che i pensieri e le idee delle cose si ordinano e si concatenano nella mente, così le affezioni del corpo, le sensazioni, ossia le immagini delle cose, si ordinano e concatenano in modo esattamente corrispondente nel corpo. Come dire che c’è una sorta di ordine nelle cose, e questo ordine delle cose si ripete tanto nel pensiero che nelle cose. Proposizione 3. Un affetto che è passione, cessa di essere passione appena ci formiamo di esso un’idea chiara e distinta. Ciò che Spinoza dice è il fondamento della psicologia e anche della psicoanalisi: quando vengo ad avere un’idea chiara e distinta del motivo di una passione, questo affetto cessa di essere una passione, cessa cioè di travolgere appena lo si conosce. È vero? No, non è vero. Potremmo anche dire che, sì, è un momento del percorso, certo, ma di sicuro non è sufficiente sapere. Faccio un esempio banalissimo. Come analista posso sapere qual è la fantasia di una certa persona in un certo momento, che cosa la sta muovendo, cosa che la persona in quel momento ignora totalmente. Ma se comunicassi questa fantasia, questa comunicazione non cambierebbe assolutamente niente, anzi, il più delle volte verrebbe rigettata. Non basta sapere. Perché non basta sapere? Lo ha detto lui stesso, ma non ne tiene conto. Come accade spesso, quando si scrive si dimentica quello che si è detto prima. Ma invece noi ne teniamo conto, perché la fantasia e gli affetti sono molto più potenti della verità, molto più potenti della ragione. Lui ha un bel enfatizzare la dea ragione come se fosse la soluzione di tutti i mali del mondo, cosa alla quale lui in fondo credeva. Ma non è così, posso sapere tutto quello che voglio, ma se sono travolto da una fantasia, cioè se questa fantasia produce un godimento per me irrinunciabile, di tutto quello che so non me ne importa assolutamente niente. Perché quello che so non produce quel godimento che produce invece l’agire quella fantasia in quel modo, in quella circostanza. Corollario. Un affetto è dunque tanto più in nostro potere, e tanto meno ne patisce la mente, quanto più ci è noto. No, non è vero per niente. Lo dice lui stesso che è a causa delle passioni, che sono più potenti della ragione, che uno agisce nonostante sappia perfettamente che questo suo agire lo porterà alla rovina. Ma ci va lo stesso, perché il godimento che incontra rispetto alle sue fantasie è superiore a qualunque considerazione. Proposizione 4, Scolio. E in questo modo, tutti gli appetiti o cupidità, intanto solamente sono passioni, in quanto sorgono da idee inadeguate, mentre sono ascritti alla virtù medesima se sono eccitati o generati da idee adeguate. Il problema è che l’idea adeguata è quella che vuole lui. L’idea adeguata è rendersi conto che siamo in balia di una necessità che ci trascende e alla quale non possiamo opporci; possiamo soltanto conoscerla, prenderne atto e muoverci di conseguenza. Proposizione 9, Dimostrazione. Un affetto in tanto solo è cattivo sia dannoso in quanto impedisce alla mente di pensare... E fin qui potremmo anche essere d’accordo. Proposizione 10, Scolio. Così anche quelli che sono stati male accolti dall’amante non pensano ad altro che all’incostanza e all’ingannevole animo delle donne e a tutti gli altri loro vizi detti e ridetti, cose che dimenticano in un attimo appena sono riaccolti dall’amante. Sono cose che si sanno da milioni di anni. Proposizione 17, Corollario. Dio, per parlare propriamente, non ama né odia nessuno. Infatti Dio non è affetto mediante alcun affetto di tristezza o di letizia e di conseguenza neanche ama o odia nessuno. E capite subito che qui con la Chiesa è andato in rotta di collisione. Proposizione 25. Lo sforzo supremo, la suprema virtù della mente è intendere le cose col terzo genere di conoscenza. Il terzo genere è l’idea adeguata. Dimostrazione. Il terzo genere di conoscenza procede dall’idea adeguata di certi attributi di Dio alla conoscenza adeguata dell’essenza delle cose... Quindi, è sempre Dio che garantisce tutto quanto. ...e quanto più intendiamo le cose in questo modo, tanto più intendiamo Dio; e perciò suprema virtù della mente, cioè potenza, ossia natura, ossia supremo sforzo della mente è intendere le cose col terzo genere di conoscenza. E cioè attraverso Dio. Lui sembra quasi che ci metta Dio a forza per evitare ulteriori problemi con le autorità. Però, di fatto, questo Dio, che si disinteressa totalmente degli umani, non si capisce a questo punto perché si dovrebbe far riferimento a lui, visto che Dio non ha nessun rapporto con noi. Proposizione 32. Siamo allietati da tutto ciò che intendiamo col terzo genere di conoscenza, e questa letizia è accompagnata dall’idea di Dio come causa. Se non c’è Dio come causa non si sa dove vengono le cose. Proposizione 36. L’amore intellettuale della mente per Dio è lo stesso amore di Dio, con cui Dio ama se stesso, non in quanto è infinito, ma in quanto può essere manifestato attraverso l’essenza della mente umana, considerata sotto specie di eternità; ossia l’amore intellettuale della mente per Dio è parte dell’infinito amore con cui Dio ama se stesso. Corollario. Ne segue che Dio, in quanto ama se stesso, ama gli uomini, e quindi che l’amore di Dio per gli uomini e l’amore intellettuale della mente per Dio sono una sola e medesima cosa. Dio ama gli uomini in quanto ama se stesso. Scolio. Si può così chiaramente comprendere in che consiste la nostra salvezza, ossia beatitudine, ossia libertà: vale a dire nell’amore costante ed eterno per Dio, ossia nell’amore di Dio per gli uomini. Ha appena detto che a Dio degli uomini non importa niente. Questo amore, o beatitudine, nei libri sacri è detto gloria e non ha torto. Infatti questo amore, sia riferito a Dio, sia alla mente, si può a buon diritto chiamare compiacimento dell’animo, che in verità non si distingue dalla gloria. Ora, tutto questo ha l’interesse che ha, e non è un granché. Che cosa mostra? Mostra che gli umani sono pilotati, mossi dalle loro fantasie, che in fondo – lui non lo dice, lo diciamo noi – l’unica conoscenza adeguata è sapere questo, che si è mossi da fantasie. Spinoza non arriva al di là di questo, naturalmente, però pone una questione dalla quale si potrebbe partire per andare molto oltre, e cioè questa necessità, dalla quale non si può uscire perché Dio è la natura, sono la stessa cosa, per cui siamo immersi in questa necessità. Ora, possiamo porre una domanda: il linguaggio può agire in modo differente da come agisce? Se sì, come? Se no, quali sono le implicazioni? Perché se non può agire in modo differente da come agisce, allora qual è la sua struttura, in che modo agisce il linguaggio? Potremmo dire che agisce di necessità, ma qui è in una accezione più retorica che logica. In che modo agisce il linguaggio? Unificando i molti all’uno, cioè mettendo in atto quella cosa che chiamiamo volontà di potenza: unificare, dominare e controllare. Ora, se il linguaggio - sono tutte ipotesi che facciamo e che mano a mano articoleremo - non può che operare, che agire in questo modo, allora la sola e unica cosa che gli umani possono fare, pensando, parlando, facendo tutto quello che fanno, è tentare di unificare, per poter controllare; cioè, tutto ciò che fanno non può essere altro da questo. È un altro modo per dire che la volontà di potenza non è altro che linguaggio. Spinoza in qualche modo intravede qualche cosa - non solo lui ma anche molti altri hanno intravisto cose senza vederle - ma non si possono vedere se non si intende la questione del linguaggio. Senza il linguaggio non resta che appellarsi a Dio, appellarsi a questo Uno che si presuppone già esistente: l’Uno di Plotino, il Dio dei cristiani. E, allora, se il linguaggio non può agire in nessun altro modo se non quello in cui agisce, e agisce unicamente tendendo a unificare, non ci resta che considerare che qualunque cosa gli umani facciano o non facciano, pensino o non pensino, non può che andare in quella direzione, perché non possono uscire dal linguaggio. Quindi, per tutta la vita fanno sempre e soltanto questo: unificare di volta in volta i molti, tentare di unificarli, per potere averne il controllo.
Intervento: E la ragione è lo strumento.
Sì. Spinoza, ponendo la ragione come la dea ragione, è un razionalista come tanti altri, ha questo mito della ragione, e avendo questo mito della ragione è costretto, come tutti gli altri, a fare di tutto per eliminare le fantasie, per eliminare i molti, che impediscono l’unificazione. Tutto il pensiero di questi personaggi è sostenuto da questa velleità di potere raggiungere l’uno; l’idea adeguata è l’idea che è come se vedesse l’uno. Naturalmente, a questo punto serve una garanzia, quindi Dio è imprescindibile. Cartesio lo dice, è Dio che infonde l’idea e quindi sono sicuro, perché Dio non fa scherzi. C’è la necessità di questo Dio che mi garantisca. Si tratta di intendere bene il passaggio, lo vedremo poi mano a mano che procediamo, in cui Dio incomincia a scomparire dall’orizzonte, dopo incomincia il rinascimento, che porta poi all’illuminismo, al secolo dei lumi. Questi personaggi hanno dato l’avvio, l’abbrivio a questo modo di pensare, insinuando il fatto che la dea ragione possa avere il controllo sugli affetti, anche se ancora in Spinoza in modo non così sicuro, in Cartesio magari di più, e cioè l’idea che la ragione possa avere il controllo sulle passioni, quindi sui molti. E questa è l’unica condizione per cui la ragione possa imporsi su tutto; come dire, abbiamo sconfitto i molti o sappiamo come sconfiggerli e, quindi, a questo punto possiamo mostrarvi veramente l’uno. È come se potessimo guardare in faccia Dio, perché, se riusciamo a togliere i molti, siamo di fronte all’uno.
Intervento: Lo scopo di Bonaventura.
Sì, è sempre quello, è la purificazione, è sempre rimasta quella: purificarsi dei molti, che sono il male.
Intervento: Questa idea di purificazione è millenaria.
Sì, è sempre stato, però…
Intervento: Tutto sommato gli stoici stessi avevano introdotto il loro concetto di natura…
Sì, occorre tenere conto che queste cose che dicono non è che vengono dal nulla, vengono da una tradizione filosofica...
Intervento: È come se ci fosse questa separazione tra il razionale e l’irrazionale, tra la possibilità di controllo e l’incontrollabile.
Sì, e questa storia ha avuto il massimo della sua avventura nel momento in cui si è pensato di avere il metodo, che in fondo è il metodo di Cartesio, il metodo per eliminare i molti, per eliminare le fantasie, per eliminare le passioni. Ma pensate ad Aristotele: la passione, cioè l’affetto, è ciò da cui si parte. Aveva in animo di eliminare questa cosa? No, perché mai? Anzi, per Aristotele la passione, per usare i termini di Spinoza, è ciò che muove ogni cosa, ciò da cui si parte e ciò a cui si torna; perché questa passione alla fin fine - Aristotele non lo dice direttamente, però... - non è altro che la doxa: la passione, cioè i sentimenti, ciò che si prova, ciò che si immagina, ciò che si crede, tutto ciò di cui è fatto il pensiero, e che agisce ininterrottamente.
Intervento: La retorica, rispetto alle passioni, non le vuole eliminare ma utilizzare.
Sì, incanalarle a seconda della bisogna, certo. Però, è con questi personaggi, Cartesio, Spinoza, Bruno in parte, Leibniz, vedremo anche Newton, che si è posta questa sorta di scommessa: scommettiamo che riusciamo a togliere i molti e trovare un metodo per stabilire l’uno? Leibniz pensava di averlo trovato inizialmente, poi avuto anche lui qualche problema con il calcolo universale. L’idea che il calcolo, cioè la ragione in fondo, potesse dominare tutto. Era Leibniz che diceva: ci sono dei problemi, sediamoci al tavolo e calcoliamo.
Intervento: In effetti, è la logica prosecuzione del basso medioevo con la Scolastica. Nel ‘600 c’è l’avvicendamento con la scienza. Cioè, più che usare la logica si usa la matematica, cioè il calcolo. Sì, la logica è calcolo, non è che quello.
Intervento: Però nel 600 si fa proprio il salto di comunicabilità. E torniamo al filone della divinazione, perché certamente senza il filone esoterico rinascimentale…
Sì, qui sta avvenendo veramente il passaggio. Forse lo vedremo meglio con Leibniz e Newton, però già con Spinoza e Cartesio, soprattutto con il metodo... A cosa serve il metodo se non a togliere e sbarazzarsi dei molti e finalmente trovare la via regia che conduce alla certezza assoluta, alla certezza matematica?
Intervento: Non più con la pura deduzione ma con il calcolo matematico.
Cioè con l’induzione. E lì sorgono i problemi, perché nel momento in cui si abbandona la deduzione come strumento di certezza e ci si appella all’induzione come strumento che crea la certezza, si creano anche le condizioni per la demolizione istantanea di questa certezza. Occorre che intendiamo bene questo passaggio, che è fondamentale, il passaggio dalla teologia alla logica e alla matematica. Per fare questo ci vuole un metodo, che è quello di Cartesio, che è quello degli assi cartesiani in fondo, cioè un metodo che riproduce... Cartesio lo dice, si è inventato una metafisica per potere costruire la fisica. Ma occorreva prima inventarsi una metafisica, cioè darsi dei principi. Questi principi sono la metafisica.