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14 ottobre 2026

 

F.A. Trendelenburg Il metodo dialettico

 

Trendelenburg era nato a Eutin, nello Holstein, nel 1802. Ha studiato a Kiel, a Lipsia e a Berlino con Schleiermacher, dedicandosi in particolar modo ad Aristotele e a Kant. Autore delle Ricerche Logiche, di cui questo testo è il terzo volume. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da un’aspra polemica con Kuno Fischer a proposito della oggettività dello spazio e del tempo. Suoi allievi sono stati, per esempio, Dilthey, Brentano, Morris. Le Ricerche logiche si propongono di compiere una sintesi tra idealismo e realismo e affrontano le questioni di logica e metafisica in contrasto con i sistemi idealistici, in primo luogo quello hegeliano… Hegel era stato il suo relatore alla discussione della tesi di laurea. La critica che Trendelenburg fa a Hegel, che poi hanno fatto anche altri, la più “ovvia”, tra virgolette perché per molti non lo è affatto. Hegel, come sapete, puntava al sapere puro, allo Spirito assoluto. Lo Spirito è assoluto quando non è contaminato e snaturato dall’esperienza. Lo Spirito assoluto è l’Uno che finalmente ha eliminato i molti: è questo il percorso della dialettica hegeliana. Ora, il problema, il tallone di Achille di tutta la filosofia di Hegel, è che non riesce a evitare l’esperienza. Sì, lui parte dall’intuizione, ma questa intuizione da dove viene? Non è che viene dal nulla; per quelli che lo hanno preceduto era Dio, ovviamente. Qui, invece, Dio non c’è e allora occorre presupporre già un pensiero puro, che non si sa da dove arrivi e in che cosa consiste esattamente. Questo è il problema della metafisica: si parte da qualche cosa che non ha nessuna ragione d’essere, perché non è deducibile da altro, e che non avendo ragione d’essere pone dei problemi. Nell’Introduzione a pag. XV. Al posto del vivente, del reale, la filosofia hegeliana – che Schelling definisce un nuovo wolffismo – pone il concetto logico, attribuendogli un ipostatizzato automovimento necessario. Movimento - in sé, per sé e Aufhebung – che è un automovimento necessario perché si compia la dialettica hegeliana. Se noi neghiamo la possibilità di questo movimento, neghiamo in toto la filosofia hegeliana. L’automovimento del concetto regge solo finché il sistema procede all’interno della logica,… Cioè, finché rimane all’interno dell’ideale, potremmo dire. ...mentre il passaggio alla Wirklichkeit ne spezza inesorabilmente il filo. La filosofia hegeliana diventa dunque per Schelling la dimostrazione dell’impossibilità di pervenire dal puramente razionale alla Wirklichkeit. Secondo le Lezioni monachesi, Hegel ha voluto costruire la sua logica astratta sopra la filosofia della natura. E qui sta il problema, come puoi pensare di avere un pensiero puro se muovi dalla natura, dalla physis? La filosofia dell’identità era dall’inizio nella natura, ossia nell’empiria e nell’intuizione. Ma Hegel ha portato nella logica il metodo della filosofia della natura, e da ciò è derivata l’aporia del suo sistema, perché… Qui cita Schelling. ... “egli doveva seguire le forme dell’intuizione e tuttavia le insinuava continuamente in modo surrettizio; e quindi è giustissimo e di facile scoperta l’osservazione che Hegel presupponeva già l’intuizione sin dal primo passo della sua logica e che senza insinuarla surrettiziamente, non avrebbe potuto fare alcun passo avanti”. /.../  la prima questione posta da Trendelenburg riguarda la pretesa assenza di presupposti del cominciamento della Logica… È quello che dicevamo prima: Trendelenburg dice a Hegel: la tua logica muove senza alcun presupposto. E questo è il problema della metafisica: la metafisica muove da qualche cosa che non ha presupposti, se è metafisica, sennò è empiria. ...e la possibilità di un pensiero uro e indipendente dalle immagini e dalle intuizioni. Il pensiero deve essere puro, cioè deve essere l’uno senza i molti. La tesi di Trendelenburg è che questo non sia possibile e che il movimento sia il presupposto e l’effettivo veicolo del pensiero dialettico. Il movimento è esperienza, non c’è movimento nella metafisica: nel pensiero puro per Hegel non c’è movimento. Tale presupposizione è di grande importanza, comportando la presupposizione dello spazio, del tempo e dell’intero mondo dell’intuizione. La Logica hegeliana opera però apparentemente in modo indipendente dal movimento e Trendelenburg individua nella negazione e nell’identità i mezzi logici che la dialettica utilizza per produrre dal vuoto essere l’idea assoluta, attraverso la serie delle figure intermedie. Di particolare rilevanza è l’analisi che egli (Trendelenburg) compie della negazione. Qui cita Trendelenburg. “La negazione può avere una duplice natura: o è concepita in modo puramente logico, cosicché semplicemente nega ciò che il primo concetto afferma, senza porre al suo posto alcunché di nuovo (in nota: l’opposto contraddittorio: a è b, a non è b, dove un membro esclude semplicemente l’altro), oppure è intesa in modo reale… Qui Trendelenburg utilizza la nozione del reale,  la Wirklichkeit, però bisognerebbe avere letto le sue Ricerche logiche, che tra l’altro non esiste nella traduzione in lingua italiana. ...oppure è intesa in modo reale, e allora il concetto affermativo viene negato da un nuovo concetto affermativo, in quanto entrambi devono essere riferiti l’uno all’altro (l’opposto contrario, per esempio: bianco, nero). Chiamiamo negazione logica la prima, opposizione reale la seconda. Cioè, per Trendelenburg il problema in Hegel è che sovrappone due cose che non sono sovrapponibili, perché la negazione logica non corrisponde alla negazione reale; cioè, non nega qualcosa di reale, dice soltanto che a è b e poi che a non è b, va bene, ma non significa niente; mentre nella realtà questo dovrebbe significare qualcosa, appunto bianco, nero. Trendelenburg esclude che la negazione dialettica possa essere contraddittoria in quanto tra i membri della contraddizione non si dà un terzo e dalla mera affermazione e negazione di una medesima proposizione non può sorgerne una nuova che rappresenti la loro unione. Non si avrebbe dunque un progresso del pensiero, il quale rimarrebbe fermo all’opposizione a non-a, rinviato da un termine all’altro, senza poter uscire dall’antinomia. Cioè, o l’opposizione di Hegel, tesi e antitesi, è una negazione formale, e allora non significa niente, o è una negazione reale, e allora comporta che ci sia qualche cosa, che si stia affermando qualche cosa di reale, e quindi interviene qualcosa di reale all’interno del pensiero puro; e questo non va bene. La difficoltà che in questo caso si presenta è però la seguente: la posizione reale non può essere raggiunta per via puramente logica. Mentre nell’opposizione contraddittoria il non-a è la mera negazione di a, nella opposizione contraria entrambi i terini sono delle posizioni e il pensiero non può di per sé scegliere nell’ambito del non-a il positivo, che può essere b, c, d, ecc. Ad esempio, il concetto di “bianco” contiene una determinazione non rintracciabile nel concetto di “non nero”. “Bianco” non significa “non nero”. Certo, anche, ma insieme ad altre infinite cose. Vedete, qui è il problema dei molti. Mentre, per Hegel è come se stesse dicendo, anche se non lo dice, che il “bianco” è semplicemente “non nero”; quindi, perché il pensiero sia puro occorre che il significato sia univoco. Ne consegue che, se il metodo dialettico produce degli opposti reali, è perché fa continuamente ricorso all’intuizione: ogni nuovo concetto è posto dall’intuizione. Cioè, dall’esperienza. A pag. XIX. Trendelenburg si sofferma poi sul concetto di immediato. In Aristotele il termine “immediato” designa ciò che non è dedotto da altro. Poiché la dialettica è una catena di mediazioni, l’immediato non dovrebbe comparirvi. Vi compare invece con un significato particolare, indicando qualcosa di mediato in sé. Ora, tuttavia, avviene che inavvertitamente a questo significato dell’immediatezza come mediazione in sé si sostituisce l’immediatezza come singolo sensibile, con la conseguenza che il sensibile viene ad interrompere la pretesa connessione immanente della logica del puro pensiero. Se nel puro pensiero ci metto il sensibile, non è più puro pensiero. È molto serrata la critica di Trendelenburg a Hegel. A pag. XXI. Dei tentativi di superare le difficoltà del cominciamento sono di particolare rilievo quelli di K. Werder e di K. Fischer. Werder sostiene che erroneamente Hegel ha dichiarato indicibile, una mera opinione, la differenza tra essere e nulla. La differenza sarebbe invece dicibile e pensabile, e consisterebbe in questo, che il nulla sarebbe più dell’essere: ossia la coscienza dell’essere. Kuno Fischer intende l’essere come la prima categoria. Il pensiero si estingue nell’immediata quiete dell’essere: … Come sappiamo, questo era l’obiettivo della teologia: arrivare alla quiete del pensiero, a Dio come la quiete del pensiero, perché non c’è più niente da pensare, in quanto è già stato tutto pensato. ...non vi è infatti nessuna determinazione che possa essere pensata. Poiché però l’essere deriva soltanto dal pensiero… Allora, o il pensiero è in assoluta quiete, e allora non deriva niente, oppure se deriva da qualcosa un po’ si agita. ...esso nel togliere il pensiero contraddice se stesso. L’essere del pensiero, che è quiete indifferenziata, contraddice il pensiero, la cui natura è inquietudine differenziante, e il pensiero si mostra quindi come la negazione dell’essere, ossia come non essere. Sono pungenti le critiche di Trendelenburg. Come è noto, la riforma di Kuno Fischer ebbe una particolare importanza per gli hegeliani italiani, in primo luogo per Bertrando Spaventa e Giovanni Gentile. Passiamo al testo di Trendelenburg. A pag. 3. La logica metafisica ha iniziato a trasformarsi con Hegel, il cui metodo dialettico promette di fornire, in modo grandioso, ciò di cui abbiamo notato la mancanza nella logica formale. Tale metodo ha l’ardita pretesa di sviluppare il pensiero e l’essere nell’unità e, per usare le sue parole, di rappresentare gli stadi attraverso i quali il pensiero si determina all’essere. Qui si nota una sfumatura un po’ sarcastica di Trendelenburg nei confronti di Hegel. Mentre la logica formale ricerca la sua validità nella netta separazione delle forme dal contenuto… Separazione dell’uno e dei molti: è questo che fa la logica formale. ...il metodo dialettico afferma invece un automovimento del pensiero puro che sarebbe contemporaneamente l’autogenerazione dell’essere. Già dalle prime righe mette il dito sulla piaga. Se si desse una dialettica attraverso la quale il pensiero svolgendo se stesso svolgesse simultaneamente la più interna natura delle cose, saremmo in possesso in un sol tratto della pienezza della verità e della certezza. Saremmo in possesso di cosa, esattamente?  Saremmo in possesso di Dio, sarebbe la dimostrazione dell’esistenza di Dio, perché, come già voleva Dieter Henrich, era questa la volontà di tutti coloro che hanno costruito una prova ontologica dell’esistenza di Dio: qualcosa che viene dal pensiero che si trasforma in cosa, che è l’incipit del celeberrimo prologo di Giovanni “In principio era il Verbo, la parola, e la parola era presso Dio e la parola era Dio”. A pag. 4. Il pensiero fondamentale della dialettica hegeliana è che il pensiero puro privo di presupposti produca e conosca in forza della propria necessità i momenti dell’essere. Quindi, il pensiero puro deve conoscere i presupposti di sé, cioè deve uscire fuori di sé per entrare nell’esperienza. Ciò che è in questo modo raggiunto viene poi presupposto e, in quanto è un che di unilaterale e di limitato, costretto proprio dalla necessità del pensiero a dare alla luce il concetto che lo segue e completa. Ciò che viene raggiunto in questo momento viene poi presupposto. Cioè, l’in sé si rivolge al per sé, poi, tornando all’in sé, ciò che è presupposto viene raggiunto come una necessità del pensiero. Ciò che viene raggiunto, questa unità, - quando il per sé torna all’in sé si compie una unità attraverso l’Aufhebung, che Proclo chiamava ἐπιστροφή  -… Rileggiamo: Ciò che è in questo modo raggiunto viene poi presupposto. Questa unità che viene raggiunta viene presupposta. ...e, in quanto è un che di unilaterale e di limitato, costretto proprio dalla necessità del pensiero a dare alla luce il concetto che lo segue e completa. Una volta che compie questa operazione, dice Trendelenburg, ciò che in qualche modo si è inventato diventa presupposto, ma questo presupposto non è dedotto da niente. In fondo, buona parte della critica nei confronti di Hegel è proprio questa, e cioè che questo dal per sé sull’in sé non è deducibile da niente. ...chiediamo innanzitutto se si dia un simile inizio della Logica privo di presupposti, nel quale il pensiero non possieda che se stesso e disprezzi a tal punto ogni immagine e intuizione da meritare il nome di pensiero puro. Adesso fa alcune citazioni di Hegel tratte dalla Scienza della logica. “Il cominciamento è logico, in quanto deve essere fatto nell’elemento del pensiero che è liberamente per sé, cioè nel sapere puro”. Qui, dal sapere puro, deve incominciare il pensiero. “Il puro essere costituisce il cominciamento, perché esso è tanto pensiero puro, quanto l’immediato semplice e indeterminato… È il principio stesso della metafisica, cioè, un qualcosa di immediato e indeterminato, qualcosa da cui si parte e che non è determinato da niente, non è dedotto da niente, appare. “Questo puro essere è la pura astrazione, e, per conseguenza, è l’assoluto negativo, il quale, preso immediatamente, è il nulla”. “Il nulla, in quanto immediato e uguale a sé, è d’altra parte quello stesso che è l’essere,,,”. Si chiede Trendelenburg: In questo primo stadio… Sarebbe il primo passaggio, quello dal per sé all’in sé. ...il pensiero è rimasto puramente in se stesso? Concediamo pure, per il momento, al pensiero puro, come sue proprietà, il concetto mediatore della pura astrazione, attraverso il quale viene raggiunto il nulla, e l’ambiguo concetto di unità, che porta alla luce il divenire: potremmo forse altrimenti scoprire anche in questi concetti qualcosa che giace al di là del pensiero puro, poiché per astrarre deve essere presupposto qualcosa, da cui si astrae. Vedete come sta procedendo Trendelenburg: come un carro armato. Chiediamo per il momento soltanto in che modo propriamente sia potuto avvenire il progresso dal mero pensiero. Come accade che questo pensiero produca cose? Perché il pensiero, in teoria, è immediato, irrelato, non può produrre niente, come diceva prima. Se il divenire si alesa dapprima tramite l’intuizione, allora in esso si lasciano facilmente differenziare un essere e un non-essere. Quando per esempio si fa giorno, il giorno è già e non è ancora. Se tramite l’analisi rinveniamo questi momenti nel divenire, con ciò non abbiamo però affatto compreso in che modo essi possono essere l’uno nell’altro. /.../ Il puro essere, uguale a se stesso, è quiete; il nulla, uguale a se stesso, è ugualmente quiete. In che modo dall’unità di due statiche rappresentazioni sorge il movimentato divenire? Plotino aveva risposto a questa domanda: procedono per processione. Come? Perché? Non si sa, però procedono. Non a caso Hegel ha ripreso buona parte della metafisica di Proclo, che viene da Plotino, che viene da Platone, che viene da Pitagora. In che modo dall’unità di due statiche rappresentazioni sorge il movimentato divenire? Cioè, in che modo dall’uno, pensato neoplatonicamente, possono sorgere i molti? Poiché tanto il puro essere quanto il non-essere esprimono quiete, il successivo compito del pensiero, se si deve porre l’unità di entrambi, può essere solo quello di trovare una statica unione. Se però il pensiero da quella unità produce qualcos’altro, palesemente è perché esso stesso ve lo aggiunge, introducendo tacitamente il movimento per inserire l’essere e il non-essere nel flusso del divenire. Introduce surrettiziamente il movimento per spiegare il divenire, lo introduce ex abrupto. Altrimenti non si avrebbe mai dall’essere e dal non-essere – questi momenti statici – l’intuizione in sé mobile e sempre vivente del divenire. Il divenire non potrebbe affatto nascere dall’essere e dal non-essere, se la rappresentazione de divenire non lo precedesse. Ecco perché compare il movimento: perché io lo presuppongo. Ma come lo presuppongo? Intuitivamente, empiricamente, in quanto del movimento posso averne solo esperienza. Dal puro essere, che si ammette essere un’astrazione, e dal nulla, ugualmente ammesso come un’astrazione, non può improvvisamente sorgere il divenire, questa intuizione concreta che domina vita e morte. Qui è proprio il cuore della questione. Se questi elementi sono puro pensiero, come può dal pensiero, elemento assolutamente statico e identico a sé, prodursi movimento, se questo movimento non lo presuppongo? Inoltre la dialettica, che pretende di non presupporre alcunché, presuppone il movimento senza esaminarlo. Il pensiero puro non deve presupporre nulla, però viene introdotto surrettiziamente il movimento senza problematizzarlo. Il movimento attraversa l’intera Logica hegeliana, e viene però esaminato soltanto nella Filosofia della natura. Si può obiettare, e qualcuno lo farà, che il movimento considerato nella Filosofia della natura è tutt’altro movimento; e che il movimento della natura esterna si differenzia dal movimento interno del pensiero. Chi sostenesse ciò dovrebbe però indicare tale differenza, il che non è mai avvenuto. È pungente Trendelenburg. Dove l’essere e il non-essere devono passare nel divenire vi è lo schema di quel movimento spaziale attraverso il quale in generale diventa per la prima volta possibile la rappresentazione;… Se questo essere e non-essere devono passare nel divenire da elementi statici, come vorrebbe Hegel, c’è quello schema del movimento spaziale attraverso il quale in generale diventa per la prima volta la possibile rappresentazione. Dice: quel movimento spaziale attraverso il quale in generale diventa per la prima volta possibile la rappresentazione, cioè ci vuole uno schema di quel movimento, bisogna averlo pensato quel movimento, in generale. Il che lascia intendere che ci può essere l’eventualità che non sia così. In generale: e nel particolare?

Intervento: …

È questa rappresentazione che Hegel presuppone e che poi inserisce surrettiziamente fra i due elementi, tesi e antitesi. ...e questo movimento accompagna anche la formazione dei concetti intellettuali. Ovunque ci volgiamo, il movimento rimane il veicolo presupposto del pensiero dialetticamente produttivo. Se io penso una cosa, λέγειν τί, c’è uno spostamento. Ora, come intendere questo spostamento dal movimento reale a quello del pensiero? Trendelenburg dice che nessuno ha esaminato questa cosa. Perché il movimento, di cui parla Aristotele nella Fisica, tra δύναμις e ἐνέργεια e poi l’entelechia, è un movimento? Noi abbiamo sempre detto di no, non è un movimento, nel senso che non è un movimento spaziale. Lo abbiamo chiamato provvisoriamente movimento perché non avevano un termine appropriato, ma un termine più appropriato c’è ed è co-appartenenza, che non presuppone il movimento. In questo caso noi non inseriamo surrettiziamente il movimento nella sua rappresentazione, perché questi due elementi non sono né immobili né in movimento. Che si co-appartengono significa che non si dà l’uno senza l’altro; non c’è movimento tra i due, è nella metafisica neoplatonica che c’è questo movimento, e in tutte le filosofie che presuppongono il tre.

Intervento: Questi due elementi vengono dall’esperienza.

Sì, questo è quello che sostiene Trendelenburg, mentre per Hegel sono prodotti dal pensiero puro: è il pensiero puro che li pone, senza esperienza. In fondo, l’idealismo è questo, è dall’idea che sorgono le cose. È il processo della prova ontologica dell’esistenza di Dio, né più né meno, che insiste continuamente. A pag. 8. Nella logica dialettica il pensiero deve determinarsi all’essere. In questo punto dunque il pensiero si decide al divenire. Ma da cosa mai è determinato il pensiero? Se il pensiero viene prima di ogni cosa? Il puro essere è il vuoto essere, non vi è nulla in esso da intuire, nulla da pensare; l’essere e il nulla sono nel pensiero divenuti eguali. Per questo, si dice, il pensiero si determini in un concetto nel quale l’uno passa nell’altro. Il “per questo” non è però affatto consequenziale. Il puro essere è il vuoto essere, e il vuoto essere il puro essere. Da questo vuoto, dice, non può sorgere niente, perché è nulla. In questa piena uguaglianza ogni impulso al progresso o al passaggio è estinto. La riflessione logica dell’uguaglianza viene trasformata in una unità reale. L’inizio della dialettica è stato in seguito concepito come se corrispondesse all’inizio della geometria euclidea. Il postulato della logica sarebbe: “pensa!”, come il postulato della geometria: “traccia una retta!”. Le due scienze si svolgerebbero mediante queste due attività. Sarebbe presupposto ciò che è contenuto nel comando di pensare, e nulla più. Sarebbe come se io dicessi a qualcuno “pensa”, il che presuppone che questo qualcuno sappia pensare. La differenza tra i due casi è invece chiara. La geometria richiede qualcosa di semplice e la dialettica pensava di chiedere qualcosa di altrettanto semplice: per questo designava la sua richiesta come pensiero puro. Di fronte al “pensa!” l’idea è che l’altro si trovi di fronte al pensiero puro, che l’altro metta in atto il pensiero puro. Ma quel che accade è che questo pensiero puro, che vuole olo se stesso, in quanto semplice non può procedere e si mostra fin dai primi passi unito a una rappresentazione nella quale si riconoscono come momenti spazio e tempo; non è dunque il pensiero puro, completamente sciolto dalle catene dell’essere esteriore. Dall’esperienza, dai molti. Inoltre, se già all’inizio il movimento dal metodo dialettico, insieme allo spazio e al tempo, questi concetti risultano agli occhi dell’osservatore imparziale ancora più chiaramente in seguito, e precisamente nella sezione della “Quantità”. Qui cita l’Enciclopedia e la Logica di Hegel. Qui la dialettica afferma di produrre dal pensiero puro concetti come le grandezze continue e discrete, estensive e intensive; esamina l’estensivo senza l’intuizione dello spazio, l’intensivo e il numero senza presupporre il tempo, il loro rapporto reciproco senza il movimento. Si chiede: come fai a presupporre la quantità senza lo spazio, senza il numero, per esempio? Chi crede di pensare questi concetti in modo puramente logico, semplicemente non pone attenzione alle intuizioni dalle quali questi sono tratti. Le tracce del movimento dello spazio e del tempo, sono ancora impresse in questi concetti e senza di esse questi non hanno alcuna chiarezza. Tutti gli esempi di Hegel lo dimostrano, perfino quelli in cui l’intensivo e l’estensivo hanno piuttosto un senso traslato. A pag. 10. Il linguaggio conferma la nostra veduta, poiché conserva nelle origini delle parole una coscienza della rappresentazione. In fondo, ci sta dicendo che non si esce dal fantasma; qualunque cosa si operi, anche il pensiero puro, muove da un’idea, da una fantasia, e il fatto di credere che questo pensiero puro esista fuori dalla fantasia è a sua volta una fantasia. Il nome stesso indica come furono intesi i concetti da tutti coloro che costruirono o accettarono il nome. Se il linguaggio nel continuo designa la connessione ininterrotta, nell’estensivo l’estensione che si diffonde, nell’intensivo la tensione concentrantesi in sé delle parti, con ciò pone chiaramente a fondamento l’intuizione dello spazio e del movimento. Chi onestamente si sforzi di pensare quei presunti concetti puramente logici senza l’intuizione del movimento, dello spazio e del tempo, ne vedrà ben presto l’impossibilità. Sta dicendo che tutta la filosofia hegeliana è fondata sull’impossibile. A pag. 12. Il movimento spaziale è dunque in primo luogo il presupposto di questa logica che si pretende priva di presupposti. Difficile dire quanto in questo modo si sia introdotto di nascosto: l’intero regno dell’intuizione costruttiva matematica, la chiarezza della connessione a un’immagine sensibile. C’è sempre questa immagine che compare, c’è sempre l’esperienza. L’introduzione di questo presupposto comporta conseguenze incalcolabili, perché il movimento produce, non appena si avvia, un’immagine e conduce pertanto immediatamente nell’intuizione. In questo modo il pensiero puro dispone di un’immagine che utilizza quando ne ha bisogno e col cui principio si scontra quando si ritira nell’orgogliosa astrazione. Abbiamo letto quasi tutto di questa prima parte perché qui c’è il fondamento della critica di Trendelenburg a Hegel. La questione che a noi interessa è che pone il problema della metafisica. Il problema che Trendelenburg reperisce in Hegel è proprio il problema della metafisica: come faccio a porre qualche cosa senza l’esperienza? Come faccio soltanto a pensare di averlo posto senza l’esperienza? È qui che la metafisica mostra il fianco.