11 marzo 2026
Dieter Henrich La prova ontologica dell’esistenza di Dio
Siamo a pag. 204. Kant presuppone tutte queste riflessioni quando sostiene che l’esistenza di un ente assolutamente necessario è un abisso per la ragione umana. Nel celebre luogo della Critica della ragion pura paragona l’effetto di questo pensiero sull’immaginazione con l’impressione che deriva dalla poesia di Haller sull’eternità: il pensiero di un assolutamente necessario è ancora più insopportabile di quello di un tempo che si continua senza fine, perché toglie alla ragione la speranza di concludere su una domanda che si pone originariamente e necessariamente: la domanda sulla ragione delle cose. Il principio di ragione. La ragione non può mai cogliere un concetto chiaro della necessità reale, perciò deve rinnovare di fronte ad ogni contenuto, che raggiunge la domanda, circa il suo fondamento reale. Citazione da Kant. “Così ogni cosa sprofonda sotto i nostri piedi, e tanto la massima come la minima perfezione vacillano senza fondamento dinanzi alla ragione speculativa, alla quale non costa nulla far dileguare senza il minimo sforzo così l’una che l’altra”. Eppure non si può liberare da questo concetto che dà le vertigini, perché il processo di fondazione cosmologica la costringe ad ammettere che nel modo del contingente, dell’essere condizionato da cause, vi è pure qualcosa di assolutamente necessario. Cioè, non riuscivano a togliersi dalla mente questa idea. Se ci sono delle cose contingenti ci deve essere qualcosa di necessario, perché se qualcosa è contingente comunque accade. Il contingente è ciò che cessa di non accadere (Aristotele). Questa è un’altra citazione da Kant. Da ogni parte scorgiamo una catena di effetti e di cause, ... e poiché nulla sia immerso da sé nello stato in cui si trova, si ha un costante rimando a un’altra cosa... L’intero universo dovrebbe allora precipitare nell’abisso del nulla, se non si ammettesse qualcosa che, sussistendo per sé originariamente e indipendentemente, al di fuori di questa distesa infinita di contingenza, sorregga il tutto. L’a priori. L’a priori è quello che viene prima di tutto, e quindi è questa cosa che impedisce che crolli tutto quanto, che l’universo si dissolva. Si deve quindi ammettere un ente assolutamente necessario. Ma quando la ragione vuole rendere chiaro a se stessa cosa pensa quando ammette ciò, è di nuovo posta di fronte al medesimo nulla. “Non è possibile né evitare né accettare questo pensiero” (Kant). Questo è il problema di Kant, che poi ha risolto come sappiamo. La ragione viene spinta a questo conflitto con se stessa, perché vuole attribuire a un presupposto necessario del pensiero la forma di un concetto oggettivamente determinato, e in ciò soccombe alla propria parvenza trascendentale. Lui oscilla tra l’immanente e il trascendente continuamente, o, se preferite, tra l’uno e i molti. “Il concetto che sta alla base è un presupposto necessario e sembra perciò essere un concetto dell’ente necessario” (Kant). Qui di nuovo c’è un’oscillazione: il concetto che sta alla base è necessario; quindi, sembra un concetto dell’ente necessario. Questa oscillazione tra il concettuale e il reale, perché loro usano questo termine. Eppure, mentre essa può, nella prova apparente dell’ideale trascendentale... L’ideale trascendentale è quell’idea di potere trovare ogni possibilità finalmente, trovare l’unica vera possibilità del pensiero; che non si troverà mai; infatti è ideale. ...evitare la parvenza con i semplici mezzi dell’analisi ontologica, deve soccombere alla parvenza nel concetto di ens necessarium per tutto il tempo che considera le cose date come in sé. Se sono in sé, devono essere necessarie. In una conoscenza di cose in sé dovrebbe presupporre come certo di poter avanzare da condizioni date ad un primo senza condizioni. La conoscenza delle cose in sé è esattamente ciò che Kant nega: non possiamo conoscere le cose in sé, perché comunque la pensiamo. Ma la pensiamo attraverso delle cose che sono le sue condizioni, sono gli a priori, il tempo e il spazio. Il pensiero di un regresso in infinitum nella conoscenza di condizioni ha un senso soltanto quando anche il conosciuto stia in lui stesso già sotto condizioni soggettive. Il concetto di una serie, indipendente dal soggetto, di effetti che non abbiano una ragione prima in un ente necessario, è contraddittorio. A pag. 210. Se la prova ontologica sta alla base di tutte le altre prove, ma, per parte sua serve al compito di tranquillizzare la ragione nel pensiero determinato di una ragione necessaria del mondo, il destino della teologia razionale si decide con il giudizio sulla validità e l’origine del concetto di ente necessario. Cioè, del fondamento. La critica kantiana della teologia speculativa è quindi contemporaneamente una critica dell’argomento ontologico e del concetto di ens necessarium. “Tutta la difficoltà della teologia trascendentale si basa sul fatto che non è possibile determinare il concetto della necessità assoluta di una cosa, cioè dire su cosa si basi la sua pensabilità” (Kant). La necessità assoluta, certo, la pensiamo, ma a che cosa pensiamo quando pensiamo la necessità assoluta? A quale condizioni possiamo pensare la necessità assoluta? Si chiede Kant. A pag. 217. Ma contro di ciò è da obbiettare che per questa strada si arriva a caratterizzare il principio soltanto dicendo che è “primo”, senza che sia possibile determinare la modalità della sua esistenza in se stessa. Questa è un’altra critica di Kant: diciamo sì che è prima, ma non lo possiamo dimostrare, e se non lo possiamo dimostrare, se Dio è il primum ens, non possiamo dimostrare l’esistenza di Dio. A pag. 218. Ed egli lo assolve mostrando che la presunta necessità reale della causa prima è soltanto la necessità oggettiva dell’assunzione di un termine nella serie delle ragioni, che quindi la ragione prima di ogni condizionato rimane modalmente indeterminata. Non si riesce mai a determinare il primum movens, che sarebbe appunto il principio di ragione. A pag. 224. Il concetto di causa vuole significare un’esistente che precede il suo effetto; ciò che è causa di se stesso dovrebbe quindi esistere contemporaneamente prima e dopo di sé. Se dunque c’è un ente assolutamente necessario, non esiste in virtù di qualche causa. Esso non esiste in virtù di una ragione e neppure in virtù di se stesso, ma esiste assolutamente, perché il contrario della sua esistenza è impossibile. Questo è l’argomento ontologico. Ora, questa questione dell’impossibile è importante, perché per Kant, per esempio, ciò che è impossibile è ciò che è falso, è ciò che in nessun modo può essere preso in considerazione. Infatti, lui diceva che il vero non è nient’altro che ciò che non è autocontraddittorio. L’impossibile è ciò che mostra l’inesistente: questo per Kant è l’impossibile, è ciò che non esiste. A pag. 228. I principi di identità e di non contraddizione sono condizioni necessarie e formali della possibilità di tutte le cose; ciò che in sé è contraddittorio è intrinsecamente impossibile. Essi, però, non sono le condizioni sufficienti della possibilità, perché per poter constatare una contraddizione e con ciò un’impossibilità, occorre che la datità, dalla quale può sorgere una contraddizione, sia già posta. Se io devo contraddire qualche cosa, questo qualcosa deve già esistere. La datità rappresenta l’aspetto materiale della possibilità. E se non c’è proprio niente di dato, non c’è neppure niente di possibile. Da questi due assiomi segue la dimostrazione dell’esistenza di Dio, la quale si svolge attraverso una semplice analisi dei concetti di possibilità e necessità. Impossibile è ciò che toglie ogni possibilità, e assolutamente necessario viene chiamato ciò il cui contrario è in se stesso impossibile. Quindi una datità precedente ogni possibilità è assolutamente necessaria. Cioè, ci deve essere un qualche cosa, un quid. Si è già richiamata l’attenzione sull’errore che è implicito anche in questa dimostrazione: l’aspetto materiale della possibilità viene inteso soltanto come una condizione della pensabilità di una possibilità o impossibilità formali. Siamo sempre alla difficoltà di stabilire come il pensiero può determinare Dio, vale a dire, questo salto tra pensiero ed essere. La condizione viene distinta dalla possibilità, eppure, in quanto sua condizione, viene resa dipendente da questa. La possibilità delle cose viene quindi intesa come la possibilità del nostro pensiero di esse. In fondo, è l’obiezione di Gaunilone ad Anselmo, non si è usciti da lì, si è rimasti alla dimostrazione di Anselmo e all’obiezione di Gaunilone. A pag. 229. La dottrina de L’unico argomento possibile, secondo la quale non si può mai concludere dal concetto di una cosa alla sua esistenza, è nei fatti identica alla dottrina, secondo la quale le proposizioni esistenziali sono giudizi sintetici. L’unico argomento possibile sembra a Kant convincente proprio perché esso disvela l’esistenza di Dio non dal mero concetto, ma da un terzo, dal concetto di possibilità. E vi si trova già sviluppata anche la distinzione tra il formale e il materiale... Questo è interessante perché dice che le proposizioni esistenziali sono giudizi sintetici. Cioè, per dire che qualcosa esiste ci deve essere qualcosa prima, che mi consente di dire che esiste; quindi, l’esistenza arriva in seconda battuta in un certo senso, non è qualcosa di immediatamente evidente, non è mai un giudizio apodittico, cioè un giudizio immediatamente evidente, che non ha bisogno di essere dimostrato. Sempre dalla Critica della ragion pura, a pag. 231. Ogni necessità assoluta è o dei giudizi o delle cose. La prima in quanto logica è sempre una necessità condizionata del predicato. La necessità delle cose, che noi possiamo conoscere, è sempre condizionata; perché noi possiamo sempre negare ogni cosa in se stessa. poiché noi, non affermando niente, con la negazione non contraddiciamo a niente. Il problema è sempre quello della contraddizione che mostra l’impossibile, e, se è impossibile, non esiste. Il concetto di necessario è nondimeno, in primo luogo, un concetto dato dalla ragione, perché tramite esso soltanto qualcosa viene determinato. L’assoluta necessità è un concetto limite. Questo concetto limite è però, a sua volta, problematico, e non può essere conosciuto a priori dalla ragione. La ragione non può conoscere a priori, perché a priori la ragione conosce soltanto spazio/tempo. Passiamo a Hegel. A pag. 238. Ai motivi della filosofia hegeliana generalmente noti appartiene anche il violento attacco a Kant, per la critica di questi all’argomento ontologico. Con la triviale osservazione che concetto ed essere sono distinti, con questa battuta estremamente scontata Kant crede – afferma Hegel - di poter invalidare il grande pensiero dell’unità di concetto ed essere nel concetto di Dio... Basta pensare alla dialettica hegeliana. ...egli commette la barbarie di non distinguere la rappresentazione ei cento talleri dal concetto di Dio. Eppure non è possibile sviare, in questo modo banale, la filosofia dal suo sommo principio; si può al massimo a lei, così come alla certezza religiosa dell’uomo, suscitare difficoltà quanto al cammino che muove dalla nozione di Dio per giungere alla certezza che Dio è; ma non privarla di ciò. /.../ Perciò Kant, la cui critica dell’argomento ontologico è per sé insufficiente ha così completamente paralizzato la ragione, che si è contentata, a partire da lui, di voler essere un semplice sapere immediato. Il sapere dell’esperienza. Perché Hegel attacca Kant? Perché Kant aveva mostrato che in un certo senso non c’è la metafisica, dicendo che la cosa in sé non può essere conosciuta. La cosa in sé, cioè l’uno, il tutto, l’intero, e quindi facendo in questo modo Hegel rimprovera a Kant di avere eliminato in un sol colpo la possibilità per gli umani di raggiungere questo uno; mentre per Hegel era la possibilità, attraverso il ritorno del per sé sull’in sé, di raggiungere lo Spirito assoluto. È questo che a lui andava giù: Kant demoliva la possibilità stessa della sua filosofia. A pag. 241. Il fraintendimento hegeliano più grave di conseguenze è stato quello di identificare la critica kantiana con l’obiezione logica. Già nel periodo di Jena, e poi sempre di nuovo, Hegel, ha citato quell’unica pagina della Critica della ragion pura, in cui Kant dice che “la pretesa di desumere da un’idea arbitrariamente escogitata l’esistenza del relativo oggetto era qualcosa di pienamente innaturale, scaturito dalle escogitazioni della mentalità scolastica”. Qui devono seguire alcune citazioni dello stesso tipo: “contro questa prova Kant sostiene che dal concetto non si può desumere l’essere, perché l’essere è qualcosa di diverso dal concetto”. Gaunilone criticò l’argomento ontologico “mentre mostra la stessa cosa che al giorno d’oggi Kant, e cioè che essere e pensiero sono diversi. A ciò si riduce dunque la dimostrazione kantiana di questa prova. Ciò che dalla critica kantiana viene invece obiettato è in primo luogo la astratta generalità che il concetto Dio venga presupposto, che da questo si proceda e che dal concetto debba essere derivata la realtà, cioè l’essere”. Il problema è: come può dal pensiero derivarsi l’essere.
Intervento: …
Beh sì, l’essere è un’altra cosa rispetto al pensiero. Intanto, metafisicamente non dipende dal soggetto.
Intervento: Viene in mente Parmenide…
Esatto, non solo, ma Parmenide, dicendo essere e pensare è lo stesso, aveva già detto tutto: essere e pensare non sono due cose separabili, sono lo stesso. E per duemilacinquecento anni non si è fatto altro che ignorare questa cosa di Parmenide, che è stata poi sancita ancora di più da Eraclito, ἒν πάντα εἰναι, l’uno è tutte le cose, non il tutto, come Diels aveva voluto far credere. E poi Aristotele: la sostanza è ciò che se ne dice, la sostanza, l’ousìa, è tutte quelle cose che diciamo che è, non esiste senza queste altre cose; che è la stessa cosa che ribadisce negli Analitici secondi rispetto all’universale; anche perché possiamo anche porre la sostanza come universale e tutte le varie categorie come particolari. Tutte queste cose erano chiarissime e sono state per duemilacinquecento anni sotto gli occhi di tutti. Il primo, Parmenide: essere e pensare sono lo stesso. Da lì in poi si sarebbe dovuto pensare in tutt’altra maniera, e cioè cominciare a riflettere sul fatto che tenerli separati, forse, c’è qualcosa che non va. E, invece, no, fino ad oggi... E qui ecco che interviene la volontà di potenza. Perché se essere e pensare sono lo stesso, se l’uno è i molti, la volontà di potenza, come direbbe il Nietzsche, digrigna i denti, perché non può dominare sull’ente. E, quindi, non posso trarre dal dominio sull’ente tutto il godimento che traggo. Ecco che allora va bene tutto pur di mantenere questo godimento: massacri universali, religioni folli, va bene tutto, purché questo godimento sia garantito, e cioè il godimento che sorge dall’idea che io conosco la verità. È questo che ha impedito di leggere, di ascoltare Parmenide, di ascoltare le parole di Eraclito e quelle di Aristotele, perché stavano dicendo a chiare lettere “guardate che non potete dominare l’ente”, cioè non c’è un dominio sulla parola. Questo Agostino l’aveva intuito e, infatti, cosa dice? Le parole possono dire qualunque cosa, ma, se c’è Dio che le garantisce, allora siamo tranquilli.
Intervento: È il contingente che necessita del necessario.
Esatto. C’è un contingente e quindi ci deve essere qualcosa di necessario. Ma, di nuovo, anche in questo caso, tralasciando, come anche Aristotele aveva tralasciato, il problema connesso con il necessario. Ve lo ricordate? Se è necessario a fortiori qualcosa è anche possibile. Se qualcosa è necessario che accada, a maggior ragione è anche possibile che accada. Quindi, se è necessario è possibile. Ma se è possibile vuole dire che è anche non possibile, cioè, è possibile che una cosa accada ma è anche possibile che non accada. Se non è possibile vuole dire che è impossibile. Ma questo è dentro il necessario, il necessario “contiene” il possibile, e il possibile ha questa virtù, cioè, quando non è possibile diventa impossibile, e il possibile prevede naturalmente il non possibile. Quindi, il necessario ha questo tarlo all’interno di sé, che è necessario e impossibile: qualcosa che è simultaneamente necessario e impossibile, cioè qualcosa che è simultaneamente uno e molti. Bisogna metterci una toppa: o mettiamo una super sostanza... A pag. 251. Kant aveva rimproverato a tutta l’ontoteologia di aver operato con il concetto di ente necessario, senza averlo determinato per la ragione in modo chiaro e distinto. Come si fa a determinare in modo chiaro e distinto? Deve essere incontradittorio. Qualora il concetto fosse definito in modo convincente, anche la dimostrazione sarebbe allora già avvenuta. A pag. 252. Qui siamo ad Anselmo con una citazione da Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche. Torno a dire per l’ennesima volta che comunque tutto questo non esce da Anselmo e Gaunilone: può il pensiero determinare l’essere? Sì/no. In un certo senso per Anselmo sì, per Gaunilone assolutamente no, come non lo sarebbe stato assolutamente per Lanfranco di Pavia. È quindi dichiarato che inseparabilmente con la rappresentazione di Dio congiunto anche l’essere. /.../ Ma il difetto dell’argomentazione di Anselmo, comune del resto anche a Cartesio e a Spinoza e al principio del sapere immediato, è che quest’unità definita come ciò che è più perfetto... viene presupposta, cioè viene assunta soltanto come in sé. Vedete che qui gli crea dei problemi alla sua filosofia, perché lo pongono soltanto come in sé, cioè immediatamente evidente, mentre per lui l’in sé non c’è finché non si passa dal per sé e si torna sull’in sé: il famoso circolo di Plotino. Quindi, la critica di Hegel sta nel fatto che gli stavano minando dalle fondamenta la possibilità stessa della sua filosofia, se avesse accettato questi presupposti. Fine della citazione. Anche la critica di Hegel è quindi una modificazione del pensiero della differenza di nome e concetto, pensiero che Tommaso, per primo, aveva fatto valere contro Anselmo. Cartesio, con il secondo argomento ontologico (ens necessarium) credette di avere trovato, nel concetto di Dio, un passaggio all’esistenza di Dio. Ma Kant obiettò a Cartesio, e secondo Hegel a ragione, di operare con meri nomi. Kant intendeva in realtà che non si può parlare mai in nessun altro modo dell’ente necessario se non con meri nomi, mentre Hegel pretende di avere trovato il concetto speculativo che riempie di significato questi nome. Cambia tutto. Kant dice che sono soltanto nomi ciò con cui abbiamo a che fare. No, dice Hegel, non sono soltanto nomi, perché l’in sé, una volta trovato il per sé, cioè la sua determinazione, e tornato sull’in sé, questo in sé non è più l’ineffabile di prima diventa un qualche cosa, diventa lo Spirito assoluto, cioè diventa Dio; e, quindi, Dio c’è. Una citazione dalla Scienza della logica. A pag. 255. La astratta definizione di Dio all’incontro sta appunto in questo, che il suo concetto e il suo essere sono inseparati e inseparabili. La vera critica delle categorie e della ragione è appunto questa, d’istruire il conoscere intorno a questa differenza, e d’impedirgli di applicare a Dio le determinazioni e i rapporti del finito. Quindi, il suo concetto e il suo essere sono mantenuti come inseparati e inseparabili, mentre Hegel aveva la pretesa di ricondurre l’essere al concetto: parto dal concetto, poi, attraverso la determinazione del concetto stabilisco la cosa, e ho l’essere della cosa, l’essere in sé, l’essere assoluto, potremmo dire. Più che una diatriba sulle prove dell’esistenza di Dio sembra vertere sulle due posizioni filosofiche. Infatti, la dimostrazione dell’esistenza di Dio è un pretesto. A pag. 259. Il concetto di essere, che corrisponde a quello di validità, sta esso stesso ancora sotto la condizione dell’opposizione, che si vuole negare quando si afferma che le categorie sono riferite con necessità all’essere. Essere intende qui, a differenza del mero pensiero, una determinazione che deve essere determinatamente pensata come indipendente dal suo essere pensata. Qui è Hegel, in fondo, cioè, parte dal pensiero, però poi, attraverso le determinazioni, giunge all’essere, all’essere assoluto. Un pensiero è prodotto determinato di un soggetto conoscente; un esistente è qualcosa di determinato, con il quale si pongono in relazione pensieri. Se l’idea della logica deve essere espressa con l’ausilio di questa determinazione, si deve dire che le sue categorie non solo stanno sotto la determinazione del pensiero, ma anche sotto quella dell’esistente. Questa era la posizione di Hegel. A pag. 260. Queste riflessioni conducono al risultato che in Hegel concetto ed essere, la cui identità è affermata nell’argomento ontologico, sono determinazioni oggettive di pensiero. Il concetto non è pensiero soggettivo e l’essere non è oggetto di un soggetto (come voleva Kant, in fondo); entrambi sono definizioni dell’assoluto, le quali si distinguono, ma delle quali l’una contiene in sé l’altra come momento. Citazione da Hegel, Lezioni sulla storia di filosofia. Pensare ed essere sono contrapposti, e questo è manifesto; e conveniamo il vero è ciò che non soltanto è pensiero, ma anche è. Non dobbiamo affatto prendere come meramente soggettivo il pensiero: qui si tratta del pensiero assoluto, del pensiero puro. Il pensiero assoluto è quello a cui, per Hegel, si giunge nel momento in cui, parafrasando Severino, tutti gli astratti parteciperanno del concreto; allora sarà il pensiero assoluto, sarà l’intero, sarà Dio. Vedete che sono tutte figure di uno stesso racconto. A pag. 262. Citazione sempre da Hegel. Causa sui è un’espressione importante; infatti, mentre noi ci immaginiamo che l’effetto sia opposto alla causa, la causa di sé è la causa che, mentre opera e separa un altro, produce in pari tempo soltanto se stessa, e quindi nel produrre toglie questa differenza... è questo è un concetto veramente speculativo. È la dialettica hegeliana: la causa di sé, ciò che è causa di sé, non è qualcosa che separa dall’altra, anzi, dice, produce non soltanto se stessa, ma nel produrre se stessa come si produce? Si produce collegandosi con il suo negativo, il per sé, quindi toglie la differenza, e si riconduce all’uno. A pag. 263. Il concetto di essere era già stato spiegato prima; secondo Hegel l’essere è il concetto al quale conduce conseguentemente il pensiero di omnitudo realitatis... È l’induzione, cioè, la totalità della realtà deve ritornare all’uno. ...il semplicemente indeterminato è una immediatezza che si pone in relazione soltanto con se stessa. Quindi, conduce il pensiero della omnitudo realitatis, della totalità degli enti, all’uno. E infatti, dice alla fine che È l’affermativo, il semplicemente privo di determinazioni, la pura attrazione da ogni determinazione, che però è pure affermativa, in quanto essa soltanto rende possibile la definizione del concetto di determinazione, che è sempre determinazione determinata. E, infatti, per Hegel l’uno viene determinato dal suo negativo; una volta determinato, diventa assoluto, diventa reale, diventa Dio. A pag. 264. In quanto il concetto causa sui e la relazione a sé, è identico al concetto dell’essere: anche questo infatti soltanto relazione a sé, ma è questa relazione in quanto negativa. Ecco qui Hegel: la relazione con il negativo. Esso toglie la sua vuota generalità, si particolarizza e di conseguenza si determina; ... Quello che dicevi tu prima: si determina particolarizzandolo.
Intervento: …
Sì, in fondo la tecnologia pensa questo, sempre saperlo ma pensa questo.
Intervento: Indurre effettivamente l’infinità dei molti con un numero sufficientemente elevato.
Sì, assomiglia in fondo alla teoria dei limiti, fa la stessa cosa. ...per questo fatto esso non è appunto l’essere privo di determinazioni. Eppure si particolarizza, il suo altro è se stesso nella sua particolarizzazione, e poiché esso rimane, nel suo altro, in trasparente unità con se stesso, è per ciò essere. Esattamente come dicevi; tutte queste particolarizzazioni poi sono ricondotte all’uno e lo determinano in quanto uno, e a questo punto diventa uno. Dice ancora Hegel. Il concetto contiene poi necessariamente l’essere; questo è semplicemente relazione in sé, mancanza di mediazione. Il concetto, se noi lo consideriamo più a fondo, ha assorbito in sé tutte le differenze e tutte le determinazioni sono solo ideali. Questa idealità è la mediazione superata, la differenza superata, la perfetta chiarezza, la pura luminosità, l’essere presso di sé… La luminosità è sempre presente da Platone in poi. ...la libertà del concetto è proprio l’assoluta relazione in sé, l’identità, che è anche immediatezza, l’unità senza mediazione. Il concetto ha così l’essere in sé stesso. Cioè, ha creato l’essere a partire dai molti. I molti, quando vengono integrati nell’uno, producono l’essere. Hegel ha prodotto, nella sua interpretazione di entrambi i concetti fondamentali dell’ontoteologia tradizionale, due correlazioni tra di essi e le categorie della scienza logica “essere” e “concetto”: l’“essere” è la stessa cosa che omnitudo realitatis... Quindi, l’essere non è altro che la totalità degli enti. ...il “concetto” è “causa sui”. La deduzione nella logica hegeliana, che corrisponde alla prova ontologica, suona: essere è momento del concetto, ovvero il concetto è essere. Tradotto nel linguaggio della tradizione sarebbe conseguentemente valida la proposizione: causa sui è omnitudo realitatis. Cioè, la totalità degli enti è causa sui, non c’è qualche cosa al di là: l’essere è la totalità degli enti. Vedete qui la differenza tra la proposizione di Parmenide, per la quale pensiero e essere sono lo stesso. Parmenide aveva già detto queste cose, aveva già dato la soluzione: sono la stessa cosa, se c’è essere c’è pensiero, se c’è pensiero c’è essere, non si possono separare. Ma non perché uno viene integrato nell’altro, non c’è nessuna integrazione da nessuna parte, semplicemente si coappartengono, sono lo stesso. O, con Eraclito, uno è tutte le cose, uno è i molti. A pag. 276. Citazione da Schelling, idealista tedesco. Il semplice - il solo esistente è proprio ciò, tramite il quale, ciò che può provenire dal pensiero, viene abbattuto, ciò davanti a cui il pensiero ammutolisce, davanti ad esso la ragione umilia se stessa; poiché il pensiero ha proprio a che fare solo con la possibilità, con la potenza. Quindi, lì si ferma, di fronte a ciò che è causa sui. Cosa dicevano i padri della Chiesa se non che il pensiero si arresta di fronte a Dio? Vedete come, anche se con infiniti giri e raggiri, si è sempre parlato della stessa cosa; anche nel principio di ragione, lo vedremo, si parla sempre della stessa cosa, dell’uno e dei molti. È possibile trovare il principio di ragione? Può il pensiero mostrare l’essere? Era poi il problema della prova dell’esistenza di Dio: Anselmo e Gaunilone. A pag. 280. Quando Schelling parla di questo essere come dell’ente necessario, il significato di questa necessità consiste nel fatto che la ragione, che pensa l’essere, si accorge anche di un’esistenza reale. In che modo se ne accorge? Questo non è dato sapere. Essa deve passare immediatamente dal pensiero alla realtà. E ciò che, quando viene pensato, costringe il pensiero a questo passaggio, è, per questo, ens necessarium. Lo rileggo perché è importante. ...essere come dell’ente necessario, il significato di questa necessità consiste nel fatto che la ragione, che pensa l’essere, si accorge anche di un’esistenza reale. Si accorge di un’esistenza reale: lo sento e, se lo sento, è reale; se lo sento è così, non c’è niente a dire. La verità esiste perché lo sento, lo sento dentro. A pag. 306. Weisse concorda con Kant, quando dice che il bisogno che sta propriamente alla base della prova ontologica è il bisogno della ragione di supporre per ogni esistenza qualcosa di necessario. È un bisogno che hanno gli umani di pensare a qualcosa di necessario quando pensano a qualcosa. Questa è la prova ontologica, cioè l’uomo ha bisogno di pensare che esista qualcosa di necessario. Domanda: perché? È così per via della volontà di potenza, ovviamente; è la volontà di potenza che impone questo. Quello che io penso è determinato, è sicuramente vero, e se è vero è determinato, se è determinato è vero. Perché solo così, dice lui, si acquieta il pensiero. È vero: l’idea di qualche cosa, di un principio di ragione, acquieta il pensiero, in fondo. Ma Nietzsche, che era abbastanza smaliziato su questo, sì lo acquieta ma produce immediatamente depotenziamento e quindi, all’istante si cerca qualche altra cosa da dominare. Questo ci porta dritti al Principio di ragione di Heidegger. Il quale ci porterà a Heisenberg: come la scienza coglie, affronta, articola il principio di ragione? Dove lo cerca?
Intervento: Si potrebbe vedere anche Hume.
Lui come infiniti altri non hanno fatto altro che girare intorno allo stesso problema dell’uno e dei molti. Parmenide: essere e pensare sono lo stesso, ma nessuno gli ha dato ascolto perché toglie il godimento del pensare di potere dire la verità. Se l’uno è i molti, come posso dire la verità? Come la impongo?