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7 gennaio 2026

 

Dionigi Areopagita Tutte le opere

 

Ciò che abbiamo letto e pensato intorno alla teologia oramai ci ha resa la teologia trinitaria estremamente semplice. È l’idea, da parte del cristianesimo, di avere risolto il problema dell’uno e dei molti. Uno e trino: perché è un mistero della fede? Perché non può essere dimostrato. Però, ci sono delle giustificazioni. Tutta la teologia trinitaria è fondata sull’idea del bene, cioè tutte le cose, i molti, tendono naturalmente verso l’uno, quindi a scomparire, a essere integrati nell’uno, perché tutte le cose tendono al bene. Ciascuno a modo suo tende al suo bene, alludendo a un bene superiore. Qui, naturalmente, c’è tutto Platone. Quindi questa è la, chiamiamola, non dimostrazione perché non dimostra niente, ma è la giustificazione. Per giustificare questo occorre l’idea del bene assoluto, l’idea che Platone ha fornito, e che è relativamente facile da argomentare, cioè ciascuno tende verso il bene, ogni cosa tende verso il bene. Il bene è determinato da che cosa? Dal fatto che vada in quella direzione, cioè che qualcuno tenda in quella direzione, ed è questo che definisce il bene. E questa direzione è sempre la direzione dove i molti, cioè il male, tendono a scomparire a vantaggio dell’uno, del bene assoluto, perché questo bene prevede l’idea di assoluto, cioè, che sia l’assoluto, che non ci sia un bene ancora al di sopra. Se questo bene è assoluto allora il gioco è fatto in un certo senso, e rispetto alla teologia è come se avessimo completamente smascherato il gioco. Che, poi, di fatto è abbastanza semplice. Come dicevo, si tratta soltanto di stabilire un bene assoluto, mostrare, non dimostrare, ma mostrare che tutte le cose tendono verso il bene, quindi tendono verso Dio, quindi ciascuno tende verso Dio perché Dio è il bene assoluto. E in questo modo è come se il cristianesimo avesse risolto per l’umanità il problema dell’uno e dei molti. Scompare perché, sì, ci sono i molti, che poi diventano il peccato, diventano tante cose, ma ci sono perché ancora non sono giunti all’assoluto, al bene assoluto. Nella teologia è arrivato Cristo come colui che ha mostrato che è possibile giungere all’uno. Però, tutta la teologia trinitaria è come se, come dicevo prima, come se avesse risolto il problema dell’uno e dei molti, attraverso la fede naturalmente, perché il problema trinitario rimane comunque un argomento di fede, perché appunto non c’è la dimostrazione. Se ci fosse l’avrebbero fornita, ma non c’è. E se non c’è, allora come si fa? Sì, c’è la fede, certo, però se si riesce a trovare qualche giustificazione è meglio. E tutti questi testi non fanno altro che parlare del bene. Non a caso, perché il bene è un po’ la chiave di volta di tutto il discorso trinitario. È ciò che consente di pensare che esista un assoluto e che, quindi, c’è la possibilità di salvarsi, di salvarsi dai molti. Per questo è come se il cristianesimo avesse offerto all’umanità la possibilità di salvarsi dai molti, cioè, dal male. L’uno e i molti è la questione, non ce ne sono altre. Poi, si può declinare in diversi modi, ma rimane comunque il bene, la verità, come l’uno, e il male sono i molti. E l’idea che è rimasta ancora a tutt’oggi è che i molti debbano, vogliano tornare all’uno. In fondo, l’idea degli americani di essere i portatori della democrazia universale…

Intervento: E che tutti vogliono quella cosa lì...

Esatto, perché tutti i molti, cioè, tutte le cose malvagie, vogliono il bene e tendono verso il bene. E loro glielo forniscono, naturalmente. L’idea è rimasta esattamente quella, e cioè che tutte le cose, tutti i molti vogliano, desiderino tornare all’uno. È ovvio che perché un discorso del genere si possa sostenere occorre il concetto di assoluto, di un bene assoluto. È quello fornito da Platone, non è cambiato niente. Platone ha determinato il modo di pensare, quindi la politica, l’economia, quindi tutto quanto accade, e lo ha determinato in modo definitivo: c’è il bene che è assoluto e tutte le cose tendono naturalmente verso il bene. Come si dimostra? È una dimostrazione ostensiva, cioè attraverso esempi, quindi è un’induzione, naturalmente: tutti quanti aspirano al loro bene. Quindi ciascuno ha l’idea di bene; poi, può sbagliare, però c’è un’idea di bene che è riferita a un bene assoluto. Ed è quello che ha insistito per duemila e passa anni e ancora oggi è perfettamente funzionante. Quasi viene da pensare che le altre considerazioni di ordine geopolitico, economico, militare anche in parte, siano soltanto pretesti per potere affermare l’idea di un bene assoluto. Per citare una cosa attuale, il fatto che l’Ucraina sia un paese ricco, che abbia delle terre rare, non so neanche bene quali siano, ma non importa, che queste cose carattere economico, politico, ecc., costituiscano il pretesto, non la ragione, ma il pretesto per potere affermare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è sbagliato. Ma lo dicevamo già in modo implicito, adesso ho detto in esplicito, che il fatto che ciascuno parlando dice delle cose, che hanno un contenuto, che sono dei concetti, tutta una serie di cose, ma ciò che importa non è il contenuto di quello che dice, non è questo che lo muove a dire, ma ciò che lo muove a dire è l’idea che sta dicendo qualcosa di vero, che quindi sta dicendo il bene: è questo che lo muove. L’importante è che ci sia sempre un qualche cosa all’orizzonte come il bene, che deve essere imposto il più delle volte, perché naturalmente gli altri non lo sanno, non capiscono, sono rozzi e vanno educati. Infatti, pensavo a Michael Hudson. La cosa che mi ha colpito è che lui parla del debito, l’idea che, questo è un po’ discutibile, che un impero crolli a causa dei grossi problemi di gestione economica dell’impero. Ora, che un impero costi molto, questo è fuori di dubbio, però che sia questa la causa del crollo dell’impero sarebbe da vedere in ciascun caso; anche nell’impero romano non è che fossero ridotti agli spiccioli. O, anche, l’impero romano d’oriente, il quale aveva problemi con i turchi più che di quattrini Ma non è questo che adesso interessa ma il fatto del debito. Hudson non si interroga mai sul debito in quanto tale, lui è un docente, ma prima di essere docente è stato discente, in genere avviene così, e da discente gli hanno insegnato delle cose, gli hanno inculcato delle cose. Come aveva rilevato, non ricordo chi, dagli anni ‘50 in poi le facoltà di economia sono diventate a indirizzo prestabilito, dove alcuni concetti sono fondamentali e non devono essere messi in discussione. Uno di questi è il debito, la necessità del debito. Michael Hudson non mette mai in discussione questa cosa, come se il debito fosse un ente di natura. Ora, le pongo una domanda, è una questione di economia. Il sistema bancario si sarebbe potuto costruire su quella famosa frase tratta dalla preghiera, il Padre nostro, quello stabilito dal concilio di Nicea: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. È possibile costruire un sistema bancario su questo? Un sistema bancario come è pensato oggi, cioè, fondato sul tecnicismo.

Intervento: Un sistema bancario è nato proprio sulla elusione di questa cosa. Il debito è antico, risale i Babilonesi. Si era creato un sistema di debito, che era normalmente nei confronti del Tempio. e a un certo punto, una volta ogni 50 anni, c’era la cancellazione del debito. Con l’avvento delle banche questa cosa è sparita. Un tempo aveva una sua funzione religiosa.

Il debito è sempre esistito da che mondo è mondo, perché se si commercia... Altra cosa è invece fondare il profitto sul debito. Questo è andato avanti e si è configurato come un sistema bancario, noto come banche di investimento.

Intervento: Interessante il fatto che in tedesco debito significa anche colpa.

Sì, infatti, volevo anche arrivare lì.

Intervento: Il debito oggi invece serve per esercitare una forma di potere.

Si, e questo è il motivo per cui il debito non deve più essere saldato. Sarebbe terribile se fosse saldato. Sarebbe terribile perché il debito poi viene messo in circuito. Il debito, quindi, come una forma di sottomissione. Il debito crea sottomissione, ed è per questo che il debitore non deve saldare il suo debito. Effettivamente, il debito crea delle posizioni di dominio totale. Infatti, è la questione della sottomissione che è interessante, perché si è creato un sistema mondiale di sottomissione, una sottomissione economica che non richiede più la forza delle armi, almeno in generale, ma si basa unicamente sul fatto che c’è un debito e questo debito produce profitto, e finché c’è il debito il profitto è garantito. Il Padre nostro dice “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ma se fosse così crollerebbe tutto il sistema economico. La questione del debito è interessante perché è ciò attraverso cui si mette in atto la sottomissione totale, e crea anche, come accade in lingua tedesca, la colpa. È come una sorta di peccato originale: tutti quanti devono essere in debito, cioè, essere in colpa, sentirsi colpevoli verso qualcosa. Mettere in discussione il concetto stesso di debito, così come è pensato oggi, naturalmente; appunto come dicevamo, il debito è sempre esistito: se uno chiede un prestito, poi salda il debito: il debito è saldato. Un’altra questione che ogni tanto viene fuori, ma che però non si nomina mai, riguarda il miracolo economico della Germania negli anni ‘30. Lì la questione del debito è fondamentale, perché la Germania ha semplicemente cancellato tutti i debiti. Ma ha cancellato i debiti con le banche di investimento. L’idea era quella di eliminare le banche di investimento, di proprietà di ebrei, tutte, come sono ancora oggi, tutte quante. E una volta eliminato questo, la Germania è rifiorita nel giro di pochi anni. Stessa cosa in Islanda nello scorso decennio: gli americani avevano addirittura proposto di etichettare l’Islanda come stato canaglia. Hanno fatto esattamente quello che hanno fatto i tedeschi negli anni ‘30, in piccolo perché l’Islanda è un paesino. Però, il principio è lo stesso, cioè, hanno buttato fuori tutte le banche di investimento. L’Islanda è piccola, certo, però l’idea è la stessa, la stessa messa in alto dai tedeschi negli anni 30. Allora, mi chiedevo: tutto questo può funzionare perché è sorretto dal senso di colpa? Come se fosse il senso di colpa, in effetti, a fare funzionare tutto. È come se l’impianto generale fosse sostenuto dal senso di colpa relativamente al debito. Come dire: mi sento in colpa e, quindi, sono sottomesso e, quindi, disposto a qualunque cosa: chi è sottomesso subisce, naturalmente.

Intervento: La Boetie…

È proprio questa la questione: che cosa lo impedisce? Lei citava giustamente La Boétie: sembra proprio il senso di colpa a impedire. È come se questa idea di sottomissione, che poi viene dal cristianesimo, cioè da duemila anni, avesse permeato tutto quanto. Dubito che per esempio nei presocratici ci fosse questa idea di essere sottomessi a qualcosa o a qualcuno. Il senso di colpa, potremmo dire, nasce con il cristianesimo.

Intervento: Il senso di colpa paralizza.

Esatto. Sottomette e paralizza.

Intervento: Impedisce di usare anche quella forza sufficiente...

Esattamente. Perché uno potrebbe anche averla e metterla in atto. Sì, in fondo è questa l’idea che sorge nella Bibbia, poi presa dal cristianesimo, del peccato originale, cioè, di una colpa originale - ne parla anche Paolo – che viene da un divieto. C’è un divieto, questo divieto viene infranto perché non ha nessun senso, ché non poteva non essere infranto e, quindi, non poteva non costituirsi un senso di colpa.

Intervento: È come se fosse una sorta di legittimazione del potere, come se avesse bisogno del peccato originale per poter manifestare la propria potenza.

Questo è interessante. In effetti, nell’inizio della Bibbia, Filone ne parla ogni tanto, è come se Dio non fosse così sicuro di sé, come se avesse bisogno di conferme anche lui. Infatti, viene descritto come geloso, come iracondo, ecc., qualcosa che sostituisca questa idea di un Dio tutta sommato ancora relativamente umano con qualcosa di trascendente - e qui è intervenuto Platone che ha offerto su un piatto d’argento tutto quanto - un trascendente che non dovesse più essere interrogato, non dovesse più essere sottoposto a giudizio. In fondo, quello che c’è nella Bibbia è esposto a giudizio continuamente e, infatti, hanno dovuto emendare un’infinità di cose, perché sono delle scemenze che si contraddicono continuamente.

Intervento: Il peccato originale è servito a creare il suddito.

Sì, è la prima sottomissione. È la prima volta che Dio impone un divieto, un divieto tassativo: non devi mangiare la mela. Cioè, la conoscenza: non puoi conoscere, devi rimanere stupido. È chiaro che un divieto del genere non poteva non essere infranto. Era previsto, oltre che prevenibile, che venisse infranto e che, quindi, si instaurasse il debito. I teologi hanno colto bene la cosa, perché la colpa viene dal fatto che ciò che si dice non è mai adeguato a ciò che si vorrebbe dire. I teologi hanno notato questo aspetto: l’attenzione, a partire da Agostino, sul linguaggio e, quindi, sulla necessità di emendare il linguaggio dal suo problema, che è quello dell’uno e dei molti, e cioè che affermando qualcosa affermo esattamente il contrario: per dire che cos’è questa cosa devo dire ciò che questa cosa non è. Ora, è come se questa questione, che così come era posta nei presocratici è il problema, si fosse trasformata col cristianesimo in colpa: non è più un problema che interroga, che dà da pensare, ma c’è una colpa. Non a caso la storia della mela ha a che fare con la conoscenza. Come se Dio avesse detto: hai voluto risolvere tu il problema dell’uno e dei molti attraverso la conoscenza, ma non ci puoi riuscire perché sei limitato, perché sei colpevole.

Intervento: In effetti, è vero il fatto che l’essere umano sia un essere finito è immediatamente associabile a questa colpa.

Sì. Poi, di fatto non è né infinito né finito, è un concetto che noi abbiamo costruito. Dopo il peccato originale, da quel momento in poi, tutti gli umani sono stati immediatamente in debito nei confronti di Dio. Quindi, potremmo anche dire che tutta la teoria del debito, anche sotto un profilo economico, è un’invenzione del cristianesimo. Senza l’idea del peccato, del debito, ecc., tutto ciò che è stato messo in atto dopo, secoli e secoli dopo, non si sarebbe potuto pensare. Occorreva che ci fosse un debito iniziale, un debito insanabile, che non può essere saldato. L’uomo in quanto tale non può saldare il dedito che ha nei confronti di Dio; è dovuto venire giù Gesù Cristo, ma anche in quel caso l’uomo rimane comunque sempre colpevole, perché non ha mai estinto il peccato originale. Quindi, questo debito non può e non deve essere saldato. Non può perché l’umano, essendo finito, non può competere con l’infinitezza di Dio. E non deve, perché se lo facesse, cioè se saldasse il suo dedito nei confronti di Dio, a questo punto diventerebbe lui stesso Dio, perché non c’è più qualcuno nei cui confronti essere in debito, essere in colpa, ma siamo alla pari, io ho saldato il mio debito, per cui io stesso divento Dio. È questo che ha impedito a tutto il cristianesimo, per duemila anni e ancora oggi, di potere pensare di saldare il debito. Infatti, c’è sempre una richiesta: rimetti a noi i nostri debiti, eccetera.

Intervento: Equazione tra suddito e colpevole.

Sì, ha funzionato: tu sei suddito perché sei colpevole. Se non fossi più colpevole non saresti più suddito, ma se non sei più suddito allora siamo alla pari. Quando dice “rimetti i nostri debiti”, i nostri debiti sono le nostre colpe, i nostri peccati, sono mancanze nei confronti di Dio. È molto interessante questa questione. Verrebbe quasi da ripensare tutta la questione dell’economia, così come è posta oggi, la questione del debito. Effettivamente, è stato possibile costruire tutto questo, creando questa cosa di proporzioni faraoniche, sul concetto di colpa, sul senso di colpa. Ci si può chiedere se sia ancora oggi il senso di colpa a tenere in piedi tutto quanto. Questo potrebbe essere un argomento di un libro che potrebbe scrivere e che sarebbe di enorme interesse.