INDIETRO

 

 

6 agosto 2025

 

Agostino d’Ippona De Trinitate

 

Siamo al Libro quarto. Gli uomini sono soliti avere in grande stima la scienza del mondo terrestre e celeste; ma senza dubbio i migliori tra essi sono coloro che preferiscono la conoscenza di se stessi a questa scienza e l’anima che conosce anche la sua debolezza è degna di maggior lode che non quella che, senza averla presa in considerazione, si sforza di investigare alle orbite degli astri o quella che già le conosce ma ignora quale via la conduca alla sua salvezza e alla sua sicurezza. Qui tutta la questione della salvezza, chiaramente, parte da Plotino. La salvezza non è che ritornare all’Uno. È da sottolineare che questa idea della salvezza, la cosiddetta soteriologia, non esisteva prima del cristianesimo. Ma colui che, stimolato dal fervore dello Spirito Santo, ha già gli occhi bene aperti verso Dio e, nell’amore di lui, è divenuto conscio della propria miseria e, volendo ma non potendo giungere fino a lui, guarda in se stesso alla luce di Dio e scopre se stesso ed ha così acquistato la certezza che la sua malattia è incompatibile con la purezza di Dio, questi prova dolcezza nel piangere e nel supplicare che Dio abbia più e più volte misericordia, fino a quando si liberi di tutta la sua miseria… /…/ Colui che è così indigente conosce quella sofferenza... La sofferenza di essere lontano da Dio. …la scienza non lo gonfia, perché la carità lo edifica. Infatti, ha preferito una scienza ad un’altra scienza, ha preferito conoscere la sua debolezza piuttosto che gli ultimi confini del mondo, le fondamenta della terra, le sommità dei cieli. Aggiungendo questa scienza ha accresciuto il dolore, il dolore del suo esilio che scaturisce dalla nostalgia della sua patria e del beato creatore di essa, il suo Dio. Cioè, la salvezza sta sempre nel ritorno. Questa cosa si è mantenuta fino ad oggi con psicologia. Diceva Nietzsche “Diventa ciò che sei”, quindi, ciò che sei sempre stato, devi tornare a essere quello. 1.2. Dunque, esiliati dalla gioia immutabile, non ne siamo tuttavia separati e gettati lontano al punto di rinunciare alla ricerca dell’eternità, della verità e della beatitudine anche in queste cose mutevoli ed effimere. Per questo Dio ci ha mandato delle apparizioni adatte alle nostre peregrinazioni per ricordarci che ciò che cerchiamo non è qui, ma che da qui si deve ritornare al principio dal quale veniamo perché, se noi non trovassimo in lui il nostro centro, non cercheremmo quaggiù quelle cose. /…/ Così Dio ha agito nei nostri riguardi in modo che progredissimo invece per la sua forza e così la forza della carità trovasse la sua pienezza nella debolezza dell’umiltà. Occorre essere deboli e umili, solo così si piace a Dio. Ora ciò che viene comunicato a noi come un fatto compiuto, era presentato ai giusti dell’antichità come un avvenimento futuro, affinché essi pure, per mezzo della stessa fede, umiliati fossero resi deboli e resi deboli ricevessero forza. Come posso proporre la forza e il potere a chi già ce l’ha? Devo trovare chi non ce l’ha, cioè i deboli, gli umili, gli ultimi, come dice il Papa. Tornare all’Uno, cioè, tornare alla verità, perché lì sta la verità. E, a proposito di questo, del ritorno all’Uno, in questo articolo Jean Loresan dice: Gli alchimisti si servivano dello stesso procedimento inquadrando nel medesimo schema scolastico le loro conoscenze sulla materia e sulle sue trasformazioni, per costruire una scienza così perfetta nel suo ordinamento che nulla vi potesse apparire come inspiegato, dal momento che qualsiasi corpo poteva essere interpretato come una variante accidentale dell’unità iniziale. Quindi, c’è un’unità iniziale da cui si parte; poi, accidentalmente questa unità si frammenta in stati, ma noi dobbiamo sempre tenere conto di questa unità da cui tutto muove. Questo negli alchimisti ma, in effetti, l’unità iniziale è quella da cui si parte sempre in qualunque ricerca, ma in qualunque discorso, in qualunque argomentazione, si parte da un’unità iniziale, necessariamente. Il problema è che questa unità iniziale, che dovrebbe quindi funzionare da universale, non è altro che i particolari: esiste in quanto è fatta di particolari. 15.20. Ci sono alcuni che pensano di potersi purificare con il loro proprio sforzo per contemplare Dio e unirsi a lui... Qui sta parlando quasi sicuramente degli gnostici. …questa superbia è la loro peggiore immondezza. Pensare, il pensiero teoretico, qui è la peggiore immondezza. Infatti, non vi è alcun vizio cui più si oppone alla legge divina e che conceda un diritto più indiscutibile a quello spirito pieno di superbia, aiuto nella discesa agli abissi, impedimento nell’ascesa alle vette, a meno che per un’altra via non si eludano le sue insidie o gli attacchi aperti che egli promuove per mezzo di un popolo vizioso, e gli ostacoli che egli frappone all’entrata della terra promessa non si superino per mezzo della croce del Signore, prefigurata nelle braccia aperte di Mosè. Il motivo della pretesa di costoro di purificarsi da se stessi è che alcuni di essi sono riusciti a sollevare la punta dello spirito al di sopra di ogni creatura e attingere, per quanto poco, la luce della immutabile verità; e poiché molti cristiani che vivono attualmente solo di fede non hanno potuto fare altrettanto, li deridono. Gli sciagurati di prima. Ma a chi è superbo, e per questo si vergogna di salire sulla nave, che giova intravedere da lontano la patria d’oltremare? Oppure che nuoce a chi è umile il non vederla per tanta distanza, se si trova dentro la nave che volga verso di essa e sulla quale il superbo rifiuta di viaggiare? 18.24. Quindi, dato che in lui anche ciò che ha avuto origine è passato all’eterno, passerà all’eterno anche noi quando la fede sarà giunta alla verità. Ecco ciò che disse ai credenti perché perseverassero nella parola della fede, e da ciò condotti alla verità e per essa all’eternità. Se preserverete nei miei insegnamenti, siete veramente miei discepoli. I miei insegnamenti. E come se avessero chiesto: “Con quale vantaggio?”, proseguendo disse: E conoscerete la verità. Quasi poi insistessero di nuovo: “Che vantaggio porta ai mortali alla verità?”, continuò: “E la verità vi farà liberi”. Da che cosa se non dalla morte, dalla corruzione, dalla mutevolezza? Ecco da cosa salva la verità: dalla mutevolezza, cioè, dal divenire, dai molti. 21.30. Per esempio, con le nostre parole, che hanno certamente un suono sensibile, il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo non possono essere nominati se non successivamente e distintamente secondo i tempi corrispondenti alle sillabe di ciascun vocabolo. Non possiamo dirli assieme, dobbiamo dire Padre, Figlio e Spirito. Evidentemente, nella sostanza in cui sussistono, i Tre sono una cosa sola: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, identica realtà, senza alcun movimento temporale, al di sopra di ogni creatura, senza alcuna separazione, nel tempo e nello spazio, una sola identica cosa, simultaneamente dall’eternità all’eternità... Come si passa dall’eternità all’eternità? …come l’eternità stessa che non esiste senza verità e senza amore. Ma nelle parole “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo” sono stati separati, non hanno potuto essere detti simultaneamente e hanno occupato spazi distinti nelle lettere visibili con i quali li ho scritti. È come quando nomino la mia memoria, la mia intelligenza e la mia volontà, i singoli vocaboli si riferiscono a cose distinte, ma tuttavia li pronuncio con il concorso di tutte e tre le facoltà insieme, non venendo detto nessuno dei tre vocaboli senza la cooperazione per la mia memoria, la mia intelligenza e la mia volontà, così la Trinità Inseparabilmente ha operato alla voce del Padre la carne del Figlio e la colomba dello Spirito Santo... Per spiegare la Trinità usa dei nomi, perché sono distinti e perché con le nostre parole non possiamo dire tutti e tre assieme - come dovremmo? - ma li diciamo uno per volta. Ma, invece - e qui viene fuori il retore - quando dico qualche cosa, questo è frutto della mia volontà, della mia conoscenza, del mio dire, ecc., tutto assieme. … Lo Spirito Santo è dunque una specie di ineffabile comunione tra il Padre e il Figlio… Incomincia a porre la questione della relazione. …e forse è chiamata proprio così, perché questa stessa denominazione può convenire al Padre e al Figlio di essere santi e spiriti. Infatti, per lui (Spirito Santo) è nome proprio quello che per altri è nome comune. Lui si chiama Spirito Santo, per Padre essere spirito ed essere santo è un attributo, per così dire. …anche il Padre è spirito e spirito è anche il Figlio; anche il Padre è santo e santo è anche il Figlio. Affinché dunque una denominazione che conviene ad ambedue indichi la loro reciproca comunione, si chiama Spirito Santo il dono di entrambi. Qui si vede come lo Spirito Santo incomincia nella mente di Agostino a funzionare da relazione fra i due, ciò che li connette in modo indissolubile. Mi vengono in mente le parole di Greimas, il quale dice nella Semantica strutturale che nella relazione ci sono due elementi - praticamente il significante il significato - e poi un terzo elemento, che è la relazione tra i due. Cosa importante, perché la relazione tra i due è come se gestisse i due rendendoli ciascuno identico a sé, perché, se ciascuno dei membri della relazione non fosse identico a sé, la relazione svanirebbe perché non sapremmo più a questo punto la relazione fra che cosa sia. Se le cose stessero come diceva Eraclito, ἒν πάντα εἰναι, l’essere è tutte le cose, cioè, l’uno è i molti, allora come metto questo uno in relazione con qualche cosa? Devo identificarlo, sì, certo, ma come lo identifico se è i molti? È lo stesso problema di Aristotele rispetto all’universale: come lo universalizzo, come lo fisso, come lo assolutizzo, se non è altro che i particolari? Il terzo elemento tiene insieme i due e allo stesso tempo li separa e li identifica, li determina. Siamo al Libro sesto. 10.11. Il Padre non ha un Padre da cui procede, il Figlio, invece, riceve dal padre e la sua esistenza e la sua coeternità con lui. Questo per giustificare che sono tre, separati perché il Padre è diverso dal Figlio, in quanto il Figlio procede dal Padre. Se è Figlio è perché ha un Padre, che non è lui, e se è Padre è perché ha un Figlio, che non è lui. In questo modo Agostino determina la assoluta separazione tra i membri di questa terna, che per nessun motivo devono confondersi tra loro, perché devono rimanere separati e distinti, perché Dio non può essere confuso con qualche altra cosa. Dio è l’assoluto, il Padre è assoluto, anche il Figlio è assoluto, anche lo Spirito santo, ciascuno dei tre, a modo suo, è assoluto, non può essere confuso con l’altro. Il Padre è irrelato. E qui si crea il problema: ma allora il Figlio non è in relazione al Padre, quindi, non è Figlio del Padre. 10.12. Così queste tre cose sembrano determinarsi da sé vicendevolmente e sono in se stesse infinite. Quindi, si determinano vicendevolmente. Questo significa che ciascuno dipende dall’altro, ma se dipende dall’altro non è assoluto. Però quaggiù nelle cose corporee una cosa sola non è uguale a tre cose insieme, e due cose sono più di sola, mentre me la suprema Trinità una cosa sola è tanto grande quanto tre cose insieme, e due non sono maggiori di una. Inoltre, sono in se stesse infinite. Così ciascuna di esse è in ciascuna delle altre. Ma se tutte quante sono infinite, allora ci sono tre infiniti? Colui che vede ciò anche parzialmente… In effetti, non è che Agostino risolva il problema. …anche per specchio, in enigma, goda di conoscere Dio, l’onori come Dio e gli renda grazie. Colui che non lo vede… È anche un po’ la questione di Plotino: devi sentirlo. …si sforzi di vederlo per mezzo della pietà, non di calunniare per la sua cecità. Se sei cieco devi calunniare gli altri per causa tua. Perché c’è un solo Dio, ma è Trinità. Dunque, non bisogna intendere come dette alla rinfusa queste parole: Dal quale, per mezzo del quale, nel quale sono tutte le cose, e non a molti dei, ma: a lui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen. Libro settimo. 1.2. Questa discussione è nata dall’affermazione della Scrittura: Cristo è la forza di Dio e la sapienza di Dio. Come dire che Dio riceve la sua forza da Cristo; quindi, non ce l’ha, ma se non ce l’ha non è Dio Padre e, di conseguenza, quell’altro non è Figlio. Il nostro modo di esprimerci è per questo fatto come chiuso nella morsa di precise alternative, quando intendiamo esprimere l’ineffabile: o negare che Cristo sia la forza di Dio e la sapienza di Dio, è così metterci in opposizione con l’affermazione dell’Apostolo, ciò che costituisce un’impudenza e un’empietà; oppure ammettere che Cristo è la forza di Dio e la Sapienza di Dio, ma senza fermare che il Padre sia padre della sua forza e della sua sapienza, cosa non meno empia, perché allora egli non sarebbe padre nemmeno di Cristo, poiché Cristo è la forza di Dio e la sapienza di Dio; o riconoscere che il Padre non è potente per la sua forza, né sapiente per la sua Sapienza (ma chi oserà dirlo?); ovvero pensare che nel Padre essere ed essere sapiente siano cose diverse in modo che sia diverso ciò per cui egli è e ciò per cui è sapiente, come si pensa comunemente dell’anima che è talvolta insensata, altra volta sapiente alla maniera di una sostanza mutevole e non sommamente e perfettamente semplice; oppure ammettere che il Padre non è una realtà assoluta e che non solo in quanto è padre, ma in quanto è semplicemente esiste è relativo al Figlio. Come allora il Figlio è della stessa essenza del Padre, se questi in senso assoluto non è essenza, né in se esiste alcun modo, essendo per lui l’esistenza stessa relativa al Figlio? Anche qui il problema non viene risolto. 4. 8. Inoltre, insistendo nell’usare un nome generico, se noi parliamo di tre Persone in quanto i Tre hanno in comune ciò che caratterizza la persona (altrimenti non potrebbero in nessun modo essere chiamati così, come non sono chiamati tre figli, perché essi non hanno in comune ciò che caratterizza il Figlio) perché non possiamo chiamarli anche tre dèi? Senza dubbio, infatti, poiché il Padre è una persona, il Figlio è una persona, lo Spirito Santo è una persona, vi sono tre persone: ma allora, poiché il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio, perché non vi sono tre dèi? E se in virtù di una unione ineffabile queste tre realtà insieme sono un Dio solo, perché non sono una sola persona, cosicché non possiamo chiamarli tre persone, sebbene chiamiamo Persona ciascuna delle tre persone, come non possiamo parlare di tre dèi, sebbene noi chiamiamo Dio ciascuno di essi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo? Sono questi i problemi che si sta ponendo Agostino: tutto questo a partire da racconti fantastici, racconti fantastici che ha letto negli Apostoli o nella Bibbia, dove peraltro si dice tutto e il contrario di tutto. Ma quando ci si pongono dei problemi filosofici, matematici, politici, giuridici, economici, ecc., accade la stessa cosa? Cioè, ci stiamo interrogando sulle stesse cose, cioè su cose che sono il prodotto di racconti, di miti, di favole - favole che non significano niente? È questo che facciamo quando ci poniamo di fronte a gravi problemi? È soltanto questo? Uno potrebbe dire “sì, però questi problemi hanno degli effetti”, ma anche questi avevano degli effetti: provate a negare queste cose e vedrete…, non è senza effetti. Ma non troviamo nemmeno che la Scrittura parli di tre persone. O forse perché la Scrittura non parla né di tre né di una persona a proposito di queste tre realtà (vi leggiamo infatti della persona del Signore, ma non della persona che è il Signore), perciò siamo autorizzati per le necessità del linguaggio e della disputa a parlare di tre persone, non perché la Scrittura lo dica, ma perché non lo contraddice; mentre se parlassimo di tre dèi, sarebbe contrario alla Scrittura, che afferma: Ascolta Israele: il Signore Dio tuo è un unico Dio. Ma allora perché non è lecito parlare anche di tre essenze, perché allo stesso modo la Scrittura, se non lo dice, nemmeno lo contraddice? Infatti, se essenza è un termine specifico, comune ai Tre, perché non dire tre essenze, come Abramo, Isacco, Giacobbe... 4.9. Che ci resta dunque? Ci resta forse da riconoscere che queste espressioni sono state originate dall’indigenza del linguaggio, quando erano necessarie delle lunghe discute contro le insidie e gli errori degli eretici? L’insidia del linguaggio. Ecco perché scrive il De Magistro: perché nel De Magistro dice che, sì, le parole dicono, sono equivoche, fanno, disfano continuamente, ma per fortuna c’è una parola che sta dentro qui, la parola autentica, che è quella di Dio, ed è quella a cui bisogna tornare. Infatti, quando la povertà umana tentava di esprimere con parole adatte ai sensi degli uomini, ciò che nel segreto dello spirito sa, secondo la sua capacità, del Signore Dio, suo Creatore, sia per la fede religiosa sia per qualsiasi altra conoscenza, essa ha temuto di parlare di tre essenze, perché non si sospettasse una qualche diversità in quella suprema uguaglianza. Cioè, il problema è il linguaggio, linguaggio che è infido. E perché è infido? Perché veicola i molti. Bisogna puntare all’Uno, sempre. L’Uno è quella parola che è dentro, che è quella di Dio, che è quella autentica, quella vera, perché lì dentro non ci sono i molti.

Intervento: Più che altro perché per la stessa volontà di potenza, non possiamo ammettere di essere molteplici.

No, saremmo divenienti in quel caso. E, quindi, come dicevamo prima, in un eterno presente, ingestibile, incalcolabile. Il presente non lo si può calcolare, il passato e il futuro sì. 6.12. È all’uomo nuovo, infatti, che è detto: Si va rinnovando in proporzione della conoscenza di Dio, conformandosi all’immagine di colui che l’ha creato. Questo è il ritorno a Dio; sempre più si avvicina all’immagine di Dio. Ora, se per le esigenze della controversia si preferisce, pur lasciando da parte i nomi relativi, accettare il plurale, per poter rispondere con una sola parola alla domanda: “che cosa sono i Tre?”, e dire “tre sostanze o tre Persone”, si badi a tenere lontana ogni idea di massa o di estensione, ogni carattere, per quanto piccolo di dissomiglianza che ci faccia pensare che vi sia qui una cosa inferiore ad un’altra, qualunque sia la maniera in cui uno può essere inferiore ad un altro, così che venga esclusa la confusione delle persone e una distinzione che implichi ineguaglianza. Esclude la confusione. Questo è il dettato principale: escludere la confusione, cioè, escludere i molti. Solo i molti fanno confusione. Se l’intelligenza è incapace di comprenderlo, lo si tenga per fede, fino a quando brilli nei nostri cuori Colui che ha detto per bocca del Profeta: Se non crederete, non comprenderete. Nel Libro settimo lui affronta questo problema che non risolve, però dice, l’intelligenza è incapace, quindi, bisogna tenerlo per fede. Che è esattamente lo stesso principio di Plotino: questo Uno non puoi vederlo, non puoi fare niente, puoi solo sentirlo, ma devi aprirti e purificarti. Vi leggo una cosa di Puech, tratto dal libro Sulle tracce della gnosi, un bellissimo libro che sarebbe opportuno leggere. Siamo a pagina 409 dove parla degli gnostici. L’atteggiamento da tenere nei confronti del mondo, del corpo, della carne, di tutto ciò che li riguarda, non può essere altro che di disprezzo e di diffidenza. Occorre “vigilare di fronte al mondo”, comportarvisi come uno straniero, uno “di passaggio”, liberarsi da ogni preoccupazione materiale, astenersi dalle attività e dalle cose “mondane”: “digiunare dal mondo”, osservare il “sabato” spirituale. Anzi di più: è opportuno rompere con il mondo e con il divenire di morte, con il passato morto, in cui ci ha immessi la nostra venuta al mondo. Rottura che è metanoia, “conversione”, più che vero e proprio “pentimento”, ritorno a noi stessi (epistrophé)... Il ritorno a noi stessi: qui c’è tutta la psicologia. …provocato dal ricordo di ciò che siamo per origine e per essenza, ritorno che ci ridà il possesso del nostro essere autentico e pieno, restituendoci a noi stessi nel nostro stato di puro noùs. Non ci vedete qui tutta la psicologia? Il ritorno a se stessi, questa epistrophé, provocato dal ricordo di ciò che siamo in origine. Questo era gnostico, perché per origine - per loro non tutti, solo gli eletti - venivano da Dio e lì tornano, perché devono tornare a essere dèi (eritis sicut dii). E, quindi, c’è anche qui il ritorno, c’è sempre questa teoria del ritorno, questa sorta di epistrophé, che è una soteriologia, perché è una dottrina della salvezza che ci salva dal mondo, tornando a essere ciò che si è davvero, cioè Dio. È quello che dice anche la psicanalisi. Cos’è che diceva Freud? Lo dico in tedesco: Wo Es war, soll Ich werden, dov’era l’Es… Es in tedesco è anche l’impersonale. Ma per Freud l’Es è l’inconscio. Dov’era l’Es, là l’Io deve tornare: più gnostico di così! Dov’era l’inconscio tu devi tornare, devi tornare a essere lì, nell’inconscio. Questi sono piccoli esempi, ma vedete come tutto il pensiero contemporaneo sia di fatto gnostico, neoplatonico, che sono praticamente la stessa cosa, c’è una piccolissima differenza, ed era per questo che Plotino ce l’aveva così tanto con gli gnostici. Qui c’è anche la citazione dal Vangelo di Tommaso, l’ho letta prima ma possiamo rileggerla perché è significativa: Cercare me stesso e conoscere chi ero e chi sono per ridiventare ciò che ero. È esattamente ciò che dice Freud; Wo Es war, soll Ich werden, è esattamente la stessa cosa. Vedete come tutto il pensiero occidentale sia ancora fatto di queste cose, come non sia mai uscito né dalla gnosi né dal neoplatonismo, che, come dicevo, sono due facce della stessa cosa; in certi periodi storici ha prevalso uno, in altri ha prevalso l’altro. Di fatto, ciò che li accomuna è sempre questa idea del ritorno, di dovere tornare a qualche cosa, perché lì sta la salvezza, nel ritornare a qualche cosa. E dove c’è questa idea di dovere ritornare a qualche cosa, lì c’è il neoplatonismo o lo gnosticismo, cioè, c’è religione. Si potrebbe dire: va bene anche la religione. Beh, sì e no, perché la religione, potremmo quasi dire per definizione, impone un limite al pensiero, oltre il quale non si va. Ma non perché, come diceva Aristotele, continua a incontrare la doxa, ma perché il pensiero non può andare oltre Dio, non può andare oltre l’ineffabile; lì si scontra con l’assoluto, con ciò che non può essere pensato; anzi, potremmo dire più appropriatamente, che non deve essere pensato. Cosa non deve essere pensato? Non devono essere poste domande. Per questo tutti i teologi ce l’hanno con il pensiero: basta pensare, non pensate più, ha già pensato tutto Dio, non ce n’è più bisogno.

Intervento: …

Sì, beh, il cristianesimo offre mica poco. Dicevamo, parlando di Paolo, che è stato il primo pubblicitario del cristianesimo, e lo ha pubblicizzato bene, dicendo: se voi crederete in questo Dio, allora questo Dio vi darà tutta la potenza e soprattutto vi darà l’opportunità di sentirvi superiori a tutti e, quindi, di potere giudicare tutti. Ha offerto la possibilità di giudicare tutti e quindi di potere sempre avere qualcosa da dire sull’altro, muovendo dalla verità, naturalmente. Tutto il pensiero, in effetti, è stato un rimedio, un rimedio, potremmo dire, come dicevamo prima, alla doxa, all’opinione. Perché Aristotele ponendo la doxa, in fondo, come principio primo, dicendo anche che è inutile cercare le cause o l’origine della doxa, perché trovi sempre un’altra doxa, non ne vieni fuori. La doxa è l’imponderabile, nel senso che è il mutevole continuo, è il diveniente per definizione, cioè, rappresenta l’ineluttabilità dei molti. Ecco perché la doxa, l’opinione, deve essere ricondotta alla parola di Dio. Facevamo l’esempio, vox populi vox Dei: la vox populi deve essere ricondotta alla vox Dei, alla voce di Dio. In questo modo si dà alla doxa, cioè all’opinione, la dignità che manca generalmente alla doxa, per potere costituire quella verità epistemica, dall’alto della quale io giudico qualunque cosa. Vi rendete conto del cammino che abbiamo fatto e che stiamo facendo, perché ultimamente, ma dico proprio ultimamente, in questi ultimi mesi quasi, ci si è spalancato tutto, è diventato tutto straordinariamente chiaro.

Intervento: Della lettura degli Analitici.

Anche Beierwaltes ci ha aperto gli occhi: badate bene che questi qui, i neoplatonici e gli gnostici, sono ancora qui oggi che parliamo, sono ancora qui che governano, che dirigono le industrie, ecc. Ormai è tutto così chiaro, così semplice. È la teologia che invece ha cercato di ingarbugliare le cose. Che poi si ingarbuglia anche lui, perché chiaramente non riesce a dire bene come mai sono tre persone e non tre dèi. Un po’ come Plotino alla fine delle Enneadi quando dice: come mai sono questi tre, dove uno procede dall’altro… non lo so, e allora dice: se non può l’intelligenza può la fede. Dunque, proseguiremo la lettura di questo libro, perché questo tentativo di gestire la doxa è notevole, sotto più aspetti: retorico, perché in effetti Agostino si ingegna non poco per trarsi d’impaccio, anche se in certi momenti non c’è verso; e poi perché ci dice della necessità assoluta di mantenere le cose separate, nella negazione più totale e pervicace, del detto, del frammento di Eraclito ἒν πάντα εἰναι, l’uno è tutte le cose. E, poi, naturalmente Aristotele: la sostanza è ciò che se ne dice, ma ciò che se ne dice è la doxa; quindi, la sostanza, l’essenza, quella cosa che la filosofia ha sempre cercato - qual è l’essenza? Che cos’è l’ente in quanto ente? La metafisica generalis si occupa dell’ente in quanto ente; la metafisica specialis che si interroga sull’ente in quanto qualcosa. Distinzioni che si sono inventati loro e che non significano assolutamente niente, ma non importa.

Intervento: Seguono lo schema di Porfirio.

Sì. Sempre due, una rivolta all’altra. Come per i numeri: ci sono i numeri, quelli che usiamo per fare i conti, ma lassù c’è “il numero”, quello che garantisce tutto.