6 maggio 2026
Tommaso d’Aquino La verità
Per Tommaso la verità è l’ente, cioè la cosa, quindi la realtà è verità. Ma l’aspetto interessante è la formazione, perché questo testo, come spesso avveniva allora, è un testo fatto per la formazione di allievi, per addestrarli a disquisire, a discutere, a sostenere delle tesi, confutarle, ecc., sempre sul modello del Sic et non di Abelardo. Tra l’altro questa è poi diventata una modalità utilizzata anche dai Gesuiti, qualche secolo dopo, insegnamento che hanno raccolto in un libro, che si chiama Ratio Studiorum, tutte le regole che servono per addestrare gli allievi al dibattito, come vincere un agone dialettico. La formazione in Tommaso è una formazione scolastica, serve ad addestrare, a sapere argomentare, a sapere confutare, ecc. Questa cosa mi ha fatto riflettere su ciò che stiamo facendo, e cioè sulla formazione che noi pratichiamo. Abbiamo mai parlato della formazione? Soltanto qualche volta, ma sempre di sfuggita. Perché la formazione, così come la pratichiamo, è qualcosa che non è mai esistito prima. Una formazione che va al di là della formazione chiamiamola dialettica, perché siamo indubbiamente dei sofisti, ma non basta essere sofisti, perché anche i sofisti hanno un limite invalicabile: le loro fantasie; oltre questo non possono andare. Per questo nella formazione che pratichiamo ci sono due momenti inscindibili e inseparabili: la conversazione e il corso. La conversazione senza il corso rimane limitata in quanto non acquisisce quegli strumenti, quegli elementi che impediscono di cadere in banalità e ingenuità teoriche. Per converso, il corso senza la conversazione non dà accesso alle fantasie; il corso non dà nessun accesso alle proprie fantasie, in nessun modo. Ora, le fantasie sono quella cosa che costituisce un limite, per il semplice fatto che la fantasia è quel racconto, quel discorso che produce godimento. Non è difficile sapere qual è una propria fantasia, lo si può sapere abbastanza facilmente; difficile, invece, estremamente difficile, è volerci rinunciare. È questo che è straordinariamente difficile e, in alcuni casi, addirittura impossibile. Perché rinunciare alla fantasia è rinunciare a quel godimento su cui si è costruita tutta la propria esistenza, e che costituisce, dicevamo prima, il limite invalicabile. Qual è la fantasia più comune? Noi sappiamo, certo, che ogni fantasia è una fantasia di potenza. La fantasia più comune si può riassumere in due parole: comando io. Con tutte le sue infinite varianti naturalmente, però è questa idea che deve essere mantenuta, che sono io al comando. Questo sia che sia un facchino o sia che sia il Presidente degli Stati Uniti, non cambia niente, la fantasia è la stessa. Capite immediatamente che questo è un limite, ed è un limite perché per soddisfare questa fantasia si costruiscono una serie di altre fantasie che impediscono l’accesso al pensiero teoretico. Il godimento della fantasia, che non è altro che l’idea, è ciò che impedisce l’accesso al pensiero teoretico. Il pensiero teoretico è quella cosa che non si ferma e non può fermarsi di fronte al godimento della fantasia, ma tra i due ciò a cui si rinuncia è il pensiero teoretico, non è il godimento della fantasia. Potremmo addirittura porre la cosa in termini estremi: se c’è pensiero teoretico non c’è nient’altro, nel senso che il pensiero teoretico non risparmia nulla, assolutamente nulla. Se c’è altro, allora non c’è pensiero teoretico, c’è appunto quell’altro, c’è il godimento della fantasia. Ecco perché sono indispensabili questi due momenti ed è questo che rende la formazione, così come la pratichiamo, una cosa che non esiste sul pianeta. Altri avevano, prima di noi, posto grossomodo la questione, sia Lacan sia Verdiglione: Lacan con l’esperienza di passe e Verdiglione con l’esperienza di cifra. Che in qualche modo potrebbero anticipare questa cosa, però erano posti in modo totalmente differente: lì non si poneva la questione del pensiero teoretico, era lontanissimo.
Intervento: La formazione di chi, a questo punto?
È una bella domanda. Come definirci? Siamo sofisti ma non basta. Siamo analisti, sì, anche, ma non basta. Manca un termine, dobbiamo inventarlo, perché non c’è. Ciò che facciamo non è paragonabile a nulla di ciò che già esiste, per cui dobbiamo inventare qualche cosa. Dunque, in Tommaso la formazione è scolastica, naturalmente. Infatti, c’è il magister, ci sono i baccellieri, che sarebbero i liceali di oggi, ecc. Da subito appare la necessità di stabilire che cos’è la verità e di dare alla verità una definizione che sia precisa e che sia quella. Ora, se fosse presente il pensiero teoretico, sì si può, certo, porre la domanda che cosa sia la verità, ma la si pone in tutta altra maniera, senza l’ingenuità che consiste nel supporre che qualcosa abbia un unico significato. Questa è l’ingenuità fondamentale. E, infatti, dice, Articolo primo: che cos’è la verità. Senza il punto di domanda, è un’affermazione. Che cos’è la verità? E lui adesso lo dice. La presente questione riguarda la verità. È la prima questio. E per primo ci si chiede che cosa sia la verità. Ora, sembra che il vero si identifichi con l’ente. Prima sembra, poi è sicuro. Agostino nel libro dei Soliloqui dice: “il vero è ciò che è”. Ora, ciò che è non è nient’altro che ente. Dunque, il vero e l’ente designano assolutamente la stessa cosa, Perché? Perché lo dice Agostino. Prima dice sembra il vero si identifichi con l’ente. Due righe dopo: il vero e l’ente designano assolutamente la stessa cosa. Come è avvenuto questo passaggio? È avvenuto tramite Agostino. Agostino naturalmente afferma quello che afferma a partire dalla Bibbia. Dicendo che, come nel campo di quelle cose che si possono dimostrare, bisogna operare una riduzione ad alcuni principi, noti di per sé all’intelletto, così pure bisogna fare quando si cerca l’essenza di qualsiasi cosa. Altrimenti, in tutti e due i casi si procederebbe all’infinito e in tal caso non ci sarebbe assolutamente la scienza e la conoscenza delle cose. Qui Tommaso enuncia immediatamente qual è il fondamento di tutta la sua dottrina. L’abbiamo visto anche altre volte: non è possibile regredire all’infinito e, quindi, è necessario che ci sia qualche cosa di identico a sé, da cui ogni cosa muove. Non è possibile perché altrimenti non è possibile la conoscenza. Certo, non è possibile la conoscenza epistemica, lui dimentica questo dettaglio. Certo che la conoscenza ha bisogno di muovere da qualche cosa, ovviamente, ma la conoscenza, se intesa teoreticamente, muove dalla doxa, muove semplicemente da ciò che si crede, per cui non sarà mai una conoscenza epistemica, non potrà mai esserlo. Non si riscontra che in ogni ente si possa assumere qualcosa detta affermativamente in senso assoluto, se non la sua essenza secondo la quale si dice che esso è. Ed è così che si dà il nome di cosa, res, e questo nome si distingue dall’ente, secondo quanto dice Avicenna al principio della Metafisica, poiché ente si desume dall’atto dell’essere, invece il nome di cosa designa la quiddità o l’essenza dell’ente. Invece, la negazione che consegue all’ente è in assoluto la sua indivisibilità che è espressa con il nome di uno. Infatti, l’uno altro non è che l’ente indiviso. Infatti si dice aliquid, quasi che fosse un’altra quiddità. Per conseguenza, come un ente è detto uno, in quanto è indiviso in sé, così è detto qualcosa in quanto è distinto dagli altri enti. La necessità è che l’ente sia uno. A questo punto l’operazione non può essere che quella di eliminare i molti, di modo che l’ente diventi assoluto. È esattamente, come vi ricorderete, quello che tentava di fare Platone: l’ente senza la sua determinazione, in modo che sia uno. Il problema è che, tolte le determinazioni, si toglie anche l’ente.
Intervento: È come dire che l’ente è uno, in quanto ha un solo significato.
Esatto.
Intervento: perché l’ente è il suo significato e, quindi, l’ente identico a sé significa che…
È come dire che il significante è il suo significato. È volere separare il significante dal significato e, anzi, eliminare il significato. E, allora, il significante non significa più niente. Ogni conoscenza si attua per mezzo dell’assimilazione del soggetto conoscente alla cosa conosciuta. Assimilazione? Come avviene questa assimilazione? Qui è già un altro modo per eliminare il problema di quel salto, di cui abbiamo detto tante volte, ne parlava anche Heisenberg: il salto fra l’antecedente e il conseguente. Qui il salto viene risolto dall’assimilazione, che in fondo è un altro modo di parlare della processione. Così che l’assimilazione è detta causa della conoscenza. Per esempio, la vista conosce il colore, poiché si dispone secondo la specie del colore. Dunque, il primo rapporto dell’ente con l’intelletto è che l’ente concordi con l’intelletto e questa concordanza è detta precisamente adeguazione della cosa dell’intelletto. E in ciò si realizza formalmente la natura del vero, attraverso un’adeguazione. Ma questa adeguazione, che avviene per assimilazione, è sempre il modo di pensare di poter cucire quel salto, che non è altrimenti matematizzabile. Ed è questo dunque che il vero aggiunge all’ente, vale a dire la conformità o l’adeguazione della cosa e dell’intelletto, e a questa conformità, come è stato detto, ne consegue la conoscenza. Sta dicendo che l’unico modo per conoscere è eliminare il, salto attraverso l’assimilazione, la digestione; finché permane questo salto, che in fondo è stato e continua a essere un problema insolubile per la filosofia, per la fisica, per la matematica, per tutto, finché permane il salto la conoscenza è impossibile, perché non c’è nulla che giustifichi il passaggio da un elemento all’altro. Quindi, ecco l’assimilazione, viene assimilato. E così, dunque, il ciò che è della cosa precede l’essenza della verità, mentre la conoscenza è un certo effetto della verità. In base a ciò dunque si ha che la verità o il vero è definito in tre modi. In un primo modo: secondo ciò che procede alla natura della verità e nel quale la verità si fonda. E così Agostino dà una definizione nel libro dei Soliloqui: “Il vero è ciò che è”. E Avicenna, nella sua Metafisica: “La verità di ciascuna cosa è la proprietà del suo essere che ad essa è stato determinato”. E da altri così: “Il vero è la congiunzione dell’essere con ciò che è”. La congiunzione dell’essere con ciò che è, quindi dell’esistenza con l’essenza. Questa congiunzione è necessaria, non ci sono santi, occorre questa congiunzione. In un altro modo il vero è definito secondo ciò in cui l’essenza del vero si realizza formalmente. E così Isaac dice che “la verità è l’adeguazione della cosa dell’intelletto”. Anselmo nel libro La verità dice che “la verità è la rettitudine che può essere percepita solo dalla mente”. Infatti, questa rettitudine è detta secondo una certa adeguazione. E il filosofo... Quando dice “il filosofo” si riferisce sempre a Aristotele. ...nel IV della Metafisica dice che nel dare una definizione diciamo vero quando si dice che è ciò che è o che non è ciò che non è. Il vero è definito in un certo modo secondo l’effetto che ne consegue e così Ilario dice che il vero rivela e manifesta l’essere e Agostino, nel libro La vera religione, dice che la verità è ciò mediante cui si mostra ciò che è, e nello stesso libro dice che la verità è ciò in base a cui giudichiamo intorno alle cose inferiori. È curioso che all’argomentazione si preferisca sempre un richiamo all’autorità. Agostino dice, Ilario dice, quell’altro dice, Avicenna, Boezio dice, come se, di fatto, o non si è in condizione di argomentare oppure non è possibile argomentare, o entrambe le cose. Perché in questo libro, dove ci dovrebbero essere le istruzioni per argomentare, insegna a non argomentare di fatto, ma a rivolgersi alle auctoritates. Chi usa il pensiero avrebbe obiettato: sì, va bene che lo dica Agostino, e allora? Agostino da dove ha preso questa cosa? Ed ecco il terrore di Tommaso della regressio ad infinitum. Naturalmente si ferma con Dio, perché Agostino dove l’ha presa? L’ha presa della Bibbia, e la Bibbia l’ha presa da Dio e Dio dove l’ha presa? Dio non l’ha presa da nessuno, perché lui è la conoscenza totale e assoluta. Il vero non si trova in più cose che l’ente... Quindi, solo l’ente è il vero, solo la realtà è il vero. Infatti, l’ente intesa in un certo senso si predica anche del non-ente, secondo che il non-ente è conosciuto dall’intelletto. Perciò il filosofo, nel IV della Metafisica, dice che la negazione o la privazione sono detti enti in un solo modo, cosicché anche Avicenna, al principio della sua Metafisica, dice che non si può formare una proposizione se non dell’ente, poiché occorre che ciò di cui si forma un enunciato sia conosciuto dall’intelletto. Da ciò è evidente che ogni vero è in un certo qual modo ente. L’ente, dunque la cosa, la res, il pragma per i Greci, è il modello del vero, ciò che c’è. Perché l’ente non può più essere interrogato; se lo pongo come l’uno, è chiaro che a questo punto l’ente è come se fosse al di là, o al di qua, di qualunque possibilità di domanda, perché è quello che è.
Intervento: È l’eterna riproposizione del problema di Platone: definire l’ente senza tutte le sue determinazioni.
Sì, certo. Non possono uscire da questo.
Intervento: Anche perché appena si parla di ente, essendo linguistico, bisogna determinarlo.
Intervento: È lo stesso ragionamento del luogo comune che dice che anche senza il linguaggio le cose esisterebbero lo stesso. Praticamente, queste cose esistono senza le sue determinazioni, che comunque il parlante dà. Se non ci fosse il parlante, le cose esisterebbero comunque.
Sì. È un problema che Tommaso si pone a un certo punto, però chiaramente le cose esistono perché Dio vuole, e chiuso il discorso. Ci si chiede se la verità si trovi principalmente nell’intelletto più che nelle cose. E sembra di no. Infatti il vero, come è stato detto, si converte con l’ente, ma l’ente si trova principalmente nelle cose più che nell’anima. Dunque, anche il vero sta nelle cose, non nell’anima, cioè nel pensiero. Quando si parla di anima, è il pensiero. Inoltre, le cose sono nell’anima non con l’essenza ma con la loro specie, come dice il filosofo nel III libro del De anima. Dunque, se la verità si trovasse principalmente nell’anima non sarebbe l’essenza delle cose, ma la somiglianza è la specie, mentre il vero sarebbe la specie dell’ente, che esiste fuori dell’anima. Ora, la specie della cosa, che esiste nell’anima, non si predica della cosa, che esiste fuori dell’anima, come non si converte neppure con essa. Infatti, essere convertibili significa predicarsi l’uno dell’altro. Dunque, neppure il vero si potrebbe convertire con l’ente, è cioè falso. /.../ Se la verità risiede principalmente nell’intelletto… Potremmo dire: nel linguaggio. ...occorre che nella definizione della verità si ponga qualcosa che è di pertinenza dell’intelletto. Ora, Agostino, nel libro dei Soliloqui, rigetta una definizione di questo tipo… Eh sì, perché Agostino sapeva che avere a che fare con il linguaggio è un problema. Dice Agostino: è vero ciò che è così come appare. Poiché in questo modo non sarebbe vero ciò che non si vede e ciò che è manifestamente falso relativamente alle pietruzze nascoste nelle viscere della terra. E similmente rigetta e confuta quest’altra definizione: il vero è così come sembra al soggetto conoscente, qualora volesse e potesse conoscere... Quindi, rigetta anche questa. ...poiché in tal caso non ci sarebbe nessun vero se un soggetto conoscente non volesse e non potesse conoscere. E lo stesso ragionamento varrebbe per qualsiasi altra definizione in cui si ponesse qualcosa che fosse di pertinenza dell’intelletto. Dunque, la verità non esiste principalmente nell’intelletto. Deve esserci qualche cosa comunque. Il filosofo nel IV della Metafisica dice: il falso e il vero non esiste nelle cose ma nella mente. Inoltre, la verità è l’adeguazione della cosa e dell’intelletto. Ora, questa adeguazione potrebbe esistere solo nell’intelletto; dunque, anche la verità esiste solo nell’intelletto. E, poi, lui interviene in fronte a queste cose che non si possono neanche dire. Ma bisogna sapere che una cosa si rapporta all’intelletto speculativo in un modo e all’intelletto pratico in un altro. Quando c’è un problema che appare insolubile e allora si incomincia a porre dei distinguo: sì, è così, ma... ma bisogna inserirlo in un certo contesto. Non perché il contesto possa dare qualcosa in più, qualche volta lo dà anche, ma perché semplicemente si sa dalla retorica che una parola, una qualunque parola, inserita in un contesto ha un significato; se viene messa in tutt’altro contesto, ha un altro significato. Quindi, basta che io la metta nel contesto che voglio io, e la parola significa quello che voglio io. L’intelletto pratico causa le cose, cosicché è misura delle cose che si fanno per mezzo di esso; invece, l’intelletto speculativo, quel che riceve dalle cose, è in un certo qual modo mosso dalle stesse cose e, quindi, le cose ne sono la misura. Da ciò è manifesto che le cose naturali, dalle quali il nostro intelletto riceve la scienza, misurano il nostro intelletto, come detto nel libro X della Metafisica. Però, sono misurate dall’intelletto divino, nel quale tutte le cose esistono, come nell’intelletto dell’artigiano esistono tutti gli artefatti. È curiosa questa questione, che tutti i teologi hanno sempre posto, anche Tommaso non è da meno, Heisenberg lo chiamerebbe il principio di sovrapposizione tra Dio e δύναμις. la potenza, dove c’è già tutto. Nella δύναμις, in fondo, c’è ogni possibilità, che poi si configura nell’ἐνέργεια, ma c’è ogni possibilità in nuce. Sembra che l’idea di Dio, almeno per questo aspetto, sia stata presa proprio dall’idea aristotelica di δύναμις: Dio come la potenza assoluta, come qualcosa che è in potenza tutte le cose. È anche in atto in Dio naturalmente, però dire che è in potenza tutte le cose vuol dire che ogni cosa è già presente in Dio; poi, può metterla in atto oppure no. Per esempio, non ha messo in atto un leone con venticinque teste, ma in potenza c’è anche quello, perché c’è tutto. Così dunque l’intelletto divino è misurante e non misurato. Invece, le cose naturali sono misurate e misuranti. Ma il nostro intelletto è misurato e non misurante le cose naturali, ma solo quelle artificiali. Dunque, una cosa naturale, posta tra due intelletti, è detta vera secondo l’adeguazione ad entrambi. Infatti, è detta vera secondo l’adeguazione all’intelletto divino nella misura in cui realizza ciò di cui è ordinato dall’intelletto divino, come è evidente per mezzo di Anselmo nel libro La Verità, per mezzo di Agostino nel libro La Vera religione, per mezzo di Avicenna nella definizione citata, cioè che la verità di ciascuna cosa è la proprietà del suo essere, che adesso è stato determinato. /.../ Agostino parla della visione dell’intelletto umano dalla quale non dipende la verità della cosa. Infatti, ci sono molte cose che il nostro intelletto non conosce. Tuttavia, non esiste nessuna cosa che l’intelletto divino non conosca in atto e l’intelletto umano in potenza. Invece, in Dio è in potenza e in atto. Giacché l’intelletto agente è detto ciò per mezzo del quale sono prodotte tutte le cose e l’intelletto possibile ciò per mezzo del quale si diventa tutte le cose. Perciò, nella definizione della cosa vera si può porre la visione in atto dell’intelletto divino, però dell’intelletto umano solo in potenza. Qui la questione è se questa verità esiste solo nell’intelletto o nelle cose. Lui sostiene che esiste nelle cose. È poi diventata la disputa sugli universali, e cioè se gli universali, cioè le affermazioni, siano enti di natura o enti di ragione. È una disputa che era già iniziata con i dialettici e gli antidialettici, poi ripresa dalla disputa sugli universali, ed è ancora presente nella disputa tra analitici e continentali, è ancora presente, non si è usciti da lì. Qui cita Aristotele, il quale dice che la verità non è nelle cose, naturalmente, ma dice: Dunque, l’intelletto esprime un giudizio sulla cosa conosciuta solo quando dice che qualcosa è o non è. Questa è una prerogativa dell’intelletto che compone e che divide. Perciò anche il filosofo, nel VI della Metafisica, dice che la congiunzione e la separazione risiede nell’intelletto e non nelle cose. Da ciò deriva che la verità si trova prima di tutto nella composizione e nella divisione operata dall’intelletto. Però, non mette in discussione il fatto che l’ente sia il vero. Se esista una sola verità in virtù della quale tutte le cose sono vere. Qui parte dalle obiezioni, poi c’è il rispondo, poi il contrario. Anselmo, nel libro La Verità, così argomenta: se di molte cose vere ci sono molte verità, occorre che le verità siano varie, secondo la varietà delle cose vere. Ora, le verità non sono varie a causa della varietà delle cose vere, poiché, annientate le cose vere o rette, permane ancora la verità e la rettitudine, in base alla quale esse sono vere o rette. Dunque, esiste una sola verità. Qui è la tesi di Tommaso, naturalmente, che non può che essere questa: la verità è una e indivisibile, perché la verità ultima appartiene a Dio. Poi, arriva a ammettere che esistono delle verità negli umani, delle verità parziali; allora, sì, in questo caso possono esserci varie verità, però La Verità quella è una.
Intervento: Se l’essente ha l’attributo di vero, la verità a questo punto è l’essere.
Sì, ma per Tommaso l’essere e l’ente sono la stessa cosa, a dispetto della differenza ontologica di Heidegger, perché l’ente, essendo il vero, è anche definito come ciò che è, come l’essere. Quindi, l’ente e l’essere sono la stessa cosa, quindi è sempre la verità. Niente è superiore alla mente umana tranne Dio, come dice Agostino. Ora, la verità, come dimostra Agostino nei Soliloqui, è superiore alla mente umana, poiché non si può dire che sia inferiore. In tal caso, infatti, la mente umana potrebbe essere in grado di esprimere un giudizio sulla verità, e ciò è falso. In effetti, non esprime un giudizio sulla verità, ma secondo la verità, come anche il giudice non giudica sulla legge ma secondo la legge, come egli stesso dice nel libro La vera religione. Similmente, non si può neppure dire che sia uguale ad essa, poiché l’anima giudica tutto secondo la verità, ma non giudica tutto secondo se stessa. Dunque, la verità è Dio e, quindi, esiste una sola verità. Il fatto che la verità debba essere necessariamente uguale a se stessa, certo, la pone come Dio, ma la pone soprattutto in modo tale che non debba né possa essere messa in discussione. Infatti, dice chiaramente che gli uomini possono giudicare a partire dalla verità ma non della verità. Come se dicesse: guardatevi bene dal disquisire sulla verità; potete ragionare se una certa cosa è vera oppure no, ma della verità non si può discutere, perché la verità è Dio. Inoltre, Agostino, nel libro delle 83 questioni, dimostra che la verità non è percepita… Naturalmente, lo dimostrerà citando la Bibbia. ...dal senso del corpo in questo modo. Nulla è percepita dal senso se non ciò che è mutevole. Ora, la verità è immutabile, dunque non è percepito dal senso. Si può similmente argomentare così: ogni cosa creata è mutevole; ora, la verità non è mutevole, dunque non è una cosa creata, dunque è una cosa increata, dunque esiste una sola verità. Poi, a un certo punto si chiede se qualche altra verità, oltre alla prima, sia eterna. Il che è un problema: se c’è un’altra verità eterna vuole dire che ci sono due dei almeno. Dunque, ci si chiede se qualche altra verità, oltre alla prima, sia eterna. E sembra di sì. Infatti, Anselmo, parlando della verità degli enunciati nel Monologion: sia che si pensi che la verità abbia, sia che si dica che la verità non abbia un principio o un fine, la verità non può essere racchiusa da un principio o da una fine. Ora, di ogni verità si pensa o che abbia un principio e una fine o che non abbia un principio e una fine. Dunque, nessuna verità è racchiusa da un principio o da una fine. Ora, ogni cosa del genere è eterna, dunque ogni verità è eterna. Che razza di argomentazioni costruisce? Si chiede se ogni verità abbia un principio e una fine, o che non abbia un principio e una fine; dunque, nessuna verità era racchiusa da un principio e una fine. Ma era una domanda. Come si è passati dalla domanda alla certezza? È come ha posto all’inizio: il “sembra”, che due righe dopo diventa “assolutamente così”. Inoltre, tutto ciò il cui essere segue all’annientamento del proprio essere è eterno, poiché sia che si ponga che esiste sia che ponga che non esiste, ne consegue sempre che esiste, e ogni cosa occorre porre in ogni tempo che esiste o non esiste. Invece, all’annientamento della verità segue che la verità esiste; poiché, se non esiste la verità, è vero che la verità non esiste, e niente può essere vero se non la verità. Dunque, la verità è eterna. Qui fa un gioco di prestigio, per cui passa allegramente tra l’ente di ragione e l’ente di natura. La verità prima come ente di natura, però viene confermata dall’ente di ragione. Per esempio, dico che è vero che la verità esiste, è vero che la verità non esiste, ma se affermo che la verità non esiste, questa affermazione è vera, dunque la verità esiste. Sono i giochi che fanno i bambini. Inoltre, se la verità degli enunciati non fosse eterna allora bisognerebbe porre un tempo in cui non c’era la verità degli enunciati. Ma in quel tempo era vero questo enunciato: non esiste la verità di nessun enunciato. Dunque, c’era la verità degli enunciati, cosa che è in contrasto con ciò che è stato ammesso. Dunque, non si può dire che la verità degli enunciati non sia eterna. Di nuovo, la verità posta in un primo momento come un ente di natura, subito dopo come ente di ragione, perché viene confortata o confutata attraverso argomentazioni. Se dico che la verità non esiste, questa affermazione è vera, come facevano gli scettici. Inoltre, ancora il filosofo... Quando parla del filosofo si riferisce ad Aristotele, quello letto da Porfirio, ...nel Libro I della Fisica, prova che la materia è eterna, benché ciò sia falso per il fatto che essa permane dopo la sua corruzione e che esiste prima della sua generazione, dal momento che, se si corrompe, si corrompe trasformandosi in qualcosa, e se si genera, si genera da qualcosa. Ora, ciò da cui una cosa si genera e ciò in cui una cosa, corrompendosi, si trasforma, è materia. Ora, similmente se si pone che la verità si corrompe o si genera, segue che essa esiste prima della sua generazione e dopo la sua corruzione, perché se si genera passa dal non essere all’essere e se si corrompe passa dall’essere e dal non essere. Ora, quando la verità non esiste, è vero che la verità non esiste, cosa che certamente non può essere se non esiste la verità. Dunque la verità è eterna. Questo è il massimo delle argomentazioni di Tommaso. Giochi da bambini. Non è vero che tu hai mangiato la caramella. Sì, ma se dice che non è vero che hai mangiato la caramella, questa affermazione è vera. Quindi è vero che hai mangiato la caramella. È tutto qui quello che sa fare? Gli universali sono perpetui e incorruttibili. Ora, il vero è massimamente universale, poiché si converte con l’ente. Dunque, la verità è perpetua e incorruttibile. Invece, l’ente è comunque posto come l’universale incorruttibile; non dice ineffabile, ma è implicito. La verità della significazione è la sua rettitudine. Ora, sin dall’eternità era giusto che significasse qualcosa. Dunque, la verità della significazione è esistita sin dall’eternità. Perché? Perché era giusto. Ora, tenete conto che le argomentazioni di Tommaso sono state prese ad esempio da tutta la scolastica, oltre alla tomistica, naturalmente. Questo è generalmente considerato il vertice del pensiero teologico, ma anche del pensiero in generale. Per questo il tomismo oggi sta recuperando molto terreno. È l’idea che svolgendo una retta argomentazione sia possibile giungere al vero. Sì, ma una retta argomentazione, e qui di retto non c’è molto.