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2-9-2015

 

Ciò che vi leggerò questa sera è importante perché ha a che fare direttamente con la volontà di potenza e anche ovviamente con la struttura del linguaggio. Ciò su cui si sta interrogando qui Heidegger, sulla scorta di Nietzsche, è l’Essere in quanto è, e cioè che cosa si dice quando si dice che qualcosa è qualche cos’altro, oppure quando si dice che qualcosa non è qualche cos’altro. Come interviene questo “è”? C’entra l’essere ovviamente, perché si dice che se io dico che questa cosa è quell’altra, sto dicendo che l’essere di questa cosa è quell’altra, ma l’essere in che senso? Qui incomincia ad articolarlo (pag 736 sempre del testo di Heidegger Nietzsche. Il capitolo: L’Essere come vuoto e come ricchezza) Noi discorriamo dell’essere, nominiamo l’essere, ascoltiamo la parola e continuiamo a dirla e a ripeterla, ormai è quasi solo come un eco fugace, quasi, eppure mai interamente rimane ancor sempre la traccia di un sapere, anche se all’eco noi facciamo seguire solo il ricordo che qui pensiamo qualcosa, certo questo che nel fare ciò noi comprendiamo è qualcosa di assolutamente approssimativo che ci sfugge ma che non appena lo nominiamo di nuovo ci balza subito addosso come la cosa più nota. L’essere dal punto di vista grammaticale è un sostantivo formato anteponendo al verbo essere l’articolo. Il verbo essere è l’infinito dell’infinito dell’è che per noi è fin troppo corrente non abbiamo bisogno di un corso universitario sul nichilismo e dell’uso frequente del sostantivo l’essere per fare subito in ogni esplicito rimando l’esperienza che nell’uso dell’è diciamo ancora più frequentemente e più costantemente l’essere, l’è circola nel linguaggio come la parola più consunta e tuttavia regge pur sempre tutto il dire, non solo nel senso della comunicazione verbale, l’è parla anche in ogni comportamento non verbale in rapporto all’ente ovunque anche dove non parliamo ci comportiamo in rapporto all’ente in quanto tale e ci comportiamo in rapporto a ciò che è, che è in tal modo o in tal altro che non è più e non è ancora, o che non è assolutamente, l’uniformità di questo è, consunto eppure mai esaurito dietro l’identicità del suono e della forma della parola cela una ricchezza quasi impensata, noi diciamo: quest’uomo è della Svevia, il libro è tuo, il nemico è in ritirata, il rosso è babordo, dio è, in Cina c’è un’inondazione, la coppa è d’argento, la terra è, il contadino è nei campi, nei campi c’è la dorifora, la conferenza è nell’aula 5, il cane è in giardino, è un uomo del demonio, su tutte le cime v’è pace. Ogni volta l’è ha un significato e una portata diversa. “Quest’uomo è della Svevia” vuol dire proviene dalla Svevia; “il libro è tuo” significa “ti” appartiene; e così prosegue fino ad arrivare all’ultimo “su tutte le cime/ v’è pace” allora “si trova” pace? “ha luogo”? “soggiorna”? “impera”? oppure “sta”? oppure “regna”? Non v’è qui una circonlocuzione che risulti felice, eppure qui parla questo stesso “è” semplice, insostituibile e basta, buttato lì in quei pochi versi che Goethe scrisse a matita sugli stipiti della finestra di una baita sul Kickelhahn eccetera. È curioso che noi nel delucidare la paroletta corrente “è” in questi versi di Goethe esitiamo, titubiamo e poi alla fine vi rinunciamo del tutto e non facciamo che dire e ridire di nuovo le parole Über allen Gipfeln / Ist Ruh, che significa appunto “su tutte le cime v’è pace”, non tentiamo di delucidare l’è, non perché sarebbe troppo intricato, troppo difficile e addirittura disperato ma perché l’è viene detto qui in modo così semplice ancora più semplice di qualsiasi altro “è” corrente che inavvertitamente e costantemente ci si insinua nel dire quotidiano, ma questa semplicità dell’è, nell’è nella poesia di Goethe rimane ben lungi dal vuoto e dall’indeterminato impossibili a cogliersi, parla nella poesia la semplicità di una rara ricchezza questa stessa ricchezza è testimoniata solo in modo diverso e con una indicazione sommaria dalla enumerazione delle diverse asserzioni nella quali noi abbiamo subito potuto interpretare l’“è” ogni volta secondo un particolare riguardo. L’uniformità dell’“è” e dell’essere si dimostra così come una parvenza grossolana che non fa che attaccarsi all’uguaglianza del suono della parola e della forma grafica, né basta più assicurare qui che l’“è” attiene alle parole polisemiche, non si tratta infatti di mera polisemia, si mostra una ricchezza della dicibilità dell’Essere la quale soltanto rende possibile ciò che noi dal punto di vista logico e grammaticale vorremmo annoverare come “polisemia”. Qui non sono in generale in discussione i vocaboli “è” ed “essere” ma ciò che essi dicono, ciò che in loro si annuncia l’essere di nuovo ci fermiamo nello stesso punto della meditazione, l’essere indeterminato e appiattito è tuttavia comprensibile e compreso, potremmo fare la prova costatare mediante un’inchiesta che cosa si immaginano in ogni “è” che viene detto coloro che lo sentono ma queste costatazioni non farebbero che confermare che nell’“è” l’essere sfugge come un eco fugace eppure ci colpisce da una qualche direzione e ci dice qualcosa di essenziale, forse la cosa più essenziale (volevo dirvi una cosa che riguarda ciò che sta dicendo ovviamente la connessione strettissima con la volontà di potenza. “l’è”,quando chiunque dice questa cosa o quest’altra compie un’operazione che il più delle volte sfugge al parlante ma che non è sfuggita a Nietzsche e meno che mai a Heidegger, e cioè fissa quella cosa, la ferma allo scopo di poterla utilizzare in varie forme, in vari modi, come dirà più avanti Heidegger questo “è”, il dire “una certa cosa è questo” stabilisce ciò che di per sé è instabile cioè il dire, le parole, pone qui il limite del divenire, le parole divengono e mutano, cambiano continuamente ciò non di meno l’“è” le ferma, l’“è” ha questa funzione, blocca la parola, solo bloccandola, solo facendola “stare” è possibile il divenire, è possibile appoggiarsi per potere costruire e quindi fare il passo successivo. Questa modalità di intendere l’essere è interessante perché ci fa anche cogliere il motivo per cui la questione dell’essere, cioè l’ontologia, è stata così importante da Parmenide fino a oggi, perché in effetti gli umani si sono sempre occupati dell’essere, hanno cercato in tutti i modi di sapere che cos’è l’essere, come funziona, perché è fatto in quel modo, sì certo per dare stabilità, dare una garanzia, come abbiamo detto varie volte, l’essere dell’ente è ciò che fa dell’ente che è semovente, che è divenire, ne fa qualche cosa di fermo, e quindi di utilizzabile.

Intervento: non è come dice Severino per poter gestire il divenire?

Più che gestirlo per renderlo possibile, che è diverso, e in effetti Heidegger lo dice in modo molto chiaro riprendendo Nietzsche, l’essere qui è la condizione del divenire, è la condizione dell’ente, poi Heidegger riprenderà la cosa a modo suo quando parlerà del “Dasein” eccetera, in ogni caso l’essere qui è come ciò che si stabilisce, come ciò che si ferma, è la condizione perché qualche cos’altro possa darsi cioè perché possa darsi il divenire, perché qualcosa possa procedere, per procedere devo avere un elemento fermo …

Intervento: In Severino il divenire è non essere …

Sì lui fa un altro discorso certo perché per lui là dove l’essere è in qualche modo vincolato, unito al non essere si viene a creare quella bizzarra, secondo lui, quella bizzarra formulazione che dice che l’essere è non essere, e allora questo produce una contraddizione insanabile e quindi è costretto a dire che il divenire è questo cioè il divenire è il nichilismo non l’essere, l’essere non è nichilismo per Severino, il divenire sì perché nel divenire c’è quel famoso movimento che già Platone aveva descritto e indicato con la parola greca “ἐπαμφοτερίζειν” questo movimento per cui l’essere prima non c’è, poi c’è, poi non c’è più di nuovo e quindi è un momento in cui l’essere è anche non essere, perché prima che diventi essere è non essere, perché è nulla, e quando torna a essere nulla di nuovo l’essere è nulla: se l’essere è nulla allora è non essere, e se è non essere allora c’è un problema. In Heidegger la questione è posta differentemente, Heidegger che sta leggendo Nietzsche ovviamente, e cioè l’essere è quel momento in cui qualche cosa viene identificato, l’Essere è “l’eterno ritorno dell’uguale”, è il momento in cui qualche cosa è identica a sé e cioè è quel momento che solo consente la ripresa attraverso la volontà di potenza, la ripresa del percorso verso un’altra meta prefissata dal soggetto, “soggetto” per Heidegger è inteso in modo un po’ particolare ma è comunque la condizione per il divenire che qualcosa possa proseguire, possa procedere, se non ci fosse questo elemento stabile, fermo, identico a sé, quindi identificato non ci sarebbe il divenire. Ora se poniamo la cosa in termini linguistici, di struttura del linguaggio, la cosa si fa più interessante perché ci sta dicendo che un elemento nel discorso per potere funzionare come premessa del divenire, cioè del discorso che si fa, questo elemento deve essere identificato, deve essere identico a sé, deve essere pertanto conoscibile. Questo elemento non ha queste prerogative di per sé e Nietzsche dice che è così per un comando, perché si è imposto che sia così, ma di per sé questo elemento non ha nessun fondamento: questo elemento, diciamo la premessa, uso questo termine per capirci, questa premessa non ha nessun fondamento, non è fondabile su niente e da niente, tuttavia è il fondamento infondato e infondabile, ma è fondamento e lo è per un comando. Questo mostra di fatto il funzionamento del linguaggio, quando il linguaggio stabilisce un elemento e lo pone come identico a sé non ha motivi per farlo, motivi che siano fuori dalla struttura del linguaggio, motivi metafisici, cioè un qualche altra cosa che garantisce che è così, non c’è, c’è soltanto un comando: questo significa che all’interno del discorso verrà utilizzato in un certo modo, e fa questo perché se non lo facesse il linguaggio non potrebbe articolarsi, non potrebbe svolgersi. Vediamo cosa aggiunge) Ma ci è consentito inferire dalla polisemia e polisemanticità dell’“è” una ricchezza essenziale dell’Essere? La molteplicità dell’“è” non proviene dal fatto che nelle menzionate asserzioni ci si riferisce a enti di specie e contenuti diversi “l’uomo”, “il nemico”, “dio” eccetera non dobbiamo piuttosto trarre da tutto ciò questa conclusione “poiché l’“è” e l’“essere” sono in sé indeterminati e vuoti, essi sono lì pronti a essere riempiti di contenuti molteplici,”? (sta dicendo che quando si dice “è” cioè “questo è quest’altro”, questa “è” è una cosa vuota, e in quanto vuota non può garantire nulla, quindi non può garantire che quando dico “questo è questo” questo “è” non garantisce assolutamente niente) La suddetta molteplicità di determinati significati dell’“è” dimostra quindi il contrario di ciò che doveva essere mostrato (in effetti quando dico “questo è quest’altro” questa “è” dovrebbe mostrare che cosa è il primo elemento, ma non lo fa) l’essere deve mantenersi assolutamente indeterminato nel suo significato per rimanere determinabile dagli enti di volta in volta diversi se non ché richiamandoci ai diversi enti abbiamo con essi già posto e ammesso anche la molteplicità dell’essere, se ci atteniamo esclusivamente al significato della parola “è” “essere” già esso nella sua massima vacuità e indeterminatezza deve non di meno avere quella specie di univocità che ammette di per sé la variazione in una molteplicità. Il conclamato significato universale dell’essere non è però la vacuità materiale di un gigantesco contenitore nel quale possono rientrare tutte le variazioni possibili, a questa immagine fuorviante conduce però una mentalità inveterata che pensa l’essere come la più universale determinazione di tutte le cose e pertanto può ammettere il molteplice solo come ciò che riempie questo involucro più vasto e più vuoto costituito dal concetto più universale. (sta dicendo che l’essere non è un contenitore vuoto, è una funzione linguistica, cioè ha la funzione di connettere un elemento a un altro dopo che il primo elemento è stato stabilito per un comando, questa “è” l’essere ha la funzione di connettere il primo elemento) L’“essere” e l’“è” vengono da noi pensati nel contempo in una peculiare indeterminatezza ed esperiti in una pienezza, questo duplice volto dell’essere ci conduce forse più facilmente sulla traccia della sua essenza, in ogni caso ci trattiene dal voler spiegare con il più scontato di tutti i mezzi del pensiero, l’astrazione, quello che è più essenziale in tutto ciò che è da pensare e da esperire. // L’essere è la cosa più vuota ed è al tempo stesso la ricchezza in base alla quale tutto l’ente noto ed esperito, ignoto e ancora da esperire, viene dotato del rispettivo modo essenziale del suo essere (se questo “è”, come dicevo, è una sorta di funzione cioè connette un elemento con un altro allora sì, si può intendere qual è la ricchezza dell’essere, perché connettendo un elemento con un altro incomincia a produrre per esempio della semiosi cioè degli effetti di senso, di significato) però rimane più incomprensibile, dice, l’essere che è più comprensibile talché noi non facciamo attenzione a quanto agevolmente ci manteniamo nella sua comprensione. (E ciò che è più comprensibile ma al tempo stesso è anche qualcosa che meno di tutto è capito e apparentemente non è capibile, in base a che cosa dobbiamo capirlo? Cosa si da all’infuori di esso e in base a cui si potrebbe assegnargli una determinazione? (se è la cosa più indeterminata) infatti il nulla e men che meno idoneo a determinare poiché è il senza determinazione anzi l’assenza stessa di determinazioni, ciò che è più comprensibile si oppone a ogni comprensibilità, l’“essere” è ciò che è più usuale a cui noi in ogni comportamento e per ogni portamento ci richiamiamo, infatti da per tutto noi ci manteniamo nell’ente ci comportiamo in rapporto a esso. // L’“essere” è ciò che è più affidabile che non ci inquieta mai fino al dubbio se questo o quell’ente siano oppure no è cosa di cui a volte dubitiamo, se questo o quell’ente siano così oppure diversamente è cosa su cui spesso riflettiamo, l’“essere” senza il quale non possiamo nemmeno dubitare sotto un qualsiasi riguardo dell’ente, da un affidamento la cui affidabilità non può essere superata in nessuna direzione eppure l’“essere” non ci offre nessun fondamento, nessun terreno come fa l’ente a cui noi ci volgiamo, a cui noi costruiamo e a cui noi ci atteniamo, l’“essere” è la dis-dizione (ab sage) (la disdicenza potremmo dire) del ruolo di un tale fondare diniega tutto ciò che è fondativo e disfondativo (non c’è nessuna possibilità di intendere qualche cosa sull’“essere” al di fuori di questa funzione che è quella di connettere un ente a un altro ente. Tutto si gioca nell’ente, questo già lo diceva Nietzsche, capovolgendo il platonismo diventa l’ente quell’elemento supremo in cui tutto si gioca e l’“essere” invece diventa una parvenza, diventa qualche cosa di costruito, di irrilevante. Ecco dunque l’“è” dell’essere ha questa funzione, connette gli enti fra di loro ma non c’è modo di sapere che cosa sia, cioè non c’è il modo di determinare l’“essere” se non attraverso se stesso e questo ci rinvia a un’altra questione interessante, e cioè il fatto che un elemento linguistico e l’“essere” lo è, non ha altro fondamento, altro appoggio se non su altri elementi linguistici, cioè rimane sempre all’interno della struttura, non è possibile dire che cos’è un qualche cosa se non all’interno della struttura del discorso, a maggior ragione per quanto riguarda l’“è”, per quanto riguarda l’“essere”, che richiederebbe per essere illustrato e determinato una sorta di “meta essere”) // Ma ancora più angustiante della questione se le opposizioni menzionate stiano nell’essenza dell’essere stesso o se scaturiscano soltanto dal nostro rapporto discorde con l’“essere” oppure se addirittura questo nostro rapporto con l’“essere” scaturisca dall’“essere” stesso perché sta presso di lui, più angustiante di questa domanda certo decisiva rimane dapprima l’altra il nostro rapporto con l’essere guadando alla fattispecie è mai un rapporto discorde? Ci rapportiamo noi stessi all’essere in modo così discorde che questa discordia domina completamente noi stessi cioè il nostro rapporto con l’ente? Dobbiamo rispondere: no. Nel nostro rapporto noi siamo sempre da un lato delle opposizioni, l’“essere” è per noi ciò che è più vuoto, più universale, più comprensibile, più usuale, più affidabile, più dimenticato, più detto e anche a questo facciamo appena attenzione e quindi non lo sappiamo nemmeno in quanto opposto all’altro (l’opposizione di cui parlava era l’opposizione tra essere ed ente ovviamente, quella che articolerà come “differenza ontologica” . Ora questo “è” dell’essere rimane a un tempo la cosa più comune e anche al tempo stesso più ignota, più comune perché non possiamo parlando ignorarla, come se fosse la chiave di volta del funzionamento del linguaggio, la chiave di volta nel senso che ciascuna volta è ciò che consente a una cosa di dire di un’altra attraverso l’“è”, di dire “a è b” “questo è quest’altro” oppure “questo non è quest’altro”. Dunque rappresenta un quid, un qualche cosa che consente il funzionamento del linguaggio ma lo consente in un modo particolare perché dicendo “questo è quest’altro” mostra all’interno del linguaggio il suo funzionamento strutturale, ma mostra che questo funzionamento strutturale è ciò che Nietzsche stesso chiamava “metafisica”. Perché? Perché è “costretto” per funzionare, “costretto” fra virgolette nessuno lo costringe è il suo funzionamento stesso a spostare da qualcosa che è lì, che appare a un’altra cosa che invece non è lì e non appare, come dire che dicendo “questo è quest’altro” ciò che questo “è” il primo risiede in quest’altro che non è presente nel primo perché se no non avrei bisogno di andarlo a cercare altrove, e quindi l’“essere” è potremmo, dirla così “il funzionamento stesso della metafisica” per questo potremmo anche dire che non c’è metafisica senza ontologia, cioè senza una riflessione intorno all’“essere”. La metafisica ha bisogno di sapere che cos’è l’essere per sapere che cos’è l’ente, la metafisica si interessa dell’ente, vuole sapere da dove viene l’ente, a quali condizioni c’è l’ente, mentre l’ontologia vuole invece sapere quali sono le cose che ci sono, cioè quali sono gli “esseri”, qual è l’“essere” dell’ente. Certo l’una non va senza l’altra, infatti alcuni non le distinguono propriamente la metafisica e l’ontologia, però classicamente sono distinte. Vi dicevo l’“essere”, l’“è” è la condizione del funzionamento del linguaggio, ma questa condizione è una condizione metafisica, e cioè continua a dire che una cosa non è se stessa ma è un’altra, ciò che appare non è quello che è se non in funzione di un’altra cosa. Ecco qui c’è un altro problema rispetto al “divenire” di cui dicevamo prima, dicendo che una cosa non è se non in riferimento, in relazione a un’altra stiamo parlando del “divenire”, cioè questa cosa diviene quell’altra e quindi che ne è dell’essere e dell’identità? Ne è, perché questa prima cosa, e qui sta una sorta di chiamiamolo “paradosso” ma mettiamolo tra virgolette, il fatto che perché questa prima cosa possa diventare quell’altra occorre che sia quella che è, e qui di fatto questo elimina anche il paradosso. Ma c’è ancora un altro aspetto che complica le cose: l’“è”, dicevamo prima, ferma, stabilizza, stabilizza ciò che non è stabilizzabile, questo lo dice anche Heidegger, in che modo lo stabilizza? Se io dico che il cane è un animale, dico che questa cosa è quest’altra, ma se io dico soltanto “Il cane è.” allora la questione diventa più complessa perché nel secondo caso io affermo che “qualche cosa è qualche cosa” e quindi lo fisso, dico che c’è, poi posso dire che il cane è questo e quest’altro, quello che mi pare, però intanto devo dire che c’è per potere dire che “è qualche cos’altro” cioè per avviare il divenire, quindi questo primo “è”, che stabilizza la cosa è esattamente ciò che avvia quella che Nietzsche chiama la “volontà di potenza”, la potenza di stabilire ciò che è, che come sappiamo, perché lo stesso Nietzsche lo dice più volte e Heidegger lo riferisce ampiamente e in modo molto articolato, affermare “il cane è” non ha nessun fondamento, è infondato e infondabile, eppure io lo pongo come fondamento per dire che il cane è un animale, perché? Perché sia un animale occorre che sia intanto, quindi è la manifestazione più evidente della volontà di potenza che si esprime attraverso lo stabilire, il fermare un qualche cosa; dire che questa cosa è, e da lì potere dire che questa cosa è se stessa, ma essendo se stessa può, e lo fa, portarmi verso un’altra cosa, portarmi oltre e non può non farlo, cioè la volontà di potenza esige quello che Nietzsche chiama il “super potenziamento” e cioè auto potenziarsi continuamente all’infinito, perché? Perché nel momento in cui dice che una certa cosa è ed essendo può essere quest’altra cosa, una volta che ha stabilito che è quell’altra cosa fissa quell’altra cosa, la blocca, la stabilisce, ma la stabilisce al solo scopo di muovere poi da quest’altra cosa verso un’altra perché quest’altra cosa sarà un’altra cosa, e sta qui la connessione strettissima con il funzionamento del linguaggio e cioè con il fatto che un elemento linguistico è connesso con altri elementi linguistici, non può fermarsi non può uscire dalla struttura linguistica. Nietzsche chiama questo “volontà di potenza” ma di fatto è il funzionamento del linguaggio per cui un elemento è tale perché connesso con altri elementi quindi questo elemento si sposterà su un altro elemento e per potere muoversi da questo elemento su un altro dovrà fissare questo altro elemento, “fissarlo” cioè porlo come identico a sé, “porlo come” non è che lo sia, non lo è mai stato, non lo sarà mai anzi, la questione non dovrebbe neanche porsi in teoria. Però c’è questo movimento del linguaggio per cui stabilisce un elemento, una volta che ha stabilito un elemento può connetterlo con altri, una volta che l’ha connesso con un altro, stabilisce quell’altro per poterlo connettere con un altro. Parlando di connessione tra elementi forse è più semplice intendere il richiamo fra ciò che dice Nietzsche della volontà di potenza con la struttura del linguaggio, si tratta di spostamento tra connessioni, tra elementi che sono connessi tra loro, qui la volontà di potenza si manifesta attraverso la connessione. Per fare una sorta di connessione tra la struttura del linguaggio e Nietzsche potremmo dire che ciascun elemento linguistico ne vuole un altro, perdonatemi questa sorta di animismo, non può non volerlo, perché per Nietzsche la volontà di potenza è qualcosa che l’ente non può non volere, tant’è che pone appunto la volontà di potenza come l’essere, ciò che da all’ente la sua esistenza: l’essere è volontà di potenza, l’ente esiste in quanto volontà di potenza, questa è la sua enticità cioè il suo essere. Ma si tratta di fare un passo ulteriore rispetto alla posizione di Nietzsche che come ho detto fin dall’inizio non aveva gli strumenti per intendere la struttura e il funzionamento del linguaggio, quindi la volontà di potenza appare come un qualche cosa che è connaturato a quell’ente particolare che è l’uomo perché solo l’uomo ha la volontà di potenza, però se interroghiamo ancora, grazie anche alle indicazioni di Heidegger, la questione della volontà di potenza allora sì, un elemento ne vuole un altro per super potenziarsi incessantemente ma questo volerne un altro non è altro che la necessità insita nella struttura del linguaggio che un elemento si connetta con un altro elemento. Nietzsche non aveva una teoria del linguaggio per potere fare il passo ulteriore: accorgersi che la volontà di potenza è un modo per indicare qualche cosa che attiene al funzionamento di quella cosa che gli sta consentendo di pensare la volontà di potenza, senza la quale non è neanche pensabile la volontà di potenza, e se non è pensabile non c’è. Ma Nietzsche non si pone la questione, non si occupa di linguaggio, semplicemente allude al fatto che la volontà di potenza, cioè l’essere, è ciò che da l’enticità a ciascun ente cioè fa essere ciascun ente quello che è, ciascun ente è quello che è perché c’è la volontà di potenza. La vecchia metafisica diceva che l’ente è quello che è perché sorretto dall’essere, per Nietzsche l’essere è volontà di potenza, l’ente è sorretto dalla volontà di potenza. Il problema è dare una forma, un intendimento alla volontà di potenza che non si fondi, non poggi su un qualche cosa che di fatto non è in nessun modo fondabile. La questione può essere condotta altrimenti e in modo più preciso tenendo conto del fatto che la volontà di potenza, così come Nietzsche la espone, si riferisce al fatto che ciascun elemento, ciascun ente, ciascun elemento linguistico vuole un altro elemento linguistico, “vuole un altro ente”, però perché lo dovrebbe volere? A che scopo? È come se Nietzsche cercasse un qualche cosa che tra virgolette “magicamente” desse una ragione a tutto, però se teniamo conto del funzionamento del linguaggio questo “magicamente” scompare perché non è più magicamente, è il linguaggio che è fatto così. Il linguaggio di cui siamo fatti funziona così, questo è ciò che possiamo verificare in atto ciascuna volta tenendo conto, come facemmo all’inizio, di tutto ciò che è necessario ed eliminando tutto ciò che non è necessario per il suo funzionamento. La volontà di potenza si configura come la volontà di imporre a un elemento linguistico, il suo essere, è la volontà di potenza che in quanto “essere” stabilisce “tu sei questo”. Lo ripete continuamente, non c’è nessun fondamento a una cosa del genere, non è provabile in nessun modo, è un comando che funziona, fa funzionare la macchina per così dire. Ora tenete conto che qui non sto dicendovi che cosa ha voluto dire Nietzsche o che cosa ha voluto dire Heidegger, non è questo ciò di cui si tratta ma unicamente prendere degli spunti di riflessione e tutto sommato seguire il suggerimento di Heidegger, cioè problematizzare, rendere un elemento un problema e quindi interrogarlo, cioè trovare altre connessioni, altri rinvii, altre aperture, per niente ovviamente, se non per proseguire questo gioco che stiamo facendo, non è certamente per stabilire come stanno le cose ma per costruire un gioco, un gioco che possiamo definire più interessante , intendendo con “più interessante” quel gioco che consente un numero maggiore di aperture. Se io dico che questo è quest’altro e questo non ha nessun altro rinvio, si chiude, e posso, come diceva giustamente Beatrice, o crederci o non crederci, ma è soltanto problematizzandolo che trovo altri rinvii, altre aperture, altri sbocchi, altri giochi da inventare.