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 Seminario

 

 

MANIFESTO DELL’UNICA PSICANALISI POSSIBILE

 

 

 

 

Libreria LegoLibri, 8 marzo 2003

 

Questo incontro l’abbiamo deciso per presentare il progetto di una psicanalisi, come dice il titolo “L’unica psicanalisi possibile”. L’unica psicanalisi possibile nel senso che è l’unica che può praticarsi senza rinunciare a ciò che la volta scorsa definivamo la dignità del pensiero. Ci saranno quattro interventi di persone dell’Associazione in cui si mostrerà come sia possibile costruire una psicanalisi di tale fatta. Adesso non voglio anticipare ciò che verrà detto ma una psicanalisi che non è soltanto, come spesso accade di pensare, un mezzo terapeutico, ma un modo di pensare, un modo di pensare che risulta necessario in quanto muove unicamente da premesse necessarie. Come ciascuno di voi sa ciascuna teoria psicanalitica e non, muove da premesse arbitrarie, da qui la possibilità di confutare qualunque teoria, cioè di vanificarla, e una teoria, quando risulta falsa viene abbandonata. Almeno in genere si fa così, una teoria invece che risulti necessaria ha qualcosa in più nel senso che non richiede un atto di fede per crederci ma si basa su una costrizione logica. Che cos’è una costrizione logica? È una proposizione che non può essere negata perché se negata contraddice se stessa. Dunque un progetto ambizioso, poiché si tratta di stabilire delle condizioni, delle regole per una teoria che può porsi come fondamento di qualunque teoria possibile in quanto muove unicamente da ciò che rende possibile qualunque teoria, e cioè il linguaggio. È attraverso il linguaggio, questa struttura nota come linguaggio che non è altro che un sistema inferenziale che è possibile costruire qualunque teoria, qualunque pensiero, qualunque considerazione, qualunque dimostrazione e qualunque confutazione, procede sempre attraverso un “se… allora” se questo allora quest’altro. Se voi muovete unicamente da questo sistema inferenziale allora potrete costruire una teoria che non è supportata da nessun atto di fede, non vi chiede, come qualunque teoria di credere a delle premesse, assolutamente arbitrarie, ma impone qualcosa che non può essere negato, non può essere negato perché è la condizione stessa, per esempio, di qualunque negazione. Dunque un progetto, come dicevo ambizioso, che nel corso degli anni stiamo portando avanti, non facile me ne rendo perfettamente conto, non è facile perché mette in discussione qualunque cosa accada di pensare, qualunque cosa o il suo contrario; diciamo che, come è stato ricordato anche qui in varie occasioni, è una psicanalisi che ha preso seriamente il suo compito: mettere in discussione qualunque affermazione, ma non soltanto le affermazioni che accade di ascoltare in una seduta psicanalitica, ma le affermazioni stesse su cui si fonda la teoria psicanalitica, come dire che applica il suo stesso obiettivo, il suo stesso nobile obiettivo a se stessa; quando questo avviene generalmente le teorie crollano, mostrando di essere costruite su nulla, su considerazioni estetiche cioè è così perché mi piace così e bell’è fatto. In questo caso no, non muove da considerazioni estetiche ma da qualcosa che non può non essere e cioè dalle condizioni stesse per potere costruire qualunque teoria. Però a questo punto passerei alle questioni più importanti che sono quelle che gli amici tra poco vi esporranno. Purtroppo le persone dovranno alternarsi perché lo spazio è quello che è e quindi direi di cominciare con l’intervento di Sandro Degasperi che è psicanalista e vicepresidente dell’Associazione, che esporrà in modo molto più preciso ciò di cui si tratta.

 

Intervento di Sandro Degasperi

 

L’unica psicanalisi possibile

 

La psicanalisi dopo Freud si è perduta in mille rivoli che hanno prodotto ingenuità teoriche, superstizioni, pregiudizi culturali, trovandosi suo malgrado ad avallare un inganno intellettuale.

Venendo meno al suo compito, ha rinunciato a interrogare se stessa, ha dimenticato la domanda che le ha dato origine: da dove viene il pensiero, perché si pensa quello che si pensa? Questo “perché” non viene dall’esigenza di stabilire semplicemente un nesso causale o di reperire una causa ultima, questo perché è più un come, intendendo con questo un come i pensieri producono tutto quello che producono.

Risposte ne ha comunque prodotte una certa quantità, almeno quante sono le scuole di psicanalisi esistenti. Il fatto che ci siano tutte queste scuole, che si rifanno ad altrettanti indirizzi teorici, è qualcosa che ha destato e desta più di un interrogativo e perplessità. Ciascuna scuola sostiene una teoria e in effetti l’obiezione che molti fanno, obiezione legittima, riguarda la domanda circa il come mai ci siano così tante scuole di psicanalisi anziché essercene una. Se una teoria è vera questo esclude necessariamente che altre che le si oppongono siano altrettanto vere, e questo per una questione molto antica connessa con il discorso intorno alla verità: se una certa proposizione è vera allora quella che la nega è necessariamente falsa e quindi se una di queste fosse vera tutte le altre dovrebbero essere automaticamente false. Poiché questo non si verifica l’opinione più diffusa è che ciascuna di queste scuole dice sì qualcosa ma che tutto sommato nessuna di queste sia in condizioni di affermare qualcosa di certo. Naturalmente, ciascuna afferma che quello che sostiene è vero e, anche se non dichiara mai che sia la verità assoluta, si mostra comunque come la migliore, come quella più attendibile. Di fatto, poi, non ha alcun elemento, nessun argomento, per sostenere una cosa del genere, nessuna teoria psicanalitica è stata in grado sino ad oggi di dimostrare che le premesse da cui procede sono necessarie. Ne consegue, pertanto, che se non possono essere dimostrate necessarie, queste premesse, gli assiomi su cui si fonda ciascuna teoria, sono assolutamente gratuiti e arbitrari, così come le conclusioni cui giunge saranno altrettanto arbitrarie.

Che cosa si intende con arbitrarie? Quando un’affermazione è arbitraria? Quando non può essere provata in modo assoluto dimodoché ciascun enunciato di qualunque teoria ha la stessa legittimità di qualunque altra. Se nessuna teoria può provare la propria verità o necessità l’una vale l’altra e pertanto, a questo punto, perché sceglierne una anziché un’altra?

È inevitabile chiedersi sulla base di che uno psicanalista si dichiari freudiano, un altro junghiano, un altro ancora kleiniano, lacaniano, ecc.? Cosa spinge uno psicanalista ad aderire a una teoria piuttosto che a un’altra? Non essendoci un motivo valido, fondato, in quanto ciascuna teoria non può dimostrare ciò su cui si fonda, l’unica ragione, l’unica giustificazione di questa scelta, è estetica. Per dirla altrimenti, perché gli piace di più. Come dire che è persuaso che quella teoria a cui ha aderito sia quella più vera senza poter dire perché, senza poterlo dimostrare, facendo in questo modo un atto di fede, come dire “ci credo e tanto basta”.

Chiedere a uno psicanalista a quale teoria aderisce è un po’ come chiedergli a quale religione appartiene.

E, in effetti, l’accusa di religiosità spesso rivolta alla psicanalisi è un’accusa legittima, difficilmente contestabile. Questa religiosità si manifesta laddove si affermano cose indimostrabili, non provabili, e che si sostengono unicamente su un atto di fede.

Ciò non toglie che comunque che alcune di queste teorie siano costruite correttamente, anzi spesso sono molto sofisticate, molto elaborate e retoricamente ben articolate. Tuttavia, la correttezza logica, nel senso di una coerenza interna, di una costruzione teorica non è sufficiente a stabilire la necessità delle sue conclusioni. Il fatto che produca proposizioni non autocontraddittorie, che siano cioè coerenti con gli assiomi stabiliti, è un elemento essenziale ma non sufficiente, perché ciò che determina la verità o la falsità di una conclusione è la verità o la falsità della premessa, è il ”da dove parto”, è il che cosa assumo come punto di partenza. E’ la necessità della premessa, la sua verità, a stabilire la verità o la falsità della conclusione, come già sapevano i logici medioevali che appunto dicevano “ex falso quodlibet, se parto da una premessa falsa o arbitraria posso ottenere qualunque cosa.

E, in effetti, le varie teorie hanno affermato di tutto e il contrario di tutto, dalle cose più bizzarre sino a cose più sofisticate e interessanti. Non potendo provare la necessità della premessa, hanno prodotto conclusioni arbitrarie che sono state accolte per lo più per la loro efficacia retorica. In alcuni casi, come ho detto, può anche risultare nel migliore dei casi molto affascinante, anche credibile. Ma può giungere solo a questo, a una credibilità, proprio perché non ha argomenti certi, inconfutabili, non negabili, e quindi chiede di credere, chiede un atto di fede.

 

Come dice Severino, la fede si sostiene sull’incertezza, ovvero la fede assume come vero ciò di cui non può non dubitare. Se ci fosse certezza non ci sarebbe bisogno della fede. La fede è l’effetto di una rinuncia a pensare, come dire “io non so se è così ma ci credo”, in questo senso toglie il pensiero.

La chiesa se avesse potuto dimostrare l’esistenza di dio non avrebbe richiesta la fede, non ne avrebbe avuto necessità. Una volta che si instaura la fede c’è non c’è più l’esigenza di dimostrare alcuna verità perché questa si impone da sé, è creduta, non c’è alcun motivo di mettere in discussione nulla.

 

Di fronte questa inadeguatezza del proprio discorso a affermare qualcosa che oltre che credibile sia anche certo, fondato, una certa psicanalisi ha asserito che la psicanalisi in quanto tale non è provabile, perché le sue affermazioni non sono riducibili a una logica verofunzionale. Negando la possibilità di stabilire alcun fondamento è scivolata però verso uno scetticismo e un relativismo culturale che l’ha portata a privilegiare l’irrazionalismo, l’aspetto emozionale, come se ciò corrispondesse alla vera essenza di ciascuno. Reperendo l’impossibilità di affermare una risposta ultima, nega un fondamento alla parola, per cui non c’è nessun referente o garante a cui agganciarla e allora a questo punto, per dirla alla Feyerabend, tutto va bene. Ma allora, se tutto va bene, perché una cosa piuttosto che l’altra? A questo punto una teoria vale qualunque altra, ha lo stesso valore di una qualunque favoletta.

A una prima considerazione sembrerebbe la negazione della religiosità, la constatazione della vanità di qualunque pensiero forte, e invece è proprio la religiosità di questo modo di pensare a emergere. Se ciò che affermo lo considero vero, e non posso non considerarlo vero altrimenti non lo affermerei, e allo stesso tempo lo ritengo non provabile, allora i casi sono due: o lo ritengo vero pensando che esista da qualche parte qualcosa su cui si fonda pur non potendolo provare, oppure lo ritengo vero perché dovrebbe essere vero di per sé e pertanto, se è vero di per sé, è autoreferente e quindi non provabile. In entrambi i casi, che qualcosa sia vero non può dimostrarsi ma è creduto tale, e non possono dire nulla di più di ciò che affermano.

 

L’impossibilità delle varie teorie psicanalitiche di stabilire qualcosa che fosse in qualche modo fondato, ha comportato, soprattutto negli ultimi due decenni, una emarginazione della psicanalisi a vantaggio di tutte quelle altre discipline che si occupano dello psichico con un approccio di tipo empirico. Parlo della psicologia sperimentale in tutte le sue sfumature, delle neuroscienze, ecc.

 

Le neuroscienze, per esempio, dalla cui ideologia riduzionista deriva anche la psicofarmacologia, si fondano sull’idea che i processi mentali abbiano un fondamento biologico, vale a dire, siano determinati da una struttura biochimica del cervello. E’ un’idea che non era estranea nemmeno a Freud ed è un’idea che oggi trova un consenso praticamente unanime, è un luogo comune. Le neuroscienze mettono in atto una ricerca fatta di osservazioni, di esperienze, di conclusioni che trovano nel riscontro empirico, nell’esperienza, la loro validità.

 

Ma questa idea, senza la quale sarebbe vanificato tutto il sistema delle neuroscienze, è qualcosa di fondato oppure no? Da dove viene? Che cosa la supporta?

Innanzitutto, ciò che si coglie abbastanza facilmente è che questo enunciato, che i processi psichici sono determinati da una struttura fisica, non viene assunto come un’ipotesi, come una congettura, direbbe Popper, che deve trovare una sua verifica o una sua confutazione, ma è considerato come una verità indiscutibile, come un’evidenza, come un dato assolutamente certo e scontato da cui partire.

In base a quale criterio di verità si sostiene questa evidenza?

Ridurre il mentale, lo psichico, al fisico procede da un’idea più antica e cioè che il fisico non menta mentre lo psichico inganna, non è definibile, circoscrivibile, delimitabile, non è raffigurabile. Colto nella sua fisicità il mentale diventa invece realtà, non può più mentire, si sa esattamente come stanno le cose. Come dire che c’è una mente, ci sono miliardi di menti, ognuna produce cose differenti e ciascuno è unico per via della sua mente. Cogliere la mente in sé, nella sua realtà fisica, vale a cogliere ciò che è comune a tutti, ciò che di universale c’è in ciascuna mente, l’invariante, ciò che non varia, in altri termini il motore immoto di tutte le menti.

 

La mente inganna, le parole ingannano. E’ la realtà che invece non mente, la realtà è ciò che è inconfutabile, è ciò che è fermo, stabile, che dà quella sicurezza che ciascuno insegue. Attenersi al dato di fatto è come dire attenersi alla realtà, alla verità, che è ciò che ciascuno è chiamato a fare, chi non lo fa è un pazzo, un sognatore, un eretico, è un poveraccio, è qualcuno che ha dei problemi e che deve essere aiutato. E magari è lo stato che deve farsene carico affidandolo ai servizi di igiene mentale o ai talk show, nei quali la realtà si iconizza, viene mostrata, esibita. E se questa è la realtà questa è la direzione che ciascuno occorre che segua perché sia conforme, perché trovi il suo benessere. Il benessere, cioè lo stare bene, spesso è chiamato il realizzarsi, diventare reale, cioè ciascuno deve trovare il proprio posto all’interno di questa realtà. È la nobile menzogna di Platone che si perpetua.

Le parole sono invece l’espressione dell’apparenza, storicamente contrapposta alla realtà. L’apparenza nasconde la realtà, il come stanno veramente le cose, può ingannare, anzi, inganna sempre. Ciò conta è ciò che sta dietro l’apparenza, cosa c’è dietro le parole. Le parole sono ingannatrici, mentono continuamente, si trasformano, cambiano di senso continuamente, dicono sempre altro da ciò che si vorrebbe dire. Diffidare delle parole, è stata la parola d’ordine che a suo tempo ha esiliato la retorica. Il linguaggio è come una maschera che nasconde il vero volto della realtà, è ciò che impedisce di accedere alla realtà, di dominarla. Parafrasando Heidegger, il linguaggio è ciò che impedisce il sogno dell’uomo occidentale, vale a dire, il soggetto che si realizza nel dominare gli oggetti fuori di lui.

Questa è la credenza che ha pervaso tutto il discorso occidentale, e cioè che esista qualcosa fuori dal linguaggio, qualcosa che appunto non mente, che è certo, fermo, stabile, si chiami questo dio, si chiami verità, si chiami realtà, è stato chiamato in molti modi. Ciò che insiste è questa credenza che il linguaggio sia ciò che distingue gli umani, che il linguaggio sia umano, dove l’aggettivo umano allude a qualcosa che allontana da dio, come dire che è il linguaggio ciò che impedisce all’uomo di essere dio. L’ambizione del discorso occidentale è la padronanza sul linguaggio perché questo comporterebbe togliere quel velo con il quale il linguaggio copre la realtà, comporterebbe lo svelare la verità. In altri termini ancora, ciò a cui punta il discorso occidentale è liberarsi definitivamente del linguaggio in modo da poter accedere direttamente alla realtà senza questo strumento di mediazione che è il linguaggio.

A questo punto, però, sorge una questione: come, attraverso che cosa gli umani possono liberarsi del linguaggio se non attraverso ciò stesso che vogliono negare, impedendosi in questo modo di liberarsene?

È una questione che riprenderemo.

 

C’è un breve ma simpatico aneddoto tratto dall’ultimo libro di Baudrillard, che dice:

Tutti i giorni Nasreddin passava la frontiera con i suoi muli carichi di sacchi. Ogni volta i sacchi vengono perquisiti e non si trova nulla. E Nasreddin continua a passare la frontiera con i suoi muli. Qualche tempo dopo gli chiedono cosa riusciva a far passare di contrabbando. E Nasreddin risponde: “Contrabbandavo muli”.

Cosa c’è dietro le parole, dunque? Qual è il referente? Altre parole, nient’altro. I sacchi sono vuoti, non c’è la sostanza. Il discorso occidentale ha contrabbandato l’idea che dietro le parole ci fosse qualcosa che non è parola ma sostanza, sostanza pensante, la mente, la coscienza, la psiche, l’inconscio, dà a questa sostanza i nomi più disparati. Si dà un gran da fare a cercarla ma trova solo parole, cose inutili, di poco conto a suo dire, che non meritano attenzione, e così, come i poliziotti di frontiera dell’aneddoto di Baudrillard, si ritrova raggirato dal linguaggio, perché, immaginando che il linguaggio debba veicolare qualcosa che non sia se stesso, non si accorge di ciò che accade.

 

Il discorso non è molto differente per quanto riguarda la psicanalisi. È noto quanto la questione dell’interpretazione, dell’ermeneutica, sia stata e sia importante per molte teorie psicanalitiche. Qual è l’idea che presiede alla possibilità di interpretare? Che dietro ciò che si dice si nasconda qualcosa di più significativo, che ciò che si dice menta strutturalmente, non sia sufficiente ma alluda ad altro che è più vero e che si tratta di reperire. Il testo è sempre mancante e da riempire, da correggere con una giusta interpretazione, quella che svela tutte le omissioni e fa così emergere il vero significato. E’ un’opera di traduzione, di sostituzione di una parola inadeguata con una corretta. E interpretando immagina di riferirsi a qualcosa di reale, per esempio alla verità personale del soggetto. Evidentemente, si pone qui la questione del criterio di interpretazione. Quale utilizzare? Quello proposto da Freud, quello di Jung, quello della Klein, quello di Bion, di Adler o di chi altro? In virtù di che posso stabilire che un criterio di interpretazione sia quello corretto? In base a quale criterio di verità? Ciascuno che ha scelto dirà che ha considerato, valutato, riflettuto, in un certo senso anche messo alla prova quanto è stato detto o scritto, ma è in grado di dare una motivazione fondata, inconfutabile che giustifichi in modo necessario la sua scelta?

Ciascuno di questi criteri d’interpretazione è stato costruito sulla base di considerazioni ritenute vere, ma il criterio che utilizza per dimostrare la fondatezza del criterio di interpretazione dovrà essere a sua volta provato, e così via all’infinito. La psicanalisi non può in effetti provare i propri assunti salvo incorrere in quella che gli antichi chiamavano regressio ad infinitum, e allora dà per buona tutta una serie di cose che servono a non trovarsi invischiata in questa regressio. Ma è come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia pensando così di non essere visto.

Il discorso delle varie psicologie, delle neuroscienze, della psicanalisi, di tutto ciò che potremmo chiamare psicoideologia, parte da una premessa, da un assioma assolutamente falso, e cioè che esista qualcosa come sostanza, sia essa fisica o mentale o psichica, a questo punto non ha molta importanza, qualcosa che sia comunque il referente di ciò che si dice, che sia fuori dal linguaggio e che da lì garantisca.

 

Wittgenstein diceva che molti problemi della filosofia, ma potremo dire di qualunque discorso, restano insoluti e non portano a nulla perché non si presta attenzione alla natura dei particolari giochi linguistici e alle regole che li governano.

Se, come dice Wittgenstein, ciò che faccio non sono altro che giochi linguistici come posso allora  liberarmi del linguaggio, come posso uscire dal linguaggio se non con il linguaggio stesso? Che cos’altro dovrebbe consentirmi di uscire dal linguaggio se non il linguaggio stesso? Ma allora se non ho altri strumenti che il linguaggio per poterne uscire allora questo vuol dire che non ne posso uscire.

Sta qui il paradosso del discorso occidentale. Posso pensare che qualcosa è fuori dal linguaggio se e solo se è nel linguaggio, posso uscire dal linguaggio se e solo se sono nel linguaggio. Impossibile liberarsi del linguaggio.

 

Mi trovo quindi nell’impossibilità assoluta di uscire dal linguaggio.

Questa affermazione possiamo portarla alle estreme conseguenze, perché a questo punto cosa mi consente di pensare, di fare qualunque considerazione, di trarre conclusioni, di fare qualunque cosa? E’ il linguaggio e non qualcosa che immagino fuori della parola, la mente, il cervello, l’inconscio, dio, ecc. ecc., perché questo stesso immaginare che qualcosa sia fuori dalla parola mi è consentito dal linguaggio, è un’operazione del linguaggio, un gioco linguistico. Come dice Wittgenstein, tutto ciò che faccio, qualunque cosa sia, allora non sono altro che giochi linguistici, costruzioni del linguaggio.

 

Se non c’è possibile uscita dal linguaggio ne consegue che nulla è fuori dalla parola. Ma se anche fosse fuori dalla parola, come potrei saperlo, con che cosa se non con il linguaggio?

Posso comunque dire che qualcosa non è linguaggio, che è fuori dalla parola, certo, il linguaggio mi consente di fare qualunque cosa e quindi anche questo. Ma come lo so, come giungo a sapere che qualcosa è fuori della parola?

Affermare che qualcosa è fuori del linguaggio comporta un paradosso, quello stesso paradosso su cui si è bloccato il discorso occidentale.

 

La scienza della parola ha elaborato l’unico pensiero che non incorre in questo paradosso perché  procede dall’unica premessa assolutamente necessaria: nulla e fuori dalla parola e pertanto qualunque cosa questa è un elemento linguistico. Questa premessa siffatta è ciò che offre l’opportunità di costruire una teoria psicanalitica i cui enunciati non possono essere negati.

 

Si tratta di riconsiderare la domanda “Quali sono le condizioni del pensiero? Perché si pensa quello che si pensa? ”.

Ma che cos’è un pensiero? Il discorso occidentale ha elaborato moltissimi modi di considerare il pensiero. Ma cosa può dirsi che sia strettamente necessario? Posso dire con assoluta sicurezza qualcosa di diverso da questo, e cioè che il pensiero è una sequenza di proposizioni, legate tra loro in modo più o meno coerente, che muove da una premessa e giunge conclusione? Questo sembra essere ciò che è assolutamente necessario dire.

Certamente, come dicevo prima, posso anche dire che sia altro, il discorso occidentale considera generalmente il pensiero come qualcosa di extralinguistico, fuori dal linguaggio. Il pensiero non è linguaggio e assumendo questo come certo ne ha cercato e ne cerca la condizione inventando cose fumose, vaghe, per esempio che è qualcosa sta tra la percezione e l’azione, che appartiene alla psiche, alla mente, che è condizionato e prodotto da uno schema mentale, ecc.

Un dizionario di psicologia  dà questa definizione di schema mentale.

Uno schema mentale è un complesso di assiomi, di principi, di valori, di idee che la mente elabora e da cui si parte per le nostre deduzioni o ragionamenti.

Ma cos’altro sono questi assiomi, principi, valori, se non proposizioni, costruzioni del linguaggio? Perché parlare di schemi mentali, di elaborazioni della mente, cosa aggiunge tutto questo? Assolutamente nulla, anzi, rinviando a elementi extralinguistici ha semplicemente reso fumoso, evanescente, tutta la questione, quasi come se questa elaborazione avvenisse magicamente. Cosa significa elaborare? Significa produrre rinvii, connessioni, inferenze, deduzioni, induzioni, abduzioni, significa utilizzare degli elementi linguistici per costruire proposizioni coerenti tra loro, trovare conclusioni e quindi proseguire. È semplicemente il linguaggio che opera.

Cosa possiamo dire con assoluta sicurezza senza aggiungere nulla che non sia necessario? Che è la struttura del linguaggio che consente di pensare. Il pensiero è linguaggio.

La considerazione che il pensiero procede attraverso una struttura, quella del linguaggio, attraverso cioè un sistema inferenziale, quello che muove da una premessa e attraverso dei passaggi giungere a una conclusione, ha questa virtù, di essere un’affermazione non negabile. È una costrizione logica, perché qualunque altro discorso che fondi la possibilità del pensiero fuori dalla parola è un discorso che non solo ha la struttura della superstizione, in quanto muove da premesse arbitrarie, da qualcosa che non può provare, ma è un discorso che incontra un paradosso perché per negare che il pensiero è fuori della parola è costretto a utilizzare questo stessa sistema inferenziale e quindi negandolo lo conferma.

 

Dunque, questa struttura inferenziale, il linguaggio, è ciò che consente di pensare, è la condizione del pensiero, e insieme a questo consente di costruire qualunque cosa. Qualunque cosa si faccia, si pensi, si immagini, si dica, si pensi, tutto questo è consentito dal linguaggio.

La psicanalisi occorre che consideri questo come l’unica affermazione non negabile, come quella affermazione che la costituisce come scienza, altrimenti non sarà psicanalisi, sarà un’altra cosa, una fra le tante discipline esistenti fondate su niente. Pertanto, l’unica psicanalisi possibile sarà tale non tanto perché il suo discorso risulta più credibile, più affascinante, più persuasivo, ma perché è logicamente costrittivo. In questo modo la psicanalisi non si sentirà più in debito nei confronti del discorso scientifico, così come ha sempre fatto auspicandone una legittimazione, ma sarà essa stessa a imporre la sua nozione di scientificità, a dire quale enunciato è scientifico o meno, cosa è scienza e cosa non è scienza, perché un qualunque discorso che vorrà essere porsi come scientifico dovrà fondarsi unicamente su ciò che non può non essere.

Qualunque altro discorso che non si atterrà a questo criterio si mostrerà da una parte ridicolo e dall’altra ingenuo. Ridicolo perché afferma con assoluta sicurezza cose che non può provare e ingenuo perché non si rende conto che qualunque cosa sta facendo non è altro che costruzione di proposizioni arbitrarie.

Se tutte le teorie necessitano di un criterio per costruirsi, occorre allora un criterio necessario e quale criterio può essere necessario se non quello che consente di costruire qualunque criterio di verità, e cioè quella struttura inferenziale che è chiamata linguaggio

È quindi possibile costruire una teoria psicanalitica che si fondi unicamente su questo criterio, criterio assolutamente evidente, semplice e indistruttibile.

 

Affermare che qualunque cosa questa è un atto linguistico comporta che qualunque cosa potrà avere come referente unicamente un elemento linguistico e questo un altro elemento linguistico, e così via all’infinito.

Questo è ciò deve sapere uno psicanalista quando ascolta un discorso, non solo quello di coloro che si rivolgono a lui ma ancor prima il proprio. E questo è ciò che occorre giunga a sapere chi ha intrapreso questo itinerario intellettuale che è l’analisi, perché è qualcosa che consente a ciascuno di accedere a ciò che costruisce i suoi pensieri, cioè al linguaggio, cessando di pensare che le cose siano chissà dove fuori del linguaggio e considerare invece che qualunque conclusione trae ha un senso solo all’interno del gioco linguistico che sta facendo e che ciò che afferma essere necessario, vero, è tale per vie delle regole del gioco in cui si trova, che è vero all’interno del suo discorso, fuori non significa assolutamente nulla, sono affermazioni assolutamente arbitrarie, non necessarie.

Ciò che è stato detto rispetto le varie teorie vale per il discorso di ciascuno.

 

Interrogando le varie teorie, e non solo queste ma tutto il discorso occidentale, abbiamo fatto esattamente ciò che uno psicanalista deve fare, e cioè non smettere di interrogare un discorso, portarlo alle estreme conseguenze, cogliere le sue condizioni, le sue premesse, ciò su cui si fonda. Cogliere in altri termini ciò che fa funzionare il gioco, le sue regole, perché queste regole sono esattamente ciò che consentono di giocare.

Il discorso di ciascuno è fatto proprio così, è un gioco linguistico, dove alcuni elementi vengono considerati, creduti veri, e da qui si parte per costruire tutte le argomentazioni, tutte le inferenze, tutte le conclusioni, che servono a questo gioco, a questo discorso, a un solo fine, quello di proseguire. Lo scopo di qualunque gioco è creare le condizioni per potere proseguire a giocare, nient’altro che questo.

Si tratta allora per ciascuno di accorgersi di cosa sta funzionando nel proprio discorso mentre si parla, di quali elementi linguistici sono creduti veri, certi, al punto tale che non sono messi in discussione, non sono interrogati perché dati per scontati, ovvi, naturali. Si tratta di interrogarli e di portare questa interrogazione alle estreme conseguenze. Questi elementi sono creduti certi, fissi, necessari, perché solo in questo modo sono utilizzabili per giocare il gioco linguistico che sta facendo. Interrogandoli, cioè rimettendoli in gioco, c’è l’opportunità di accorgersi che il senso, la certezza, la verità, che viene loro attribuita dipende da come sono inseriti in questo gioco, dall’utilizzo che se ne fa, direbbe Wittgenstein.

Ciascuno immagina che il proprio discorso sia fondato, che si appoggi su cose, su fatti veri, sulla realtà. Non sa spiegare esattamente perché siano veri, non se lo chiede nemmeno perché è così e tanto basta. Tuttavia, sono ciò che utilizza per costruire la propria esistenza, compreso il disagio che eventualmente può lamentare. Accorgendosi che questa certezza si appoggia su niente, questi elementi non è che spariscano ma se ne modifica l’utilizzo, cioè non servono più a costruire ciò che prima erano costretti a costruire. Come dire che il gioco non è più lo stesso, non si può più giocare quel gioco, è un altro gioco. E inseriti in un altro gioco acquisiscono un altro senso, la direzione non è più la stessa, si possono giocare infiniti giochi.

 

La psicanalisi libera dalla necessità di credere, libera dalla necessità di trovare qualcosa su cui fermarsi, perché nel momento in cui il pensiero indaga sulle proprie condizioni non potrà che trovare l’unica cosa necessaria, il linguaggio.

 

 

Intervento di Cesare Miorin

La realtà

Come si sa la realtà nel luogo comune non è ritenuta una costruzione del linguaggio ma esistente di per sé quindi fuori dalla struttura del linguaggio. Ne segue che il linguaggio è un mezzo per descrivere delle cose già date. Questo è il grande inganno subito dagli umani, il quale consiste nel ritenere vero quindi necessario ciò che non ha assolutamente questa prerogativa. Perché questo inganno? Perché non si è mai chiesto, il discorso comune, a quali condizioni si può affermare qualcosa che non sia negabile. Non basta credere in qualche cosa e affermare che quella cosa ed il suo contrario dipende dal discorso che uno si trova a fare e se posso credere una cosa ed il suo contrario ciò che mi trovo a dire non è necessario quindi non costruttivo. Si sono imparati dei luoghi comuni e in quanto tali creduti dai più e si sono posti come premessa al proprio discorso credendo che le cose siano così. Per affermare qualcosa che non sia arbitrario occorre trovare qualche cosa che sia stabile, fermo, costrittivo, quindi necessario e non negabile. Dove cercare questo qualcosa se non all’interno di quella struttura nota come linguaggio che mi permette di dire ciò che sto dicendo. Se con verità s’intende ciò che non può non essere necessariamente allora il linguaggio con la sua struttura ha questa prerogativa. La struttura linguistica funziona in modo inferenziale ossia se si dà un elemento linguistico questo è necessariamente collegato ad un altro elemento linguistico. Tutto il pensare degli umani atto a formulare infinite teorie anche ben articolate e interessanti sono dei giochi linguistici. Il gioco linguistico è un insieme di proposizioni coerenti tra di loro che concludono in un determinato modo che è coerente con la premessa. Come dire quando uno parla di qualsiasi cosa parli parte da una premessa la quale ha delle regole in atto e conclude coerentemente con la premessa. Si è cercata la verità e la si riteneva molto lontana, nascosta in qualche meandro dell’universo che a volte si dava e poi subito si nascondeva ed invece era tutta data nell’atto di parola. Questa costrizione logica implica che non può esistere nulla fuori dal linguaggio, fuori da questa struttura non solo non può esistere la realtà ma nulla potrebbe pensarsi. Tenere conto di questa costrizione logica comporta in prima istanza che ciò che si afferma a qualsiasi conclusione si giunga questa è assolutamente arbitraria, basta cambiare le regole e si giunge a una conclusione diametralmente opposta. Si sarà meno ingenui, in prima istanza, verso il proprio discorso quando ci troviamo ad affermare qualche cosa e poi verso il discorso degli altri quando ci vengono spacciate verità che come detto sono del tutto arbitrarie. Certamente all’interno del gioco linguistico c’è una realtà ma è la realtà la verità di quel gioco, fuori da quel gioco non significa nulla. Tutto è parola. Ciò che si dice non descrive una realtà già data, esistente di per sé ma pone in atto quella realtà di cui sto dicendo. Non c’è distanza tra me e il linguaggio perché io sono linguaggio, è il linguaggio che mi permette di fare il gioco della mia esistenza e posso dire di chiamarmi Cesare ecc. ecc. Come posso sapere che esisto fuori dal linguaggio, che io non sono linguaggio, ma dopo aver affermato questo cosa avrò fatto esattamente? Ho posto delle regole, ho inferito e concluso che io non sono linguaggio e così facendo ho confermato proprio ciò che volevo confutare. Non c’è uscita dal linguaggio! O si gioca questo gioco o si è giocati, non ci sono alternative. Si è giocati dal linguaggio quando le proprie affermazioni non sono ritenute dei giochi linguistici ma delle verità, dei dati di fatto che costringono all'assenso con ciò che comportano. Insomma si è costretti a credere ad un sacco di cose e a giocare sempre gli stessi giochi, a volte anche poco piacevoli. Questo gioco che si va facendo non può essere negato perché è sostenuto da ciò che non può non essere, è sostenuto da quella struttura linguistica che non può non essere altrimenti nulla si dà. Questa struttura linguistica e ciò che permette di fare qualsiasi gioco è porta al paradosso il negarla. Prendiamo ad esempio la legge di gravità, che come sappiamo afferma che un corpo lasciato libero da una certa altezza questo cadrà verso la terra. Forse è uno dei luoghi comuni più forti per porre la realtà esistente di per sé. Tutti conosciamo le regole di questo gioco linguistico e constateremo che il corpo cade verso la terra. Questo gioco non è confutabile perché le regole di questo gioco stabiliscono che quel corpo cada verso la terra. Non pone nulla di fondato, di necessario, è un gioco tra gli altri. Però sappiamo che nel luogo comune la legge di gravità non è ritenuta un gioco ma pone delle realtà, delle verità, che non sono elementi linguistici. Qui sta l'inganno. Se la legge di gravità non è nel linguaggio come sarebbe possibile saperne? Con che cosa potrebbe essere trasmissibile? Come posso sapere dell'esistenza di una cosa se quella cosa è fuori dalla struttura linguistica-inferenziale con la quale posso dedurre? Si potrebbe dire che questo fenomeno lo si è imparato per esperienza ma l'esperienza è esperienza di qualche cosa o è esperienza di niente: se è esperienza di niente allora non significa nulla ma se è esperienza di qualche cosa allora è un conseguente di un antecedente quindi è inserita in una struttura ed è necessariamente un elemento linguistico all'interno di un complesso inferenziale. La realtà è il cardine su cui poggia il discorso scientifico. Stabilisce, la scienza, una certa cosa esistente di per sé e da lì muove tutto il suo discorso inferendo se questo allora quest'altro e così via; solo che non si è mai interrogata sulla premessa che muove il suo discorso, solo così facendo ha potuto ingannarsi e credere che ciò che sta facendo, ciò che sta percorrendo sia la strada che primo o poi può portare alla verità. Il discorso che fa la scienza non può avere nessuna pretesa di verità, non può arrogarsi il diritto di pontificare come stanno le cose perché ciò che afferma è assolutamente arbitrario. Quindi di necessario, di vero, c’è solo quella struttura nota come linguaggio, e, tutto ciò che viene costruito con quella struttura, e non può essere diversamente, appartiene a quella struttura cioè sono dei giochi linguistici, come dire non c’è uscita dal linguaggio. Questo discorso che tiene conto che non può esserci uscita dal linguaggio, non per un suo vezzo, ma per una costrizione logica, è l’unico discorso che dà dignità al proprio pensiero. Toglie la zavorra dal pensiero e lo rende libero, non avrà più ostacoli perché non c’è più la necessità di credere e lascerà il pensiero libero di proseguire ed in qualsiasi momento può dimostrare ciò che afferma. Ognuno è libero di fare qualsiasi gioco ma di quel gioco che sta facendo ne è il solo responsabile perché ne è il costruttore. Elimina questo discorso tutto ciò che è molto utile per non sentirsi più responsabili di quanto si va dicendo, di quanto si va facendo.

 

A questo punto, ascoltati questi interventi, possiamo considerarli e discuterne, e giusto per avviare il dibattito vorrei proporvi un gioco, un gioco. Supponiamo, per esempio, che io voglia muovere delle obiezioni al mio amico Cesare, facciamo questa ipotesi, come farò? Ci sono vari modi per farlo ovviamente, posso muovendo dalle sue premesse giungere a conclusioni contrarie, mostrare che le conclusioni a cui è giunto sono arbitrarie oppure impossibili, oppure semplicemente affermare altre cose a fianco a quelle che lui dice che vanno in un’altra direzione. Sono modi i più comuni, ma se muovo una obiezione allora c’è qualche cosa, in questo caso qualche cosa che ha affermato il mio amico Cesare, che ritengo o falsa oppure non sufficiente oppure ancora che può essere detto magari meglio, è possibile, ma in ogni caso che cosa cercherò di fare? Avanzare qualche cosa che risulti più vero, più legittimo, più interessante, più credibile di ciò che ha detto il mio amico Cesare. Tutti questi modi sottendono a una questione che molto spesso viene tenuta in disparte perché è difficilissima da maneggiare: la questione della verità; in effetti tutti questi modi retorici, per obiettare qualcosa a qualcuno tengono conto di questo, che lo enuncino oppure no, la verità. Supponete che qualcuno dica qualcosa, qualunque cosa, non ha importanza, e io di rimando dica che tutto ciò che ha affermato è assolutamente falso. Ci sono ottime probabilità che la persona in causa mi chiederà perché dico che tutto ciò che ha affermato è falso, come mai me lo chiede? C’è qualche motivo? Perché non accoglie immediatamente ciò che io dico e cioè che tutto ciò che ha affermato è falso? Perché non lo accoglie immediatamente? Potrebbe farlo, ma non lo farà, mi chiederà delle giustificazioni, mi chiederà di dire perché ho affermato che tutto ciò che ha detto è falso, cioè che cosa mi sta chiedendo esattamente? Di provare che ciò che sto affermando io è vero, e come mai me lo chiede? È una domanda legittima, anche se molte volte non ci si pone una domanda del genere però, visto che siamo in questo ambito lo facciamo, perché me lo chiede dunque? Perché ci tiene così tanto alla verità? E magari è la stessa persona che ha affermato che la verità non esiste, per esempio, oppure che non è reperibile o, come diceva il nostro amico, citato da Sandro, Popper Sir all’occorrenza, che la verità di fatto non è reperibile, funziona come riferimento ma ciascuna volta è soltanto un aggiustamento rispetto a questo termine ultimo, bizzarra fantasia peraltro visto che se la verità è inconoscibile e inarrivabile, come so che sto andando nella direzione giusta? Non lo saprò mai, ma al di là di questo rimane la questione della verità, fondamentale, assolutamente fondamentale. Sapete che da tremila anni almeno, che da quando c’è traccia degli umani, c’è la ricerca della verità, ultimamente è stata abbandonata perché è sembrato che non fosse possibile reperirne una soddisfacente, naturalmente intendendo qui con verità qualcosa che è e che non può non essere in nessun modo, non mi sto riferendo alla verità soggettiva, personale, relativa etc. che non è altro che un’opinione, la verità soggettiva è una opinione: io penso che sia così, va bene, però non è questa che gli umani hanno cercato da tremila anni a questa parte, cioè un’opinione, possono trovarne a bizzeffe. Cosa costringe dunque ciascuno a cercare la verità? Era fra le righe di ciò che diceva poc’anzi Cesare, il quale non l’ha detto esplicitamente in modo di lasciare a me il dirlo: il linguaggio, la struttura del linguaggio, è questo che costringe gli umani a cercare la verità, sia che si occupino di metafisica, sia che si occupino di ingegneria genetica o facciano la spesa al mercato, non cambia niente, il linguaggio dunque li costringe, ma come? Occorre una piccolissima riflessione intorno alla struttura del linguaggio, a come funziona il linguaggio? Intanto, chiamiamo linguaggio, come abbiamo già accennato prima, però è sempre utile riproporlo, un sistema inferenziale, tale per cui dato un elemento io posso sempre inferirne un altro, e questo occorre che sia, e poi che un elemento sia distinguibile da un altro, provate a pensare che una sola parola significhi simultaneamente tutte le altre, riuscireste a parlare? Questi elementi occorre che siano presenti, una teoria del linguaggio tiene conto di questo, di ciò che è necessario che ci sia perché il linguaggio, inteso in questo senso, possa funzionare. Come faccio a sapere che sono questi? È semplice, provo a toglierne uno e tutto, per esempio la possibilità di distinguere un elemento da tutti gli altri e mi ritrovo con un unico elemento che, per esempio, li significa tutti, a questo modo non posso procedere, si blocca tutto; tolgo il sistema inferenziale, tolgo la possibilità a un elemento di passare a un altro, che succede? Non funziona più niente. Se tolgo la possibilità di identificare un elemento linguistico, che è la variante di ciò che dicevo prima, cioè la possibilità di distinguerlo da ciascun altro, e di nuovo non funziona più nulla. Sapete che ci sono teorie linguistiche e non soltanto, piuttosto recenti, che mostrano l’impossibilità di stabilire l’identità di un elemento, l’identità a sé di un elemento, Derrida è uno di questi, ma se io non posso identificare un elemento come so che è quello? Con che cosa, ogni volta che interviene mi confronterò? E in ogni caso per potere stabilire che differisce da sé, questo “sé” deve pure riferirsi a qualcosa o non si riferisce a niente? Se non si riferisce a niente allora differisce da che? Considerazioni banalissime che però meritano di essere fatte. Dunque abbiamo individuato tre elementi molto semplici, molto facili, che sono necessari perché funzioni questa struttura che chiamiamo linguaggio. Ora dunque questo linguaggio che funziona ha? Naturalmente in questa riflessione dobbiamo sempre tenere conto costantemente che qualunque cosa affermeremo o negheremo sarà sempre il linguaggio che ci consentirà di farlo, considerazione presente e mai abbandonata, dunque dicevo che funziona ha? È difficile trovargliene una che abbia un senso, a meno che gli troviamo come unica funzione l’unica cosa che fa e che non può non fare: proseguire se stesso; non può non proseguire, ciascun elemento ne richiama un altro continuamente, può arrestarsi? Sandro ci ha illustrato in modo molto preciso: uscire dal linguaggio è una chimera, non lo posso fare, non lo posso fare se non confermando ciò stesso da cui immagino di uscire, tutto questo è sostenuto ovviamente da un criterio, come tutte le teorie è vincolata a un criterio che viene utilizzato, ma quale criterio? Come sapete ciascuna teoria si avvale di un criterio nella migliore delle ipotesi, alcune non si avvalgono di nessun criterio ma questo è un altro discorso, e se c’è un criterio allora io dovrò giustificare questo criterio. Qualcuno potrebbe dirmi che sto dicendo un sacco di sciocchezze, e che semplicemente è vero il contrario di quello che affermo, perché? Tanto non c’è nessun criterio. È la questione che citava Sandro prima e che era stata posta già cinquant’anni fa da Feyerabend, un criterio, ma quale criterio dunque? Se non l’unico che è quello che mi consente di pensare queste cose che sto pensando, di considerarle, di esporle in un modo coerente o di confutarle se è il caso, quale altro criterio risulta più necessario, più costrittivo, più indispensabile? Come dire che per lavorare sulla struttura del linguaggio utilizziamo unicamente la struttura del linguaggio, è l’unica teoria autorefente, non contraddittoria. Voi sapete che l’autoreferenzialità è stata da sempre una spada di Damocle in tutte le teorie, applicate a una teoria ciò stesso che afferma e troverete dei problemi, in questo caso no. Possiamo affermare di avere costruito un sistema che è allo stesso tempo coerente e non contraddittorio. Avremmo reso felice il nostro amico Kurt Gödel il quale, come alcuni tra voi sanno, si accorse che tutta la matematica se messa seriamente alla prova mostra un carattere particolare e cioè o posso affermare con assoluta certezza che è coerente ma allora tengo fuori un’unica proposizione, quella che afferma che non è coerente e che è dimostrabile all’interno del sistema, oppure se è completo cioè ci metto dentro anche questa proposizione, adesso ve la dico in modo molto spiccio, allora non è coerente, perché è possibile costruire una proposizione che lo nega, in questo caso no, non è possibile, posso costruire una proposizione che afferma che qualcosa è fuori dal linguaggio, certo che la posso costruire, ma non la posso provare e pertanto il sistema è coerente e completo. Ma torniamo alla questione della verità, non ci interessa qui fornire tutte le notevoli definizioni che sono state date di verità, non ci interessa minimamente, ci interessa soltanto sapere che per funzionare il linguaggio ha bisogno di una proposizione che può essere riconosciuta vera all’interno di quel sistema, cosa vuole dire che è riconosciuta vera? Adesso usiamo qui “vera” tra virgolette, vuole dire semplicemente che quella proposizione è coerente con quella che la precede e consente la costruzione di altre proposizioni coerenti con le procedenti, non c’è altro criterio, ciascun significante, quando ciascuno parla, che costruisca una poesia, che si occupi di fisica dei quanti, che faccia la spesa al mercato, che scriva una lettera d’amore o che consideri la sua esistenza, ciascun significante seguirà ad un altro attraverso questo criterio, che il significante che segue verifichi quello che precede, è questa la condizione per proseguire, per cui quale significante seguirà, certo c’è una gamma notevolissima, direbbe Greimas: un campo semantico vasto, in alcuni casi ristretto, non importa, ma sicuramente ciò che seguirà sarà un significante che dovrà verificare quello precedente. Vero a questo punto non è nient’altro che ciò che è riconosciuto come tale, cioè coerente col sistema e atto a produrre altre proposizioni, se è falso significa che non può produrre altre proposizioni coerenti con le precedenti e quindi lì si ferma. Non va avanti, non è che non va avanti per qualche motivo strano, è una struttura fatta così. Ciascuno di voi sa grosso modo come funziona un computer, due porte 0/1, da una passi dall’altra no, perché fa così? Chiaramente è stato programmato per farlo, è ovvio, ma il modo in cui funziona è quello che gli umani gli hanno insegnato: vero/falso, perché gli umani pensano così, né più né meno, anche quando scrivono una poesia: questa parola va bene qui? Che vada bene o vada male è una questione: se si attaglia a ciò che voglio dire allora la considero vera, poi posso chiamarla in altro modo ma in ogni caso non è altro che quell’elemento che risulta coerente con quelli che precedono e che consente di proseguire. La struttura del linguaggio dunque è questa: costringe gli umani a cercare la verità e cioè quella proposizione tale per cui sia possibile proseguire, e il linguaggio non ha nessun altra esigenza se non questa. La sua unica funzione è proseguire se stesso. Detto questo ovviamente non tolgo nulla a tutte le questioni che gli umani vanno costruendo da sempre, pensate a quante cose sono state scritte, dette in questi ultimi tremila anni, uno sterminio… a che scopo? Per tanti motivi, ma in ogni caso la sola cosa che ha consentito tutto questo non è altro che la struttura di cui dicevo, cioè il linguaggio, questo sistema inferenziale capace di distinguere un elemento da un altro e capace di identificare un elemento, questi tre elementi banalissimi, messi insieme costituiscono il linguaggio. Qualcosa che con una allegoria talvolta con gli amici, un po’ per gioco, chiamiamo sistema operativo, quello che fa funzionare il tutto, senza il quale non solo non funziona più niente, ma non sarebbe mai esistito niente. È la condizione stessa dell’esistenza, quando noi parliamo di esistenza di che cosa stiamo parlando esattamente? O quando definisco qualcosa, descrivo qualcosa, che cosa sto facendo esattamente? Cosa trovo? E c’è un motivo per cui accolgo ciò che trovo o non ce n’è nessuno? C’è un motivo, quello che vi indicavo poc’anzi e cioè la struttura del linguaggio, è la struttura del linguaggio che mi costringe a fare questa operazione, che mi costringe a non proseguire una direzione se so essere falsa, allo stesso modo in cui non posso credere ciò che so essere falso, non posso crederlo vero, è una questione grammaticale, non lo posso fare. Posso fingere, posso mentire, questo è un altro discorso, adesso non ci interessa. E allora per tornare alla questione, per muovere una obiezione al mio amico Cesare ecco che devo trovare necessariamente qualcosa che risulti più vero di quello che dice lui, o che risulti più credibile, o retoricamente più piacevole, più piacevole cioè più facilmente ascoltabile e quindi accoglibile. Ma se tengo conto di ciò che faccio mentre muovo un’obiezione a Cesare mi accorgo che metto in moto un meccanismo fatto di linguaggio e cioè costruisco una serie di passaggi inferenziale, che muovono da che cosa? La psicanalisi si occupa di questo, da che cosa muovono tutti questi passaggi? Che cosa li sostiene? Perché? Perché credo una cosa anziché il suo contrario? Per esempio per giungere alla considerazione che nulla al mondo mi costringe a credere una certa cosa, e allora se la credo me ne assumo la responsabilità, la credo perché mi piace farlo, ma da questo momento le cose cambiano radicalmente, si apre uno scenario totalmente differente: se sono io responsabile di ciò che penso, di ciò che creo. Cesare affermava prima della realtà: la realtà, diceva giustamente, è il luogo comune più accreditato, la superstizione più diffusa, e cioè l’idea che possa darsi qualcosa fuori dal linguaggio, questo è il paradosso da cui sorgono tutti i paradossi. Magari sentiamo se ci sono altri. Bene allora a questo punto do la parola a che intende farlo, sì forse lei, ha trovato qualcosa?

 

Intervento: mi è sembrato anche giovedì sera, un discorso impeccabile… ma mi sa tanto di tautologia… la condizione per avere una proposizione indiscutibile…però concretamente visto che lei dice che muove da delle premesse che dovrebbero essere inconfutabili (lo sono il che è diverso!) concretamente cioè degli esempio cioè non soltanto un modello teorico ma un esempio che ci faccia dire che quello che asserite trova possibilità pratiche di applicazione, per esempio la questione del senso che noi la realtà la costruiamo con il linguaggio ma se io prendo una botta in testa e comunico il mio dolore, questa comunicazione al di là della retorica non è semplicemente l’espressione di una sensazione che io enuncio e gli altri credo che capiscano perché hanno fatto la stessa esperienza. Per esempio un esempio come questo come voi lo affrontate, perché diventi qualcosa di…

 

Ora le rispondo, la ringrazio per questa domanda perché è importante, allora avviene questo: lungo un itinerario analitico, posto in questi termini, la persona si accorge che qualunque cosa accada, qualunque cosa pensi, riguarda il linguaggio in cui si trova; una sua costruzione una sua paura, una sua ansia, una qualunque cosa è una sorta di costruzione alla quale si trova a credere e tante volte è la persona stessa che dice “so che non è così come dico io ma non posso farci niente” è come se qualcosa più forte di me mi muovesse a fare certe cose…

 

Intervento: è una elucubrazione (magari non lo so se uno si da le botte in testa) magari sono un po’ villano ma dato che noi diciamo che è reale tutto ciò accade attraverso il linguaggio, che non esiste al di là del linguaggio ecco se mi prendo la botta in testa io dico che esiste al di là del linguaggio, una cosa che io posso sentire senza parlare, che avverto.

 

Si, in genere si pensa così, però provi a considerare la questione in questi termini: abbiamo detto che il linguaggio è prevalentemente un sistema inferenziale, cioè dato un elemento allora un altro, ora questa botta in testa, significa qualcosa o non significa niente? Significa qualcosa! Se significa qualcosa allora la significa per qualcuno e se significa qualcosa allora, per il fatto stesso che significhi qualcosa, c’è un antecedente per cui significa qualcosa. Come dire che è il conseguente di un antecedente, cioè è all’interno di una struttura, le dirò di più, senza questa struttura che chiamiamo linguaggio quella botta in testa non sarebbe mai esistita. Provi a rifletterci bene, a quali condizioni qualcosa esiste? Quali sono le condizioni perché possa esistere qualcosa? A questo punto ovviamente dobbiamo perdere qualche minuto per intendere che cosa sia l’esistenza visto che ne parliamo, dovremo pure sapere di cosa stiamo parlando. E cioè dovremo chiederci: ma questa esistenza, esiste di per sé al di fuori di tutto, oppure si dà all’interno di una struttura che ci consente di parlarne, di discuterne etc. se si dà al di fuori di tutto come ne so? Con che cosa? Tenga sempre conto che è fondamentale porsi le domande in modo corretto, se no è facile dire “mi do una botta in testa e mi fa male” certo, e se avesse la struttura di quell’altra cosa “io ho quattro assi e lei due sette, vinco io”, c’è questa eventualità, perché qualcosa esista occorrono delle condizioni, ma quali? Occorre porre le cose in modo preciso, se si vuole procedere in ambito teorico ovviamente. Cosa vuole dire muoversi in modo preciso: che qualunque cosa che intervenga nel nostro discorso merita, è degna di essere considerata, perché non muoviamo da nulla che non sia quantomeno considerato attentamente e questo ci costringe a riflettere su ciò che stiamo dicendo, per un logico per esempio questa asserzione della botta in testa non significa assolutamente niente, logicamente, ora è evidente che se uno dà una botta in testa a qualcuno c’è una reazione, ci sono tutta una serie di cose, ma come avvengono tutta questa serie di cose? Quali condizioni hanno tutta questa serie di cose? Avvengono di per sé oppure sono inserite all’interno di un gioco con delle regole. Un gioco linguistico non è nient’altro che una costruzione, cioè una serie di proposizioni vincolate a delle regole come qualunque gioco, se lei toglie le regole il gioco scompare ovviamente, e le regole non sono nient’altro che delle istruzioni: di qua sì, di là no, per dirla in modo molto semplice. Ora uno dei giochi linguistici più diffusi non è soltanto la realtà, la realtà è una conseguenza, ma è la propria incolumità, è diffusissimo, ciascuno tiene alla propria pelle come si suole dire e di fronte a un pericolo mortale cerca di sottrarsene. La questione più ovvia, più banale che si possa immaginare, perché se ne sottrae? Perché vuole continuare a vivere per esempio, e perché? C’è qualcuno che lo obbliga? Certo posso appellarmi all’istinto, posso appellarmi a qualunque cosa, però se si procede in ambito teorico preciso ecco che allora tutti questi appelli non servono a niente, non fanno altro che spostare la questione e la spostano all’infinito. Io posso decidere di vivere oppure no, se decido di vivere allora così come se decido di giocare a poker accetto le regole di quel gioco, per giocare quel gioco io devo accettare quelle regole, se decido di vivere allora se passa un tranvai io mi scanso, se non decido di vivere allora tutto questo non significa niente. È chiaro il concetto? E così la botta in testa esiste all’interno di un sistema, di un gioco a questo punto possiamo precisare, connesso con moltissimi altri giochi linguistici, cioè altre serie di proposizioni vincolate a delle regole, giochi linguistici che ciascuno sa, apprende nel momento in cui apprende il linguaggio stesso per così dire, una quantità sterminata; tant’è che ciascuno durante l’arco della giornata compie una quantità sterminata di giochi linguistici, cambia registri continuamente a seconda delle cose che fa, ma se un pomeriggio una sera decide di pensare in termini teorici e cioè di riflettere e considerare con attenzione, cioè non muovendo da luoghi comuni ma da considerazioni teoriche, allora ecco che il luogo comune non è più sufficiente. Se qualcuno passando le dà una botta in testa per portarle via il portafoglio, per esempio, allora tutta questa operazione ha una serie di effetti, per lei in prima istanza, ma questi effetti esistono in quanto strutturati da qualcosa che li fa esistere, senza questa struttura, torno a ripetere, tutti questi eventi non sarebbero mai accaduti, accaduti per chi? Come? Chi può dire che avviene qualche cosa se non c’è nessun modo per poterlo affermare. Qualcuno diceva tempo fa “sì ma avviene lo stesso” cioè? Cosa vuole dire che avviene lo stesso? Significa qualcosa o significa niente? E se significa qualcosa che cosa esattamente? Mi rendo conto che non è facilissimo pensare in questi termini, però ecco visto che giovedì scorso…

 

Intervento: mi sembra che chiamare in causa questa struttura che ci circonda e che dà un senso a quello che percepiamo sia più che altro legato alla percezione, alla attribuzione di significato di quello che ci succede, ma il dolore in sé e per sé avviene per via neurovegetativa, cioè un infante, un bambino di un mese io posso provocare dolore ma non ha giochi linguistici in testa, ma il dolore lo sente. Come dire io posso sentire dolore posso dare poi attribuzioni diverse a questo dolore a seconda della rete di giochi linguistici in cui io mi trovo, posso considerarlo addirittura una cosa piacevole. Il dire che è il linguaggio che mi struttura tutti i fenomeni anche quelli di natura nervosa… è vero che il costruttivismo ce l’ha messa tutto per dire questo, però mi sembra che ci siano anche dei limiti…

 

Consideri ancora questo, ancora questo, lei dice il dolore io lo avverto sia che mi trovi nel linguaggio, sia che non mi ci trovi, bene, e faceva anche l’esempio del bambino che è fuori dal linguaggio un neonato, lei afferma che questo bambino prova dolore. Qual è l’unica cosa che lei può fare? Vede che il bambino ha una reazione, deduce che prova dolore, lei tolga la possibilità di domandarsi qualcosa sul dolore, di potere avvertire, considerare il dolore, cosa resta, esattamente? Una sensazione? Come lo sa?

 

Intervento: dovremmo chiederlo al bambino…

 

Non lo sapremo mai certo, ecco a questo punto ha detto bene “dovremmo chiederlo a lui” ma non lo possiamo fare quindi il fatto di affermare che il bambino prova dolore, per quanto vi appaia singolare e squinternato è una attribuzione, lei lo può credere, nient’altro che questo e in ambito teorico non è sufficiente per proseguire qualcosa, dire “io credo”, non basta devo provarlo. E allora senza questa struttura esiste il dolore? Poniamo la questione in termini ancora più radicali, esiste qualcosa? Qualunque cosa? Senza la struttura del linguaggio cosa significa che esiste qualcosa? È una raffinatezza però merita di essere considerata, certo chiunque direbbe: ma esiste lo stesso! Però a questo punto non c’è nulla che possa provare una cosa del genere, allora vale quanto quell’altra affermazione che dice “dio esiste”, non lo posso provare però ci credo, certo questa è più praticata, più diffusa, ma questo non la rende più vera, come dicevo giovedì scorso il fatto che oggi ci siano venti persone ad ascoltarmi e la domenica in Piazza San Pietro cinquantamila, questo non mi fa pensare che le cose che dico siano inferiori a quelle che dice il papa, al contrario. Lei ha fatto bene a sollevare questa questione, un modo di pensare che è diverso da quello a cui ciascuno è addestrato, che poi non è altro che il pensare la realtà, che comunque esista qualche cosa che io posso toccare, che io posso assaggiare, posso fare un sacco di cose però non lo posso provare. Qualcuno potrebbe anche dire: che importanza ha? Nessuna certo, però a questo punto tutto ciò che lei afferma vale esattamente quanto la sua contraria. È ovvio che se anziché essere una sola persona a pensare una certa cosa ce ne sono sei miliardi allora la cosa diventa più importante ma non per questo diventa più vera. Intendo con vera ovviamente “provabile” attraverso l’unico criterio che abbiamo visto praticabile e cioè la struttura del linguaggio, dire che una cosa esiste, che un evento accade, al di fuori di tale struttura non solo non significa niente ma non può significare niente, non è niente. Non è mai esistita. Perché ci sia l’esistenza occorre che ci sia linguaggio, tolto il linguaggio non c’è l’esistenza e pertanto neanche la botta in testa.

 

Intervento: posso pensare da quanto ho ascoltato che tutto ciò che è all’interno del linguaggio è reale perché vuole essere provato e tutto ciò che è all’esterno fuori linguaggio può solo la fede, credenza o comunque qualcosa che fa parte della sfera personale e quindi non provabile.

 

Sì, qualcosa del genere. Porre una qualunque cosa fuori dal linguaggio vale a porla fuori dalla struttura stessa che le consente di compiere questa operazione, cioè di porla fuori dal linguaggio, per questo parlavo di paradosso, la più parte delle cose con le quali gli umani hanno a che fare sono considerate fuori dal linguaggio, la quasi totalità, l’esistenza stessa, per esempio questo tavolo è fuori dal linguaggio, non è linguaggio questo tavolo è legno, strutturato in un certo modo, generalmente si pensa così, si è addestrati a pensare così. Qui potremmo fare un lunghissimo discorso sulla funzionalità di tale addestramento, discorso che un giorno occorrerà fare: creare ottimi sudditi, ma adesso non possiamo, ci occuperebbe moltissimo però è vero quello che lei dice: supporre qualcosa fuori dal linguaggio è immediatamente porlo come una superstizione, cioè come qualcosa che viene creduto senza che nulla al mondo costringa a farlo, semplicemente gli piace. Il problema è che la più parte degli umani non afferma questo, non dice “credo sia così perché mi piace” ma “credo che sia così perché è così” e cambia tutto…

 

Intervento: io preferisco pensare anziché alle botte in testa a qualcosa di spirituale

 

Perché no? Con spirituale cosa intende? Il pensiero? Spirito, una volta si chiamava spirito…

 

Intervento: no piuttosto a questioni di meditazione… meditazione al trascendentale se vogliamo o a momenti di estasi ecco

 

Sì, la meditazione, e se non sono indiscreto su cosa medita?

 

Intervento: cercando di allentare ciascun pensiero e soltanto sul mio esistere in quel momento

 

E come fa a sapere quando ha raggiunto l’esistere? È un problema…

 

Intervento: esatto tra un fuori e dentro la struttura…

 

Sì, si incappa in questi paradossi: per eliminare il pensiero occorre il pensiero

 

Intervento: sono molti anni che facciamo queste conferenze e portiamo avanti questo discorso e mi interessava come in queste conferenze per lo più intervengono questioni come quelle del Signore “la botta in testa” “il tranvai”, mi incuriosisce, di fronte al discorso che andiamo facendo si potesse accogliere, per esempio, che andare a comprare le sigarette dal tabaccaio è un gioco linguistico che io posso fare, di fronte al dolore, di fronte al pericolo, di fronte a queste grosse costruzioni linguistiche che il discorso occidentale e non solo ha posto in atto, e pone continuamente in atto non si potesse accogliere il gioco linguistico. Curioso che laddove si ponga questo discorso immediatamente la questione dell’esistenza intervenga, intervenga come ultimo baluardo a intendere che qualsiasi cosa è un gioco linguistico.

 

Pone la questione estrema, è vero…

 

Intervento: come dire di qui non posso passare, queste sono le solite cose, i soliti interventi che intervengono… questo non è possibile, su questo mi interrogavo: su questa difficoltà.

 

Sì, un certo disorientamento è comprensibile e in effetti la persona è addestrata a parlare, a pensare quindi in un certo modo e qui torniamo alla questione appunto di questo addestramento e di tutte le sue funzioni, discorso che dovremo fare prima o poi, però è un addestramento che avviene fin dall’inizio, da sempre, pensare che le cose stanno in un certo modo e che la realtà è fatta così, e che anche in alcuni casi è meglio non stare lì a farsi troppe domande…

 

Intervento: questa questione della botta in testa veniva dalla vostra affermazione che non esiste nulla fuori dal linguaggio, avverto il dolore, questo dolore al di là dell’interpretazione che posso dare che può essere linguisticamente condizionata… questo dolore esiste e quindi è alinguistico (non si fermi lì, non si fermi lì) questo vale per il neonato io so riconoscere quando soffre

 

Non si fermi a queste questioni, vada oltre, cioè si chieda sempre: come lo so?

 

Intervento: cosa?

 

Per esempio che fuori dal linguaggio c’è il dolore, se lo chieda sempre, io invito sempre le persone che mi seguono da tempo a porsi due domande, in ambito teorico ovviamente, primo: potrebbe essere il contrario? Se sì è un problema, se no perché? La seconda è: come lo so? Sono due domande che occorrerebbe porsi spesso, sempre in ambito teorico ovviamente per non fermarsi, perché è molto facile in ambito teorico fermarsi a delle questioni senza interrogarle oltre, senza andare avanti. Ma la psicanalisi, proprio lei, la psicanalisi insegna questo a interrogare oltre, oltre ogni limite, oltre ogni misura, là dove nessuno si sognerebbe mai di porsi quella domanda, la psicanalisi continua a domandare, anche su se stessa in questo caso. Lei afferma “il dolore c’è comunque” benissimo, consideriamo questa affermazione, come lo sappiamo? Lo sappiamo per deduzione, o perché lo vediamo, però l’esperienza…

 

Intervento:…

 

Sì, qualunque reazione, però questa reazione io l’associo al dolore perché? È una mia decisione, le domande che lei può porsi sono molte e ciascuna di queste ha il diritto e la dignità di trovare una risposta altrettanto degna, cioè forte. Mai fermarsi alle considerazioni più immediate, più vicine, più prossime, in fondo affermando “io sento il dolore perché lo sento” e bell’è fatto, è un modo per chiudere la questione, e chiudendo la questione lì c’è anche l’eventualità che qualcuno ci creda che è proprio così perché si è supposto in quel punto preciso che quella proposizione sia vera e quindi termina tutta la catena. Questo è vero e quindi ci fermiamo qui, e invece no, andiamo avanti, non fermiamoci, continuiamo a domandare, a domandare su ciò che stiamo facendo, cosa affermiamo, affermando in questo caso che io sento comunque dolore, cosa sto facendo esattamente? Come lo so? E via dicendo. Bene per il momento ci fermiamo e facciamo una breve pausa, ci vediamo fra una ventina di minuti….seguiranno gli interventi di Beatrice e del nostro più giovane e validissimo collaboratore Gabriele, e poi proseguiremo a dire altre cose…

 

Intervento di Beatrice Dall’Ara

 

Un racconto fantastico

 

Immaginiamo che l’ansia, l’angoscia, la paura non siano mai state inventate, facciamoci questa immagine, di cosa sarà immagine, possiamo farcene un’immagine se non esistessero nel nostro vocabolario? Se non potessero essere utilizzate, se non ne potessimo parlare perché non esistono quelle regole che costruiscono questi giochi, quello dell’ansia, quello dell’angoscia, quello della paura, possiamo immaginare, inventare un così fatto mondo? Proviamo a costruirlo tenendo conto che a questi termini, a queste proposizioni non se ne sostituiscano altre, con suoni diversi ma con lo stesso senso, un codice per dire in altro modo qualcosa che c’è e che si chiama o non si chiama in quel modo, no, non se ne può parlare perché non sono mai stati inventati e perciò non esistono, né potranno mai esistere, potrei farmene un immagine, potrei immaginarlo? Di cosa sarebbe immagine e l’immagine allora a cosa mi servirebbe e allora anche l’immagine, l’immaginazione avrebbe ancora un uso, potrebbe essere utilizzata se non sapessi cos’è l’ansia, l’angoscia, la paura, a cosa serve l’immagine se non posso raffigurarmi, rappresentarmi qualcosa che esiste per altri oltre che per me che la raffigura, la rappresenta. Se non c’è paura, non c’è ansia per qualcosa che potrà accadere, non c’è angoscia per quell’accaduto che prevedo inesorabilmente, se non c’è paura non c’è attesa tutto è lì nel suo accadere, a cosa servirebbe l’immagine che me ne posso fare? non potrei immaginare perché è tutto lì presente in ogni istante, in un tempo senza tempo, senza un futuro e senza un passato, non potrei sperare, né annoiarmi, né cercare e quindi anche l’immagine non avrebbe più un uso, non servirebbe più a nulla e verrebbe tralasciata, non sarebbe più “parlata” e non essendo più utilizzata dal sistema linguistico anche l’immagine non esisterebbe più, non potrei desiderare se tutto ciò che ho non potrebbe né poté ma è tutto lì. Pare la costruzione di un modo fantastico e terrificante, in un mondo in cui non c’è più paura perché non è stata inventata dal linguaggio pare non sia vivibile la vita, perché il supporto alla vita è dato dalle sensazioni, dalle emozioni che sole muovono la vita la rendono varia, togliere la paura da un mondo è togliere il gusto della storia, è togliere l’affetto della madre, è negare la potenza del dio, della natura, è negare la potenza dell’io che deriva da quel dio che ha disposto in un certo modo. Eppure se penso, cioè se ho la possibilità di poterlo fare senza difficoltà posso concludere che una qualsiasi cosa non potrebbe esistere se non esistesse in un sistema linguistico che funziona e del quale io sono parte non potendo dirmi se non facendolo funzionare, facendolo rinviare. Non potrei concludere di essere un io o di essere un dio o di essere, non sarei né sarei mai stato, senza questo sistema che produce e costruisce qualsiasi cosa io non sarei, non avrei nessuna possibilità di esserci perché con che cosa affermerei la mia esistenza, come affermerei l’esistenza di qualsiasi cosa con quali strumenti? Posso solo immaginare, sperare, desiderare che ci sarei stata comunque ma facendo questo faccio funzionare qualcosa che chiamo linguaggio, lo faccio proseguire, il linguaggio permette tutte quelle operazioni che l’ io può compiere, permette all’io di esprimersi, per esempio, l’io si esprime e quindi esprimendosi descrive ciò che sente ma ciò che sente nulla sarebbe se non significasse qualcosa per qualcuno che lo sente, per quel io e cioè nulla sarebbe fuori da una catena segnica, linguistica per cui può sentire. Dicevo della paura e di come sia funzionale la paura con tutte le sue ramificazioni e proliferazioni di senso in una società così come è costruita, se non ci fosse la paura perché non è stata inventata dal linguaggio non ci sarebbe bisogno di qualcuno che protegga, non ci sarebbe bisogno di protezione, la mafia non esisterebbe, i governi non esiterebbero, non avrebbe più senso la capacità o l’incapacità ma ciascuno sarebbe responsabile di ogni suo atto. Il desiderio di distruggere la paura, resta un desiderio e come si sa, i desideri o i sogni sono quegli atti linguistici che performano ciò che vanno ad affermare cioè se si dice che si sogna o che si desidera tutto ciò che segue cioè tutte le proposizioni che seguono mantengono la premessa da cui erano partiti possono affermare grandi verità ma restano sogni e quindi negano in qualche modo ciò che si contrappone una realtà e in effetti possono permanere sogni se non si considera il paradosso del voler distruggere, sopprimere un termine, un concetto dal vocabolario come la paura, paradosso perché come possiamo immaginare di togliere dal sistema linguistico la paura così, bell’e fatto e immaginare un altro mondo? È paradossale togliere qualcosa che è utilizzato perché per toglierlo devo affermarlo e quindi cosa tolgo?

la paura, cos’è la paura? Dal vocabolario la paura : grande turbamento per un pericolo presente o passato, reale o immaginario. Questa la definizione più ampia e più semplice che si può dare del significante paura, questo è l’utilizzo cioè ciò che si trovano a giocare gli umani quando agiscono la paura, il motivo economico, direbbe Freud, per cui è disponibile/previsto questo gioco laddove si ricerchino a basso prezzo sensazioni, emozioni, ancora meglio come funziona la paura all’interno di un sistema linguistico. Ora occorre intendere perché parliamo di sistema linguistico e perché chi afferma l’unica psicanalisi possibile ponga il linguaggio, questo sistema come punto di partenza e quindi come punto di arrivo, l’unica necessità, una costrizione logica perché possa funzionare il gioco, un qualunque gioco, da quello che racconta la storia di Cenerentola a quello che inventa la Teoria della relatività, a quello che inventa l’esistenza di un qualsiasi cosa al di fuori di questo sistema. Tutto accade per gioco per il giocare di elementi fra loro che per fare un certo gioco devono escludere quegli elementi che non permettono quel gioco, tutto accade perché data una premessa allora c’è una conclusione, dato un elemento allora un altro elemento. Può non darsi una premessa? No, non può non darsi perché al momento che afferma che non può darsi una premessa già questa proposizione sta funzionando e questa è la conclusione che nega la premessa e negando la premessa già sta facendo cioè già sta costruendo una direzione, una via per altri elementi che devono funzionare. È molto semplice questa struttura che affermiamo fa accadere qualsiasi cosa, se si da un elemento allora un altro elemento. È una struttura inferenziale all’interno della quale qualsiasi cosa accade e se la Psicanalisi non può affermare questo allora si pone al di fuori di quel sistema che l’ha inventata, l’ha costruita, che l’ha fatta accadere, si pone fuori dal linguaggio e ponendosi fuori come potrà giocare con che cosa potrà affermare, con che cosa potrà concludere, con che cosa potrà mettere in discussione ciò che va dicendo, se non va dicendo ma subendo ciò che il suo discorso costruisce, come potrà mettere in gioco, forzare la realtà, se la realtà non è un gioco linguistico fra gli altri come il gioco della fantasia, giochi che si utilizzano e hanno la funzione di fermare il discorso, di chiudere il discorso perché se la realtà, i fatti sono questi di lì non si può passare, se i fatti sono questi allora io non sono responsabile di ciò che vado dicendo perché ciò che vado dicendo è l’espressione della mia anima, di ciò che sento di ciò che vedo…se la psicanalisi non può affermare che è linguaggio che sta funzionando si pone al rango di qualsiasi religione, nulla contro le religioni ciascuno può credere ciò che più gli aggrada ma come si sa il discorso religioso non promuove il pensiero, ma la psicanalisi si occupa del pensiero di come ciascuno si trova a pensare le cose che pensa perché se non è di questo che si occupa allora non ha nessun utilizzo, non serve a nulla se non a spostare delle credenze, a costruire delle credenze come dire non modifica alcunché perché non rende la responsabilità e quindi la dignità a ciascun discorso che voglia essere tale. Il pensiero è l’unica ricchezza a disposizione degli umani ciò per cui possono dirsi tali ed è il pensiero che conclude ciò che è vero e ciò che non lo è, si chiama pensiero il poter inferire e quindi connettere elementi ad altri elementi, quale differenza tra il pensiero e il linguaggio? c’è qualche differenza? Il linguaggio è un sistema che funziona e che fa esistere qualsiasi cosa senza linguaggio nulla sarebbe, né sarebbe mai stato neppure questa affermazione, il linguaggio deve funzionare, deve giocare, deve produrre giochi, costruire giochi, deve trovare differenze per continuare il suo gioco deve passare da un elemento ad un altro, da un antecedente trarre un conseguente, non c’è uscita dal linguaggio solo questo non può fare uscire da sé, perché con che cosa lo farebbe? Il pensiero è linguaggio è questa struttura inferenziale, stringhe di proposizioni che concludono ad altre proposizioni, ma ha una possibilità prevista dalla necessità delle sue affermazioni, ha una chance quella di riflettere su ciò che si trova a produrre, a costruire facendo funzionare quelle stesse regole che gli permettono anche di conoscere, anche di sapere, ha la chance di poter interrogare anche e soprattutto il suo discorso perché sa che è un discorso quello che sta avvenendo, solo questo sa e solo questo è necessario che sappia ché solo in un discorso interviene l’interrogazione perché c’è una domanda, qualcosa che questiona che richiede l’aggiunta di elementi, la domanda e quindi la possibile messa in gioco di ciò che crede, di ciò che giudica, di ciò che nega, di ciò che apprezza, e solo attraverso un percorso che ci si può trovare a fare, se lo si desidera, se la curiosità è più forte della noia cioè del piacere dato dal ripetersi monotono di elementi che suonano la stessa storia, se la curiosità è più forte della paura di trovarsi responsabili di ciò che il proprio discorso sta facendo, solo attraverso un percorso ferreo proprio perché mira al divertimento per cui non può barare perciò non dà nulla per scontato, è possibile cominciare a pensare e cioè sbarazzare il discorso di tutte le superstizioni che il linguaggio ha costruito per continuare a riprodursi, per continuare a girare ma assolutamente non necessarie in quanto costruzioni, in quanto giochi linguistici, che devono la loro esistenza ad altri giochi linguistici, che sono la condizione per altri giochi linguistici. Ecco pensare è poter accogliere la necessità logica, la costrizione logica che afferma che qualsiasi cosa è un gioco linguistico questa è la premessa necessari questa è la verità, l’unica verità se con verità si vuole intendere qualche cosa, se no una cosa vale l’altra, il linguaggio funziona comunque e non si ferma di fronte a niente, costruisce tutto ciò che gli è utile al suo proseguimento anche se facendolo utilizza quei luoghi comuni più comuni, se utilizza quelle fantasie che può contrapporre a quelle realtà, anche se inventa tragedie che tratta come commedie, perché non gli importa discernere, deve giocare non importa con cosa, non importa come, ma al pensiero no, il pensiero deve proseguire se intende divertirsi, se intende muovere, se intende giocare, perché non lo può non fare, anche il pensiero, poter pensare è un gioco, ma è l’unico gioco che permette di apprezzare la ricchezza che è a sua disposizione giocando, se giocando non potesse apprezzare la ricchezza di ciò produce, di ciò che costruisce, di ciò che inventa come potrebbe agire, modificare, raggiungere il suo obiettivo, che è la condizione della domanda di ciò che l’ha fatto muovere. Ma la domanda perché possa svolgersi e quindi produrre deve trovare il vero, e l’unica cosa vera è ciò che posso dedurre e cioè che sto parlando e che solo attraverso una struttura linguistica tutto può avvenire, questo è vero di qui l’interesse per questo gioco, il divertimento per quel gioco che sbarazza dalla ricerca della verità di altri giochi, nessun gioco è più vero di un altro, può interessare di più ma è un gioco, ecco l’interesse per quella struttura che agisce la vita se lo si vuole cioè se si pensa, se interviene una semplice regola “come lo so che le cose stanno proprio così come penso che stiano? e se stessero esattamente al contrario di come credo che siano?” e ora la domanda a cosa serve sapere che qualsiasi cosa è un atto linguistico? A cosa serve questo gioco nella vita quotidiana, nelle faccende importanti? Se lo dicessimo a Bush o a Saddam certo non capirebbero ciò che andiamo dicendo, non devono capirlo sono troppo interessati a salvare, per usare un eufemismo, a difendere, a produrre, no, noi lo diciamo a chi lo può intendere se lo vuole così per divertimento, lo diciamo così a chi desidera divertirsi cioè a chi non è più interessato ai giochini che faceva da bambino, quando giocava con gli indiani, questo gioco lo ha abbandonato non gli crea più nessuna emozione, può giocare in altro modo, sapere che il gioco della guerra è un gioco linguistico fra gli altri, che produce quei giochi che produce, non è che non li produce, se è un gioco linguistico che funziona produce ciò che deve produrre, le regole di quel gioco comportano quel gioco, ma chi vuole intendere cioè pensare deve proseguire e cioè se non è più interessato al gioco della guerra, se questo gioco non lo interessa deve porre le condizioni parlando e come se no? che questo gioco non sia più utilizzato, cioè non interessi più, perda di interesse, così come in una psicanalisi avviene giocando si abbandonano quei giochi che non sono più utili, utili al proprio malessere, perché si intendono le regole del malessere, di questo gioco praticato per lo più laddove è necessario il nemico, nemico dalle diverse connotazioni, può essere un marocchino, un ladro o una persona che non mi ama, o un io che non sa amarsi, può essere il destino avverso, può essere un mondo ostile o scialbo senza senso che mi è contro e che mi limita ma è quel mondo che il mio discorso costruisce e che vuole subire perché ne è attratto, è attratto da un mondo che genera paura e cioè perpetuo turbamento,emozioni e sensazioni per un pericolo reale o immaginario. Pensare non rende il pericolo immaginario né reale, pensare è fare i conti con l’ingenuità e quindi con la stupidità che da questo gioco consegue.

Per modificare il pensiero occorre partire da cosa il pensiero è e non può non essere e cioè una stringa di proposizioni che partono da una premessa e attraverso vari passaggi arrivano a una conclusione, modificare il pensiero è poter rendere necessaria la premessa se la premessa è necessaria tutto ciò che ne segue sarà altrettanto necessario. Per poter rendere necessaria la premessa occorre poterla interrogare occorre che funzionino regole che permettano l’interrogazione perché se ciò non è possibile come

Psicanalisi che come si sa si occupa della parola, si è sempre occupata della parola, in qualche modo ha sempre giocato con la parola ciò che avviene lungo un itinerario analitico è un racconto, avviene un racconto di ciò che si crede essere o essere stata la propria vita, è un racconto che a partire da certe premesse mostra i desideri, le speranze e con i desideri e le speranze mostra le paure, mostra i limiti, ciò per cui il desiderio e la speranza devono rimanere tali. Psicanalisi che si occupa della parola, di come funzionano le parole in un discorso e di come funzionando cosa fanno, cosa producono che è il discorso della psicanalisi, un gioco fra gli altri giochi con l’unica particolarità che può mostrare le sue premesse, può dimostrarle e sono vere perché in qualsiasi modo si tenti o si immagini di poterle negare ci si contraddice perché per negarle occorre utilizzarle, occorre utilizzare il gioco linguistico cioè il linguaggio.

 

Intervento di Gabriele Bardini

 

Nel novero dei luoghi comuni del pensare quotidiano, le dicotomie fede/scienza e fede/ateismo sono senza dubbio alla base del discorso occidentale: la fede consiste nell'accettare un enunciato, un dogma, quale vero senza possibilità di dimostrarne la bontà, l'ateismo il negare ogni forma d'arbitrarietà dal proprio pensare. Apparentemente, essi parrebbero in opposizione, distanti nel loro operare, realmente sono assai più prossimi di quanto si pregiudichi: si provi a considerare la definizione di trascendente, alla base della dimensione dogmatica d'ogni credo. Trascendente è tutto ciò che è indimostrabile partendo dall'immanenza umana; ma come non si può cogliere il suo esistere, contemporaneamente l'affermazione della sua assenza diviene un assioma e, conseguentemente, gli ateisti sono religiosi quanto i credenti "convenzionali". Demolita la differenza tra questi due concetti, permane il contrasto tra scienza e fede: al fine di attuare un procedimento simile a quello precedente, vorrei prendere in esame il pensiero di Galileo Galilei, padre della scienza moderna. Egli ritenne che la natura fosse scritta in caratteri matematici, da come emerge nella lettera da lui indirizzata ad Orazio Grassi: “ La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche ”. Si rifletta su questo estratto: non ci sono tracce di dimostrazioni volte a rendere logicamente affermabile la tesi enunciata: dobbiamo pertanto affermare che la sua congettura sia un atto di fede propenso più verso il dogma che non diretto al rigore matematico, precisione che a sua volta si fonda su assiomi, su atti di fede, quali il postulato del successivo, il quinto postulato d’Euclide e così via. E’ sufficiente modificare uno di questi, e l’intero costrutto scientifico muta, come accade per la geometria di Riemann, in cui dimostrando il parallelismo fra rette, si giunge ad un discorso assai distante da quello euclideo.

Si è quindi giunti a dire che fede, scienza, ateismo, siano in realtà costrutti dalla medesima struttura: ed allo stesso tempo, la filosofia deve, e non può non essere, essere considerata un discorso simile a quelli ivi indicati. Essa, come qualsiasi altra disciplina, è un pensiero, una riflessione che origina da assiomi indimostrabili per tentare di fornire una spiegazione sul mondo o su altri oggetti del parlare.

Ma, colta la labilità e l’estrema relatività del nostro pensare, generata dal fatto che abbia un inizio puramente arbitrario, è lecito domandarsi se esiste una certezza assoluta, al riparo da ogni obiezione? Esiste un affermazione, un ente, una qualsiasi cosa che sia assolutamente innegabile ed inconfutabile?

Qualsiasi proposizione può assumere, alla luce di ciò che s’è quivi affermato, un valore positivo o negativo, può essere vera o falsa nella misura in cui lo si voglia: tutte eccetto una. Si può negare che il linguaggio esista? Nel farlo, esso viene condotto in atto e, conseguentemente, esiste: è necessariamente vero ed autoreferenziale, poiché per dimostrarlo lo si deve adoperare. Un linguaggio preso nella sua accezione più ampia, sia che si manifesti con la gestualità, con parole o con pensieri: esso è una struttura inferenziale che lega un elemento ad un altro.

Già nella letteratura barocca s’era compresa la straordinaria potenzialità del linguaggio: Emanuele Tesauro, teorizzatore del barocco letterario, affermava che attraverso esso si riuscivano a cogliere i “concetti”, i legami nascosti tra elementi fra loro apparentemente distanti ed inconciliabili e che dalla scoperta del nuovo concetto si trae un fervido piacere intellettuale, un alta dignità di pensiero legata alla nuova padronanza che gli uomini hanno sul mondo tramite il linguaggio.

Lo scopo che noi qui perseguiamo è lo stesso, restituire agli uomini la loro consapevolezza, il loro alto lignaggio di detentori della parola: ma per ottenere l’effetto desiderato non ci appelliamo al secentesco arguto poetare, che aveva funzione di descrittore d’una realtà il cui costrutto venne messo in discussione dalle scoperte di Galilei, perché la realtà non è al di fuori della parola, esso non è ciò che la sistematizza, bensì è ciò che la genera: si potrebbe obiettare che il sasso cada a terra sia che lo si affermi o meno, che le diecine di milioni di morti causate dal genocidio nazista si siano verificate anche senza la nostra affermazione, ma se il linguaggio non esistesse nessuno fra noi potrebbe dirlo e quindi verificarlo.

Le conseguenze derivanti da queste considerazioni sono molte, ma una in particolare suscita il nostro interesse: se la realtà è frutto dell’agire della parola, essa è come la vogliamo noi, noi in quanto linguaggio e non sostanze pensanti al di fuori d’esso, e quindi tutte le componenti del nostro vivere dipendono da noi. La tristezza, la gioia, la paura, sono tutte emozioni che ricerchiamo allo stesso modo secondo un criterio estetico, perché fra le infinite direzioni che il linguaggio può seguire, sceglie sempre quella che più ci appaga nella ricerca del piacere: non è più possibile sostenere che si prova dolore perché si subisce l’azione di una realtà a me esterna, non è più possibile deresponsabilizzarci affibbiando le cause dei nostri malesseri ad altro.

La vera dignità del pensiero consiste nell’agire il linguaggio, non nell’esserne giocati: continuando a pensare secondo i precetti del passato continueremo a esserne giocati, a non renderci conto che la realtà è solo una superstizione.

 

 

Molto bene. A questo punto possiamo riprendere il dibattito, non so se qualcuno vuole già porre qualche questione. Ciò che è emerso in modo evidente nei vari interventi è il fatto che tutto questo è la condizione, l’unica condizione per vivere meglio, non ce ne sono altre. Vivere meglio cioè vivere senza la necessità di avere paura, la necessità di credere vere cose che porteranno alla catastrofe, la necessità di costruire la catastrofe. Vivere dunque meglio non significa nient’altro che essere nelle condizioni di potere affrontare qualunque accada cosa o il suo contrario in modo migliore cioè senza paura, con determinazione. Dicendo senza paura dico anche senza portarsi appresso tutta una serie di fantasie, di costruzioni poste in atto lungo la propria esistenza e che vanno di volta in volta ad agganciarsi a qualcosa che capita di incontrare rendendolo insopportabile, insostenibile, il più delle volte non è tanto ciò che la persona incontra ma tutto ciò che carica fantasmaticamente su questo qualcosa che rende la vita difficile, mentre potrebbe essere semplicissima. Naturalmente c’è un problema, e cioè il fatto che la persona non è costretta a stare male, nessuno la costringe, il suo stare male non è nient’altro che l’effetto di una serie di argomentazioni precedenti che giungono a una conclusione tale per cui la proposizione che viene affermata produce quella sensazione che è nota come stare male: per esempio sono incapace, infelice, abbandonato, etc. tutto questo segue alle conclusioni a cui la persona giunge, e che sono quelle che come suole dirsi fanno stare male, appartengono a giochi linguistici, inevitabilmente, e allora come diceva giustamente Gabriele o si apprende a giocare questo gioco che è il linguaggio o se ne è giocati. Se ne è giocati malamente e si passa come talvolta accade la propria esistenza a combattere cose che si sono create, prima si creano e poi si combattono, e quando le si sono distrutte se ne creano altre per combatterle, all’infinito, lamentandosi ovviamente moltissimo di tutto questo. È una operazione che non è proibita ovviamente però, però richiede una quantità sterminata di energie e soprattutto appare avvenire con la totale, assoluta non responsabilità della persona anzi, questa non responsabilità appare come la condizione per potere continuare a costruire malanni, per poi guarirne. Usiamo queste categorie così grossolane. È questo che gli umani fanno da quando hanno l’uso della ragione cioè da quando si trovano nel linguaggio fino a quando cessano di trovarcisi, costruire problemi da risolvere. Questi problemi in molti casi hanno nomi più drammatici paure, ansie, fobie, angosce e così fino alle guerre… un problema da risolvere, tant’è che quando le cose appaiono funzionare, quando appare che tutto fili liscio, ecco che qualcosa accade, sempre, a rompere le uova nel paniere per cui si ricrea un altro problema. Non è casuale, non è affatto casuale, il problema che si impone a quel punto e che scompiglia tutto il benessere precedente è funzionale, quella che gli umani cercano e che chiamano felicità di fatto è ciò stesso che fuggono al momento in cui la ottengono, la fuggono per un motivo molto semplice, vi faccio un esempio banalissimo: incontrate una persona e chiedete come stai? E risponde: Bene! Allora è come se non ci fosse nulla da aggiungere. Se invece vi risponde “malissimo, sapessi…” e incomincia a raccontarvi dei malanni suoi, della zia, del nonno etc. e poi di tutte le catastrofi che sono successe, allora voi potete andare avanti a parlare per una giornata intera. Se vi ha risposto “bene” cosa gli dite? “buon per te” e la cosa è finita lì. Cosa ci indica una cosa del genere? Che il “malanno” cosiddetto offre l’opportunità di parlare, di raccontare, di esporre, di dire, di dirsi anche, il benessere no. Tant’è che una volta mi accadde di ascoltare una persona che mi disse “ma se non sto più male, dopo cosa faccio?” può apparire una affermazione paradossale ma non lo è, gli umani si comportano così da sempre, si cacciano nei guai al fine di potersene lamentare e al fine di darsi da fare per uscirne, una volta usciti si rimettono in un altro guaio. Ciascuno di voi avrà avuto sicuramente occasione di conoscere qualcuno che si trova a compiere sempre questa operazione, e cioè si caccia continuamente nei guai, dai quali magari riesce ad uscire con estrema fatica, facendo tutta una serie di cose, una volta uscito dal problema ecco, guarda caso immediatamente ne succede un altro. Ora siccome siamo poco inclini a pensare alla mala sorte, consideriamo che è un modo questo di operare degli umani, modo che appartiene a loro: creare problemi per potere risolverli, cioè creare occasioni per dire, parlare, fare, muoversi. Pensate ai momenti in cui una persona si annoia, cosa sta succedendo esattamente? Perché si annoia, cosa vuol dire che si annoia? Generalmente dice che o non ha niente da fare o nulla lo interessa, oppure addirittura che vorrebbe desiderare qualcosa ma non riesce a desiderare, in genere sono queste le formulazioni più frequenti: l’accidia, per gli antichi. Oggi comunemente nota come malinconia, ebbene la noia non è altro che non trovare nulla che chiami a fare, qualcosa che dall’esterno imponga di fare, può essere la necessità di qualcuno o di qual cosa, avere la necessità di qualcuno per esempio di cui occuparsi, di qualcuno o di qualcosa a qualunque costo, perché se non c‘è nessuno di cui occuparsi allora la mia vita non serve a niente. Questo è un pensiero piuttosto frequente, ora qualcuno potrebbe anche chiedere “perché mai a vita dovrebbe servire a qualcosa?” domanda legittima, cionondimeno è quella struttura che per tutto il pomeriggio abbiamo descritta per lungo e per largo, cioè il linguaggio che costringe una persona a cercare un problema da risolvere, a cercare qualcosa che gli dia da fare e prima o poi lo trova, se non altro mettendosi nei guai per esempio, perché da quel momento ha da fare: ha da uscire fuori dai guai. In questo modo la struttura del linguaggio è soddisfatta e cioè prosegue. Dicevamo prima che l’unico scopo che possiamo rilevare del linguaggio è quello di proseguire se stesso, come? Non ha nessuna importanza, il linguaggio prosegue sia che io costruisca teorie straordinarie, sia che io mi affanni per un disastro amoroso, sia mi affanni per questioni politiche comunque il linguaggio è soddisfatto e cioè continua a produrre proposizioni, per cosa? Per proseguire, nient’altro che questo. È evidente che una volta che una struttura del genere è acquisita e praticata, come una persona può credere a una tragedia, può affannarsi? Qualcuno si era preoccupato di questa eventualità nel senso che il timore di non avere nulla che preoccupi o che affanni o che disperi potesse togliere il sale della vita: che ne è della vita senza delle forti emozioni? Non è che non si debba o non si possa provare forti emozioni, può farlo se vuole, ma con la consapevolezza estrema e irrinunciabile, è questo che vi stiamo proponendo, di non potere non sapere ciò che accade in ciascun istante, il non potere non sapere ciò che voi state facendo, esattamente, in qualunque momento diciate, pensiate, qualunque cosa o il suo contrario. Certo per molti può essere un problema accogliere l’eventualità che tutto ciò che si costruisce non ha nessun altro scopo se non quello di fare proseguire il linguaggio. qualcuno si aspettava qualcosa di più dalla propria esistenza, ciascuno può aspettarsi quello che vuole ovviamente, ma la sola cosa che possiamo affermare con certezza è che il linguaggio prosegue comunque, ciò stesso che io vi sto dicendo, qui, in questo istante, ha principalmente questo scopo: fare proseguire il linguaggio. Ovviamente altri che cominciano ad avvicinarsi a questo discorso possono dare un contributo, possono accorgersi di cose che a me sono sfuggite, possono dire una quantità sterminata di cose e quindi soddisfano ancora e sempre il funzionamento del linguaggio. Ma allora, diceva una volta un tizio, tutto quello che gli umani hanno fatto, i loro affanni, le loro tribolazioni, le loro emozioni, le loro meraviglie, le cose mirabili, degne o infami che hanno fatto, non hanno nessun altro scopo che quello di fare proseguire il linguaggio? Esattamente, proprio così. Ma proseguiva questo signore: allora è tutto qui? Sì, tutto qui, ma come diceva giustamente Gabriele: o ci si accorge di questo e allora si gioca il linguaggio, si gioca insieme con il linguaggio, visto che ciascuno non è nient’altro che il linguaggio di cui è fatto, oppure se ne è giocati, e allora si creano fantasmi e cose terribili al solo scopo di salvarsi da ciò stesso che si è creato. E così si passerà tutta la vita è inevitabile. Ecco a che cosa serve ciò che stiamo facendo, a questo: a cessare di essere vittime, gabbati, giocati da questa struttura che fa esistere ciascuno e che stiamo chiamando linguaggio. Cessare quella ingenuità, diceva giustamente Beatrice, quella ingenuità che porta inevitabilmente alle tragedie perché porta inevitabilmente alla creazione del nemico, è matematico, non c’è via di uscita e una volta che si è creato il nemico, quel nemico deve essere eliminato, fisicamente se è possibile. Per cui la guerra, certo. La guerra e infinite altre cose, non soltanto quella che si combatte sui campi di battaglia, ma quelle quotidiane contro questo, contro quell’altro, contro infiniti nemici che ciascuno si è creato al solo scopo di combatterlo, senza accorgersene, per questo dicevamo che è giocato e passa tutta la vita a fare questo, noi proponiamo di fare altro.

Bene, la giornata si conclude dandovi l’appuntamento per giovedì, grazie a ciascuno di voi.

 

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