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LA PSICANALISI COME ATTO POLITICO

 

Allora, la politica della psicanalisi. Abbiamo detto che comporta inevitabilmente un percorso, un percorso intellettuale nell'accezione che abbiamo indicata in varie occasioni, cioè soprattutto una direzione e un modo di procedere, di muoversi, infatti ciò che siamo andati dicendo, ormai sono gli ultimi due incontri, ciò che siamo andati dicendo in questo anno ci ha condotti a delle considerazioni molto precise, e cioè innanzi tutto la non elusione del linguaggio in qualunque ricerca, in qualunque considerazione, ma non elusione del linguaggio non tanto per una questione ontologica o metafisica, cioè dire che non c'è uscita dal linguaggio non è una proposizione vera in quanto corrisponde a qualche cosa che esiste da qualche altra parte, è soltanto l'enunciazione di una regola a cui ci si attiene nel momento in cui si parla. Niente altro che questo. Lungo questo percorso abbiamo anche posto molte obiezioni a molte dottrine, a molte discipline. Ora, porre obiezioni o anche confutare delle teorie può non essere difficilissimo, nel senso che è sempre sufficiente chiedere, diciamo così, a qualunque teoria qual è l'assioma da cui muove in modo da dedurre tutta una serie di considerazioni e chiedere di rendere conto di questo assioma da cui parte. Ora, come avviene, questo assioma è sempre opinabile, questo punto da cui si muove è una affermazione che deve essere accolta così com'è per potere proseguire ed è questa una delle cose più importanti che abbiamo dette, è possibile proseguire senza accogliere nessuna affermazione che si ponga, come abbiamo detto in varie occasioni, come un atto di fede? Cioè io parto da un assioma, però questo assioma lo devo accogliere, se no, non parto, non mi muovo in nessun modo e quindi devo credere che sia così, ecco la questione che ci siamo posti: è possibile muovere da qualcosa senza necessariamente compiere questo atto di fede? E in un certo senso la risposta che abbiamo dato è affermativa: è possibile. È possibile in quanto ciò da cui si muove, ed è ciò che abbiamo fatto, non è qualcosa a cui devo credere ma è qualcosa che non posso non accogliere per il fatto stesso che parlo. In questo modo si tratta di costruire un gioco. Che si parli non è necessario, risultano assolutamente necessarie, dal momento in cui si parla, una serie di procedure, di regole. Lungo tutto questo percorso, come dicevamo prima, abbiamo confutato delle cose e abbiamo visto anche come si fa a confutare. Dal momento che qualunque affermazione pone un assioma, qualunque esso sia, questo assioma è sempre discutibile e quindi più che confutare è porre come assolutamente arbitraria qualunque conclusione. Se parto da qui logicamente arrivo là; si, se parto da lì, ma perché devo partire da lì? Non è mica necessario, posso partire da qualunque altra parte, arriverò al punto opposto. Ora una qualunque dottrina, o teoria, in linea di massima si compone di due parti, una "pars destruens" e una "pars costruens", cioè una parte che distrugge quello che c'era prima, e l'altra che invece dice come si deve fare da questo momento in poi: hanno sbagliato facendo così, adesso bisogna fare in quest'altro modo. Indicare l'errore è sempre "pericoloso" fra virgolette, primo perché già si muove dalla nozione di errore che è assolutamente discutibile, secondo perché c'è sempre l'eventualità che queste stesse argomentazioni possano essere ritorte contro la stessa persona che le fa. Com'è noto. Sapete che duemilacinquecento anni fa queste cose erano perfettamente conosciute e anche queste, chiamiamole tecniche o, meglio ancora, arti, nell'accezione antica del termine. Già Gorgia aveva inteso perfettamente la questione: nulla è, se qualcosa fosse, non sarebbe comunicabile, se fosse comunicabile, non sarebbe trasmissibile. Che cosa sapevano anche gli antichi? O almeno parte di loro? Che se per confutare qualche cosa io mi attengo a delle leggi o a delle regole che immagino fuori dalla parola, e quindi identiche a sé e quindi immutabili, eterne, allora succede inesorabilmente che queste regole che ritengo immutabili ed eterne, funzionino a loro volta da assiomi che diventano, dopo, altrettanto opinabili, quanto quelli precedenti. E così è avvenuto nel pensiero occidentale, questa sorta di rincorsa a cercare di stabilire un supporto di verità assoluta, almeno un elemento, dicevamo tempo fa, da cui muovere, su cui appoggiarsi per costruire qualcosa. Ed è esattamente questo elemento che richiede l'atto di fede, perché totalmente arbitrario, la decisione di muovere da un elemento anziché un altro a seconda della moda, di quello che si congettura e infinite altre cose. Ora un amico mi ha prestato, e anche Eleonora, i libri di un certo Nagarjuna, Nagarjuna l'indiano, vissuto nel secondo secolo dopo Cristo. E le ho lette queste cose, sono anche poche, sono due libri piccoli. Ecco, c'è un aspetto interessante in ciò che dice questa persona, pone delle questioni su cui abbiamo riflettuto anche. Che cosa ci incuriosisce in questi scritti di Nagarjuna? Ciò che ci incuriosisce in molti casi, anzi quasi sempre in ciascuno scritto che si ponga come l'indicazione di una via, in questo caso quella di mezzo, e soprattutto e in particolare la necessità comune di stabilire un elemento che deve essere ricercato. Cosa assolutamente legittima e anche molto frequente, nel senso che ciascuna ricerca quasi sempre si prefigge un obiettivo cioè cerca per ottenere questo, l'obiettivo finale è quello che lui insieme con altri, gli indiani, chiamano Nirvana. Ma ecco, ha una struttura logica di questo tipo, fa un affermazione, poi nega questa affermazione, poi nega la negazione dell'affermazione.

- Intervento: Come la sua.

Sembra, ma non è. E perché non è? Perché per compiere tale operazione dice: /.../. Ora logicamente, secondo una logica diciamo aristotelica, una affermazione del genere non significa nulla. Come dire: "L'azione è condizionata ed è non condizionata" Non significa nulla nel senso che, aristotelicamente, non possiamo utilizzarla in nessun modo. Come dire che "A è non A". La contraddizione ha questa prerogativa, di non essere utilizzabile, per nessuna deduzione, è come se arrestasse il percorso e non sappiamo da che parte andare, in questo senso, diciamo, che non dice nulla. A meno che ovviamente, si intenda la nozione di azione ciascuna volta in modo differente, e allora diventa una figura retorica, quella nota come poliptoto, cioè l'utilizzo di una stessa parola all'interno di una stessa frase con accezioni differenti, allora sì, è possibile utilizzarla cioè affermare una cosa e negarla, perché di fatto ciò che si afferma e ciò che si nega sono cose differenti, ma dire "l'azione non è condizionata e l'azione non è non condizionata" cosa aggiunge, cosa ci dice?

Cosa dovremmo fare di un'affermazione del genere? Nulla, prendere atto che dice questo. Va bene. Per altro questa operazione è stata compiuta dai padri della chiesa, che grosso modo si muovevano in quegli stessi anni, nel costruire la cosiddetta teologia negativa, cioè illustrare dio dicendo, contemporaneamente, che non lo si può mostrare, non lo si può conoscere, non lo si può vedere, non lo si può sentire, non si può fare niente però c'è. Abbiamo anche, tempo fa, provata l'esistenza di dio in modo tale che questa dimostrazione potesse funzionare, dicevamo così: Prendete la nozione di assoluto, ciascuno pensa l'assoluto come qualcosa che comunque è sempre al di là di qualunque cosa che lui riesca a pensare, l'assoluto bene, l'assoluta bellezza, l'assoluta armonia, quello che si vuole, la nozione di assoluto consente di pensare che esista, comunque, sempre qualche cosa che va al di là, quindi l'assoluto in questo caso esiste, esiste perché lo penso, il fatto stesso che lo pensi ne pone l'esistenza, adesso lasciamo stare la nozione d'esistenza ma, se penso esiste, quindi esiste l'assoluto, esiste e non è né visibile, né raggiungibile, né dimostrabile anzi, è la sua stessa non provabilità a garantirne in qualche modo l'esistenza, perché se lo raggiungessi non sarebbe più l'assoluto ma in questo modo, se noi chiamiamo questo assoluto dio, allora dio necessariamente esiste, perché io necessariamente penso l'esistenza dell'assoluto, e esiste nonostante non possa raggiungerlo, né individuarlo, né isolarlo, mai. Una bella prova dell'esistenza di dio e anche difficile da confutare. La questione è che a tutto ciò che ho detto, non corrisponde assolutamente niente, è soltanto una stringa di significanti o, se preferite, una sequenza di proposizioni, di deduzioni, un percorso inferenziale, se invece io immaginassi che laddove io riesca a provare qualche cosa, questo debba esistere necessariamente in natura, allora mi troverei in un discorso religioso. Il sistema che utilizza Nagarjuna è sempre questo, bene e allora? Allora cosa ci dice tutto questo? È, diciamo sotto un profilo logico, abbastanza ingenuo tutto sommato, già la logica greca era molto più raffinata e cioè non cadeva in queste che sono semplici negazioni: dico che questo c'è e dico che questo non c'è. Posso dirlo indubbiamente, posso dire qualunque cosa ma che cosa produce una cosa del genere? Chiaramente qui a Nagarjuna si pone l'idea di cogliere il vuoto che c'è in ciascuna cosa per giungere a che cosa? Inesorabilmente alla verità assoluta. La verità assoluta che è questa qui: . Su cui per altro sembra glissare, ora noi potremmo chiederci in che cosa si distingue, per esempio questo scritto, da un trattato di teologia negativa? Entrambi utilizzano questo sistema di negare qualunque attributo possa ascriversi a dio, comunque lo si voglia chiamare, per mostrare che dio è sempre e comunque al di là di ciò che io posso pensare di lui, perché se potessi pensarlo così com'è, che dio sarebbe? Sarebbe una cosa da poco e no, deve essere sempre al di là, appunto l'assoluto, che è dio per definizione. Ecco: /.../. Nel senso che, semplicemente, è una sorta di relativismo, nessuna cosa esiste di per sé ma in connessione con altre. Questo è uno dei punti fermi del pensiero di Nagarjuna, del Nirvana, come dire che ciascun elemento per esistere deve essere in connessione con un altro. Questione antichissima questa, è il problema dell'uno e dei molti, Parmenide, vecchio e terribile, come lo descrive Platone, ci andava a nozze con queste cose, mostrando, lui e tanti altri dopo di lui, sia l'assoluta necessità che ciascun elemento sia assolutamente sé stesso e sia, dimostrare l'assoluta impossibilità che ciascun elemento sia soltanto sé stesso...

- Intervento:...

Per una regola grammaticale. Così come non c'è un "prima" senza un "dopo", di per sé non significa assolutamente niente.

- Intervento:...

No, non lo è. Infatti questa è proprio la questione, adesso sto per giungere alla "realtà" la realtà assoluta, di cui parla proprio qui nell'ultima parte: cioè occorre intendere la realtà assoluta. Ora non è che noi diciamo che questo è sbagliato o che è giusto, non si tratta di questo, stavo dicendo che si può sostenere una cosa del genere esattamente come è possibile sostenere il contrario. Per questo dicevo prima che c'è un aspetto abbastanza ingenuo, che non tiene conto in effetti che se lui pure si appella alla logica, uno strumento per giungere a delle considerazioni, senza la quale logica non potrebbe inferire né dedurre nulla, ecco diceva: /.../ ecc. Cioè si appella continuamente alla logica, ma la logica così come è stata utilizzata, elaborata già dagli stessi greci, andava molto oltre e già ad esempio una affermazione come questa di realtà assoluta o di verità assoluta lascia molto perplessi, come dire: io trovo questo, va bene, nessuno glielo impedisce, ma non c'è nessun motivo di nessun tipo e nessuna ragione per cui dovremmo aderire ad un discorso del genere, assolutamente nessuna, non più di quanto noi potremmo trovare, per esempio nel cattolicesimo o nell'islamismo o nell'ebraismo o qualunque altra forma di religione, sono altrettanto legittimamente sostenibili, altrettanto assolutamente arbitrarie.

Ecco quando io parlavo di struttura di discorso religioso, intendevo questo e cioè che l'assioma da cui parte per fare una serie di deduzioni, è un assioma arbitrario che deve essere creduto, allora non è più un gioco, non è più un gioco nel senso che questo assioma è creduto necessariamente vero, cioè questa verità assoluta per esempio, di cui parla, lui la dà per buona, cioè ci crede davvero, non è un sintagma, è qualche cosa che è fuori della parola e che come tale è immutabile, necessario. Ciò che andiamo costruendo è invece un modo, un metodo, un criterio, per trovarsi o comunque confrontarsi con una costruzione che non debba dare necessariamente un assioma come "fuori" da questo sistema. I logici sono diventati matti da sempre per cercare di mostrare una serie di cose all'interno del sistema che utilizzano per dimostrare e non ci sono riusciti. Cioè occorre che un elemento sia fuori dalla parola, sia fuori dal sistema, dio, per esempio o la verità assoluta o quello che a ciascuno piace pensare. Ma torno a dire, non siamo affatto contro una cosa del genere, non siamo contro a niente, interroghiamo, ma interrogare non è facilissimo, bisogna proprio mettersi d'impegno, perché è straordinariamente facile assumere un assioma, qualunque esso sia e poi cominciare a dedurre: esiste la verità assoluta. Bene. Allora se esiste bisogna trovarla e chiaramente la verità assoluta sarà per me ciò che io penso che sia. Posso anche farla in accezione più ampia possibile, ma rimarrà comunque sempre e necessariamente un'asserzione totalmente arbitraria, cioè negabile, negabilissima. E allora va bene, cioè una costruzione può essere un esercizio, ciascuno può costruirsi, dicevamo tempo fa, una religione personale, fatta a suo uso e consumo. Ciò che ci interroga sono invece le affermazioni, le proposizioni che pretendono il consenso, un'adesione, queste le interroghiamo, ma non per non dare la nostra adesione, non ci importa assolutamente nulla, ma per intendere quali sono le argomentazioni cioè in che modo sostiene questa cosa, è la sola cosa che ci interessa, che cosa sostiene non ha nessuna importanza. Uno può sostenere la necessità di avere in casa un orto botanico, a noi non interessa, importa il modo in cui lo fa cioè le sue argomentazioni, qualunque cosa voglia sostenere, l'esistenza di dio o l'esistenza della verità assoluta o il cammino di mezzo, ciò che importa è come lo fa. Ora se lo fa muovendo da un assioma che è assolutamente negabile, per ciò stesso tutto ciò che ne segue è altrettanto e assolutamente negabile. Allora non ci interessa più, è come se non ci divertisse più fare quel gioco, allo stesso modo un adulto difficilmente si diverte a giocare a birille, lo fa quando è piccolo, poi fa altre cose più impegnative che lo muovono e lo provocano maggiormente. Perché sono interessanti questi testi, così come anche quelli di teologia, perché cercano di dimostrare una delle cose più difficili, dimostrare l'esistenza di dio. Facendo questo, costruiscono, inventano argomentazioni, in alcuni casi anche molto sofisticate, pensate a quelle di Tommaso, di Anselmo di Agostino e di tanti altri, si arrampicano sui vetri con una bravura talvolta straordinaria. Ed è questo che interessa. il modo in cui si costruisce un'argomentazione, che cosa si vuole dimostrare non ha interesse, ed è per altro il modo in cui mi trovo da molto tempo a leggere libri ad esempio, leggo moltissimo ma come ho detto, forse la volta scorsa, non per sapere cosa sostiene una persona ma come lo fa. Questo importa. Ecco, è interessante quello che ha detto la persona di prima del fatto, "questo è un fatto", come dire questo è così perché è così.

- Intervento: Il fatto è così perché è osservabile da tutti.

Questa affermazione è ardua, perché si avvale di luoghi comuni, come quello che sostiene che l'osservazione sia fattibile da tutti allo stesso modo, il che non è sempre necessariamente, anzi non soltanto ma occorre che ciascuno di questi termini, di questi elementi, ad esempio padre, figlio ecc. siano stabiliti in un significato assolutamente preciso, ora tutte queste operazioni rinviano continuamente al fatto che, per esempio, quando parlo di padre questo significante rinvia a un significato, ma perché rinvia a un significato che esiste in natura, ecco esattamente la natura propria, già il termine natura propria non è così semplice, o la sostanza di Aristotele, se volete, non è molto lontano, cioè la ricerca di qualche cosa che sia una costante, come dicevo prima, qualcosa di fermo, di evidente, anzi addirittura qualcosa di autoevidente, talmente autoevidente da costringere chiunque all'assenso. Questa è stata da sempre la meta di molti pensatori, soprattutto i politici, che qualcosa sia talmente evidente che non possa darsi nessuno che non l'accolga. E allora dire che se si dà un figlio allora necessariamente ci sia un padre, che cosa dice esattamente? La questione può non essere così semplice, ecco già i sofisti avrebbero da porre un sacco di obiezioni: dipende da cosa tu intendi con figlio, da cosa intendi con padre, dipende per quale motivo attribuisci a questa inferenza una cosa necessaria, dipende da cosa intendi con necessario, come dire che tutto questo è vincolato a una tale quantità di altre informazioni e affermazioni o certezze o credenze o pregiudizi a seconda dei casi, che isolare una proposizione come questa cioè "senza padre non c'è figlio" si pone unicamente come, come una regola, stabilisco che c'è questa regola e allora stabilisco questo, lo dico fra virgolette, non è proprio che sia io che stabilisca, che se dico "prima", questo prima implica anche un poi. Ma in che senso lo implica, in quale accezione? Che esiste da qualche parte? Che io faccio esistere dicendo "prima" un qualche cosa di cui esiste il contrario? Non vuol dire niente una cosa del genere, è una regola. Prendete il principio del terzo escluso, una regola banalissima: A oppure non A. Non si da una terza possibilità e perché non si da una terza possibilità? La questione è semplice, non si da perché affermando e negando simultaneamente la stessa cosa non produco niente, in questo senso è una delle regole del linguaggio, se il linguaggio non fosse fatto anche di una regola come questa, il linguaggio stesso per la sua struttura cesserebbe di esistere, non sarebbe possibile parlare in quanto ciascuna cosa sarebbe simultaneamente qualunque altra e tutto questo che vi sto dicendo non potrebbe esistere, ciò che si scrive non esisterebbe in nessun modo, e allora perché il linguaggio esista occorrono delle regole, anzi le regole potremmo dire che sono propriamente il linguaggio. Allora affermare che se dico "prima" questo implica necessariamente un "poi", è una regola del gioco, nient'altro che questo, una regola per giocare.

- Intervento: Terribili?

Tutte le regole sono terribili, sono fatte apposta, così come le regole del poker sono molto utili per giocare, regole utilissime senza queste sarebbe difficile...

- Intervento:...

Un momento, prima di osservarla già osservo che ci sia un concetto che descriva la realtà, che la definisce, cioè occorre che sappiamo che cos'è, una volta che sappiamo che cos'è...

- Intervento: ...il discorso non esisterebbe senza di lei, e forse anche lei non esisterebbe senza quel discorso...

Senza di me presente, o potrei anche essere assente? Il discorso sarebbe lo stesso oppure no? Nagarjuna è morto però, il suo discorso esiste, tant'è che l'abbiamo letto questa sera. Oltre al fatto che una affermazione del genere a quali condizioni significa qualcosa, per esempio "senza di me un discorso non ci sarebbe"? Perché significa qualcosa, a quali condizioni? Perché si suppone, per esempio, che significhi qualcosa anziché non significare nulla ? È una proposizione, fatta in un certo modo che segue certe regole, sintattiche, frastiche ecc. ma la questione più ardua da intendere è che effettivamente questa proposizione, come questa che afferma che senza di me il mio discorso non ci sarebbe, non significa nulla assolutamente nulla, così come non significa nulla il contrario, ma realizzabile da chiunque, questo è auspicabile per me...

- Intervento: ...è una realtà volgare.

È una realtà terroristica, è su questa realtà che in effetti è possibile stabilire una norma e quindi stabilire una legge, infatti lui parla di legge, la legge assoluta, se esiste una verità assoluta allora è inevitabile che chi non segue questa verità sbaglia, infatti lui dice ad un certo punto, che chi - lancia anche un antenna - chi mette in discussione anche queste cose allora non c'è salvezza, non c'è salvezza cioè non possiamo più fare niente. È molto arrogante. Così di primo acchito. E poi, tutta questa storia della realtà, la realtà è esattamente quella che si pensa che sia. E se io ho più forza per sostenere la mia opinione, allora la realtà sarà esattamente quella che io penso che sia, per tutti, non solo per me. Non lo trovo, però lo dice, e lei lo avrà sicuramente presente questo passo dove dice che chi non ...

- Intervento:...

Sfogliato? Bisogna leggerlo.

- Intervento:...

Lei crede? Ma lei ha letto i testi di teologia negativa? Lo faccia. Perché occorre anche leggere quell'altro se no...

- Intervento:...

Ma lei che cosa intende con esistenza?

- Intervento: quello che posso vedere.

E ciò che non vede non esiste? (...) Quindi ciò che lei vede è così come lo vede? (...) Però in questo modo è una definizione circolare, l'esistenza è quello che è. Non è che andiamo molto lontani. (...) No, è un'opinione. E se io intendessi tutt'altro? Per esempio. Allora sarebbe vera la sua tesi o la mia?

- Intervento:...

Dimostra l'esistenza così come la intende lei, non come la intendo io. Come dire che l'esistenza è ciò che io voglio che sia, e quindi tutto ciò che soddisfa a queste condizioni io la chiamo esistenza. Va bene, perché no? Oppure tutto ciò che soddisfa altre condizioni, non esiste, altrimenti non...

- Intervento:...

Però non dice quali sono gli accordi sul fatto di "esiste", è questa la questione centrale.

- Intervento:...

Anche l'esistenza?

- Intervento: Dipende dal senso che lei da all'esistenza

Ecco esattamente! Se io intendo con esistenza soltanto ciò che mi si para davanti in un certo modo, ad esempio, posso farlo, chi me lo impedisce? Esistono soltanto quelli di razza ariana, gli altri sono falsa esistenza, sono finta esistenza, verranno abbattuti, esattamente come dice Nagarjuna. Lui non ce l'ha con quelli di razza ariana...

- Intervento:...

Infatti è esattamente ciò che sto dicendo, è la struttura religiosa che fa questo...

- Intervento:...

Sì, accordo sociale, anche il Mein Kampf è un accordo sociale, ma non per questo lo seguiamo, almeno io no. E lui (Nagarjuna) qui è preciso, stavo cercando questo passo, è "lo svegliato" che è riuscito a vedere la "vera" realtà delle cose. E perché? E perché non l'addormentato? E il fatto che è lo svegliato che vede cose giuste, è necessariamente vero oppure no? È un'opinione come un'altra, e vanno bene, rientrano tutte in ciò che noi chiamiamo retorica, cioè una produzione di elementi tali per cui si costruiscono delle proposizioni in un certo modo, con un certo senso, con certi effetti. Ciò che a noi interessa è una riflessione intorno alle condizioni, cioè in definitiva il linguaggio, e ciò che esclude una ricerca del genere sono proprio nozioni come queste di Nagarjuna, o di molti altri che muovono da assiomi stabiliti, cioè l'esistenza della realtà, della verità ecc. In una ricerca come questa sono proposizioni, sono stringhe di significanti, che non significano assolutamente nulla finché non gli attribuiamo un significato, quale? Quello che ci pare più opportuno, ma sappiamo che gli abbiamo attribuito il significato che ci pare più opportuno, che di per sé non è niente, né può essere alcunché, però il discorso, ciascun discorso, è fatto in quel modo, cioè produce una quantità enorme di asserzioni, muovendo da assiomi e va bene, ciò su cui abbiamo qualche perplessità è che l'affermazione che qualche cosa, una qualunque cosa esista necessariamente, questo ci lascia molto perplessi. Dicevo terroristico in questo senso, non è che ci spaventi, ci fa un baffo, ma perché cerca di imporsi con il terrore e cioè mostrando che tutto ciò che è contro questo è errato, è "lo sbaglio" è "l'addormentato" o è "l'eretico" a seconda delle religioni. E invece per noi perché no? Ha il diritto di fare quello che gli pare, perché deve credere che la verità assoluta sia il Nirvana, o qualunque altra cosa...

- Intervento:...

Sono tutte definizioni circolari, lei cerca di definire la realtà utilizzando la realtà, però...

- Intervento:...

Sì, sì adesso i motivi per cui lui abbia scritto delle cose sono più che legittimi, noi discutiamo soltanto su quello che ha detto, attenendoci alle sue affermazioni, perché le abbia fatte non lo sappiamo, però stando così le cose, quello che emerge è una struttura potentemente religiosa, anzi abbastanza chiusa in se stessa, e molto rigida. Ecco sì, non considerare il linguaggio. È difficile non considerare il linguaggio, dicevamo tempo fa, attraverso quali strumenti posso, per esempio, non considerare il linguaggio? Mi pongo questo obbiettivo per esempio: voglio eliminare il linguaggio. Attraverso che cosa io farei questa operazione? Mi serve una struttura organizzata tale per cui io possa compiere delle inferenze, giungere a delle conclusioni, stabilire delle asserzioni, e quindi utilizzando il linguaggio. Per questo il criterio che utilizziamo si muove in un modo che è differente da quello religioso, e cioè non un qualche cosa che sia dimostrata o dimostrabile o inconfutabile, non questo, soltanto ciò che non può negarsi per il solo fatto che sto parlando. Non posso affermare e negare la stessa cosa simultaneamente, una cosa non può essere se stessa e un'altra, se non muovendo comunque dal principio che debba essere identica a sé, ma non per una questione ontologica o metafisica, è una procedura linguistica, una regola esattamente come una regola del poker, per cui due re sono più forti di due regine, è una procedura, come dire: si fa così, in questo caso agisci in questo modo. Perché non cessi di parlare, per esempio questo titolo: "Le stanze del cammino di mezzo". Sei lessemi, se ciascuno di questi: "le", "stanze", "del", "cammino", "di", "mezzo", volesse dire qualunque cosa, cane, bottiglia o vetro o qualunque cosa, il linguaggio così come esiste cesserebbe di esistere, anzi non sarebbe mai esistito, in questo senso dico non posso negarle, per quelle stesse regole attraverso cui parlo e cioè quindi penso anche queste cose...

- Intervento:...

È una proposizione, io con linguaggio non intendo solo dire delle parole o esprimere, verbalizzare una successione di elementi linguistici, intendo l'atto di parola, l'atto linguistico, vale a dire ciò attraverso cui gli umani possono dirsi umani, umani e quindi qualunque altra cosa, possono dire di sé che sono brutti, belli, intelligenti, sportivi, entusiasmanti, amici, amanti qualunque cosa, possono dire di sé di essere umani e qualunque altra cosa, senza linguaggio questo non può accadere, se non ci fosse il linguaggio gli umani non esisterebbero in questa accezione, che non ci sarebbe nessuno che potrebbe dirlo. Avevo evocato tempo fa questa battuta di un amico, Sini: dicono i fisici che non si sa fra quanti milioni di anni, tutto il sistema solare si schianterà contro la stella Vega, e tutto il sistema solare si dissolverà in un gran botto. Da quel momento non è che la terra, con tutte le sue storie, le sue vicende ecc. non esista più, da quel momento non sarà mai esistita, che è molto differente. Per riprendere la nozione di esistenza, occorre che ci sia qualcuno per cui l'esistenza è quella che pensa che sia intanto.

- Intervento:...

Non propriamente, non è che si autoconfermino, è che procedono da elementi che sono strutturali al linguaggio, cioè che non possono negarsi nel momento stesso in cui si parla. Se per esempio io affermo che gli umani in quanto parlanti parlano, una proposizione come questa può negarsi soltanto a condizione di negare ciò che si sta facendo. Ora, questo, considerato in termini logici non può farsi, oppure viene considerato in termini retorici, e i poeti vanno a nozze con queste cose, ma logicamente tutto ciò non significa nulla. Negando, parlando, di parlare, non significa nulla, nell'accezione che indicavo prima, e cioè non consente nessuna direzione, è fermo, arresta il discorso.

- Intervento: ...siamo di nuovo lì, abbiamo bisogno di qualche cosa che sia più degno di essere seguito... cioè il discorso mira di volta in volta a qualche obiettivo un po' più in là... e dire questo comporta un passo enorme e questo è il primo passo, il secondo non so ancora quale sarà, né come...

Sì, per esempio questo, il tenere conto che esistono strutture linguistiche, e che ciascuno si trova effettivamente a dire un sacco di cose quotidianamente che non tengono minimamente conto in effetti di queste cose. Le cose che possono dirsi, unicamente muovendo da ciò che non può non dirsi, sono molto poche, qualunque altra cosa è assolutamente opinabile, e allora io leggo questo e so che muove da questo assioma e posso, oppure no, a questo punto la decisione la prendo io, accogliere quello che dice oppure no, posso accoglierlo come un testo poetico, posso accoglierlo in tanti modi, ciò che non posso più fare è credere che quello che dice sia vero, tutto qui, nient'altro che questo. Dicevamo prima: è un po' paradossale e se mi pongo in questa condizione, cioè di sapere che è un gioco che si sta facendo e si tiene conto di queste regole, allora sarà molto difficile in effetti credere che sia così, anzi è impossibile. Posso leggere, così come posso leggere la Divina Commedia, per esempio, una cosa meravigliosa, ma non credo che esista questa cosa che lui descrive, in natura, da qualche parte, ma non per questo lo leggo con meno interesse, con meno diletto. È una cosa bellissima ma non richiede il mio assenso, la mia adesione alle tesi per esempio religiose. Se io leggo Nagarjuna come un testo poetico, posso essere interessato, anche se lui pone delle questioni che però poi tanto poetiche non sono.

 

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