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DELLA LIBERTÀ DEL SOFISTA

 

L'incontro di questa sera è l'ultimo della serie di conversazioni che abbiamo fatte. Possiamo anche fare una sorta di riflessione intorno al percorso compiuto in questo anno. Percorso che ha preso l'avvio da una serie di considerazioni intorno alla logica anche, come logica del discorso, e riflettendo intorno a questo ci siamo chiesti quale fosse questa logica perché, come sapete, ce ne sono tante, e poi, utilizzabile in che modo, in che senso, e che cosa vuol dire che una logica è utilizzabile? E come vi ricordate abbiamo stabilito un criterio che è quello di accogliere le proposizioni, non che risultino vere, anche perché non abbiamo trovato alcun criterio soddisfacente per stabilire che cosa fosse il vero, quindi un criterio che si basasse unicamente su questo e cioè affermare proposizioni che non possano essere negate, ma negate non per una presa di posizione o per questioni di principio, ma perché il negarle avrebbe comportato la necessità inesorabile di negare la possibilità stessa di negare alcunché. Una di queste considerazioni iniziali era quella che afferma che gli umani in quanto parlanti parlano, considerazione alquanto banale, ma assolutamente non negabile, perché per negarla, come abbiamo detto già tante volte, devo fare ciò stesso che affermo di negare. E sembra che sia molto difficile per gli umani affermare una cosa e esattamente il suo contrario, sembra che non possa farsi, ma non può farsi unicamente perché, affermando e negando simultaneamente la stessa proposizione, la stessa parola, chiaramente accolta con lo stesso senso, il discorso si arresta, cioè non c'è più nessuna direzione, non è più possibile proseguire a parlare. Tutto questo ha una certa portata, e soprattutto non ha la necessità di muovere da nessuna cosa che sia data come vera, così, per un semplice atto di fede, cioè credo che sia così. Abbiamo cercato di costruire un discorso che potesse non ricorrere necessariamente a un atto di fede, cosa che ha comportato qualche problema, perché è un antico luogo comune che gli umani occorre che credano qualcosa, una qualunque cosa, non importa quale, noi abbiamo provato a sfidare questo luogo comune considerando che forse c'è l'eventualità, per quanto difficile a praticarsi, che non sia così necessario attenersi a qualcosa che si crede. Che cosa intendiamo qui con credere, dare il proprio assenso a una affermazione in modo incondizionato, vale a dire senza esporre questa affermazione a ulteriori indagini, ad un certo punto uno si ferma e dice: le cose stanno così, e non prosegue oltre, perché proseguire oltre comporterebbe mettere in discussione i fondamenti stessi del discorso occidentale, e questo generalmente non avviene. Non avviene e non è mai avvenuto, e molti che ci si sono avvicinati si sono ritratti come di fronte a una sorta di abisso, lo stesso Tommaso, vi ricordate, lo abbiamo evocato in varie circostanze, si ritrae da una sorta di regressio ad infinitum, come dire che da questa strada non possiamo proseguire, perché non possiamo retrocedere con le spiegazioni all'infinito, non ci fermeremmo mai, e quindi occorre che ci arrestiamo su qualche cosa necessariamente. Sì, lui non ha torto, ma questo occorre se e soltanto se esiste l'esigenza o la necessità di stabilire che qualche cosa sia necessariamente vero, e allora è ovvio che devo fermarmi, se no non posso farlo. Noi non l'abbiamo fatto, cioè ci siamo trovati di fronte a una situazione in cui non c'era questa esigenza di stabilire qualcosa di assolutamente vero e quindi anche la regressio ad infinitum non ci ha spaventati più di tanto. Ciò che ci ha interessati in particolare sono le implicazioni di questo modo particolarissimo di riflettere, e cioè le domande circa non soltanto il modo eventualmente di praticare una cosa del genere, ma se fosse mai possibile pensare in questi termini, cioè se in definitiva fosse possibile pensare o trovarsi in una struttura di pensiero che non richiedesse necessariamente alcun atto di fede.Cosa vuol dire non fare alcun atto di fede? Intanto non trovarsi ad avere la necessità dell'esistenza del male. Abbiamo anche accennato a questa nozione di male in qualche circostanza, l'idea di male muove sempre e necessariamente dall'idea di una distanza, chiamiamola così, dal bene. Tutto ciò che si allontana dal bene è male e anche Agostino pensava una cosa del genere, anche e soprattutto in opposizione ai Manichei che come sapete ponevano il male come necessario, i due principi il bene e il male come entrambi necessari, e entrambi irrinunciabili appunto. Agostino dice di no, il male perché dovrebbe esistere così, di per sé? Non è necessario, e allora chiamiamo male tutto ciò che in qualche modo si allontana dal bene, e il bene che cos'è? Esattamente questo: ciò che io penso che sia. Né più né meno, e dunque tutto ciò che si allontana da ciò che io penso essere il bene, è male, inesorabilmente. Ecco allora il male, nell'accezione più ampia che potete immaginare, quali condizioni ha, o quale necessità ha per esistere? Potremmo dirla così, molto brevemente, che esista qualche cosa che sia necessariamente vero. Perché questo? Perché il bene, cioè tutto ciò che io penso essere tale, potrebbe essere ciò che io penso essere il falso? È una questione che già gli antichi si sono posta, rispondendo di no, ciò che è bene, qualunque cosa che io pensi, immagini che sia, occorre necessariamente che sia vero anzi, il bene è il vero per eccellenza. Nel medioevo si sono divertiti moltissimo a stabilire la connessione quasi necessaria per esempio tra il bello e il vero, soprattutto nella scuola di Chartres, si sono dati molto da fare in questa direzione, il bello come vero, ma già da Platone è sempre stata accostata la nozione di bello a quella di vero, ciò che è bene è vero, ciò che è male è falso, così accade generalmente. Ora se il bene è pensato in questi termini, come qualcosa che è necessariamente vero, allora possono cominciare a sorgere dei problemi nel senso che tutto ciò che io considero bene occorre che sia necessariamente vero e non, per esempio, contingentemente vero, ma che lo sia necessariamente e cioè che non ci sia l'eventualità che possa essere falso, direi per definizione.Ciò che io penso essere vero è per definizione bene e quindi, a questo punto, il male si pone come la distanza da ciò che è vero, da ciò che è necessariamente vero. Ciò che è necessariamente vero non può essere male, persino i teologi pensavano in questo modo, tant'è che il vero assoluto lo hanno chiamato dio, mica per niente, non hanno chiamato dio il falso assoluto. Ecco allora la questione del male che necessita di un concetto fondamentale, e cioè quella di un vero assoluto, un vero necessario, occorre che ci sia almeno una cosa necessariamente vera. Soltanto a questa condizione è possibile stabilire il male, ma questa cosa che è necessariamente vera, o che è pensata tale, che cosa dice, o meglio, cosa diciamo parlando di qualche cosa che è necessariamente vera? Difficile stabilirlo con esattezza, salvo stabilire, come dicevo prima, un criterio che possa consentirci di stabilire che cosa è vero. E questo criterio? Molti filosofi del linguaggio si sono anche loro sbizzarriti in questo senso, giungendo a considerazioni qualche volta anche di un certo interesse, nel senso che potrebbe porsi la questione anche in questi termini: la ricerca di un criterio per stabilire la verità non ha nessun senso, è un non senso. La stessa nozione di verità, posta fuori da un gioco linguistico in cui si pone come una delle regole del gioco è un non senso, chiedersi che cos'è la verità non significa assolutamente niente, salvo porre la questione della verità come una regola di un gioco particolare, per esempio rispetto al gioco teologico, la verità è dio, per il discorso scientifico è ciò che è empiricamente provabile, e così via, ciascuno dà inevitabilmente un suo criterio di verità ma è soltanto, i linguisti come Jakobson direbbero uno shifter, un operatore deittico, qualcosa che serve soltanto a indicare una direzione o una regola del gioco, una cosa che serve per giocare quel gioco. Nulla più di questo, nel senso che qualunque altra cosa si tenti di stabilire intorno alla verità giunge a porsi appunto come un non senso.Allora tutto questo ci ha condotti a riflettere intorno a un itinerario analitico. Nessun itinerario analitico, nessuna scuola di psicanalisi è così sfrontata da porsi come la verità, tuttavia muove da una teoria che ha costruita e che ritiene vera. Quando uno psicanalista kleiniano traduce quello che dite in un'altra proposizione, ritiene che quest'altra proposizione in cui ha tradotto ciò che voi dite, sia vera o sia falsa? La direbbe se avesse la certezza che fosse falsa? No, perché questa sua interpretazione, qualunque essa sia la ritiene vera, o almeno verosimile, o comunque abbastanza vera rispetto a una ideale che cerca di raggiungere. Come dire, in altri termini, e questa è una della altre domande che ci siamo posti, se sia possibile credere una cosa che si sa essere assolutamente falsa, che si sappia esserlo, non che lo sia, dire che una cosa sia vera o falsa non significa assolutamente niente se non sappiamo rispetto a che cosa consideriamo la nozione di verità, se no è un lessema, nel migliore delle ipotesi un significante, niente più di questo e allora ecco, ci si interrogava intorno all'itinerario analitico, che cosa avviene lungo un itinerario analitico a questo punto, dal momento che non possiamo, proprio per l'itinerario che stiamo facendo, accogliere una teoria pensando, credendo, sperando che sia vera. Non possiamo, dunque siamo orfani di qualunque teoria.Intendo qui con teoria un sistema di proposizioni organizzate in modo da consentire di rispondere a dei quesiti. Dire che possiamo costruire teorie, e quante ne vogliamo, non è difficile, però sono, come dicevo prima, giochi linguistici, che ci dicono soltanto che se facciamo un certo gioco, con certe regole, otteniamo certi risultati, che possono anche essere di qualche interesse, tuttavia ciò che siamo andati cercando, in un certo senso è qualcosa che andava al di là di questo. Certo, se io accolgo un gioco come quello teologico, allora affermare l'esistenza di dio è necessariamente vero, e così in qualunque altro gioco. Ma se supponiamo che io sia in condizione di potere stabilire ciascuna volta in cui parlo quali sono le regole di quel gioco, cioè avessi la totale e irreversibile consapevolezza che ciò che sto dicendo è un gioco linguistico e quindi non ha nessun referente al di fuori di sé, al di fuori delle regole di cui è fatto, come mi muoverei in questo caso? Crederei alle cose che dico esattamente così come credo alle regole del gioco del poker, so che se gioco a poker con gli amici devo attenermi a certe regole, se no non gioco. Parlando, facendo un qualunque discorso, avviene qualcosa di molto simile, c'è una sola differenza, che mentre giocando a poker so di utilizzare delle regole del gioco, parlando generalmente no, immagino che ciò che sto dicendo descriva, illustri una realtà o comunque uno stato di cose che è così, di cui sono soltanto l'espressione. Io produco sì, il discorso, ma questo discorso è l'espressione di altro, che è fuori da questo discorso, cosa che non avviene mentre gioco a poker con gli amici, non penso che il gioco del poker sia espressione di chissà quale altra cosa.Dunque non potendo in alcun modo immaginare che il mio discorso descriva uno stato di cose, ma non potendo non tenere conto o comunque non avere la consapevolezza, in qualche modo, che il discorso in cui mi trovo sta ponendo in atto delle regole ben precise, allora che cosa credo in ciò che sto dicendo? Diciamo che c'è l'eventualità che la necessità di credere in qualche cosa possa dissolversi. Credo che sia vero quello che dico? Dipende da cosa intendo con vero, se intendo una certa cosa sì, se ne intendo un'altra no. Lo stesso problema avverrebbe se io mi trovassi nelle condizioni di dovere non soltanto dimostrare vera o falsa una qualunque mia proposizione, questo lo si fa già, ma se fossi in condizioni di dimostrarla vera e falsa, cioè di provare che è vera e di provare che è falsa, in modo altrettanto inoppugnabile e altrettanto legittimo, allora di questa proposizione di questo discorso che cosa ne è? Dicevamo prima, all'inizio, la ponevamo come domanda: è possibile credere qualcosa che si sa essere assolutamente falso? È difficile; e se so essere assolutamente falso e assolutamente vero? È ancora più difficile perché in ciascuna dimostrazione, dalle dimostrazioni logiche più sofisticate fino a quelle più semplici e più incerte anche che avvengono nella vita quotidiana, la ricerca è sempre quella di stabilire una verità, cioè una verità nel senso quello medioevale, come adæquatio rei et intellectus, cioè di un adeguamento di ciò che dico alle cose, le cose sono così come sto dicendo, ed è anche vero in un certo senso. Ma, torno a dire, se potessi e sapessi provare che ciò che dico è inesorabilmente vero e altrettanto inesorabilmente falso, mi troverei allora in una ben curiosa situazione, dove risulta piuttosto difficile credere qualche cosa, posso soltanto prendere atto di ciò che sto dicendo, del senso del mio discorso, del senso proprio in accezione letterale cioè della direzione che sta prendendo il mio discorso mentre parlo, accogliere le cose che sto dicendo e interrogarle nel senso di consentire a queste cose di produrne delle altre e questo avviene in modo sempre più rigoroso evidentemente, perché non potendo più accogliere nulla in modo assoluto, è chiaro che mi trovo in una posizione fortissimamente critica, mi trovo cioè a compiere un gioco infinito in una sorta di assoluta libertà, ma non perché possa fare qualunque cosa, né pensare qualunque cosa ma, più semplicemente, perché, diciamola così, so giocare qualunque gioco.Sapendo che si tratta di un gioco, nulla mi costringe a credere che al di là di questo gioco ci sia una necessità esterna che mi imponga, sottolineo mi imponga, di credere qualcosa. Muovendomi accolgo delle regole, decido di accoglierle oppure no, se mi trovo ad un ricevimento all'ambasciata, probabilmente mi comporterò in modo differente da come mi comporterei in una bettola di periferia, forse, non è sicuro, però c'è questa eventualità, come dire che accolgo delle regole differenti del gioco, così come se ascolto un discorso scientifico so che le regole del gioco scientifico prevedono alcune cose, alcune regole ben precise e sono quelle che sono note come leggi della fisica, e posso accogliere questo gioco oppure no, ma né il discorso scientifico, né il discorso religioso, né il discorso economico né altri possiedono nulla, assolutamente nulla che mi costringano a credere alcunché. E in questo, come dicevo prima, mi trovo in una assoluta libertà perché nulla mi costringe a credere nulla, ma di ciascuna cosa posso in un certo senso farne quello che mi pare, cioè decidere di volta in volta se giocare un certo gioco oppure no, sapendo perfettamente che non c'è un meta gioco, cioè un qualche cosa che non è più gioco ma è realtà. Anche un discorso che suppone che ad un certo punto i giochi cessino e inizi la realtà, compie un gioco linguistico con certe regole, una di queste è quella che prevede l'esistenza della realtà, di questo significante a cui si attribuisce un certo senso. Come vedete ci si trova di fronte a una sorta di infinitizzazione di giochi linguistici, alcuni divertenti altri meno, ma nessuno e in nessun modo potrà costringervi a credere che questo sia l'unico gioco, quello vero o quello definitivo, è uno, come qualunque altro. Poi, come sapete, questi giochi seguono delle mode, fino a qualche secolo fa il vero assoluto era dettato dal discorso religioso, oggi è dettato dal discorso scientifico, fra qualche altro secolo sarà un'altra cosa, ma sia come sia, di volta in volta viene sempre indicato un qualche cosa che non solo non è un gioco, ma rispetto al quale tutto il resto è un gioco, mentre invece quello no, da qui tutta una mitologia intorno al gioco e al lavoro che indica nel gioco la finzione rispetto al lavoro invece dove non si finge. Ecco, questo discorso ha una certa struttura con delle regole ben precise, una di queste è quella per cui il lavoro costituisca la realtà delle cose, il riferimento, e perché dovrebbe esserlo, certo è una regola del gioco come quella che dice che a poker tre re battono due fanti, ha la stessa validità, ma ciò che più ci interessa di un pensiero come questo è riflettere intorno alle implicazioni. Questa sera purtroppo ho riassunto molto rapidamente, le persone che hanno seguito tutti gli incontri seguono perfettamente, forse gli altri hanno delle difficoltà perché sto facendo un discorso un po' ellittico, ma d'altre parte se non lo facessi dovrei rifare tutto quanto.Dicevo che ciò che più ci interessa è la praticabilità di una cosa del genere. Potremmo dividere un discorso come quello che andiamo facendo in due parti, in una parte logica e in un parte retorica, però in un'accezione leggermente differenti da quella che viene indicata dai manuali tanto di logica quanto di retorica: tutto ciò che attiene alla logica dei manuali o alle elaborazioni logiche, da quella aristotelica fino alle teorie logiche più recenti, rispetto a ciò che andiamo facendo è una retorica, quindi una costruzione, una costruzione di un gioco con delle regole, così come la matematica non ha nulla di necessario né di necessitante, è una costruzione, come lo stesso Kant indicava e quindi ha una portata retorica, esattamente come un esercizio di stile retorico, mentre con logica intendiamo soltanto ciò che attribuiamo al necessario.Cos'è necessario? Ciò che non può non essere, ciò che non può non essere se si parla. Per fare queste stesse considerazioni occorre parlare, e quindi possiamo dire che c'è. E ciò che è assolutamente necessario è esattamente ciò che consente al discorso di essere, di farsi, di dirsi, solo questo accogliamo come necessario, cioè ciò senza il quale non potremmo fare queste considerazioni, con retorica tutto il resto e cioè tutto ciò che l'esistenza del linguaggio produce e può produrre. A proposito di retorica e dei sofisti, abbiamo considerato quella vecchia, vecchissima disciplina ormai abbandonata da millenni nota come eristica, uno degli ultimi che ne parla è Aristotele, ne parla malissimo ovviamente perché e l'arte di provare e confutare qualunque cosa. Abbiamo definita l'eristica, forse le persone che sono qua se lo ricordano benissimo, come l'arte di vincere un agone dialettico, un qualunque agone dialettico in assoluta malafede, ma in assoluta malafede non vuol dire con cattiveria o con... no, malafede qui in accezione particolare, cioè vincere un agone non avendo nessuna verità da difendere, assolutamente nessuna, è per questo che è possibile provare un asserzione tanto vera quanto falsa, perché non muovendo da questa necessità di dovere stabilire che una cosa sia più vera di un'altra, può provarsi qualunque cosa, basta trovare il criterio, cioè utilizzare delle regole in modo tale da poterlo fare, e i sofisti erano abili in questo.Tutto ciò ci ha condotti a cose anche più quotidiane, come l'esistenza del male e quindi della sofferenza per esempio, che ciascuna religione pone come necessaria, e la pone inevitabilmente come necessaria, senza il male nessuna religione può esistere in nessun modo, senza il male e quindi senza sofferenza, o la sua rappresentazione, e dicevamo che tutto ciò che abbiamo detto e ciò che diremo comporta un effetto che è notevole, e cioè quello di produrre, chiamiamola così, poi la spieghiamo meglio, un benessere irreversibile.Un benessere irreversibile è tale perché non essendoci più alcuna necessità di credere nell'esistenza del male, e non c'è più questa necessità perché l'esistenza del male comporta inesorabilmente il credere in un vero assoluto, se questo vero assoluto viene dissolto si dissolve il male, la sofferenza non diventa più necessaria e tutto ciò si struttura come qualcosa di irreversibile, cioè non più credibile, esattamente come dicevo prima: non è credibile ciò che so essere falso. Ora uno degli intoppi che abbiamo trovati in questa riflessione riguarda l'attrazione, l'attrazione fatale che esercita la sofferenza al punto che è sicuramente, ma già Freud l'aveva inteso, è l'aspetto più arduo di tutto un itinerario di questo tipo, il trovarsi a sbarazzare, diciamola così, una persona dalla sua sofferenza, perché nonostante enunci di volersene sbarazzare di fatto avverte questo come la più pericolosa minaccia che le si possa fare, e difficilmente abbandonerà questa sofferenza. Dicevamo, forse la volta scorsa, per un motivo molto semplice, che la sofferenza è uno degli strumenti più semplici, più rapidi, più a portata di mano per provare forti emozioni, e gli umani sono da sempre alla ricerca di forti emozioni, la sofferenza è un modo per poterne usufruire a piacere. Dicevamo anche perché una persona enuncia di non volere la sofferenza e quindi almeno apparentemente, di volersene sbarazzare, perché deve dimostrare a sé e al mondo che non la vuole, perché se la volesse non sarebbe sofferenza ma piacere, e quindi è costretto, per così dire, a diffondere al mondo intero la sua non volontà di questa sofferenza, che per altro, dicevamo, nessuno costringe a volere, è una sua produzione.Sì, mi rendo conto che sto andando molto veloce però non possiamo rifare tutto quanto, e allora se questo per un verso era un intoppo per l'altro potrebbe anche non esserlo. Perché? Se tutto ciò ha come condizione necessaria ciò che indicavo prima come il credere nel vero assoluto, e quindi credere nel male come distanza dal vero assoluto e quindi soffrire ecc., se fosse mai possibile eliminare tutto questo mostrandone, non la falsità che è un'operazione religiosa, ma la verità e la falsità simultaneamente, allora potrebbe non essere più credibile, cioè non esserci più la possibilità di credere una cosa del genere, ma allora tutte queste forti emozioni? Sta qui l'intoppo, chi mai rinuncerebbe a delle emozioni se non in cambio di emozioni altrettanto forti? E allora occorrerà riflettere intorno alle emozioni, è un discorso che abbiamo accennato in varie occasioni ma che merita di essere affrontato in termini molto precisi. Che cosa dobbiamo intendere con emozione, è sicuramente un effetto di qualcosa che interviene come conseguente di un antecedente, cioè se le cose si presentano in un certo modo, in una certa situazione, allora provo quell'emozione perché se le cose non si presentano in quel modo, in quella circostanza, non provo nessuna emozione. Occorrono delle condizioni, cioè occorrono, direbbero i logici, degli antecedenti a cui seguono dei conseguenti e quindi se le cose stanno così, così e così allora mi emoziono, se no, no. Quindi parrebbe che occorra pensare che le cose debbano o siano comunque in un certo modo per provare delle emozioni, ma potrebbe non essere necessariamente così, nel senso che il discorso e il pensiero non è, non so se ciò che ho detto forse può avere indotto a pensare che sia pilotabile, non lo è affatto, nessuno può né prevedere né pilotare i pensieri in nessun modo, però man mano che si producono, e quindi producendosi producono anche delle emozioni, allora posso, se ci sono le condizioni, accorgermi di ciò che sta avvenendo e, se volete metterla così, proprio in modo un po' brutale, decidere se provare un'emozione oppure no.Decidere in una certa accezione: mettiamo che uno abbia paura dei film dell'orrore, però ne è attratto, va a vederli e si spaventa tantissimo, ma quando è fuori può decidere se entrare o no, se vuole provare oppure no questa emozione, se decide di entrare si spaventa, oppure sta fuori e va a bere una birra con gli amici e non succede niente. Però anche il fatto che l'abbia deciso, non per questo quella emozione è meno violenta, si spaventa tantissimo. Però qui forse occorre aggiungere un elemento, questa emozione per quanto possa piacere provarla, non potrà mai in ogni caso travolgere al punto tale da non essere più in condizioni di tenere conto che questa emozione che sto provando procede da un discorso, e che questo discorso ha la struttura di un gioco linguistico con certe regole precise e se queste regole, possiamo dirla così, se queste regole non si verificano, queste condizioni non si verificano, io non provo nessuna emozione, quindi occorre che accolga quel gioco e con quelle regole se no, niente da fare. Può sembrare per alcuni versi un po' strano questo discorso che vi sto facendo, però sono delle considerazioni che abbiamo fatte e diciamo che il prosieguo di questo lavoro che stiamo facendo riguarda l'aspetto prevalentemente retorico. L'impianto logico in qualche modo funziona, funziona come indicavo prima e cioè indica ciò che non è possibile non accogliere dal momento che si parla, e dal momento che mi faccio questa domanda già sto parlando, quindi non c'è via d'uscita, però tutto ciò che se ne costruisce ecco, questo è di grande interesse perché ciò che si costruisce ha la struttura di un gioco linguistico con delle regole, regole sono, per esempio, tutto ciò che in un discorso viene affermato, affermato come vero, come bello, non ha importanza, tutto ciò che viene affermato viene stabilito, si pone come una delle regole per giocare quel gioco e quindi è una regola, non ha altra portata, cioè non stabilisce nulla se non enunciare ciò che mi sta consentendo di fare quel discorso. Ecco perché parlavo di libertà, libertà come il non essere nella necessità di dovere credere, semplicemente, perché non è credibile, torno a dire perché non è credibile ciò che si sa essere assolutamente falso, per lo stesso motivo, motivo logico in un certo senso, che evoca antichi principi stabiliti da Aristotele, principio di non contraddizione, per esempio, non posso affermare A e non A simultaneamente, cioè posso anche farlo, ma posso farlo se e soltanto se A è esattamente se stessa, solo allora posso compiere un'operazione retorica e costruire una figura retorica che afferma A e non A, perché ciascuna volta attribuisce ad A un senso differente, e allora è un'antanàclasi, una figura retorica, ma perché una figura retorica possa darsi occorre che ciascun elemento sia esattamente quello che è, se no non potrebbe compiere nessuna operazione retorica. Con che cosa la fa? Se ogni cosa è differente da sé non esiste in un certo senso, eppure abbiamo provato anche che è assolutamente necessario che ciascun elemento sia assolutamente differente da sé, così come è assolutamente necessario che sia identico a sé. E allora? Perché, come abbiamo fatto? Abbiamo provata l'assoluta necessità che un elemento sia identico a sé e l'assoluta necessità che sia differente da sé, allora è differente o è identico? Questa domanda che senso ha? Dove si rivolge, che cosa sta chiedendo? Una verità necessaria? E poi con quale criterio cercarla? È soltanto un gioco. Ma intanto sentiamo delle domande - Intervento: Intanto se uno vuole può provare sofferenza psichica o fisica?La sofferenza possiamo indicarla come prevalentemente psichica, possiamo anche precisare meglio, per esempio utilizzando due significanti differenti, il dolore e la sofferenza. Il dolore come ciò che avverto quando qualcuno mi pesta un piede, in quel caso avverto un dolore, ma non lo cerco né lo coltivo. Chiamiamo invece sofferenza tutto ciò che può essere anche dolore, ma che interviene come produzione del discorso; se, come avviene, la sofferenza viene curata, nutrita coccolata ecc., allora va bene così, per così dire. Possiamo invece indicare come dolore quella sensazione fisica là dove c'è un trauma, un ceffone, un pestone qualunque cosa. In questa accezione c'è dolore senza sofferenza.- Intervento: Si può rinunciare all'emozione senza che ci sia sofferenza?Si può rinunciare fino ad un certo punto. È possibile rinunciare a essere travolti da un'emozione. (....) Difficile. No, io indicavo questo: si avvertono inevitabilmente proprio come effetto di un certo discorso che ci si trova a fare, ciò che è possibile non accada è di essere travolti da una emozione, da una sensazione come se questa emozione procedesse non da una costruzione del mio discorso, ma da elementi esterni che, essendo tali, io subisco, quindi non più una mia costruzione ma qualcosa che io patisco. Patire, soffrire sono la stessa cosa, e allora a questo punto sì, io sono il soggetto paziente, quello che patisce e allora ne sono travolto perché non posso più pensare che questa sofferenza, questa emozione è prodotta inesorabilmente dal mio discorso, senza il mio discorso non esisterebbe nulla di tutto ciò e quindi in qualche modo, essendo una mia produzione, ne sono assolutamente responsabile, ma immagino, appunto di essere vittima, di subire qualche cosa che non appartenendo al mio discorso è fuori di me e quindi piomba tra capo e collo e in modo totalmente non responsabile. Ciascuno generalmente, quando soffre, immagina di non essere responsabile di questa sofferenza, ma che sia qualche cosa che gli è capitata, altro invece è considerarne la totale e assoluta responsabilità.Ciò che in effetti distingue il piacere dalla sofferenza (adesso usiamoli così, in accezione molto ampia), è proprio questo, il piacere è accompagnato da proposizioni che ne affermano la consapevolezza, la volontà, la sofferenza invece no, è accompagnata da proposizioni che affermano esattamente il contrario, e cioè la non volontà. Una persona afferma: voglio soffrire. Già questa sofferenza scivola verso un'altra cosa, perché uno giustamente gli chiederebbe: allora la vuoi, cioè ti fa piacere; e infatti è esattamente così.- Intervento: Se uno afferma voglio soffrire...E sì, la questione si è già parecchio incrinata rispetto alla situazione precedente, diventa meno rigida, meno stabile ed è meno sicuro che sia proprio vittima di questa sofferenza...- Intervento: Ascoltavo una persona che continua a soffrire regolarmente ogni mese, il giorno in cui è mancata la mamma...È una commemorazione. C'è chi porta i fiori, c'è chi...- Intervento: Questa persona allora questa sofferenza se la procura da sola e gode nel rievocare quel giorno e non può distaccarsene, però è un'operazione volontaria, e questa cosa si impone...Si potrebbe magari accorgersi di tutta la gioia che ha provato in occasione della morte della mamma, e che non poteva in nessun modo essere ammessa e che si è trasformata in un dolore fortissimo, e viene commemorato in questo modo, un modo per rievocare una situazione molto felice.- Intervento: Emerge solo il grande amore per la mamma, l'aspetto che fa sorgere questo amore, di questo non se ne parla...Viene commemorata e festeggiata in un certo senso...- Intervento: Il senso di colpa è anche sofferenza?Dovremmo ancora stabilire che cosa sia il senso di colpa, difficile rispondere alla sua domanda, cioè lo è sì e no. Il senso di colpa è avvertito come sofferenza, cioè come il subire una condizione che non si vorrebbe, la sofferenza è questo. Il senso di colpa è come il sentirsi colpevoli di qualche cosa che è avvenuto e di cui occorre punirsi, secondo un criterio molto antico, la legge del taglione. Freud parla molto del senso di colpa, distinguendo fra senso di colpa e coscienza di colpa, però di fatto il senso di colpa è sempre a buon diritto, è sempre legittimo. Se una persona si ritiene responsabile della morte del fratello, della mamma, ha buoni motivi per farlo anche se non è che gli abbia tagliata la gola nottetempo, è morta per cause naturali, però in qualche modo avvertiva il desiderio di farlo. Poi questa persona muore per i fatti suoi ed ecco che si realizza... Freud la racconta in questi termini, si realizza così il suo desiderio e quindi è come se effettivamente l'avesse fatto lui e quindi si sente in colpa esattamente come se fosse avvenuto che nottetempo avesse tagliata la gola a quella persona. Uno che ha sempre, che avverte sempre il senso di colpa, non ha tutti i torti, nel senso che rispetto al suo desiderio, lui è colpevole. Colpevole non di avere uccisa quella persona, almeno in genere non uccide, ma di averlo desiderato, e laddove questo desiderio per varie vie si configura come qualcosa di reale, allora è come se il crimine fosse avvenuto.Sempre Freud ne parla a proposito dei criminali per senso di colpa: uno avverte un senso di colpa fortissimo, per delle cose che sa chiaramente non avere commesse, però questa sensazione lo mette fortemente a disagio, finché ammazza qualcuno, così almeno finalmente si sente in colpa a buon diritto. Adesso ho detto queste cose in modo molto rapido, però è una delle tesi di Freud, ha scritto un saggio che si chiama "Delinquenti per senso di colpa". Quindi uno non è prima delinquente e poi ha il senso di colpa, ma prima ha il senso di colpa e poi diventa delinquente, per dare un senso, una legittimità al senso di colpa e quindi cercare di sbarazzarsene in qualche modo. Perché il più delle volte, come diceva lei, è avvertito come sofferenza, qualcosa che non si vuole, pur non essendo obbligatorio, nessuno costringe a provare senso di colpa, è un'opzione.- Intervento: Stavo riflettendo sulla sensazione in generale, non solo in quanto sofferenza ma anche sulla sensazione come piacere. Sulla sensazione non come un fatto originario ma una costruzione di se... alloraOccorrono delle condizioni perché io provi una sensazione...- Intervento: Se questi se... allora che uno si è costruiti vengono assecondati, allora uno ha una sensazione di piacere, tutti questi se... allora sono confermati, nel caso invece che questi se... allora non vengano confermati ecco il dolore o la sofferenza, direi anche a livello fisiologico... quando uno riesce a confermare delle previsioni allora uno sta bene...Sì e no, la conferma di una previsione ha sempre un aspetto piacevole, anche la previsione più nefanda. Se una previsione si verifica c'è l'idea di un incontro con la verità, quella che suppongo in quel momento essere la verità. Un amico dice: guarda che tra mezz'ora andrai sotto a una macchina. Diceva così per scherzo. Poi dopo una mezz'ora quello va sotto una macchina: mi dispiace (ma ci ho azzeccato). Cioè la mia proposizione si è rivelata vera, e questo ingenera di solito una sensazione piacevole, e qui ci sarebbe tutto un discorso da fare sulla ricerca della verità, cioè tutta la strettissima connessione tra il bene e il vero, ciò che è bene è necessariamente vero? Non ho inteso però qual è la questione?- Intervento: Mi chiedevo se questa ipotesi resta all'interno di questo gioco che sto giocando?Lei che ne dice?- Intervento: In qualche modo è giocato bene. Bene. Bene allora vi do appuntamento per l'anno prossimo, settembre o ottobre, grazie a ciascuno di voi, buona notte.

 

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