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LA GELOSIA COME PATTO D’AMORE

 

30 Ottobre 2003

 

Intervento di Cesare Miorin

 

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Intervento di Luciano Faioni

 

Parliamo dunque della gelosia, ciascuno sa di che cosa si tratta generalmente, magari l’ha anche provata. Di che cosa è fatta esattamente la gelosia, come avviene che qualcuno sia geloso di qualcun altro? Cesare sottolineava la questione della mancanza, l’idea che manchi qualche cosa per stare bene o che possa mancare; in effetti, la gelosia avverte la minaccia della possibile mancanza di qualche cosa.

La gelosia è una costruzione, una costruzione che avviene non per caso, e generalmente a partire dalla supposizione che ciò che io ho oggi domani potrebbe non esserci. Supposizione legittima. Però, è come se preferissi considerare questa eventualità piuttosto che un’altra, e cioè che ciò che oggi domani potrebbe anche esserci, perché no? Perché dunque andare a cercare la peggiore delle ipotesi, anche e soprattutto laddove di fatto potrebbe non esserci nessun motivo? Ciò nondimeno si sa che moltissime persone manifestano la loro gelosia in assenza di qualunque fatto, di qualunque evento che possa giustificare una cosa del genere. È letteralmente una costruzione. Sicuramente a molte delle persone sarà accaduto di trovarsi di fronte a una cosa del genere, cioè ad una persona che manifesta una fortissima gelosia senza che ne abbia nessun motivo.

La gelosia è fatta del timore di perdere qualche cosa che si ritiene essenziale per il proprio benessere e che questo qualcosa, che si ritiene essenziale, altri possano portarlo via. Naturalmente, la gelosia è riferita agli umani, alle persone per lo più. Però, ecco, anche in assenza di qualunque eventualità possibile, si manifesta la gelosia. A che scopo una cosa del genere, come mai? Come si direbbe nel luogo comune, perché rovinarsi l’esistenza con decisione, determinatezza, talvolta con metodo?

Accade che proprio la gelosia sia in alcuni casi la causa della rottura di una relazione. Uno tanto teme che una relazione possa interrompersi che fa in modo che si interrompa. Succede. Allora, questo timore che la relazione si interrompa, che il partner possa tradire, si trasforma esattamente in ciò che si teme, come se si cercasse, si tendesse a realizzare ciò che si teme che possa accadere, e in linea di massima ciò che si teme accade. Questo, non per un evento miracoloso o per una malasorte ma, temendo fortissimamente che accada qualche cosa, i miei pensieri sono sempre indirizzati verso questa cosa che temo possa accadere. Perché la temo? Non è che le persone temano qualunque cosa in generale, temono delle cose particolari, c’è chi teme una cosa, chi ne teme un’altra, ciò che teme una persona quell’altra non la teme affatto. Cosa significa temere qualche cosa? Temere che si verifichi un evento indesiderato o sgradevole, ecc. Però, talvolta è da considerare se le cose stanno proprio così, se questo evento è così indesiderato, così sgradito. Potrebbe non esserlo, tant’è che in moltissimi casi il non accorgersi che la linea che divide il timore di qualcosa dal desiderare che questo qualcosa si verifichi è sottilissima. Questo non accorgersi induce, pur temendo qualche cosa, a fare in modo che si verifichi. Faccio un esempio banalissimo, supponiamo che una certa persona tema di essere abbandonata da qualcuno, perché lo teme? Perché qualcuno lo ha abbandonato? Questo è successo a chiunque un sacco di volte, non per questo lo teme, sa che è un’eventualità, niente di più, non costruisce la propria esistenza a partire da questa eventualità, cioè di essere abbandonato, perché dunque lo teme così fortemente? Non solo, ma si accorge che poi di fatto avviene sempre nonostante affermi di non volerlo. Se ci riflettiamo un momento non possiamo non considerare che questo pensiero è sempre presente. Ora, nessuno glielo ha ordinato, nessuno glielo ha chiesto di pensare una cosa del genere, perché lo fa? Come se non potesse non pensarci continuamente, eppure di fatto non avrebbe in teoria nessun motivo di pensare una cosa del genere, non più di chiunque altro, però questa persona ci pensa ininterrottamente,come se questi pensieri esercitassero una sorta di attrazione fatale, non può non pensarci.

Ora, che cosa distingue una cosa del genere dal desiderio? Come ciascuno sa il desiderio è qualcosa che muove verso una certa direzione, muove i pensieri, l’agire, il fare. Anche in questo caso questa persona è mossa in quella direzione, visto come abbiamo detto che nessuno la obbliga a fare una cosa del genere. Ciò che la muove in quella direzione sono comunque dei pensieri che ha costruito lui, nessun altro, cioè si costruisce una serie di pensieri dopodiché li ritiene veri, assolutamente veri. Non solo li ritiene assolutamente veri ma si affeziona a questi pensieri e si immagina immediatamente tutto ciò che accade o accadrà nel momento in cui sarà abbandonata. Si costruisce una scena, questa scena che si costruisce non è del tutto indifferente o marginale, è importante, molto importante, perché questa scena che si è costruita è esattamente ciò che porrà in atto prima o poi, farà di tutto perché si realizzi. Come mai? Beh, non è difficile rispondere a questa domanda. Quand’è che una persona fa di tutto perché una cosa si realizzi? Comunemente, si dice che lo fa quando la desidera fortemente e allora si adopera in quella direzione perché si verifichi ciò che desidera. Nel caso di questa persona di cui dicevamo avviene esattamente la stessa cosa, si muove, si adopera con determinazione, con metodo, perché si verifichi quella scena che afferma di temere. Però, non possiamo non considerare che, visto che nessuno lo costringe ad andare in quella direzione e che questa scena è costruita dai suoi pensieri, allora se l’ha costruita avrà dei buoni motivi per averlo fatto. Quali?

Perché una persona va a vedere un film, va a teatro, a un concerto? Perché è una cosa che gli piace, invece nel nostro caso continua a dire che questa cosa non la vuole, che la teme, nonostante stiamo dicendo che nessuno la obbliga, che questa scena è stata costruita da lui senza che nessuno glielo abbia mai chiesto. E allora ecco che interviene un elemento che è fondamentale, che è quello che distingue, che separa tutto ciò che desidero da ciò che temo. Questo elemento possiamo chiamarlo responsabilità. Nel primo caso io mi assumo la responsabilità di andare a vedere un film, nel secondo caso no, è come se subissi questo evento che io ho creato, che io mi attendo, che nessuno mi ha costretto a pensare. Quindi, nel primo caso lo desidero, nel secondo lo subisco, il primo lo agisco, il secondo lo subisco.

Ora, a questo punto un aspetto del lavoro analitico, visto che è il mio mestiere farlo, è anche quello di porre la persona nelle condizioni di potere considerare che ciò che costruisce i suoi pensieri, le sue parole, gli appartiene, non appartiene ad altri né ad eventi esterni imponderabili. Questo timore non è altro che la costruzione di una scena che lui si attende, che desidera, ma della quale non può accogliere la responsabilità perché se la accogliesse non potrebbe più goderne. Per questo motivo molto semplice, che se immagino per esempio una cosa che mi fa soffrire e la attribuisco al mio desiderio allora ne sono responsabile ed essendone responsabile posso cessare di farlo. Non solo, potendo cessare di farlo perde buona parte della sua attrattiva, della sua forza, del suo fascino. Se invece continuo a pensare di subirla ecco che allora tutto funziona perfettamente, posso soffrire dicendo che non voglio quella cosa, magari anche lamentandomene, mentre se sono io ad agirla lamentarmene diventa più complicato. Tutto questo per porre una questione rispetto a ciò che comunemente si costruisce, queste scene, queste fantasie, si costruisce la scena più terrificante che si possa immaginare, se l’è costruita, l’ha fatto perché ha un tornaconto, direbbe Freud. Il tornaconto è poterne godere, esattamente così come avviene quando uno va a vedersi un film, magari uno di quei film che fanno paura oppure fanno piangere, ci va lo stesso, non è che perché fa piangere lo scarta a priori, anzi molte volte è proprio questo il motivo per cui lo sceglie, perché fa soffrire e soffrirà. Ma se noi a questa sofferenza che, come dice la parola stessa è subita, fornissimo l’occasione di accorgersi che anziché subita è agita, e cioè che sono io che voglio soffrire, la questione cambia, se voglio posso anche soffrire ma ne sono responsabile, posso fare questo come qualunque altra cosa però ne sono responsabile e questo comporta il fatto che non posso esimermi dal confrontarmi con questa cosa, quantomeno chiedermi perché lo voglio fare, visto che lo faccio, e soprattutto non posso dire di non volere farlo, ché sono io a sapere di volerlo fare. La questione complicata in tutto questo non è intendere ciò che ho detto, che è molto semplice, ma compiere questa operazione, e cioè accorgersi che la propria sofferenza, che il soffrire per una scena che si è costruita, che si immagina che debba accadere, è una costruzione utilizzata a questo scopo, poter soffrire. L’altro problema è che se si toglie la sofferenza agli umani ci si crea un sacco di nemici, perché è una cosa che detestano, nonostante se ne lamentino; di fatto la cercano ininterrottamente e se non ce l’hanno se la procurano, quindi non è un gesto popolare togliere e in alcuni casi è vista così, come una minaccia, minacciare di togliere la sofferenza. Tant’è che una volta una persona mi disse “ma se non soffro più che cosa faccio?”. È  una bella questione, la sofferenza è uno degli strumenti più utilizzati per darsi da fare, per pensare, se non altro per toglierla di mezzo, e quindi è un materiale vastissimo, inesauribile. Per esempio, la felicità si presta molto meno, perché è un punto di arrivo e una volta arrivati che si fa? È chiaro che la felicità quasi sempre è la meta ma è una meta potremmo dire paradossale, con tutti gli inganni che sono stati perpetrati negli ultimi duemila anni, il mondo migliore, i paradisi, artificiali o naturali che siano, come dire “quando sarete arrivati lì allora sarete felici”. È falso, assolutamente falso, però induce a crederci per il solo fatto che dà alle persone una quantità enorme di opportunità per darsi da fare, pensare, sognare, costruire, immaginare, una serie di cose infinite e delle quali cose vivono. Ecco perché la promessa del mondo migliore funziona sempre, tutte le religioni sono fondate su questo, vivono di questo, se gli levate questo di sotto crolla tutto. C’è sempre qualcosa da modificare, da cambiare, da migliorare, che è anche legittimo, certo, però non ci si accorge talvolta che il raggiungimento dell’obiettivo è catastrofico. Questo non significa che non si debba avere obiettivi, è sufficiente sapere che questo obiettivo non è niente altro che un rilancio della questione. Per questo la felicità, come ciascuno sa, oltre che molto difficile da ottenere è anche molto problematica perché spesso dopo comporta una sorta di depressione. La sofferenza no, produce una quantità enorme di pensieri, sogni, fantasticherie, di lavoro da fare, ed è per questo che gli umani la cercano. Io non pongo la questione se facciano bene o facciano male, non mi interessa minimamente, sto solo dicendo come funziona. Chi vuole soffrire può farlo, non c’è nessuna controindicazione, non è proibito, se invece non vuole farlo non lo faccia, è semplice.

Su questo vuole porre l’accento, sull’assoluta arbitrarietà e responsabilità della sofferenza, poi ciascuno può farlo, almeno sapendo che cosa fa, accorgendosi che non è subita ma è agita, il che è molto diverso. E così anche la gelosia, che si ritiene subita, di fatto è agita, costruita, anche bene magari, però è una costruzione della quale il costruttore occorre che sia responsabile, poi può farlo oppure no.

Tutto questo giusto per sollevare il dibattito, ci saranno molte questioni alle quali saremo lieti di rispondere.

Intervento: …. Gelosia sul lavoro…

È difficile dire, ogni occasione va valutata ciascuna volta, se per esempio c’è una complicità oppure no. È chiaro che se qualcuno passando le dà un calcio nello stinco lei non è responsabile di questo, a meno che lei non abbia fatto qualche cosa a questo tizio da indurlo a fare ciò che ha fatto… può anche accadere di essere vittime della malvagità altrui, per esempio, durante una rapina c’è una pallottola vagante e uno muore, in questo caso non è responsabile. Ma non è esattamente di questo che stiamo parlando…

Intervento: …

Subisce una violenza in questo caso, potremo chiamarla così, violenza di qualunque tipo, certo.

Intervento: … uno, impegnandosi, può smettere di essere geloso?

Dipende da che tipo è l’impegno perché non è sufficiente dirsi “adesso non sono più geloso”.

Intervento: …

Sì, lavorare in questa direzione, questo sì, però occorre per l’appunto un lavoro, non basta dirselo.

Mi riferisco a un lavoro analitico, si tratta di capire perché una persona ama costruire una scena del genere, a che scopo, da dove viene questa necessità, cosa la muove in quella direzione. Finché non sa questo è difficile che la gelosia scompaia. È come quando un bambino ha paura del buio, lei accende la luce mostrando che non c’è nessuno e il bambino si tranquillizza, spegne la luce e lui ha di nuovo paura del buio. Funziona allo stesso modo, cioè è qualcosa che siccome è temuto, e quindi a questo punto potremmo dire desiderato, non abbandona questo pensiero, a meno che non sia costretto a farlo da altri pensieri che intervengono e smontano questa costruzione. In caso contrario, non la abbandonerà mai, così come non si abbandona qualcosa che dà molto piacere o soddisfazione, non la si abbandona per niente al mondo.

Il lavoro che si tratta di compiere è inizialmente questo, cominciare a parlarne di questa cosa, parlandone ci si accorge delle connessioni con altre fantasie, con tutto ciò che un poco alla volta ha costruito questa scena perché ciò che importa, in questo caso specifico della gelosia, è la scena finale, quella scena di abbandono, quella scena in cui ci si sente abbandonati, traditi, ecc., oppure la fantasia che il proprio partner possa fare con altri le stesse cose che faceva con me. Però, questa costruzione, di cui vi dicevo, viene fatta ad hoc e l’obiettivo è il vivere questa scena finale che è terribilissima, provoca una grande sofferenza, questa grande sofferenza è l’obiettivo finale, esattamente ciò che si adopera per vivere, per trovare, per esperire, per godere. Tant’è che, come dicevo all’inizio, in molti casi poi si riesce in questa operazione, effettivamente si raggiunge l’obiettivo, cioè ci si ritrova abbandonati, con tutto ciò che questo comporta. Ora, la scena dell’abbandono si configura per ciascuno in modo differente, non è per tutti la stessa cosa, c’è sempre comunque, e questo è necessario che sia, l’idea che una cosa, dalla quale dipende il mio benessere e la mia felicità, cessa di essere presente, non c’è più, e quindi, se è quella la condizione per essere felici, se quella non c’è più allora sono infelice. Accade che si possa demandare a qualcuno la propria e assoluta felicità, è un’operazione rischiosissima, perché l’altro non risponde ai nostri desideri, primo, perché non li conosce; secondo, se anche li conoscesse, ciò che desidero io per me significa una certa cosa, per l’altra persona significa un’altra; terzo, occorre che lo voglia fare; quarto, occorre che lo sappia fare. Insomma, ci sono un sacco di condizioni tutt’altro che semplici da soddisfare perché si verifichi questo, e cioè che questa persona soddisfi interamente il mio desiderio. C’è l’attesa che lo faccia, le relazioni funzionano così generalmente, finché c’è questa attesa tutto fila liscio, quando questa attesa viene disattesa ecco che c’è il contraccolpo, con tutto ciò che ne segue. Certo, una questione di notevole interesse è proprio questa, perché si tende a compiere questa operazione, cioè immaginare che una certa persona, non soltanto una persona ma anche un’idea, debba soddisfare tutte le mie richieste, cioè darmi quella pienezza, quella realizzazione totale e assoluta che talvolta gli umani cercano. Perché avviene una cosa del genere, che cosa mi induce a pensare questo?

Intervento: …

C’è ancora da aggiungere che la causa, cioè tutte le varie connessioni che la tengono in piedi, non sono sufficienti. Occorre anche si assuma la responsabilità, che compia questo passo in più, non è una scena che può capitarmi tra capo e collo ma è esattamente ciò che desidero che succeda. A questo punto, lei cessa immediatamente di avere questa necessità di soffrire e siccome la gelosia è uno strumento per soffrire allora cessa anche di essere geloso.

Intervento: … crisi di abbandono…

Ecco, questo può accadere, in alcuni casi avviene proprio questo, si cerca la persona che si sa che in qualche farà soffrire e così ci si garantisce una lunga e prosperosa sofferenza. In molti casi succede proprio così. La persona invece che è tranquilla, che si sa che non creerà molti problemi, sarà tranquillo, disponibile, ecc., allora è come se mancasse… come dire?, è come se mancasse quel sale... Se invece fa soffrire allora va bene, poi ci si lamenta moltissimo, però è esattamente ciò che si voleva, anche se non lo si ammetterebbe mai.

Intervento: …si è scoperta la causa, il filo comune che porta le persone a essere gelose?

È uno dei luoghi comuni più diffusi e degli strumenti più diffusi per soffrire, ce ne sono comunque altri, la paura dell’abbandono, la paura che qualcuno soffra, la paura che possano succedere cose terribili, ecc. Non è che sia insicura, semplicemente elabora un modo più congeniale per avere la possibilità di soffrire, la gelosia è uno di questi strumenti, non è l’unico ma funziona esattamente come tutti gli altri: ci si costruisce una scena che va a parare in una cosa tremendissima e si continua a pensare a questa scena e più la si pensa e più si soffre.

Intervento: …

L’uomo non nasce né per soffrire né per essere felice, nasce e basta. Però la sofferenza produce una serie di effetti, una parte di questi è quella che ho menzionata, cioè darsi da fare, da pensare, da agire, da muoversi, da congetturare, da costruire, da inventare, una quantità enorme di cose. Ora, lei potrebbe domandarsi perché gli umani hanno bisogno di questo. È una domanda legittima. Vede, si dà il fatto che gli umani siano fatti di linguaggio, delle cose che dicono, che pensano, che inventano, ecc., e questo linguaggio non è altro che una struttura. Lei immagini il linguaggio come una struttura semplicissima e cioè quella struttura che le consente di pensare, di parlare, qualunque cosa e il suo contrario, lei per farlo ha bisogno di qualcosa che glielo consenta. Per esempio, “se piove prendo l’ombrello”, guarda fuori, piove, e allora dice “prendo l’ombrello”, ha fatto un’inferenza molto semplice ma pur sempre un’inferenza, cioè una deduzione in questo caso, se succede questo allora farò quest’altro, un’inferenza è questo, se A allora B. È possibile che lei non si sia mai chiesto da dove viene la possibilità di inferire, quindi di pensare, di concludere qualunque cosa lei voglia concludere o il suo contrario. Non si è neanche forse mai domandato cosa accadrebbe se non ci fosse questa struttura che le consente di compiere questa inferenza. Non potrà neanche mai sapere di essere, non potrà sapere di esistere, non potrà sapere niente, anzi, non si potrà neanche porre la questione del sapere. Ora, se volessimo spingerci un passo oltre potremmo anche chiederci, a questo punto, se lei esisterebbe. Ora, se lei risponde di sì lei compie un atto di fede, esattamente come uno può dire che dio esiste, perché? perché sì; se risponde di no allora ha colta la questione. Senza questa struttura parlare di esistenza o di non esistenza è un non senso, non significa assolutamente niente.

Detto questo, che è una brevissima premessa, il linguaggio, in quanto struttura, cosa fa? Prosegue e prosegue come? Costruendo proposizioni, non sa fare nient’altro che questo e questo fa all’infinito, proposizioni, frasi, discorsi, ininterrottamente. Quali? Questo per il linguaggio è assolutamente indifferente, l’importante è che continui a funzionare sempre e incessantemente. La sofferenza, insieme ad altre cose ma la sofferenza è una di quelle più praticate, è una di quelle cose che lo fa funzionare meglio, dà da pensare, quindi, da dire, cioè soddisfa il requisito del linguaggio che è quello di proseguire. Il linguaggio prosegue comunque, ventiquattro ore su ventiquattro, non si ferma mai. Il linguaggio come sistema, potremo chiamarlo facendo un’allegoria, una sorta di sistema operativo, funziona con un sistema inferenziale e in fondo con un’unica procedura, che è quella che consente di distinguere un elemento da un altro, di considerare che un elemento di conseguenza non è uguale a un altro. Questa è una deduzione, lei provi a immaginare l’eventualità tale per cui una singola parola significhi simultaneamente tutte le altre, lei cesserebbe di parlare, non potrebbe fare niente. La questione ancora più interessante è che per considerare queste questioni, come sempre accade laddove si elabora un pensiero, occorre un criterio per potere valutare se si stanno affermando cose che hanno qualche interesse oppure delle sciocchezze. Questo è un altro problema, quale criterio si utilizzerà? Qualunque criterio si utilizzerà in genere è discutibile o, più propriamente, arbitrario, non è necessario. Un criterio serve in una teoria a stabilire se le conclusioni cui si giunge sono vere o false, se sono false vengono abbandonate, se sono vere si prosegue. Qual è l’unico criterio possibile a questo punto? Di nuovo, il linguaggio e la sua struttura, l’unico criterio attendibile e anche l’unico criterio possibile, tutti gli altri sono criteri arbitrari, questo no, è necessario che sia, perché senza questo io non posso né pormi queste domande né pensare qualunque cosa. Questo appena per dire come il linguaggio sia in effetti la condizione perché gli umani esistano, cioè possano considerarsi tali. È come se qualunque cosa fosse una costruzione di questo linguaggio, qualunque cosa e il suo contrario. Il linguaggio costruisce, smonta, fa tutto. E qui arriviamo alla condizione ultima, lei si chiedeva come si fa eliminare la gelosia. Beh, due passi li abbiamo già individuati, uno è il cogliere che cosa l’ha costruita, sono le connessioni, ciò che la sostiene; secondo, l’assumersene la responsabilità inesorabilmente di ciò che si fa; terzo, accorgersi che è una costruzione operata da linguaggio, al pari di qualunque altra. Che una persona costruisca proposizioni terribili, catastrofiche o tragiche, oppure tranquille, pacifiche o benevolenti, è assolutamente indifferente. È un po’ come davanti a un computer, che lei scriva cose terribili o cose bellissime, per il computer non cambia granché. Stessa cosa per il linguaggio, il linguaggio deve soltanto funzionare, ha questo unico obiettivo, proseguire se stesso. Di fatto, non è possibile attribuirgliene nessun altro. Dico “attribuirgliene” nel senso che comunque glielo stiamo attribuendo e considerando queste cose occorre sempre necessariamente tenere conto che il linguaggio lo stiamo utilizzando, sempre, continuamente, con tutto ciò che questo comporta. Io ho utilizzato fino ad adesso dei termini, per utilizzare questi termini occorre che ciascuno di essi sia differente da ciascun altro, ho tratto delle conclusioni e per trarre delle conclusioni occorre che ci sia una premessa e un criterio che mi consenta di giungere in modo coerente alla conclusione. Tutto questo è linguaggio, senza il quale tutto ciò non sarebbe mai esistito.

Ecco allora questi tre elementi. L’ultimo, quello finale, è intendere il funzionamento del linguaggio, cioè non potere più non sapere che comunque qualunque cosa io faccia, pensi, non faccia, non pensi, è un gioco linguistico, nient’altro che questo, e che non può esser altrimenti che questo. Non può in nessun modo, per nessun motivo.

Intervento: …

Io ho parlato in termini molto generali. In effetti, la gelosia non è altro che uno strumento, insieme con molti altri, per raggiungere un certo obiettivo, che è quello di soffrire, come dicevo prima. Il modo in cui si configura per ciascuno può avere qualche variante, però già la questione in sé è marginale, può essere importante per quella persona perché la specificità della sua costruzione è tale in base a tutta una serie di elementi che sono stati acquisiti, imparati, a cui crede, c’è tutta la sua esistenza, in definitiva. Quando ci si trova a parlare con quella persona in particolare ecco che la cosa si configura in modo specifico e tiene conto necessariamente di tutta la sua esperienza, le cose cha vissute, le cose in cui crede, tutto ciò di cui è fatto, in definitiva.

Intervento: …

Se lei fa il percorso a ritroso, e cioè parte dal linguaggio e giunge alla gelosia, allora potrà constatare che il linguaggio costruisce proposizioni e non può non farlo. Ciascuna proposizione poi si costruisce in un certo modo, un’altra in un altro, non ha nessuna importanza. Una persona può soffrire perché è gelosa oppure può soffrire perché c’è la guerra in Medio Oriente, oppure perché pensa che una persona cara possa morire, oppure perché immagina che prima o poi accadrà una catastrofe economica, ecc., sono dei modi ma la questione centrale è che tutto questo è costruito sì per soffrire ma innanzitutto perché il linguaggio non può non costruire proposizioni. Le cose che costruisce possono essere secondarie ed questo, in effetti, il passo finale, accorgersi che è un gioco linguistico, né più né meno e che non potrebbe essere altrimenti, cioè una stringa di proposizioni. Questo non toglie nulla al fatto che alcune possono essere piacevoli, altre meno, è ovvio, ma in ogni caso non potrà mai sottrarsi alla responsabilità di ciò che il suo discorso sta costruendo: se ho costruito questo avrò avuto dei buoni motivi e se ci rifletto un po’ magari li trovo anche, dopodiché potrò decidere se continuare per quella strada oppure no.

Intervento: …

In alcuni casi sì, certo, però sono pensieri in genere ben protetti, perché uno non è che abbandoni facilmente una cosa che vuole, li difende strenuamente, ciascuno difende la propria sofferenza con forza, tant’è che se uno la sminuisce o la deride se ne ha a male. È come se fosse una cosa importante e per lui lo è, è la fonte e l’occasione di un piacere notevole, quindi la protegge da tutti i nemici.

Intervento: …

In alcuni casi accade questo, certo, soprattutto quando all’origine, per così dire, c’è la tentazione di farlo fuori, e allora sì lo proteggo, ma lo proteggo da me. Capita che una persona sia sempre molto preoccupata per un’altra, “mi raccomando, fai molta attenzione quando attraversi la strada perché una macchina ti può investire” oppure “ci sono i banditi per strada”, oppure “può succederti un sacco di malanni”. Sì, è una possibilità, certo, come qualunque altra, però questa costruzione viene fatta perché c’è effettivamente una minaccia presente ma non da parte dei banditi o delle macchine, ma da parte mia e allora lo difendo da me. È un po’ come fa la mafia: “adesso devi darci la tangente così ti proteggiamo”, l’altro dice che non ha nemici, “ci siamo noi se non ci paghi”. Funziona esattamente così; sì, certo, la mafia lo fa in modo più esplicito, le persone lo fanno in modo più implicito, più nascosto, però la struttura è la stessa.

Intervento: …

È possibile che accada una cosa del genere, che in qualche modo qualcuno si accorga che l’altro vuole questo e che glielo fornisca. In molti casi è così, una fanciulla cerca di scatenare una gelosia nel proprio uomo al solo scopo di interessarlo, immaginando che a lui interessi una cosa del genere, che poi sia vero o falso questa è un’altra questione, però l’intendimento è questo, in questo caso è funzionale, serve a qualche cosa, serve a farlo interessare, il più delle volte è così. Però, questo è un discorso ancora diverso, la funzione che ha all’interno di una relazione, al pari di qualunque cosa può essere utilizzata. Adesso mi riferivo a un aspetto più semplice, cioè al fatto di accorgersi di provare una fortissima gelosia per una persona senza sapere perché e senza nessun motivo. Semplicemente, costruisce questa scena terribile alla quale pensa continuamente. Si può anche fingere di essere gelosi ma questo è un discorso diverso.

Intervento:…

Lei parla di controllo. Ciò che dicevo non andava propriamente in questa direzione, in effetti non c’è granché da controllare. Ecco, la razionalità. La razionalità generalmente si contrappone all’irrazionale, all’emozione, ma c’è l’eventualità che non sia poi una così grande differenza. Semplicemente la razionalità tiene conto di fattori esterni, l’emozione di fattori interni, cioè legati a ciò che viene dal proprio pensiero senza tenere conto di elementi esterni, nell’accezione più classica della cosa, ma entrambi si muovono con una razionalità formidabile. Qualunque agire, anche apparentemente irrazionale o emotivo, ha dei motivi che lo muovono e molto precisi, non sgarra mai. Facevo prima l’esempio della persona che riesce comunque sempre ad essere abbandonata, anche se non lo vuole, però riesce sempre. In questa riuscita c’è sempre un calcolo, anche se non è consapevole, appunto perché non ne accoglie la responsabilità, un calcolo assolutamente preciso, si muove con una determinazione, con una precisione formidabile, degna della migliore logica. Non pongo una distinzione tra la ragione e l’emozione. In ogni caso non si tratta di controllare tutto quanto ma semplicemente di sapere, di tenere conto di ciò che non può non essere, innanzitutto di quella struttura che mi consente di considerare, per esempio, la differenza tra la ragione e la fede, tra la razionalità e l’emozione. Occorre tenere conto che senza questa struttura questa differenza non ci sarebbe mai stata, neanche la ragione potrebbe esistere, neanche l’emozione sarebbe mai esistita. Ora, se la condizione perché tutto questo esista è il linguaggio, questo ha delle conseguenze oppure no? Se sì quali? Visto che siamo vincolati a un sistema, che è quello che ci consente di esistere, questo sistema ci vincola anche nelle nostre conclusioni, in ciò che noi crediamo, che pensiamo, che crediamo essere la realtà. Visto che è il linguaggio che lo costruisce c’è l’eventualità che ci siano delle implicazioni notevoli a questo fatto. Bisogna sempre tenere conto di qual è la condizione necessaria perché una qualunque cosa possa essere pensata e quindi, di conseguenza, valutata, considerata, accolta, rifiutata, tutta una serie di cose che si possono fare. La condizione qual è perché io possa pensare? Che esista una struttura che mi consenta di farlo. È una questione sulla quale generalmente non si riflette molto ed è curioso visto che è la condizione dell’esistenza di qualunque cosa, è bizzarro se ci si pensa bene.

Intervento: …

Non è che si soffre pesando troppo, è che il pensiero viene utilizzato come può, cioè il linguaggio viene utilizzato per costruire questo tipo di proposizioni ma che sia questo o un altro che differenza fa?

Intervento: …cos’ha di differente una persona da una non gelosa?

Niente, fa giochi diversi. Che differenza c’è tra uno che gioca a scacchi e uno che gioca a poker? Non so, sono solamente giochi diversi, non è che uno sia meglio dell’altro, poi a uno può piacere più l’uno che l’altro, però sono giochi. Se uno ama fare questo gioco, che si chiama gelosia, va bene, è un gioco che ha le sue regole, ovviamente, cui ci si attiene con grande scrupolo perché per potere giocare quel gioco, come qualunque altro gioco, occorrono delle regole, senza regole non si gioca. Pertanto, non è che abbia in più o in meno, fanno giochi diversi. Certo, questo gioco può avere degli effetti, ovviamente, questo è un altro discorso.

Intervento: …

Se e quando ciascuno di voi sarà in condizione di praticare tutto ciò che andiamo dicendo e non potrà non farlo, allora nessuno di voi sarà più governabile da nessuno, e in nessun modo.

 

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