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Torino, 26 febbraio 2009

 

BIBLIOTECA CIVICA DIETRIC BONHOEFFER

 

APPUNTAMENTI CON LA PSICANALISI

La sovversione della psicanalisi: l'irrinunciabile sogno di Freud

 

 

sandro e eleonora Degasperi

 

Dialogo tra uno psicanalista e sua figlia

 

Intervento di Eleonora Degasperi

 

Quando si tratta di educare un figlio o una figlia si sa che questa non è una cosa facile. Ci si deve mettere in gioco fino all’ultimo perché si ha a che fare con una persona che crescerà per tutta la vita attraverso quegli insegnamenti che la condizioneranno nelle sue scelte e in tutte le sue opinioni.

E mi sono chiesta in cosa consistessero gli insegnamenti dei miei genitori, quali fossero stati i presupposti di una onesta educazione, quali fossero i criteri secondo cui una educazione potesse essere buona o fallimentare.

Non è stata cosa facile. Quando si tratta di riassumere in pochi concetti tutto il corso della propria esistenza facilmente si possono elencare quelli più comuni, quelli, che per lo meno la maggior parte di persone, ritiene fondamentali, per giudicare positivo o negativo una certo modo di vivere. Essere educati al bene, a credere nella famiglia, nell’amicizia, nel rispetto, essere educati alle proprie responsabilità, all’amore… Insomma, essere educati secondo quei valori che si rispecchiano nella nostra società, a quei valori che fanno di una persona una brava persona, giusta e dignitosa. Quello che si è sempre ritenuto essere il buon cittadino ideale. Ma come si crea un cittadino ideale? C’è mai riuscito qualcuno? Secondo quali regole e criteri un figlio si può educare bene e ritenere di averlo istruito in modo soddisfacente? Quali sono le basi, i fondamenti su cui l’educazione famigliare si fonda e, soprattutto, quali sono quelle che ho colto io nel lavoro di mio padre? Sono tutte domande che, se si va al di là dei luoghi comuni, non sono semplici da rispondere. Chissà quanti se le sono anche solo fatte...

Educare, significa condurre. E quello che si cerca di fare da genitori di solito, è condurre il figlio, istruirlo e indirizzarsi verso le scelte migliori. Quello che sarà insegnato saranno i nostri ideali, le nostre convinzioni, i nostri modi di vivere, quindi come si deve vivere.

Ogni cosa che i figli imparano dai genitori, la ritengono giusta, perché gliel’ha insegnata il genitore e perché anche questo la ritiene tale. Anzi sono proprio i genitori che ti insegnano che una cosa è giusta o sbagliata, che è giusto credere in certe cose, che la vita dev’essere vissuta in quel modo. Sono le nostre convinzioni che muovono la logica dell’educazione; educhiamo perché siamo convinti che quello che sappiamo e che insegneremo sia vero e conforme al bene e al giusto.

Ma quello che ho imparato da mio padre, non è sicuramente una vita superstiziosa. Un padre psicanalista, non insegna concetti, valori o credo. Quello che sicuramente riesce a cogliere un figlio da un padre psicanalista è la capacità di mettere in dubbio quello che ti viene insegnato, a non cogliere come verità incrollabile le credenze collettive e le notizie, da quelle dei telegiornali a quelle di vita quotidiana. Sviluppi, anche grazie ad una continua osservazione del comportamento del padre, una capacità di riflessione critica tale, che, se accolta in tutte le sue sfumature e potenzialità, porta all’abbattimento di quel muro che separa l’adeguamento di un tuo pensiero ad un giudizio condiviso da molti dall’indipendenza di una propria riflessione sull’analisi di un determinato fenomeno. Il che ti fa apprezzare il ragionamento stesso, che, applicato a casi quotidiani più vari, può rivelarsi produttivo di idee e considerazioni indipendenti dai criteri di valutazione più comuni e inefficaci.

I giudizi vengono stabiliti su criteri di bene e male, su principi morali. L’educazione è morale per definizione e la moralità è costruita sulla base di valutazioni che corrisponderanno al vero e unico modo possibile di pensare. La condivisione di alcuni criteri di giudizio, di pensieri, di valori, di credenze, fa sembrare che questi si siano formati naturalmente, che sia naturale che un uomo debba possedere quelle doti.

Stando così il lavoro del genitore si ridurrebbe veramente a poco. Ti insegna così perché è giusto così e tu non devi fare altro che ubbidire e poi accogliere come vero quello che ti è stato detto. Il beneficio del dubbio viene taciuta dalla forza della tradizione e dalla ingenuità della credenza.

Lo psicanalista non ha solo questo modo univoco di insegnare e di stabilire il rapporto padre – figlia. Oltre che ad educare il figlio nella vita pratica, lo educherà anche intellettualmente. Cosa significa? Che non inculcherà tutti quei precetti ideali giustificandoli semplicemente come giusti e veri, ma ti insegnerà a mettere in gioco quello che è la moralità così come è comunemente vista, a mettere in gioco quelli che sono ritenuti i valori superiori e le opinioni migliori. Questo perché lui stesso si è trovato ad analizzare criticamente quello che aveva imparato fin da piccolo, e a mettere in discussione ciò che si ritiene vero. E qui c’è un elemento fondamentale che differenzia l’educazione più comune da quella incondizionata: l’assenza di moralità, quindi assenza del giudizio.

Il rapporto tra padre e figlio non si riduce più al semplice educare per vivere rettamente, ma si estenderà al discorso e all’ascolto del discorso. Il discorso tra me e mio padre è sempre andato avanti senza che uno dei due si bloccasse, quindi senza interromperlo. Perché? Perché ho capito che in quello che mi aveva sempre detto lui, non c’era mai stata la pretesa di giudicare o di governare il discorso. Ognuno ha sempre avuto lo spazio di dire e di pensare la sua; capisce e ascolta senza pregiudicare, perché il suo obiettivo non è creare un mio progetto di vita secondo sue regole. Quello che spesso sbagliano i genitori è appunto il governare le scelte del figlio, pretendere un stile di vita più consono a quello di tutto il resto della famiglia o più coerente alle aspettative di questa. E l’importanza che ha per uno psicanalista il discorso e l’ascolto del discorso nel lavoro di analisi inevitabilmente l’avrà anche nell’educazione.

Il continuo dialogo tra lo psicanalista e sua figlia consente di instaurare un rapporto che punta alla sfera intellettuale; soprattutto permette di prendere in considerazione molti argomenti su cui fare riflessioni, considerazioni che non li limitano solo a giudicare secondo luoghi comuni o secondo dettami adottati dall'uso comune. Sono riflessioni che intendono cogliere il lato arbitrario del giudizio. L’ascolto che impone l’analisi di un discorso non prende mai come metro di giudizio la convenzione o la tradizione, ma cerca il motivo e la spiegazione di quello che è comunemente accettato o detto. Un padre psicanalista ti insegna anche a questo. A farti domande.

Insegna a chiedersi il perché di tante cose, a non credere a tutti quei concetti e tutte quelle opinioni che ti vengono vendute per vere. Diciamo, che insegna a pensare.

È un modo di pensare che coglie il suo lato vantaggioso. Il vantaggio del pensiero lo si coglie nella sua riflessione critica svuotata di tutte le sue considerazioni etiche.

Vengono abbattute quelle barriere che ostacolano la riflessione disinteressata, secondo una logica che prevede l’insegnamento di strumenti linguistici che insegnano a pensare in modo non ingenuo. L’educazione dello psicanalista punta al come pensare, non al che cosa pensare, all’acquisizione della maggior parte degli strumenti linguistici che consentono l’ascolto del proprio pensiero. Il fatto che molta gente pensi ingenuamente non è dato da una mancanza d’intelligenza, ma dalla mancanza di quello spirito critico che riflette su quello che giornalmente viene divulgato. Le stesse notizie dei telegiornali, fonte principale di notizie la cui massa di ascoltatori prende tutto per vero, o quasi, sono da sentire e prendere con le pinze. Tant’è che quando ascolti alla tv ogni giorno le stesse notizie, inizi a pensare che forse c’è dietro un modo di fare televisione non troppo disinteressato. Ed è proprio questo voler sempre cercare di omologare le opinioni di tutti che deve fare pensare. La forza di un’opinione si basa sulla condivisone totale della stessa da parte di tutta la società. E la difficoltà nel mettere in dubbio quello che ti diffondono le autorità sta proprio nel timore di andare  contro corrente. Dire qualcosa che sia lontano dal senso comune mette in una situazione di svantaggio, perché non lo pensano anche gli altri.

Ovviamente anche se si cresce in una famiglia in un cui c’è una buona influenza della psicanalisi, questo non vuol dire che i figli crescano come degli eroi o degli automi che non credono neanche che il cielo sia azzurro. Un padre o una madre hanno sempre dei limiti nel loro insegnamento, proprio perché il figlio fin da piccolo verrà educato anche da altre persone e altre istituzioni, inizierà a conoscere altre persone oltre la sfera familiare, e necessariamente apprenderà come naturali e veritiere tutte quelle concezioni di vita, tutte quelle credenze e quei valori fondamentali, che proprio l’analisi mette in discussione.

Un padre psicanalista, piuttosto che psicanalizzare o educare all’analisi il figlio, offre e fa conoscere l'occasione della psicoanalisi. Il compito del figlio, tra virgolette, è quello di cogliere o rifiutare quell’opportunità che permette di approfondire i lati più intimi del proprio discorso e del proprio pensiero. Che supera quell’autoanalisi che tutti si ostinano a fare da soli. Quella non serve a niente. Giudichiamo, valutiamo e concludiamo sulle cose più disparate, attraverso sempre gli stessi mezzi: attraverso i nostri credo, le nostre fantasie più radicate, i nostri valori, le nostre considerazioni su esperienze passate, a loro volta fatte sul altre valutazioni che non sono state messe in discussione. La psicanalisi insegna a mettere in gioco e in discussione quegli stessi elementi che servono per valutare altre questioni più superficiali.

È l’occasione per mettere fine ai problemi e per capire da dove questi arrivano.

L’esperienza che sto facendo io dell’analisi è ed è sempre stata risolutiva, per me. Mi ha fatto capire come funzionassero i miei pensieri, le mie fantasie, le mie paure, mi ha permesso di conoscermi meglio.

È un vantaggio sapere perché si pensa in quel modo, perché permette anche di avere una sottospecie di controllo su quello che si viene considerato e pensato. È importante anche accogliere la responsabilità di quello che si pensa e di quello che si crede, la responsabilità di quello che viene deciso e delle proprie conclusioni. È un modo per non evitare il problema e per non addossare colpe ad altri. Responsabilizzare il proprio discorso è conveniente, perché, piuttosto che scartare il problema per poi far sì che questo si ripresenti, si accolgono le proprie fantasie, le si elabora e le si rende più piacevoli, di modo che una certa idea, non diventi neanche più una persecuzione.

Riflettere su quello che accade nella propria vita, significa riflettere su come si muove il mio discorso. Pensare che gli inconvenienti della vita siano opera di cattiveria o scorrettezza degli altri o siano conseguenza di un destino rovinoso, non risolve proprio nulla. Anzi, continuano ad accumularsi problemi, idee scomode e sconvenienti, svantaggi, cose che non vanno come si vorrebbe. Cogliere la responsabilità del proprio pensiero è indispensabile per capire che si deve intervenire su se stessi e su cosa si deve intervenire, per evitare di staticizzarsi sulle stesse cose. Capire che spesso si è i soli artefici dei nostri mali e delle nostre angosce e che una buona parte del problema, se non tutto, è stato posto dal mio stesso discorso, cioè da me, è l’unico modo per risolvere difficoltà e preoccupazioni.

L’analisi delle proprie fantasie, dei propri pensieri, comporta il mettere sempre in gioco le stesse basi su cui queste si sono create. Non è una cosa facile, perché ci si trova a mettere in crisi la maggior parte di quello in cui si crede; ma se si pensa che è proprio quello in cui si crede che crea la maggior parte di problemi, non dovrebbe essere neanche più così impressionante l’idea di eliminare questi dati. Crede in un Dio, come crede nell’amore eterno, come credere nei valori, come l’onore, il potere, o come l’umiltà e la benevolenza, porta inevitabilmente a danni e contraddizioni: crede in un Dio, qualunque sia esso, ha portato e porta tutt’ora alle guerre, le guerre sante, una volta venivano pure giustificate come volere di Dio; credere nell’amore eterno può portare, fortunatamente non sempre, a reazioni pericolose quando si ha una delusione: molti uccidono o si uccidono per una pena d’amore; molti hanno ucciso o si sono uccisi per l’onore o per il potere… l’umiltà e la benevolenza sono si valori ma entrano necessariamente in contraddizione con gli scopi che si prefiggono, per esempio, per arrivare al potere: la chiesa, che tanto predica umiltà e carità, è nata grazie a compromessi e sacrifici di persone che credevano fermamente nei valori che divulgava. Ma questi sono solo pochissimi esempi; ritornando al discorso della responsabilità, dicevo, è importante cogliere l’arbitrarietà di quello che si pensa vero e naturale, e che la necessità di una conseguenza non è altro che una propria decisione. È la consapevolezza di essere stato io a scegliere quella determinata conclusione, di aver accettato certi passaggi e di averne scartati altri; nessuno mi obbliga a pensare in quel modo, ma sono io che lo accetto come vero, senza neanche metterlo in gioco chiedendomi la sua necessità o la sua contingenza.