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ALICE, LA RELIGIONE, LE MERAVIGLIE

 

Tuttavia, l'uovo non fece che diventare sempre più grande e sempre più grosso e assumere un aspetto sempre più umano: era ormai giunta a pochi metri di distanza, quando Alice si accorse che aveva occhi, naso e bocca; e quando gli fu del tutto vicina, vide chiaramente che si trattava di Humpty Dumpty in persona. - Non può essere altro che lui - disse fra sé e sé. - Ne sono sicurissima, come se avesse il nome scritto tutt'intorno alla faccia -.

Ce l'avrebbero potuto scrivere facilmente almeno un centinaio di volte, su quell'enorme faccione. Humpty Dumpty se ne stava seduto, con le gambe incrociate come un turco, sopra un muretto piuttosto alto - così stretto che Alice non capiva come facesse a stare in equilibrio - e poiché lui teneva lo sguardo fisso da un'altra parte e non la guardava per niente, pensò che tutto sommato, forse non era altro che un fantoccio imbottito.

- È preciso identico a un uovo, per davvero! - disse a voce alta, mentre stava pronta con le mani ad afferrarlo, poiché si aspettava da un momento all'altro di vederlo cadere.

- È una vera provocazione - disse Humpty Dumpty dopo un lungo silenzio e senza guardare in direzione di Alice, - sentirsi dare dell'uovo - veramente -

- Ho detto che sembra un uovo, signore - spiegò Alice gentilmente.

- E certe uova sono molto belle - aggiunse, sperando di riuscir a far passare la sua osservazione per un complimento.

- Certa gente - ribatté Humpty Dumpty, continuando a guardare dall'altra parte, - non ha più giudizio di un neonato!

-Alice non sapeva cosa replicare: non si trattava di un dialogo vero e proprio, pensò, perché lui non parlava mai direttamente con lei; in effetti, quell'ultima osservazione sembrava che l'avesse fatta a un albero -allora se ne stette ferma e cominciò a recitare quietamente fra sé:

Humpty Dumpty sul muro era seduto

Humpty Dumpty dal muro era caduto.

Con tutti i suoi cavalli

e con tutti i suoi fanti

nemmeno il Re poté

rimettere Humpty Dumpty su quel muro ove era seduto.

- L'ultimo verso è troppo lungo - aggiunse, quasi parlando a voce alta, dimenticandosi che Humpty Dumpty poteva sentirla.

- Non startene lì in piedi a parlare da sola - disse Humpty Dumpty guardandola per la prima volta, - ma dimmi piuttosto il tuo nome e cosa ci fai qui -.

- Il mio nome è Alice, ma -

- Che nome stupido! - la interruppe Humpty Dumpty spazientito.

- Che cosa significa? -

- Un nome deve avere significato? - Chiese Alice dubbiosa.

- Certamente - rispose Humpty Dumpty con una risatina; - il mio nome significa la forma che ho - una gran bella forma, - tra l'altro. Con un nome come il tuo, potresti avere grosso modo qualsiasi forma -.

- Perché se ne sta seduto qui fuori tutto solo? - Domandò Alice, che non voleva mettersi a litigare.

- Bé, ma perché qui non c'è nessuno! - Esclamò Humpty Dumpty.

- Credevi che non sapessi rispondere a una domanda come questa? Provane un'altra -

- Non crede che sarebbe più sicuro per terra? - Continuò Alice, non certo con l'intenzione di proporre un indovinello, ma solo perché era sinceramente in ansia per quella strana creatura.

- Quel muro è tanto stretto! -

- Che indovinelli tremendamente facili fai tu! - Brontolò Humpty Dumpty. - Non credo proprio che sarei più sicuro per terra! Ah, se dovesse mai capitarmi di cadere - il che è assolutamente improbabile - ma se dovesse capitarmi - E qui si corrucciò, increspando le labbra con un'espressione così solenne e grave che Alice si trattenne a fatica dal ridere. - Se mi capitasse di cadere - soggiunse - il Re mi ha promesso - ah, puoi impallidire finché ti pare! Non te l'aspettavi, eh? Il Re mi ha promesso - lui in persona - di - di -

- Di mandare tutti i suoi cavalli e tutti i suoi fanti - Lo interruppe Alice, piuttosto avventatamente.

- Questo è troppo, vivaddio! - Esclamò Humpty Dumpty in un improvviso scoppio di collera. - Hai origliato alle porte - dietro gli alberi - dentro i camini - altrimenti non l'avresti mai saputo! -

- Non è vero, glielo assicuro! - Rispose Alice molto garbatamente.

- L'ho trovato su un libro -.

- Ah, beh! Sui libri scrivono di queste cose - Disse Humpty Dumpty con un tono più pacato. - La chiamate storia d'Inghilterra, già. Allora, guardami bene! Io sono uno che ha parlato con un Re; un altro come me magari non l'incontri più; e per dimostrarti che non pecco d'orgoglio, ti concedo di stringermi la mano! - E fece un largo sorriso, che gli andava da un orecchio all'altro, mentre si chinava in avanti (stava quasi per cadere) e porgeva la mano ad Alice. Lei lo guardò piuttosto preoccupata, mentre contraccambiava. - Gli basterebbe fare un sorriso un tantino più largo e gli angoli della bocca finirebbero per incontrarsi dietro la testa - pensò, - ma a quel punto non saprei che cosa ne sarebbe della sua testa! Ho paura che finirebbe per perderla! -

- Si, tutti i suoi cavalli e tutti i suoi fanti - aggiunse Humpty Dumpty -. - Mi rimetterebbero in piedi in un attimo, certo! Comunque, questa conversazione sta andando a un ritmo troppo veloce: torniamo indietro alla penultima osservazione -.

- Purtroppo non me la ricordo più - rispose Alice con molto garbo.

- In tal caso, ricominciamo da capo - disse Humpty Dumpty.

- Adesso tocca a me introdurre un argomento - (Ma parla come se fosse un gioco! - pensò Alice). - Eccoti pronta una domanda. Quanti anni hai detto che avevi? -

Alice fece un rapido calcolo e disse: - Sette anni e sei mesi -.

- Sbagliato! - Gridò Humpty Dumpty, trionfante. - Non me l'avevi mai detto! -

- Credevo che lei intendesse "Quanti anni hai?" - Spiegò Alice.

- Se avessi inteso dire quello, avrei detto quello - disse Humpty Dumpty.

Alice non aveva voglia di incominciare un altro litigio, e non disse niente.

- Sette anni e sei mesi! - ripeté Humpty Dumpty, cogitabondo.

- Un'età molto scomoda. Guarda, se tu ti fossi rivolta a me per un consiglio ti avrei detto "A sette, lascia perdere" - ma ormai è troppo tardi -.

- Non chiedo mai consigli su come si fa a crescere - rispose Alice indignata.

- Troppo orgogliosa? - volle sapere l'altro.

A questa insinuazione, Alice si indignò ancora di più.

- Intendo dire - spiegò, - che non si può fare a meno di crescere.

- Da soli forse non si può - disse Humpty Dumpty; - ma in due, si. Se qualcuno ti dava una mano avresti potuto smettere a sette anni-

- Che bella cintura avete! - osservò improvvisamente Alice.

(L'argomento dell'età era esaurito, secondo Alice, e se davvero dovevano scegliere a turno l'argomento della conversazione, adesso toccava a lei). - O forse - si corresse, ripensandoci, - è una bella cravatta - ma no, è una cintura - oh, mi scusi, la prego! -Aggiunse, desolata, perché Humpty Dumpty aveva assunto un'aria terribilmente offesa, e lei cominciò a pentirsi di aver scelto quell'argomento.- Se soltanto sapessi - pensò fra sé e sé, - dove finisce il collo e dove comincia il petto! -

Humpty Dumpty era visibilmente furioso, anche se non disse una parola per un minuto o due. Quando finalmente riprese a parlare, gli uscì un cupo brontolio.

- È una - provocazione - vera e propria - disse infine, - non saper distinguere una cravatta da una cintura! - So che è molto stupido da parte mia - disse Alice, con un tono così umile che Humpty Dumpty si raddolcì.

- È una cravatta, cara, una bella cravatta, come hai detto tu.

È un regalo, e della regina Bianchi. Ecco! -

- Davvero? - Fece Alice, assai contenta di aver scelto l'argomento giusto, dopo tutto.

- Me la diedero - continuò Humpty Dumpty cogitabondo mentre accavallava una gamba sull'altra e con le dita intrecciate stringeva il ginocchio fra le mani, - me la diedero come regalo di non compleanno -

- Come, scusi? - fece Alice con un'aria perplessa.

- Non sono offeso - replicò Humpty Dumpty.

- Voglio dire, che cos'è un regalo di non compleanno? -

- Un regalo che non viene dato il giorno del compleanno, evidentemente -.

Alice ci pensò sopra. - Preferisco i regali di compleanno - disse infine.

- Non sai di cosa stai parlando! - Esclamò Humpty Dumpty.

- Quanti giorni ci sono in un anno? -

- Trecentosessantacinque - rispose Alice.

- Quanti compleanni hai? -

- Uno -

- E se fai trecentosessantacinque meno uno, cosa resta? -

- Trecentosessanta quattro, naturalmente -

Humpty Dumpty aveva un'aria dubbiosa. - Voglio vederlo scritto nero su bianco - disse.

Alice non poté fare a meno di sorridere, mentre estraeva la sua agenda per gli appunti e scriveva la sottrazione per lui:

365-1 = 364

Humpty Dumpty prese l'agenda e la guardò con grande attenzione.

- Mi sembra giusta - Cominciò.

- Ma la tiene capovolta! - lo interruppe Alice.

- Hai proprio ragione! - esclamò Humpty Dumpty allegramente, mentre Alice gliela raddrizzava. - C'era qualcosa di strano. Come ti ho detto, mi sembrava che fosse giusta - anche se in questo momento non ho il tempo di controllarla a dovere - e questo dimostra che ci sono trecentosessanta quattro giorni nei quali puoi avere un regalo di non compleanno -

- Certamente - disse Alice.

- E soltanto un giorno per i regali di compleanno, hai capito? Hai di che gloriarti! -

- Non capisco di che cosa devo gloriarmi - disse Alice

Humpty Dumpty sorrise con aria di superiorità.- È naturale che tu non lo sappia...finché non te lo dico io. Intendevo dire - eccoti un bell'argomento decisivo. - Ma "gloria" non significa un bell'argomento decisivo, - obiettò Alice. - Quando io uso una parola, - disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, - essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi...né più né meno. - Qui sta il problema, - disse Alice - se voi potete fare si che le parole significhino cose differenti. - Il problema è, - disse Humpty Dumpty, - chi deve essere il padrone...ecco tutto. Alice era troppo perplessa per parlare, così dopo un minuto Humpty Dumpty ricominciò. - Alcune di loro hanno un carattere...soprattutto i verbi, che sono i più superbi...con gli aggettivi puoi fare ciò che vuoi, ma non con i verbi...comunque, io so comandarle tutte! Impenetrabilità! Ecco cosa intendo io!

- Vorreste spiegarmi, per favore - disse Alice, - che cosa significa - ora parli da bambina ragionevole, - disse Humpty Dumpty con aria molto soddisfatta. - Con "impenetrabilità" io intendevo dire che di quel soggetto ne abbiamo abbastanza e tanto varrebbe che tu dicessi che cosa vuoi fare dopo, poiché suppongo che tu non intenda fermarti qui per tutto il resto della vita.

- Una parola può avere tanti significati, disse Alice in tono assorto. - Quando faccio fare a una parola un simile lavoro - disse Humpty Dumpty, la pago sempre sempre di più. - Oh disse Alice! Troppo sbalordita per fare una qualunque osservazione. - A, dovresti vederle quando mi vengono incontro il sabato sera, - continuò Humpty Dumpty, scuotendo gravemente la testa, - per ritirare la paga. (Alice non osò chiedere con che cosa le pagava, e quindi io non lo posso dire a voi). - Sembra che siate molto esperto, signore - disse Alice. - Vorreste gentilmente spiegarmi il significato della poesia "Jabberwocky"? - Sentiamola, - disse Humpty Dumpty. - So spiegare tute le poesie che siano mai state inventate...e molte di quelle che non sono ancora state inventate. Questo dava delle speranze ad Alice che recitò i primi versi:

 

Era rombo ed i fangagili chiotti

Girascavano e succhiellavano i pratiali:

Tutti erano infoli i cenciopi,

E lo spirdito primaticcio murpissi.

 

- Questo basta per incominciare - la interruppe Humpty Dumpty - ci sono molte parole difficili. Rombo significa le quattro del pomeriggio, quando comincia a rosolare la cena. - Lo so fare molto bene, disse Alice: - e fangagili? - beh, fangagili vuol dire fangosi e agili. Agili qui ha lo stesso significato di attivi. Vedi, è come un attaccapanni...ci sono due significati appesi alla stessa parola.

- Ora è chiaro, - disse Alice pensosa: - e che cosa sono i chiotti?

- I chiotti sono un po' come i tassi...ma assomigliano alle lucertole...e hanno qualcosa in comune con i cavatappi. - Devono avere un aspetto assai bizzarro. - Sono bizzarri si, - disse Humpty Dumpty. - Fanno addirittura i loro nidi sotto le meridiane...si nutrono di formaggio. - E cosa vuol dire girascavano e succhiellavano? - Girascare significa girare continuamente, come un giroscopio. Succhiellare significa fare dei buchi come un succhiello. - Il pratiale è il prato artificiale intono a una meridiana, non è vero? Chiese Alice, sorpresa lei stessa della sua ingegnosità. - Naturalmente. Si chiama pratiale, come ben sai, perché si trova sia davanti che dietro la meridiana. - Ed inoltre anche ai lati per un ampio tratto, - aggiunse Alice. - Proprio così. Poi abbiamo infoli che significa frivoli e infelici (ecco un altro attaccapanni per te). Un cenciope è un uccellino male in arnese con le piume arruffate...qualcosa come un piumino vivente. - E gli spirditi primaticci? - Chiese Alice. - Ho paura di farvi troppe domande. - Beh, un primaticcio è una specie di maiale verde: ma spirdito non lo saprei definire con sicurezza. Penso che sia un'abbreviazione di sperduti spiriti...volendo sottintendere che hanno perduto la strada, sai. - E che cosa significa murpissi? - Vediamo...murpissare è qualcosa che sta tra il mugghiare e il fischiare, con una specie di starnuto nel mezzo, tuttavia non preoccuparti, forse avrai occasione di sentirlo laggiù nel bosco...e quando l'avrai udito sarai molto soddisfatta. Ma chi ti ha insegnato questa roba così difficile? - L'ho letta in un libro, - disse Alice. - Ma mi sono state recitate anche poesie molto più facili di questa, da Tweedledee, credo.

Quanto a poesie, sai, - disse Humpty Dumpty, tenendo una delle sue grosse mani, - io le so recitare esattamente come gli altri, se si presenta l'occasione...

- Oh, ma non è il caso! - Alice disse in fretta sperando di fermarlo.

- Il pezzo che sto per recitare, - egli proseguì, ignorando l'interruzione, - fu scritto interamente per divertirti.

Alice sentì che in tal caso doveva davvero ascoltarlo; perciò si sedette e disse   in tono piuttosto mesto.

[...]

Ci fu una lunga pausa.

- È finita? - Alice chiese tranquillamente.

- È finita, - Disse Humpty Dumpty. - Addio.

Il commiato fu piuttosto brusco, pensò Alice: ma dopo una così evidente allusione al fatto che se ne doveva andare, ella sentì che non sarebbe stato educato rimanere. Perciò gli porse la mano.

- Arrivederci, al prossimo incontro! - disse il più allegramente possibile.

- Non ti riconoscerei, se ci incontrassimo ancora, - Humpty Dumpty rispose in tono scontento, porgendole un dito da stringere; - sei così esattamente uguale alle altre persone.

- Generalmente, è dalla faccia che ci si riconosce, - notò Alice pensosa.

- È proprio ciò di cui mi lamento, - disse Humpty Dumpty. - La tua faccia è come quella che hanno tutti...due occhi qui...-(segnandoli nell'aria col pollice) - il naso nel centro e sotto la bocca. Sempre la stessa. Ora, se tu avessi gli occhi tutti e due dalla stessa parte del naso, per esempio...o la bocca in alto...questo aiuterebbe un po' a farti riconoscere.

- Ma non starebbe bene a vedersi, - obiettò Alice. Ma Humpty Dumpty si limitò a chiudere gli occhi e a dire, - Aspetta di aver provato.

Alice attese qualche minuto per vedere se parlava ancora, ma visto che non apriva più gli occhi e non le prestava più attenzione, disse   ancora una volta e, non ricevendo risposta, si allontanò lentamente: ma non poté fare a meno di dirsi mentre se ne andava. "Di tutta la gente deludente..." (lo ripeté ad alta voce, perché le procurava una grande soddisfazione dire una parola così lunga) - di tutte le persone deludenti che io abbia mai incontrato...- Ma non finì mai la frase, perché in quel momento un enorme fragore fece tremare la foresta da un capo all'altro.

 

Lewis Carroll, Dietro lo specchio, Garzanti 1975

 

È curioso questo racconto di Lewis Carroll, che diventò più famoso come scrittore che come logico matematico. Si tratta, in ciò che abbiamo letto, di non sensi, di non sensi prodotti dall'uso assolutamente rigoroso, direi quasi psicotico delle parole. Se ciascuno effettivamente usasse le parole in un modo così rigoroso, preciso e rigido, non potrebbe parlare con nessuno molto probabilmente, il fatto che invece questo possa avvenire ha a che fare con questo, che le parole propriamente non hanno significato, o più propriamente ancora, che di ciascuna parola non è possibile stabilire un significato in modo definitivo. Una parola portamantello diceva Humpty Dumpty, una parola a cui si possono attaccare tanti significati, ciascun significato a sua volta è un'altra parola a cui si possono attaccare tanti significati e così via. Ma, dicevamo, che questa è l'occasione perché il linguaggio, così come esiste, possa darsi, possa prodursi. Intendo dire questo, che se a ciascun significante potesse corrispondere un solo significato, ciascuna conversazione non avrebbe altra forma che quella di una trasmissione di informazioni, sempre la stessa e sempre allo stesso modo, grosso modo come fa un calcolatore, ma si esaurirebbe molto rapidamente, esaurirebbe da sé tutta la gamma dei significati. Evidentemente sarebbe impedita anche la produzione di altri significati, perché può darsi un significato nuovo laddove c'è la possibilità che si produca, se questa possibilità non c'è non si produce, e quindi il linguaggio sarebbe una pura e semplice nomenclatura. Come per altro alcuni hanno immaginato che sia, ma sarebbe una posizione paradossale se il linguaggio fosse questo, il linguaggio non esisterebbe né sarebbe mai possibile utilizzarlo, e forse non sarebbe mai esistito. Allora cosa dice qui Carroll? Fa il verso, in un certo senso, al linguaggio, mostra come sarebbe se effettivamente ciascun significante avesse un solo e unico significato. Come sapete, molti significanti cambiano significato a seconda del contesto, dell'uso che ne viene fatto. Wittgenstein giunse a dire che è soltanto l'uso a stabilire il significato, e che il significato è l'uso. Senza mezzi termini. La questione che si pone è questa, Lewis Carroll la affronta così, in modo molto umoristico, ma se è portata alle estreme conseguenze, cessa di essere umoristica e può allarmare, mostrando l'assenza della possibilità di arrestare una sorta di...gli antichi lo chiamavano tropo del diallele, di rinvio all'infinito. Provate a pensare a un qualunque termine che trovate sul dizionario e domandatevi qual è il significato, il dizionario chiaramente risponderà fornendo il significato di una certa parola, ma voi dovete già sapere qual è il significato delle altre parole a cui vi rinvia, e se non lo sapeste? Come si fa a imparare il linguaggio? Non così, evidentemente, perché se no non basterebbero millenni per imparare le nozioni più elementari, nel senso che le operazioni che occorrerebbe fare ciascuna volta sarebbero di in numero talmente elevato che effettivamente non ci sarebbe nessuna possibilità di apprensione del linguaggio. Eppure sembra che lo si apprenda, almeno così si è soliti dire, talvolta avendo le idee poco chiare su cosa si debba intendere con apprendere, con intendimento, c'è una sorta di confusione, il più delle volte si considera che se lo uso allora l'ho appreso, è una sorta di inferenza, se lo sto usando vuol dire che l'ho imparato. Potrebbe non essere così automatica questa implicazione. Che cosa vuole dire una parola, chiede Alice, Humpty Dumpty come avete sentito risponde: io stabilisco ciò che vuole dire. Ma può fare una cosa del genere, o sta già formulando un paradosso? Sta già formulando un paradosso evidentemente, perché per rispondere alla domanda di Alice è costretto a utilizzare significanti che "hanno" un significato, cioè, per esempio, nella proposizione che afferma: io stabilisco il significato, ciascuno degli elementi che compongono questa proposizione occorre che sia provvisto di significato per potere trasmettere questa informazione che afferma che io stabilisco un significato. E dunque afferma una cosa paradossale, non può stabilire i significati, non può farlo perché se lo facesse allora non potrebbe nemmeno formulare quella proposizione, avendo quella proposizione un senso, dal momento che qualunque cosa che Humpty Dumpty affermi non avere nessun significato, deve ricondurla, perché questa formulazione abbia un significato, ad altri elementi che hanno un significato, altrimenti neppure per lui avrebbero significato e quindi non saprebbe che cosa farsene. Quali sono le meraviglie del linguaggio? Una di queste è quella per cui è possibile provare la necessità dell'apprendimento del linguaggio ed è possibile provare l'impossibilità dell'apprendimento del linguaggio. E con pari legittimità, ma allora il linguaggio lo si apprende oppure no? Ecco che allora, a questo punto, c'è l'eventualità di porsi la domanda in termini magari più interessanti, e cioè domandandosi che cosa ci si sta chiedendo effettivamente domandandosi una cosa del genere. Se questa domanda ha una risposta, allora che cos'è una risposta, a quali condizioni un qualche cosa è una risposta. È un esempio, sono le cose più banali appena per potere incominciare a riflettere sulla questione. È stata utilizzata anche dalla linguistica la nozione di parola portamantello, un termine abbastanza usuale anche in linguistica, si tratta di parole a cui possono attaccarsi vari significati, così come al portamantello si attaccano vari cappotti, ma cosa vuol dire che un significante ha molti significati? Ha un senso questa affermazione oppure no? E poi, tutti i significanti o solo alcuni? Parrebbe solo alcuni perché se li avessero tutti, molti significati, sarebbe molto difficile potere utilizzarli, dovrei stabilire ciascuna volta in quale situazione utilizzare "quel" significato e non altri, ma questa situazione già a sua volta comporta un significato, in quanto una situazione io la riconosco, cioè la posso descrivere, ne posso dire qualche cosa, dirne qualche cosa comporta già un significato. Dunque occorre necessariamente che alcuni significanti abbiano un significato, ma alcuni, diceva Lewis Carroll hanno molti significati, ma quanti, e perché? Posso sapere quanti significati ha un significante? Quelli che mi possono venire in mente. L'esempio più banale è quello del cane, il cane è sia una sorta di martelletto che picchiando sul percussore di un'arma da fuoco fa esplodere la cartuccia, sia un animale a quattro zampe, che ciascuno di voi conosce. È difficile confondersi, se voi trovate un annuncio sul giornale: ho perso il cane, do una ricompensa a chi me lo trova, difficilmente pensate a una sorta di martelletto applicato alle rivoltelle, non vi viene neanche in mente, eppure anche quello si chiama cane, anche se è un modo improprio, retoricamente è una catacresi, cioè una figura retorica che dice di un abuso, in effetti non è propriamente un cane, perché i cani esistevano prima che esistessero i cani che servono a colpire il percussore, ma si è usato questo termine per via della forma e non ce ne sono altri, così come le gambe della sedia, non ci sono altri termini per indicarle, ma non sono propriamente delle gambe, è un abuso linguistico. Dunque cane è un termine che ha due significati, ma è lo stesso significante? Potrebbe sembrare una domanda banale, però potrebbe non esserlo per un linguista il quale, quando si tratta di stabilire l'identità di qualche cosa, si trova sempre in grosse difficoltà. Cane uno, cane l'altro, posso parlare di cane anche a proposito di uno che canta in modo orrendo per esempio, quel cane che ha cantato...nessun riferimento all'opera che c'è stata l'altra sera, ecco quali strumenti ho per stabilire che è lo stesso significante che ha molti significati? Dicevo, domanda banale ma può non esserlo affatto, anche perché se non mi pongo la questione posso stabilire con assoluta certezza che sono lo stesso significante, se me lo chiedo, allora mano a mano che procedo la risposta che cerco sfugge, e più la cerco e più si allontana, anche perché occorre che sappia che cos'è un'identità oppure no? Parrebbe di si, se voglio stabilirla. Ecco allora, come potete notare, si incontra l'impossibilità dell'utilizzo del linguaggio, eppure viene utilizzato, può utilizzarsi il linguaggio? No, in nessun modo. Si utilizza il linguaggio? Si, continuamente. Entrambe le affermazioni sono ugualmente provabili, ugualmente legittime, e allora come facciamo? Come possiamo procedere in una struttura dove qualunque cosa troviamo, la utilizziamo continuamente, almeno così ci pare, ma in nessun modo possiamo provare di farlo, né averne la certezza. Come se tutto sfuggisse. Tutto sembra assolutamente solido e a portata di mano e concreto e reale fino a che, fino a che non incomincio a chiedermi se è proprio esattamente così, allora non lo è più. Sapete, citiamo spesso quella frase di Agostino, nelle Confessioni ad un certo punto dice: Finché nessuno mi chiede che cos'è il tempo, lo so perfettamente, quando qualcuno me lo chiede, non lo so più . Ecco il linguaggio è qualcosa di molto simile e diventa sempre più sfumato, sempre più arduo averci a che fare, sempre più difficile uscire dalle aporie, dai paradossi, dalle antinomie che continuamente pone innanzi. Ma questo di per sé non è certamente un grosso problema, dicevamo tempo fa, anzi non è affatto un problema, l'unico intoppo può intervenire laddove qualcuno voglia stabilire come stanno le cose, come sono le cose, e cioè le parole in definitiva. Soltanto a questa condizione trova delle difficoltà insormontabili e constata di non potere farlo in nessun modo, salvo per un atto di forza, cioè dicendo che è così perché è così, e tanto basta. Prendete il pensiero degli umani negli ultimi tremila anni, almeno di quello di cui c'è qualche traccia di un certo interesse, possiamo dividerlo in due parti fondamentali: una la metafisica, l'altra tutto il resto. Come sapete la metafisica non gode di buona fama, non gode di buona fama perché è considerata molto limitante, molto costrittiva, dice esattamente come stanno le cose, forse, ma forse no. La metafisica è stata utilizzata soprattutto dalla religione, dai padri della chiesa in poi, ed è stata probabilmente consolidata da questo pensiero, perché risolve un problema, cioè: il problema del linguaggio non ha nessuna soluzione, l'unico che ha la soluzione è dio, quindi mettetevi l'anima in pace e non crediate di potere risolvere il problema. Tutto ciò che si è opposto alla metafisica ha tentato di risolvere il problema, approdando a nulla, approdando esattamente, ciascuna volta, al punto da cui era partito. Che gli antichi, come Aristotele o Platone, ma anche altri prima di loro sapessero tutto questo è possibile, anzi è fortemente probabile (erano tutt'altro che sprovveduti) lo stesso Gorgia disse che nulla è, se qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile, se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile. E bell'e fatto, con questo ha enunciato l'impossibilità di uscire dal linguaggio, non c'è nessun modo, e quindi constata questa impossibilità, si è trattato di trovare una soluzione, ma perché mai trovare una soluzione questo è un altro discorso ancora, ma fatto sta che così si è fatto, si è trovata la soluzione al problema. Cioè che cosa dico quando dico, e cosa sono? Di cosa sono fatto? Di queste parole che continuamente dico e di cui sono fatto, propriamente. Ecco, trovare una soluzione a questo cioè trovare un elemento che, fuori dalla parola garantisse l'identità a sé della parola, è stato il tentativo non della metafisica, ma di tutto il resto, chiamiamolo così, dall'Illuminismo in poi fino all'Ermeneutica. La metafisica si sbarazza del problema, molto semplicemente, e questo per un verso la agevola in quanto non è vincolata da questa necessità di trovare ciò che non può trovare e quindi può sbizzarrirsi a enunciare difficoltà di ogni sorta. Un abile metafisico metterebbe molto facilmente in difficoltà qualunque ermeneuta, qualunque scettico, qualunque relativista. È chiaro che si trova di fronte a qualcosa che lui stesso non è in condizioni di risolvere, né può garantire la parola e quindi si appella a qualche cos'altro, ma non cerca di trovare la soluzione al linguaggio. Intendiamo con soluzione la possibilità di reperire qualcosa che attraverso il linguaggio possa provare l'identità, per esempio della parola, identità a sé. I paradossi che abbiamo formulati prima sono molto marginali, possiamo formularne anche di più potenti, come questo per esempio, se io cerco il significato di un significante, non lo troverò mai, cioè quello ultimo, quello definitivo, quello rispetto al quale io possa effettivamente fermarmi. Ma se non esistesse un significato già in ciascun elemento, io non potrei nemmeno pensare di compiere questa operazione, allora il significato c'è o non c'è? Come risolvere questo problema che posto così non ha nessuna soluzione? I paradossi per definizione non hanno soluzione, sono fatti apposta. Che cosa non ha soluzione? Il tentativo di applicare a una procedura linguistica la stessa procedura linguistica. Come dire, cercare una qualche cosa, sempre attraverso il linguaggio, che consenta di uscire dal linguaggio, perché finché un elemento è nella parola si troverà sempre preso da quella stessa difficoltà da cui voglio uscire, e quindi occorre che trovi un elemento fuori dalla parola per potere finalmente arrestare il processo e di lì, da questo elemento (non importa quanto piccolo sia ma importa che sia fermo, identico a sé) costruire qualunque cosa. In effetti, se così fosse, potrei costruire qualunque cosa, ma così non è e pertanto rimane la difficoltà di uscire da una simile posizione, da un simile pensiero, che immagina di potere uscire da questa struttura e quindi trovare almeno un elemento che sia quello che è, oppure almeno che, anche se non è possibile, che almeno questo elemento ci sia da qualche parte, in qualche modo. Ebbene questo è propriamente ciò che indico come la struttura del pensiero religioso, esattamente questo, questa idea, che da qualche parte debba esserci o possa esserci o ci sia, qualche cosa che sia fuori dalla parola e che da lì garantisca la parola e quindi il linguaggio da questa caduta, da questo precipitare, da questo inseguire se stesso all'infinito, senza sosta e soprattutto senza motivo. Curiosa la ricerca dei motivi. I motivi eventualmente ciascuno li incontra, li incontra in ciò che fa, accorgendosi che fa una cosa anziché un'altra, lì trova un motivo. Vi sarà capitato di ascoltare chissà quante volte formulazioni di questo tipo: non riesco a trovare un motivo per andare avanti, non riesco a dare un motivo alla mia esistenza. E perché mai dovrebbe averne uno? Chi ha stabilito una cosa del genere? Già qui evidentemente il motivo di cui si parla scivola con estrema rapidità in ciò che indicavo prima come discorso religioso, e cioè come l'idea che debba esserci necessariamente un qualche cosa che garantisca, per esempio, la mia esistenza dal nulla e quindi dia un motivo sufficientemente valido, sufficientemente credibile, sufficientemente verosimile, per potere fare, come se in assenza di questo tutto precipitasse nel nulla. Questo precipitare nel nulla di per sé è già nulla, non significa assolutamente niente, è soltanto l'idea che muove da una struttura che è ancora esattamente quella del discorso religioso, cioè quella che dice che le cose invece non possono precipitare nel nulla, e che precipitare nel nulla è il male, e quindi sapendo esattamente cosa si debba intendere con "precipitare nel nulla". Qualcosa di brutto, di negativo, ma è una proposizione in prima istanza, e se si tiene conto di questo già cambia aspetto. Che cosa dice una proposizione? Già, che cosa dice? Quello che voglio che dica? Si e no. Come abbiamo visto prima rispetto ad Humpty Dumpty. Ma è sicuro che questa proposizione che tutto precipita nel nulla, finché non la interrogo e la lascio lì come una parola magica, crea degli effetti, può spaventarmi, può rallegrarmi, può fare qualunque cosa ma se incomincio a interrogarla si dissolve. Si dissolve in altri infiniti rinvii, rimandi, significati, effetti di senso, e non so più effettivamente di che cosa sia di fatto questo precipitare nel nulla. È una proposizione, si, certo, a cui posso attribuire una quantità di cose, ma gliele attribuisco io, non ce l'ha di per sé, di per sé non ha niente, assolutamente niente. Ci si può meravigliare in effetti del funzionamento del linguaggio, delle parole. Vi siete mai chiesti se possa darsi qualcosa fuori dalla parola? Uno magari così, affrettatamente dice di si, e che anzi la quasi totalità delle cose sono fuori dalla parola. Si? Come lo so? Come lo sono venuto a sapere? E che cos'è questo sapere di cui dico di sapere? È qualcosa che si dice, una serie di proposizioni, stringhe di proposizioni, di significanti, gli stessi che mi consentono di chiedermi, per esempio, se possa esistere o se esista qualcosa fuori dalla parola. E se io non potessi farmi questa domanda, continuerebbe a esistere qualcosa fuori dalla parola? L'altro risponde: certo le cose esistono, che io ci sia o che io non ci sia, che lo voglia o che non lo voglia, ma "esistono" che cosa vuol dire? Vi siete mai chiesti che cosa significa esistere? Che cos’è l'esistenza? Questa è una nozione difficile da considerare, una di quelle nozioni che se si vogliono definire, ci si ritrova continuamente presi in una definizione cosiddetta circolare, cioè per definire la nozione di esistenza sono costretto a partire dal principio che qualcosa esista, perché sto facendo qualcosa e cioè definisco l'esistenza attraverso l'esistenza, come se dicessi: l'esistenza è l'esistenza. Che non mi porta molto lontano. Ma se di qualcosa non posso dire perché non c'è la parola, posso dire che esiste? No, non posso dirlo in nessun modo, quindi esiste? No, perché non c'è nessuno che possa dirlo e se nessuno può farlo allora non esiste. Letteralmente. Perché non può porsi la questione. L'esistere è un significante, tenete bene a mente questo, è un significante, e se un significante non può dirsi, non c'è. Non solo non esiste, ma non è mai esistito. Può sembrare difficile una cosa del genere a pensarsi, però riflettendoci bene effettivamente non si danno altre vie. A meno che io stabilisca che le cose esistono di per sé e tanto basta. Posso farlo ma...Wittgenstein si era posto questa questione, potete leggere per esempio il saggio Della Certezza, proprio centrato su questo aspetto, pone a modo suo molte più domande che criteri di soluzione, però talvolta è molto più difficile formulare una domanda che affrettare una risposta. Ecco, ho detto un sacco di cose molto rapidamente, però lasciamo un po' di spazio per il dibattito, se no chiacchiero solo io. Qui ci sono le trascrizioni dell'incontro di venerdì scorso, della televisione abbiamo parlato, poi ci sono qui le fotocopie di una serie di proposizioni che ho scritte l'estate scorsa, approfittando del caldo, sulla Seconda Sofistica, la questione che mi sta interrogando in questo ultimo anno, e trovate esposte in modo molto più articolato le cose che qua e là vi ho accennate questa sera. Chiaramente è molto difficile in breve tempo riassumere tutto ciò che si è pensato ultimamente, ci si limita a porre delle questioni su cui ciascuno può riflettere eventualmente, trovando lui stesso delle altre cose. Perché il piacere sta in questo, nel trovare delle altre cose, che a loro volta rinviano a altre cose e mi consentono di proseguire, di continuare a pensare, continuare a incontrare piacere tutto sommato. "LA SECONDA SOFISTICA. Proposizioni e riflessioni intorno al linguaggio alla vigilia del terzo millennio". Si perché siamo alla vigilia del terzo millennio, ecco la prima proposizione dice così: Incominciare a pensare da ciò che non posso non fare se penso, cioè incominciare dal fatto che se penso, dico. Non posso pensare fuori dalla parola, non posso formulare alcun pensiero fuori dalla parola e pertanto, fuori dalla parola non c'è alcun pensiero che possa essere pensato . Così giusto per incominciare a riflettere, poi prosegue, va avanti per un centinaio di pagine, sempre tenendo conto di un criterio, un criterio che non ha più nulla di religioso. Quale criterio? Dire unicamente ciò che non può non dirsi. Che cos'è ciò che non può non dirsi, ciò che non può negarsi, salvo negare la possibilità stessa di negare alcunché. Questo è il criterio, solo questo, quindi nessun criterio di verità o di falsità, che stanno molto al di qua di questo. Semplicemente affermare ciò che non può negarsi. Posso negare che in questo momento sto parlando? No, lo sto facendo, negandolo negherei ciò stesso che faccio e che per altro mi consente di dire che sto negando di parlare. Un criterio molto semplice. Sono giunto a questo criterio dopo averne valutati moltissimi, mi sono parsi tutti assolutamente opinabili e cioè ciascun criterio richiedeva un atto di fede, ad un certo punto avrei dovuto accoglierlo così, e perché, per una questione estetica, perché è bello, perché mi sono stufato di cercare o perché mi aggrada? Ecco ciò che ho evitato è esattamente questo, e cioè di utilizzare una struttura religiosa, cioè quella che afferma che una certa cosa è così perché è così. Perché dio lo vuole o perché io lo voglio, non è molto differente. Da qui ovviamente si tratta di partire attenendosi a questo criterio che non è semplicissimo in effetti. È forte la tentazione di tagliar corto, se voi leggete intorno alla nozione di significato, di verità tutte le cose più interessanti che sono state scritte da Antistene fino ad Heidegger e oltre, trovate sempre ad un certo punto un elemento tale per cui vi si richiede un assenso assolutamente non giustificato. Provate a rifiutare questo assenso e a vedere cosa succede, vi ritrovate la questione da cui sono partiti, esattamente al punto di partenza. Ed è questo, anche, che mi ha suggerito di riprendere, come abbiamo detto anche la volta scorsa, il gesto dei Sofisti, scostandomi in parte da quello che facevano ma accogliendone la curiosità intellettuale e sopra tutto l'impossibilità ad arrestarsi, ad attestarsi a una qualunque petizione di principio, a un qualunque credo, a una qualunque asserzione di verità, addestrandosi a provare, a dimostrare qualunque cosa e il suo contrario, in qualunque circostanza e qualunque sia la cosa. Un addestramento (chiamiamolo così, in modo un po' parodistico) di un certo interesse, perché vi trovate mano a mano, lungo questo percorso, nella più assoluta, totale e irreversibile impossibilità di credere qualunque cosa e non c'è cosa che voi stabiliate che non possiate voi stessi distruggere molto più facilmente e molto più rapidamente di chiunque altro, o dimostrarla molto più fortemente di chiunque altro, con argomenti altrettanto potenti, altrettanto inoppugnabili, la scommessa è chiaramente fare tutto ciò con il proprio discorso. È esattamente questo ciò di cui si occupa la Seconda Sofistica, cioè aggiunge, rispetto alla prima, questo elemento, seguendo il gesto di Freud anche, e non soltanto, e quindi disporsi all'ascolto del proprio discorso e metterlo in gioco nei termini che indicavo. Per cosa? Per niente. Ma magari riflettendo uno trova che non c'è, tutto sommato, nulla di più interessante da fare. Anche per gli effetti che può avere, nel sociale, come gesto politico, una persona che cessa di credere è una persona che non è più manipolabile, trattabile, persuadibile di nulla, quindi è un gesto politico in quanto fortemente sovversivo, forse il più sovversivo. Qualunque altro gesto politico vi induce, vi costringe, vi persuade a credere, non importa che cosa, ma nessuno vi impedisce di credere. Ecco, da qui potrebbe riflettersi intorno alla questione della politica, per esempio, ma di moltissime altre questioni, perché può sembrare un aspetto del tutto marginale, che può coinvolgere eventualmente solo qualche strampalato ricercatore isolato nel suo nascondiglio e invece no, riguarda ciò che si dice, sempre, ciascuna volta, per qualunque motivo, in ciascuna circostanza, perché ciascuno parla sempre e parlando è sempre esposto al linguaggio, ai suoi effetti, ai suoi paradossi, alle antinomie, all'impossibilità di gestirlo, il linguaggio. Questo è ciò di cui si tratta in ciò che ho chiamato Seconda Sofistica. Va bene, le cose che ho dette possono indurre a qualche riflessione, se ci sono domande, possono farsi, se no ci rifletteremo in questi quindici giorni...

La volta prossima, per risollevarvi, vi parlerò della depressione e il nichilismo, e cioè come da tutto ciò che ho detto si tragga piacere anziché depressione, e come la depressione sia un effetto di ciò che indicavo prima come la struttura del discorso religioso, senza religione non c'è depressione, in nessun modo, ed è esattamente questo che vi illustrerò venerdì 16 febbraio alle 21, grazie a tutti e buona notte.