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Torino, 17 novembre 2009

 

 

FORMAZIONE DELLO PSICANALISTA E METODO PSICANALITICO

 

Libreria Legolibri

 

 

Daniela Filippini

 

SPIRITUALITÀ O PENSIERO?

 

 

Spiritualità o pensiero-17 novembre 2009

 

 

 

È un termine piuttosto ricorrente negli ultimi anni, nella misura in cui si intende parlare dell’umano, uomo o donna, intendendone una dimensione più ampia di quella strettamente materiale.

Con il termine spiritualità possono intendersi varie accezioni:

 

-       generalmente ci si riferisce a quella ricerca interiore di una parte di sé, quella che si percepisce appunto come la dimensione non materiale, non corporea dell’individuo

-       l’uomo che riflette su sé stesso e sul senso delle cose

-         ricerca di se stessi

-         recuperare la dimensione interiore di sé con la quale l’uomo sente il bisogno di trovare un'armonia

-         rappacificarsi con sé stessi

-         stabilire un contatto con le energie degli altri e del mondo circostante

-         trovare risposta a domande universali

-         dare un senso alla sofferenza

-         dare un senso ultimo alla vita umana

-         trovare una certezza

-         trovare la verità di sé e del mondo

-         trovare la felicità assoluta, qualcosa che fornisca delle garanzie per questa vita e possibilmente anche oltre

 

immediatamente si pensa alla religione, e ognuno ha la propria, come risposta universale a queste domande e a questi bisogni

ma la religione non è l’unica espressione della spiritualità

sembra innata la tensione verso il trascendente, verso qualcuno o qualcosa che sia superiore all'umano, ne conosca le origini e ne governi il destino:

La Natura, madre e matrigna, come insieme di forze alla quali non si riesce a resistere o che non si

possono controllare

 

    

Quella che grande e forte

Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire

Fraterne, ancor più gravi

D'ogni altro danno, accresce

Alle miserie sue, l'uomo incolpando

Del suo dolor, ma dà la colpa a quella

Che veramente è rea, che dÈ mortali

Madre è di parto e di voler matrigna.

 

(Giacomo Leopardi 1836, La ginestra)

 

gli dei, le divinità pagane della terra, del sole, di nuovo aspetti della Natura intesa come un ordine

superiore al quale uomini, animali e vegetali devono sottomettersi

un dio

comunque un'entità che conosca le ragioni dell'esistere umano, del suo soffrire e della sua sorte.

 

C’è bisogno di una risposta, di trovare qualcosa o qualcuno che fornisca una giustificazione a ciò che viene subìto come sofferenza, ingiustizia, assurdo

la sofferenza deve essere spiegata, sembra impossibile per l'umano accettare qualcosa che non si possa spiegare o giustificare = cioè rendere giusto, motivare

la ragione deve comprendere, cioè  “prendere con”, “fare proprio”, assorbire

capire = prendere, afferrare ... non con le mani ma con la ragione

Ma perché cercarne una ragione?

Curioso riflettere come le risposte vengano sempre ricercate al di fuori di sé, si dà per scontato che ciò che può rispondere e fornire certezze debba essere fuori dell’umano.

Un atto di fede permette di ovviare alla impossibilità di giustificare eventi come la violenza che si subisce, la malattia, la morte.

L'umano si sente solo di fronte ad eventi che lo schiacciano, lo indeboliscono nel corpo e nella mente; si sente impotente, fragile, instabile.

In questi momenti si cercano dentro di sé tutte le risorse, a tentoni si prova ad afferrare qualsiasi cosa che assomigli ad una certezza, che abbia le parvenze di una soluzione o almeno di una giustificazione.

La disperazione dell'uomo di fronte alla sofferenza, specifica o talvolta generale in quanto parte dell'esistenza umana, diventa domanda pressante e urgente: perché? che senso può avere tutto ciò?

Alcune volte sono situazioni contingenti come un lutto o una malattia; in altri casi la sofferenza è una sensazione di malinconia del vivere, quella tristezza profonda e indefinita che ha ispirato molti poeti, romanzieri; quella che oggi è stata ribattezzata depressione.

Cosa accade in una  persona che sente su di sé tutto il dolore del  mondo e la sua ineluttabile presenza nella vita del singolo?

Perché una persona si trova a pensare ostinatamente e continuamente alla sofferenza propria o altrui, senza che vi siano eventi specifici?

Cosa la induce così tenacemente in questi pensieri?

C’è bisogno di una risposta, si diceva, e allora cosa accade nel momento in cui la risposta arriva?

Quando qualcosa assume i tratti della verità?

Ciò che si prova è un profondo senso di benessere, soddisfazione, liberazione.

Magari non si è risolto un problema –  e neppure il problema della sofferenza: tuttavia trovando una risposta si è dato un significato non solo a quel problema specifico, ma a tutta l’esistenza.

L’adesione a una religione o a un’ideologia, funziona così: ci si butta nella nuova avventura così come si farebbe con un nuovo innamorato, nella più totale e incondizionata fiducia.

È ovvio che sia così: per convertirsi – o per innamorarsi – occorre un atto di fede, cioè occorre aver fiducia in ciò che viene proposto, accettando le regole del nuovo gioco.

Si entra a far parte di un gruppo, una comunità di persone che la pensano nello stesso modo e da questa condivisione di ideali deriva un ulteriore beneficio psicologico.

La verità rivelata, da una parte.

L’appartenenza al gruppo di coloro che la detengono, dall’altra.

Due condizioni eccezionalmente positive…ma molto pericolose.

Sentirsi dalla parte dalla verità, comporta certamente un aumento della sicurezza in sé stessi, una maggior autostima, una sensazione di controllo sulle situazioni e sulle persone.

Si ha la sensazione viva di essere protetti da una sorta di scudo, un baluardo contro le difficoltà: “se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” dice San Paolo in un passo della lettera ai romani.

“Gott mit uns” (Dio è con noi) scrivevano i nazisti sulle loro cinture.

La protezione di dio, niente di meno.

D’altra parte i problemi, inevitabili anche per gli eletti, troveranno una loro giustificazione nella dottrina: il dio onnipotente e onnisciente conosce le ragioni del mio soffrire e mi renderà sufficientemente forte da non perdere la fede in lui.

Cosa spinge un individuo a compiere un atto così irrazionale come aderire ciecamente ad una religione o a un’ideologia?

Ragione e fede si trovano contrapposte: la prima richiede di fornire delle credenziali, di fare mostra dei fondamenti su cui si basa.

La seconda pretende un atto di fede: basta chiudere gli occhi, lasciarsi andare e tuffarsi dall’alto, convinti che qualcuno, di sotto, ci sorreggerà.

Nell’atto di fede – ossia nell’adesione incondizionata ad una teoria fondata su qualcosa che non è dimostrabile, né necessario – vi è l’ulteriore vantaggio rappresentato dal fascino del mistero.

Nel mistero tutto è possibile e in questa dimensione diventano verosimili le fantasie più varie: quanto meno si esplicita, maggiore è la possibilità di riconoscersi in questa vaghezza.

Al contrario, ciò che viene detto esplicitamente può essere confrontato, misurato e anche confutato.

Non ci interessa riflettere sulle modalità con cui si cerca una dimensione spirituale, ma su ciò che muove alla ricerca verso qualcosa di esterno a sé, soprattutto quando questo qualcosa  non si può interrogare, né fornisce prova della propria solidità e nonostante ciò ad esso ci si aggrappa proprio nel momento del naufragio nella sofferenza.

Paradossalmente, proprio nel momento in cui si tende la mano verso un appiglio solido, si sceglie di afferrare una corda senza capo …

 

Convertirsi a un’ideale è come innamorarsi di qualcuno.

Non si vedono i difetti dell’oggetto d’amore, e non solo. È lo stesso oggetto d’amore che appare nascosto: non è lui – o lei – ad essere amato, ma ciò che rappresenta e incarna.

L'oggetto d'amore rappresenta le fantasie di felicità di chi si innamora, è l’incarnazione di sogni e bisogni che fanno parte della storia di colui che ama e sono strettamente connessi a ciò che questi crede essere vero e importante.

L’innamorato viene travolto dalle emozioni, non gli interessa verificare l’effettiva corrispondenza del soggetto con le proprie aspettative; forse non è neppure consapevole dell’esistenza di un ideale all’interno delle proprie fantasie.

Innamorarsi avvia in automatico una serie di meccanismi a catena sui quali, per lo più, non ci si interroga, ma semplicemente ci si lascia travolgere da essi.

L’oggetto d’amore è altrove, nascosto oltre la cortina di fantasie che sono state attivate nel riconoscere quel tratto o quella caratteristica per la quale, lui e non altri, sembra incarnare la possibilità di essere felici.

Le fantasie essenzialmente si riconducono all’idea di piacere assoluto, di godimento totale e perenne, la felicità assoluta. Persino le fantasie che alimentano una paura hanno a che fare con il godimento e l’eccitazione e quindi con il piacere.

 

Basta poco per avere la sensazione di toccare con mano la felicità, è sufficiente un’illusione d’amore: come si diceva poco fa, appare non esserci molta differenza tra l’euforia di una nuova religione e quella di un nuovo fidanzato: in entrambi i casi si gode del fatto di sentirsi importanti per qualcuno.

Oltre naturalmente alla sensazione di essere più forti, derivante dalla verità ottenuta.

Già, le sensazioni.

Si attribuisce molta importanza agli aspetti emotivi; le emozioni sono qualcosa di irrinunciabile.

Sento, provo, quindi è vero.

L’orientamento sensoriale, il fatto di percepire gli eventi attraverso i 5 sensi, non aiuta a cercare risposte facendo affidamento sulla razionalità.

Alla fine questo è ciò che avviene: si cerca una verità, giustamente la si abbandona nel momento in cui questa si dimostra inadeguata e si rincorre una nuova verità che appare essere quella definitiva e assoluta o comunque migliore della precedente. L’analogia con i fidanzati continua ad essere appropriata …

 

Perché da sempre l’umano domanda certezze? A cosa serve una certezza?

Da dove nasce questo bisogno?

Perché gli umani provano questo bisogno universale di capire le cause, di dare una spiegazione e un senso alle cose?

Ma cosa accade quando non ci si accontenta di teorie che hanno la struttura della superstizione? Quando ci si accorge che le verità su cui si fa affidamento sono dogmi che bisogna prendere per buoni senza farsi troppe domande?

E ancora, esistono risposte universali oppure è il singolo individuo l’unico soggetto in grado di rispondere a sé stesso?

Ammettendo che ciascuno conosca il proprio intimo, i propri sogni, le aspirazioni e le delusioni,  è difficile pensare che possa esserci una risposta che non derivi dallo stesso soggetto che ha elaborato quei sogni e quelle aspirazioni e cioè, in definitiva, quei pensieri.

Già, perché l’umano pensa, parla, elabora, è l’unico essere vivente in grado di compiere operazioni come valutare, confrontare, decidere, domandare e individuare qualcosa che possa essere definito una risposta.

In una parola, ciò che caratterizza l’umano è l’intelligenza.

L’esercizio dell’intelligenza si traduce nell’elaborazione di pensieri, così come nella valutazione di elementi e nel porre in relazione cause ed effetti.

Il pensiero è l’unica alternativa alle superstizioni, ciò ad una struttura mentale per cui qualcosa viene creduto vero senza chiederne ragione, senza verificare che le cose stiano proprio cosi

Il pensiero è la risposta, non vi sono alternative: se l’intelligenza è una prerogativa umana, il non esercitarla significa rinunciare ad essa in favore di comportamenti che rispondono alle consuetudini sociali, alla legge del branco, alla riproduzione di modelli riconosciuti dalla maggioranza.

In questa ipotesi degradante scompare la dignità della logica, della consapevolezza, dello spirito critico che analizza, confronta e decide.

Se non c’è spazio per l’intelligenza, non c’è umanità.

 

Esercitare il pensiero significa:

 

-       fondare la propria capacità critica su un criterio oggettivo e necessario; su qualcosa che non sia basato esclusivamente su un fondamento emotivo, soggettivo ed effimero

 

-       imparare a pensare bene per agire bene….perchè si agisce in funzione di ciò che si pensa e come si pensa

 

-       sapere che ciò che si pensa è arbitrario, nessuno mi costringe e pertanto se penso qualcosa, se ritengo che qualcosa sia vero, è soltanto perché io lo voglio e me ne assumo la responsabilità; non sono più un soggetto passivo della mia vita. Non posso più credere che esista un progetto sovra-umano che pilota la mia vita dall’alto e secondo il suo capriccio elargisce benessere o dolore. Attraverso la conoscenza del mio pensiero e di come questo funziona, posso agire la mia vita, divento libero e responsabile di ciò che voglio pensare e di ciò che voglio agire

 

-    Esercitare il pensiero è l’occasione per abbandonare le paure che non hanno un effettivo riscontro, e nella quasi totalità dei casi non vi è un pericolo reale. Le fobie dei luoghi chiusi, affollati, dei ragni o di eventi catastrofici nella maggior parte non sono motivati da una reale possibilità che questi pericoli si manifestino.

     Provare ad interrogare le proprie paure significa chiedersi innanzitutto dove nascono le fantasie di quelle minacce: negli ascensori o in un cinema affollato non vi sono più pericoli di quanti ve ne siano in casa propria, e la fine del mondo non è più probabile della possibilità di inciampare su un marciapiede.

     Anche le paure hanno la struttura della superstizione: si crede assolutamente vero qualcosa che è scollegato dalla propria causa, perdendo il nesso con la premessa principale: la paura viene creduta vera perché da qualche parte esiste la fantasia di un pericolo che viene creduta altrettanto vera, ma implicitamente, senza averne consapevolezza e spesso senza sapere di cosa sia fatta. Di una premessa, resta soltanto la conclusione, cioè la paura.

 

-    Il pensiero fornisce l’opportunità di scoprire che non ho più bisogno di difendere le mie idee perché non c’è una verità assoluta che io posseggo e gli altri no.

     Esistono molte verità soggettive, particolari del gioco che si sta facendo: se la mia attività professionale è fare il medico, dovrò attenermi alle regole della deontologia medica e della struttura ospedaliera, così come dovrò tenere conto di altre regole nel momento in cui mi trovo ad una festa di amici. Situazioni diverse alle quali corrisponde un comportamento diverso: la situazione è la premessa, il comportamento è dato dalle regole cui occorre attenersi in base alla situazione.

 

-    Ma dunque, se non è più necessario difendere le mie idee, potrò essere più tollerante nei confronti di chi la pensa diversamente e non giunge alle stesse conclusioni, perché magari non sta tenendo conto delle stesse regole.

 

-       Esercitare il pensiero è avere l’opportunità di agire la vita abbandonando gli stereotipi sociali, professionali, intellettuali … per decidere in autonomia

 

-       appropriarsi del proprio pensiero, della propria vita e del proprio futuro

 

-       acquistare fiducia in sé stessi

 

-       cessare di aver bisogno di cercare la verità al di fuori di se, consapevoli che solo all’interno del proprio pensiero è possibile reperire i valori fondamentali e le verità in base alle quali si orienta la propria vita

 

Ma come fare per imparare a pensare?

Non vi sono scuole che insegnino a pensare; acquisire autonomia critica è qualcosa di estremamente pericoloso e sovversivo dell’ordine di qualsiasi istituzione che voglia mantenere il proprio potere.

 

La nostra proposta è quella della psicanalisi, che non è una delle terapie possibili per quelli che sono vittime di un disagio esistenziale.

Psicanalisi è l’opportunità di sapere perché si pensa ciò che si pensa, anziché qualcos’altro tra le infinite possibilità. Cosa influenza la personalità degli individui? Perché uno stesso evento produce effetti diversi in persone diverse? Perché due fratelli nati dagli stessi genitori e cresciuti nella stessa famiglia possono manifestare caratteri e idee opposte?

Pensare ciò che si pensa non è casuale e sicuramente non dipende da terzi.

Intraprendere l’avventura della psicanalisi è iniziare un percorso intellettuale nel quale l’individuo vuole realmente conoscere sé stesso, non potendo accontentarsi delle emozioni e verità superficiali che forniscono le religioni o le ideologie.

È l’opportunità  di esercitare il libero arbitrio di colui che considera il valore della propria intelligenza e della dignità di uomo, unico essere vivente dotato di intelligenza.

Come continuare a fondare la propria vita e i propri pensieri su ciò che non può essere dimostrato, nella cieca illusione di aver trovato la verità ultima?

Una verità degna di questo nome dovrà per lo meno mostrare la propria solidità, fornire delle buone ragioni, anzi delle ragioni che risultino necessarie.

Altrimenti non è più una verità che possa dirsi tale.

Psicanalisi è per chi chiede una felicità che non ha bisogno necessariamente di altri su cui appoggiarsi – né di entità sovrumane, né di meri oggetti d’amore rivestiti di fantasie unilaterali – una felicità che richiede unicamente l’urgenza di sapere qualcosa del proprio pensiero.

Ma lo chiede a se stesso e a nessun altro; nessuno può rispondere, se non l’individuo.

È la ricerca di una consapevolezza superiore: so chi sono, so quello che valgo e so dove voglio andare.

Il racconto della psicanalisi non è soltanto la storia di una vita, ma è la storia di un pensiero. Perché i fatti e le azioni sono conseguenza di ciò che si crede, sono le convinzioni a muovere le persone.

Se ritengo che qualcosa sia vero,  mi muoverò di conseguenza.

I valori, ciò che si crede essere bene e male, vero e falso, non sono affatto semplici opinioni.

Sono le discriminanti che mi condizionano nello scegliere una professione, un marito, una religione, uno stile di vita. Da quelle convinzioni partono le mie scelte, quelle banali e soprattutto quelle importanti. Le persone che considero amiche o nemiche sono tali per effetto di quei valori che ho assunto come veri; il mio comportamento è influenzato proprio da quelle convinzioni che ho posto come premessa principale.

Da ciò è evidente l’importanza di interrogare di cosa siano costituiti quei valori di base, provare a guardare più da vicino il contenuto e soprattutto chiedersi se questi siano necessari o derivino dalle tradizioni, per esempio.

Inutile precisare che quei valori e quelle convinzioni sono prodotti dai pensieri.

Ma, a questo punto, è ancora possibile porsi l’interrogativo: spiritualità o pensiero?

 

 

A questo punto qualche riflessione così a caldo, qualche domanda? se vuole aggiungere qualche cosa ?

 

Intervento di Luciano Faioni

 

Nessuna considerazione? Siete favorevoli alla spiritualità o al pensiero? La signora ha qualche domanda? Qualche questione?

 

Intervento: proprio questa è la questione “essere favorevoli alla spiritualità o al pensiero”

 

Ed è favorevole all’una o all’altra? Preferirebbe seguire l’una cosa o l’altra?

 

Intervento: …

 

Lei dice che possono convivere, Daniela possono convivere? È una domanda, non è una domanda retorica è una domanda precisa, oppure non possono convivere?

 

Intervento: dipende da che cosa si intende con pensiero …

 

Bene, allora diciamo che cosa intendiamo con pensiero. È importante questa domanda perché dal modo in cui si intende qualcosa cambia l’esito delle conclusioni, o addirittura anche della conversazione, come dire che se cambia il significato di un termine cambia tutto quanto, cambia il senso, come dire ancora che il senso di ciò che si dice o che si pensa dipende per lo più da ciò che si intende con i termini che si utilizzano, se si modificano si modifica il pensiero. È una cosa importante alla quale tuttavia non si presta una grande attenzione, cioè cosa si intende per quei termini e soprattutto non si presta attenzione al fatto che se si modifica ciò che si intende con un termine, si modifica anche tutto ciò che ne segue, che ha ancora un’altra implicazione ancora più interessante visto che posso decidere che cosa intendo con un singolo termine e in base a questo, abbiamo appena detto, si deciderà dell’esito delle conclusioni. Se decido io che cosa intendo è una mia decisione, è un mio giudizio estetico, come dire che tutto ciò che penso o più propriamente tutto ciò che credo segue a un giudizio estetico “credo una certa cosa perché mi piace così” e tanto basta, e in effetti non c’è molto di più. Sarebbe interessante avere l’opportunità di tenere conto di una cosa del genere: una persona decide di seguire la via dello spirito perché ritiene che la ragione arrivi solo fino ad un certo punto, tra l’altro anche la chiesa dice una cosa del genere, la ragione non può spiegare ogni cosa quindi c’è sicuramente qualche cosa aldilà, come argomentazione non vale certo un granché, non significa assolutamente niente, molti la accolgono, il che significa che se la accolgono l’accolgono per una questione estetica cioè a loro piace pensare così, non c’è nessun motivo per pensare una cosa del genere, però piace, solo che, come dicevo prima, non si tiene conto del fatto che è una decisione estetica, non tenendone conto accade un fenomeno bizzarro e cioè che si giunge a considerare che le proprie conclusioni siano sostenute da qualche cosa anziché dal ghiribizzo del momento, immaginando che siano sostenute da qualche cosa questo pensiero le rafforza, le rende più vere, più autentiche a seconda dei casi, così vere al punto da ritenersi in dovere di difenderle se qualcuno le mette in discussione o in crisi o le avversa a seconda dei casi. Tutto questo può avvenire nel momento in cui si dimentica che la decisione è stata presa per il puro piacere di farlo, ora questo avviene non soltanto nell’esempio che ho fatto ovviamente ma in ciascuna decisione, anche quelle più gravi e più drammatiche, il fatto che risultino decisioni estetiche potrebbe porle agli occhi di chi sta prendendo quelle decisioni in modo totalmente differente e cioè poterle considerare anziché necessarie, arbitrarie, non è più necessario che io concluda in questo modo ma è arbitrario e se è arbitrario non è necessario che io ci creda, come diceva Daniela che io mi muova di conseguenza, come è accaduto un sacco di volte nel corso dei millenni “io ritengo che gli ebrei siano una minaccia e quindi li stermino” per esempio, se sono convinto che siano una minaccia, ma se non lo sono li lascio vivere, che può fare la differenza per gli ebrei in particolare. Ho fatto un esempio stupidissimo naturalmente, la cosa può essere riferita a qualunque cosa vi piaccia pensare. La spiritualità cioè l’idea della spiritualità, ciò che comunemente si intende, che Daniela ha illustrato in un modo preciso, ritiene che la più parte delle cose o una parte di queste muovono da elementi imponderabili che sfuggono alla ragione, alla ratio, e che ci sia un qualche cosa o un qualcuno, un’entità, chiamiamola così che muove le cose, che muove le persone, muove gli eventi, ora pur essendoci moltissime persone, un certo numero di miliardi che credono una cosa del genere, questa cosa cionondimeno appare singolare, singolare perché non c’è nessun motivo di credere una cosa del genere se non appunto, come dicevo all’inizio, un motivo estetico cioè mi piace pensare così; ma la cosa non si pone in questi termini, non si pone come “mi piace pensare così” ma è così, che è molto diverso, eppure come dicevo molti miliardi di persone pensano una cosa del genere anzi sono confortati, avallati, sostenuti dalle religioni, dai governi, dagli stati etc., come può sostenersi un pensiero del genere? Come quello di cui dicevo prima che si fonda sulla spiritualità o che ritiene che nella spiritualità si possano reperire delle cause, per esempio, fondate su niente naturalmente ma soprattutto, e questa è una condizione per cui possa permanere, che la cosa non si interroghi mai, per nessun motivo, addirittura una volta la chiesa, quella cattolica che sapeva molto bene questo e lo sa tutt’ora, di fronte a qualcuno che metteva in discussione, poneva delle obiezioni alla dottrina reagiva malissimo, con il rogo per esempio, o con altri strumenti perché sapeva perfettamente che una cosa del genere non può né deve essere interrogata e non può né deve essere interrogata perché ovviamente se la si interroga non risponde assolutamente niente e quindi mostra il nulla su cui è fondata, ecco perché il pensiero se è tale non può esimersi dal praticare se stesso, e come il pensiero pratica se stesso se non interrogando le cose? Chiedendo conto a qualunque cosa di sé, della sua esistenza, anzi, chiede conto anche all’esistenza stessa, di che cosa è fatta, non può non farlo, il pensiero vive di questo del porsi questioni, domande, interrogativi ai quali da una risposta naturalmente e se non trova la risposta non è perché la cosa va aldilà delle sue possibilità, ma è solo per la sua incapacità sulla quale meriterebbe di riflettere eventualmente. Dico questo perché gli umani hanno tutti gli strumenti per potere rispondere a qualunque cosa, anche e soprattutto al perché si fanno domande, nel momento in cui si da una risposta precisa e inattaccabile e necessaria a questa domanda e cioè “perché gli umani si fanno domande?” allora si è già risposto praticamente a tutto, perché gli umani non possono evitare di farsi domande, Eleonora? Come me, in questo caso la giro a te, perché gli umani continuano a farsi domande, incessantemente? Che cos’è che li spinge inesorabilmente sempre in quella direzione? Non possono non farlo, è proprio irrinunciabile, è ciò di cui sono fatti, essendo, come ha sottolineato in modo preciso prima Daniela, esseri pensanti a differenza di un budino, di una mozzarella, essendo esseri pensanti sono fatti di qualcosa che consente loro di pensare ovviamente, questa cosa che consente loro di pensare ha un nome, un nome abbastanza noto a tutti quanti, come si chiama Eleonora?

 

Intervento: il linguaggio …

 

Bravissima, il linguaggio certo. Il linguaggio è ciò che distingue gli umani, e cioè la possibilità di pensare e quindi di fare domande e quindi di accogliere qualche cosa come una risposta. Dunque praticare questa umanità, come legittimamente l’ha chiamata Daniela, perché è ciò che distingue gli umani, ciò che li rende tali, la ratio, praticare dunque l’intelligenza è questo: porsi delle domande, non essere mai soddisfatti, volere arrivare al fondamento. Da sempre gli umani cercano questo, cioè la verità, da quando c’è traccia di loro non fanno altro che cercare se qualcosa è vero o falso, dal piccolo fino al più grande fanno sempre questo e allora perché in certe occasioni cessano di farlo? Cioè cessano di praticare la loro umanità riducendosi a macchine che eseguono programmi, d’altra parte per compiere questa operazione e cioè adeguarsi a qualche cosa che non ha assolutamente nessun fondamento, nessuna credibilità e affidare totalmente se stessi, la propria vita e quella del prossimo occorre non solo avere abbandonata l’umanità ma, come dicevo prima, muoversi esattamente come macchine, le quali macchine eseguono un programma e non pongono domande, non chiedono nulla. La religione e quindi la spiritualità con tutte le sue infinite varianti è ciò che si oppone all’umanità, è il modo di pensare delle macchine, macchine che eseguono programmi, la religione impone ai suoi fedeli di essere macchine che eseguono programmi senza pensare, senza pensare se è possibile a niente …

 

Daniela Filippini:

 

D’altra parte la religione quello che chiede così come le ideologie è un atto di fede, che per sua natura non prevede che si pongano domande né si chiedano dimostrazioni o si ha fede quindi si appoggia incondizionatamente questa teoria appunto senza fare domande, la si prende per buona anzi al momento in cui la si interroga immediatamente si viene emarginati in quanto soggetti pericolosi, bisogna aderire a quella che è l’opinione, l’idea della maggioranza e quindi anche il comportamento della persona sarà quello che ripete quelli che sono i dettami dell’ideologia, dovrà attenersi scrupolosamente a questi modelli altrimenti appunto il soggetto verrà emarginato, allontanato nel caso in cui non sia possibile convertirlo da qui la pericolosità delle convinzioni, tutte le guerre nascono dal fatto che esistano delle convinzioni assolutamente vere e che combinazione ci sia un popolo, un capo di stato o un’altra religione che non la pensa nello stesso modo, quello che si cerca di fare nelle normali discussioni personali è che ciascuno cerchi di portare avanti le proprie ragioni e cercare di persuadere l’altro, sui grandi numeri questo diventa annientare un popolo cosa che non è del tutto irrilevante, una riflessione su quelle che sono le convinzioni di una persona diventa più che mai fondamentale perché in base a queste convinzioni questa persona decide, decide cosa pensare quali sono le persone di cui vuole circondarsi, come vuole portare avanti la sua vita anche le cose che sembrano più scollegate sono strettamente connesse a quello che ciascuno pensa, interrogando queste convinzioni è possibile anche scoprire delle cose bizzarre magari queste convinzioni venivano dalla tradizione, magari si trova a credere una certa cosa perché così diceva la nonna o la mamma quand’era piccola, la differenza è farsi delle domande e quindi esercitare questa intelligenza che è la peculiarità appunto dell’essere umano rispetto a qualsiasi altra forma vivente, l’essere umano, se ci pensiamo, è l’unico essere vivente che ha la possibilità di pensare se stesso e alla propria esistenza nessun animale può compiere questa operazione, nessun animale può farsi una domanda e forse vale la pena di rivendicare questa dignità di essere umano

 

Intervento: posso? Intanto io credo sarebbe corretto dare un significato appunto preciso a quella che è la spiritualità perché … il fatto che venga identificata con la religione o con l’ideologia inibisce la possibilità di una rivalutazione personale dei disegni e delle regole … dalla fede dell’ideologia che come lei ha detto risponde a uno dei bisogni dell’uomo e sì, e sì poi su questo possiamo discutere …trovare delle verità in cui credere … poi spiritualità potrebbe essere qualcosa di diverso e non così catastrofica e unilaterale nel senso religiosa … certamente partecipa del mio modo di pensare e condivido determinati ideali e ritengo … di essere pensiero perché l’essere pensiero non contrasta in alcun modo nel confrontarsi con qualcosa che sia appunto … io non credo che la psicanalisi anche … non credo che la cosa possa essere liquidata così come un limite, una mancanza che questo avvenga ma questo avviene per tutti, a quelli che si affidano a una fede … certo che si interroga…noi abbiamo il dono di farci domande su tutte quelle relazioni che abbiamo avuto e ci permette anche di scegliere per essere coerenti con noi o meno …

 

Daniela Filippini

 

Quello che si intendeva non era assolutamente contrapporre il pensiero rinnegando tutto quello che fa parte dell’esperienze umane così come delle ideologie e delle religioni anche la spiritualità, si può pensare qualsiasi cosa, diverso è credere qualche cosa come necessario e fondante in base a questo e orientare tutta la propria vita senza verificare che queste idee siano effettivamente necessarie oppure delle questioni estetiche, come diceva prima il Dottor Faioni, si può scegliere di pensare qualsiasi cosa, va tutto bene, le esperienze possono essere tutte utili perché sono ammesse tutte le scelte fortunatamente, c’è abbastanza questa libertà, diverso è pensare che qualche cosa sia necessario e in base a questo condizionare tutto il proprio modo di vedere le cose, il proprio pensiero, forse non ho spiegato in questo senso in quello che dicevo prima …non so se ho risposto alla sua questione?

 

Intervento: pensavo alla spiritualità del fondamentalista islamico …

 

Intervento: è evidente che pensava a quello, crede che non ci abbiamo pensato? Ma questo è per la religione …

 

Intervento: lei non può negare che il fondamentalista islamico non pensi e quindi non abbia spiritualità, è quello che lo spinge a farsi saltare per aria in mezzo a una piazza di persone, e lei considera che questo personaggio non pensi? e di che cosa possiamo parlare se non di spiritualità, di una alta ideologia spirituale nel caso di un fondamentalista islamico che proprio per i suoi grandi valori, proprio per la sua credenza in un dio riesce prima di tutto a fare saltare per aria la sua persona, cosa che è poco considerata dalle altre persone, perché mette addosso a se dell’esplosivo ed è lui che salta poi salteranno anche gli altri ma intanto è lui e mi sembra una questione sulla quale mi sembra che occorra riflettere sul fondamentalismo, perché la fede comporta proprio questo qualsiasi fede comporta muoversi di conseguenza e quindi il fondamentalista islamico è quello che porta all’estremo proprio la questione del credere che ci sia qualcun altro “superiore” che possa decidere per me cosa fare, questa è la questione e la spiritualità occorre che tenga conto anche di queste cose perché chi metterebbe in gioco quelli che sono i valori della cultura occidentale, delle persone per bene, delle persone che amano l’altro? ma questi sono dei programmi e se qualcuno è un po’ smaliziato si accorge di quelli che sono i percorsi di questo bene di cui sono in possesso, di questa forte attrazione verso i valori della civiltà occidentale ma è un fondamentalismo allo stesso modo di quello che si fa saltare per aria e questo accade ed è accaduto nei secoli …i valori e quindi le ideologie spirituali o no, sono quelli che comportano le grandi emozioni perché il sentirsi portatori dei grandi valori, di qualsiasi genere e specie siano, il sentirsi portati verso le miserie del mondo, per esempio, comporta il sentirsi buoni, il sentirsi giusti e cioè in regola con i dettami “superiori” … però bisogna intendere cosa diciamo quando parliamo di pensiero, il pensiero di ciascuno è proprio quello che conclude in ciascun caso, in ciascun momento quello che è il modo di muovere poi così come il pensiero del fondamentalista islamico …

 

Intervento: sì, sì sta esponendo la sua convinzione …

 

Intervento: no, sto riflettendo su alcune questioni e invito anche le altre persone a riflettere su queste cose e questo perché il percorso che io ho fatto in molti anni mi ha portato a considerare il pensiero l’unica mia ricchezza, l’unica ed è quella che mi consente di fare le affermazioni che faccio …

 

Intervento: è la sua fede del pensiero …

 

Intervento: non è la fede “del” pensiero perché il pensiero non necessita di nessuna fede per funzionare, funziona ininterrottamente e trae conclusioni che dipendono dalle premesse da cui parte e questa è una sua conclusione ma ciascuno può dire quello che vuole però intanto riflettere sulla questione dei valori, dei grandi valori che sono utilizzati da ciascuna civiltà e che vanno in conflitto fra loro, in effetti cosa succede? Succede proprio così le guerre di cui parlava anche Daniela questi sono i grandi conflitti che i discorsi degli umani organizzano, possiamo dire che il linguaggio organizza e sono gli stessi conflitti che gli umani “soffrono” all’interno del loro pensiero …

 

Magari c’è qualcuno che vuole aggiungere qualcosa? Qualche riflessione sull’argomento?

 

Intervento: Sono un po’ perplessa nel senso che io parto dal presupposto che non esista una verità assoluta (perché?) dal momento che non ce l’hai la verità (…) la presunzione di pensare che la mia verità abbia più valore della sua e parte dal presupposto che il pensiero non necessariamente debba escutere la spiritualità ovvio che se metto la spiritualità come fondamentalismo allora sono d’accordo con la signora ma la spiritualità non vuol dire necessariamente dover indottrinare delle persone per poter fare del male, la spiritualità anche semplicemente voler capire un qualche cosa che altri possano comprendere o non accettare

 

Luciano Faioni

 

Aspetti, aspetti una cosa, che può non comprendere? Tipo la teoria della relatività potrebbe non comprenderla, la ritiene spirituale?

 

Intervento: determinate cose tipo la morte io posso non accettarla posso però fare un percorso per cui io posso farla ad un certo punto mia, nel senso che le malattie ci sono, la morte è qualche cosa che ci sarà sempre per tutti è una certezza, per comprendere e accettare questo forse la spiritualità ci può aiutare o no?

 

È possibile …

 

Intervento: dopo di che non penso necessariamente che la religione debba essere qualcosa di chiuso, dipende sempre da cosa noi ne facciamo uso, nel senso che se io devo dare delle convinzioni a delle persone che sono deboli, che neanche si pongono delle domande allora io posso utilizzare la religione perché io sono in una posizione di forza rispetto a queste persone, io posso indottrinare i bambini facendo vedere le peggio cose e convincerli che gli ebrei sono delle persone assolutamente cattive e loro saranno orientati su questo tipo di discorso, perché sono menti che si debbono formare, hanno necessariamente una spiritualità che non può essere utilizzata, perché necessariamente devono convincere qualcuno … è per questo che non sono propriamente d’accordo con quello che diceva la signora …

 

È un modo di pensare certo, ecco ha posto una questione all’inizio interessante, quella della verità, questione complicata, ché come lei sa gli umani la cercano da sempre la verità ma non una verità personale, quella si chiama opinione generalmente, uno pensa una certa cosa l’altro ne pensa un'altra e va bene, no, una verità assoluta, è questo che gli umani hanno sempre cercato e che non sia più soltanto un’opinione cioè quello che la persona pensa in quel momento secondo il suo ghiribizzo momentaneo ma qualcosa di più, qualcosa cioè che sia universale e valido per tutti. Quella cosa che gli umani hanno inventato, per esempio le leggi della fisica, è qualcosa che si avvicina abbastanza a questa idea, qualcosa che vale per tutti, si avvicina però, se inizia seriamente a riflettere su questa questione si accorge delle enormi difficoltà nel definire questo concetto di verità perché finché non lo ha definito in modo più che soddisfacente è praticamente inutilizzabile, può valere qualunque cosa e il suo contrario e allora deve chiedersi che cos’è la verità e solo quando avrà trovato una risposta più che soddisfacente allora potrà utilizzarla se no, no. Come dicevo prima un’opinione non ha una grande utilità, e allora come si fa? È complicatissimo, come lei sa di fatto gli umani pur essendosi sempre posti questa questione da tremila anni almeno non hanno mai raggiunta una conclusione soddisfacente, da qui nella vulgata tutto il cosiddetto relativismo nell’accezione più banale del termine, ognuno ha la sua verità tanto la verità ultima non si raggiunge, è un po’ la posizione dell’ermeneutica, eppure c’è qualche cosa che può darci una direzione in questa ricerca e cioè quella struttura che ci consente, per esempio, di chiederci che cos’è la verità, perché noi possiamo chiedercelo ma questo foglietto no, perché non lo può fare lui ma noi sì? C’è un motivo, si diceva prima del pensiero, il pensiero è consentito da qualche cosa se no non ci sarebbe, cos’è che mi consente di chiedermi che cos’è la verità? Perché se trovo questo qualche cosa che consente di chiedermi che cos’è la verità allora sono a buon punto perché ho trovato quell’elemento che è la condizione per potere pensare, per potere decidere, affermare, confutare, decidere se, per esempio, una certa definizione posso accoglierla oppure no e con questa infinite altre cose. Effettivamente è un percorso complesso, per esempio quando all’inizio ci siamo posti le questioni nel caso specifico rispetto alla psicanalisi, la formazione era quella freudiana poi con un risvolto lacaniano ma la domanda fondamentale è stata questa “su che cosa si reggeva, per esempio, la dottrina, possiamo chiamarla così, di Freud?” su che cosa? Sulla sua osservazione ovviamente, lui ha osservato che in certi casi è avvenuto questo, va bene, e se io osservo un’altra cosa? Può accadere, e infatti dalle stesse premesse molti psicanalisti sono giunti a conclusioni totalmente differenti. Non è casuale ovviamente perché partendo dall’osservazione e quindi da una premessa che è arbitraria non può che giungersi a conclusioni arbitrarie quindi nulla che a che fare con quella cosa che stavamo chiamando verità, si può accogliere certo, quasi tutti lo fanno, la accolgono con un atto di fede “credo che sia così” o “mi sta bene che sia così” ma perché dovrebbe essere proprio così a questo nessuno sa rispondere, però piace che sia così, per questo parlavo all’inizio di un giudizio estetico “mi piace”, mi piace la teoria di Jung, mi piace la teoria di Freud, preferisco quella di Bion, a me invece piace di più Melanie Klein, no mi piace di più Lacan, va bene, tanto che differenza fa? È per questo che ho considerato: “è possibile costruire una psicanalisi che non si fondi unicamente su un atto di fede?” Sì oppure no? Se no, allora una vale l’altra e non ha nessun interesse, sono opinioni, fantasie, costruzioni, chi ci impedisce di pensare che Freud ha costruita la psicanalisi in base a questioni che riguardavano lui, personali, e che se si fosse trovato preso da altre fantasie avrebbe raggiunto conclusioni totalmente differenti, per esempio, nessuno ci vieta di pensare una cosa del genere e allora, dicevo, è possibile costruire una teoria che non si fondi su un atto di fede, a partire dal quale va bene qualsiasi cosa e il suo contrario? Questa è stata la scommessa che abbiamo fatta con gli amici intorno agli anni ‘90, naturalmente era una domanda complicata anche perché nessuno prima se l’era mai posta. Nessuno che segua, adesso parliamo della psicanalisi visto che di questo ci occupiamo ma la cosa può riguardare qualunque altra, nessuno, dicevo, che segue una teoria ha mai avuto l’idea di mettere in discussione la sua stessa teoria, cioè quella che segue, d’altra parte perché dovrebbe farlo? È come darsi la zappa sui piedi, per cui non lo fa, se ne guarda bene, aldilà del fatto che sia in grado di farlo oppure no, ma comunque non lo fa e invece è esattamente quello che abbiamo fatto noi, abbiamo incominciato a interrogare questa teoria cioè chiedere conto dei suoi fondamenti per sapere se erano cose di un certo interesse, una cosa intelligente o una stupidaggine qualunque, c’era anche questa possibilità, all’inizio come si fa a sapere? Il fatto è che nessuna delle teorie che abbiamo studiato, compulsato, attraversato e discusso è stata in condizioni di sostenere le premesse da cui partiva, essendo fondate sull’osservazione ovviamente non potevano essere provate in nessun modo, non c’è nulla di più soggettivo e di più aleatorio ed evanescente dell’osservazione, però a questo punto, orfani delle teorie psicanalitiche vigenti abbiamo dovuto costruirne un’altra, un’altra che avesse un fondamento perché a questo punto o se ne trovava una che avesse un fondamento solido oppure tanto valeva abbandonarle tutte al loro destino, quindi si trattava di trovare il fondamento, cosa che abbiamo fatta, non senza alcuni giri visto che la domanda fondamentale a un certo punto si è rivolta a qualche cosa che costituiva una condizione per costruire una teoria, una qualunque a quel punto è irrilevante, ma a quali condizioni è possibile costruire una teoria che risulti necessaria? L’unica cosa che è risultata necessaria dopo avere sfrondato tutto ciò che è assolutamente arbitrario e quindi inconsistente, l’unica cosa che è rimasta era proprio questa condizione, la condizione per costruire qualunque teoria e in effetti è una prerogativa degli umani questa di costruire teorie, nessun altro essere sul pianeta lo fa e questa condizione l’abbiamo reperita proprio là dove si trova cioè in quella struttura che ci consente di pensare, di farci domande come dicevamo prima, in una sola parola il linguaggio. Dunque ci siamo interessati al suo funzionamento, alla sua struttura visto che è il linguaggio che costruisce qualunque pensiero, non solo qualunque pensiero ma anche la possibilità di costruirne uno diametralmente opposto, di costruire quelle cosiddette credenze, superstizioni, la scienza, tutto questo ci è apparso a un certo punto come il frutto inesorabile dell’esistenza del linguaggio senza il quale linguaggio tutte queste cose non sarebbero mai potute esistere. La domanda a quel punto fu: se tutto questo è costruito dal linguaggio, se noi costruissimo una teoria che ha come fondamento unicamente proprio questo che è il fondamento di tutto, di tutto il pensabile, di tutto ciò che gli umani sono in condizione di pensare allora effettivamente avremo costruito una teoria non più fondata su un atto di fede, perché a questo punto non c’entra più l’atto di fede, ma qualche cosa che è assolutamente necessario e con necessario abbiamo inteso questo: “ciò che non può non essere perché se non fosse allora non sarebbe né questa cosa, né nessun altra” che è esattamente la definizione più appropriata di linguaggio. Si può pensarla anche così: senza il linguaggio gli umani non sarebbero mai esistiti, anche se può apparire una cosa strana eppure visto che il concetto stesso di esistenza è un concetto linguistico e senza il linguaggio non è possibile in nessun modo porsi alcuna domanda circa l’esistenza di alcunché allora porsi, per esempio, la domanda se potrebbe darsi una qualunque cosa in assenza di linguaggio di fatto non ha nessun senso, non ha nessun senso perché non ha nessuna risposta possibile. Il linguaggio è quella cosa dalla quale dal momento in cui si è dentro non c’è più uscita, e anche questo è interessante, qualunque atto, qualunque pensiero o qualunque cosa è vincolata alla struttura di quella cosa che gli ha consentito di esistere, di darsi. Se io volessi pensare che siamo nelle mani di dio, senza linguaggio non potrei mai fare questo pensiero, mai immaginare che ci sia un’entità da qualche parte che governa o qualunque altra cosa, non sarebbe pensabile nulla di tutto ciò. Reperito il linguaggio come il fondamento di ogni cosa si trattava di intendere come i pensieri si costruiscono, perché si costruiscono, come si agganciano gli uni con gli altri, come si crea una paura; una fobia è tecnicamente costruibile a tavolino, perché i passaggi questo punto sono abbastanza semplici da individuare, e percorribili, per cui seguendo questa teoria costruita in questo modo è possibile porre una persona, adesso le faccio un esempio molto pratico, non solo nella condizione di non avere paura di qualche cosa ma di non potere più avere paura, che può essere interessante perché se no accade come già aveva reperito Freud quando andava da Charcot, che faceva l’ipnotista, faceva passare con l’ipnosi la paura dei topi, e passava magari, solo che poi però compariva la paura degli scarafaggi, per dire, no qui si tratta non tanto di togliere il sintomo cosiddetto ma di porre le condizioni perché non sia più possibile la sua esistenza, per lo stesso motivo per cui non è possibile credere vero ciò che si sa essere falso, non è possibile per una questione grammaticale e allo stesso modo è possibile togliere a una persona la possibilità di avere una paura, una fobia un accidente qualunque, e non può più perché non ci può più credere, perché questa cosa non è più utilizzabile per lo stesso motivo per cui si cessa ad un certo punto da adulti di giocare con le bambole o con i soldatini, perché si smette di farlo? Perché non interessa più semplicemente, mentre invece finché il cosiddetto sintomo continua a interessare, a essere, adesso la dico sulla scia di Freud, fortemente erotizzato, il sintomo non passa, rimane lì, può modificarsi magari, andare da un’altra parte ma la struttura permane. Ecco allora a questo punto la doppia utilità di una cosa del genere, non soltanto in ambito teorico e cioè potere costruire, avere costruita una teoria che non si supporta su un atto di fede, ma è anche una teoria che fa da supporto a una clinica che è la più potente che sia mai stata pensata perché va a elaborare, ad articolare ciò stesso che è la condizione, per esempio, di una depressione. Ci chiedevamo la volta scorsa: senza linguaggio potrebbe esistere la depressione? No, questo dovrebbe fare riflettere ma non lo fa. C’è qualcun altro? Eleonora dai un contributo, tu Eleonora avresti voce in capitolo visto che hai fatto un intervento notevole sulla psicanalisi come scienza, hai mostrato in modo chiarissimo e inequivocabile come di fatto sia l’unica scienza che sia possibile chiamare con questo nome, e cioè fondabile oltre che fondata …

 

Intervento: stavo pensando alla spiritualità contrapposta al pensiero oppure da conciliare con questo, diciamo che la spiritualità in quanto tale è un concetto che passa attraverso a un elemento esterno alla persona stessa, nel senso … perché si contrappone la spiritualità al pensiero? Per il fatto che attraverso la spiritualità tutte le domande che si pone e che verranno risolte comunque passano attraverso l’elemento che è esterno al proprio pensiero, certo la spiritualità ha un suo pensiero ma il pensiero che si intende in questo caso nella Scienza della parola è ciò che permette la costruzione anche della stessa spiritualità, spiritualità penso che sia avvicinabile ai concetti di anima, di spirito, credenza, e quindi in che senso da contrapporre? Perché se uno continua a basarsi sulla spiritualità non riuscirà mai a trovare una sorta di risposta attendibile per il fatto che si passa sempre da qualcosa di esterno, non è conciliabile con il proprio pensiero ma è conciliabile con il pensiero comune …

 

Con il luogo comune sì certo (la risposta non è fondabile per il fatto che non si basa su ciò che permette la costruzione della stessa risposta …) sì, è come quando ci si chiede “perché gli umani credono a qualche cosa?” si risponde “è nella natura dell’uomo” che non significa assolutamente niente è come dire è perché ce l’hanno imposto i marziani …

 

Intervento: il lavoro di interrogazione è diverso quando si parla del pensiero nel senso che sì, si possono pensare tutte le varie idee e tutte le varie ideologie se si cerca invece che cos’è che le ha costruite ne hai più vantaggio nel senso che andare a cercare il proprio vantaggio al di fuori di se stessi diventa pericoloso per il fatto che è sempre molto traballante questa verità, mentre invece cercare perché noi costruiamo quelle determinate paure, quei timori, quei sentimenti, quelle emozioni e poi la spiritualità secondo me viene creduta tale per il fatto che non si sanno rispondere a determinate connessioni, tipo le emozioni sono quelle classiche cose cui non si può dare una risposta, ci sono, ma nessuno sa da dove vengono se non dal cuore o dall’anima però cercare di interpretarle è un conto, cercare di capirle e di capire qual è la loro radice è più vantaggioso perché comunque il pensiero è molto più attivo e meno coinvolto in sofferenze, paure, depressioni perché alla fine finisce lì non si risolve niente se cerchi di interpretarle se invece cerchi di capire come vengono costruite, perché sono state costruite, quali sono i vantaggi di queste costruzioni …

 

Sì, se uno si è costruito una depressione ha avuto i suoi motivi, naturalmente anche dei buoni motivi per cui l’ha fatto se no non l’avrebbe fatto. Bene, martedì 1 dicembre Antonella Di Michele parlerà di questo “Prendersi cura di sé con la psicanalisi” che è quasi il naturale prosieguo di ciò che abbiamo detto questa sera, il modo in cui la psicanalisi mostra di prendersi cura di sé nei propri pensieri, nelle proprie parole e perché si pensano le cose che si pensano, di questo si occupa la psicanalisi, se non si occupa di questo non fa niente per cui invito ciascuno dei presenti. Grazie a tutti e buona serata.