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Torino, 14 giugno 2007

 

Libreria LegoLibri

 

Un sapere sovversivo

 

Intervento di Daniela Filippini

 

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Intervento di Luciano Faioni

 

Si è posta in modo preciso la questione dello psicanalista e del sapere dell’analista. Che cosa sa l’analista? Perché il suo sapere è considerato sovversivo? Innanzi tutto si tratta di un sapere che procede da un’interrogazione intorno al sapere, un’interrogazione intorno ai fondamenti di ciò che si è appreso nel corso della propria esistenza: tutto ciò che so, da dove viene? Ha qualche fondamento? È sostenibile? O sono una sequenza di luoghi comuni, di credenze e di superstizioni? In fondo una superstizione non è nient’altro che un’inferenza la cui premessa è totalmente arbitraria ma il sapere, ciò che ciascuno acquisisce, ha questa prerogativa? Cioè muove da una premessa totalmente arbitraria? Daniela sosteneva di sì, in questo caso ciò che sa l’analista è che qualunque cosa una persona si trovi a dire o a pensare o a credere comunque non è necessaria, non costringe nessuno a credere però funziona come tutte le credenze e le superstizioni, come una certezza e cioè come un valore universale, ciò che una persona crede, per il fatto stesso che lo creda, crede anche che sia vero ma non solo per sé, crede che sia vero universalmente, anche se magari non lo dice in modo esplicito però se lo crede e se pensa che sia vero non può pensare che sia falso, di conseguenza diventa universalmente vero. Una volta è compiuta questa operazione e cioè una volta che ciò che si è pensato è stato trasformato in una sorta di universale a questo punto diventa complicato metterlo in discussione, diventa qualcosa che partecipa del proprio modo di pensare, una delle verità o come suole dirsi più comunemente, dei valori della persona al quale valore si atterrà e di conseguenza si muoverà. Sovvertire un modo di pensare del genere che è il modo di pensare comune muove sicuramente dall’interrogare una cosa del genere, cioè un pensiero siffatto, ma non tanto per immettergliene dentro un altro come avviene in una conversione religiosa, ma si tratta di togliere la fede, proprio è questa l’operazione più sovversiva e più complicata da fare. Ciascuno da quando nasce praticamente viene addestrato non soltanto a credere una serie di cose ma anche a pensare che credere qualcosa sia necessario, e se non lo fosse? Potrebbe anche non esserlo, occorre interrogare anche questo se è necessario, perché potrebbe essere una questione di qualche interesse. È ovvio che muovendosi in questa direzione cioè interrogando i propri valori si giunge a considerare che ciascuno di questi valori è totalmente arbitrario quindi non costringe necessariamente all’assenso, ma se non sono costretto all’assenso allora se lo faccio è perché voglio farlo e qui si innesca la questione della responsabilità, la responsabilità di ciò che penso, di ciò che credo, di ciò che immagino, che desidero, faccio. È complicata la responsabilità, chi risponde? Io, ma io chi esattamente? Occorrerebbe riuscire a stabilire che in effetti l’io che sta parlando è quel discorso che mi riguarda, il discorso di cui sono fatto, potrei dire che io sono il discorso che faccio, è quanto di meglio possa dire. Gli umani sono parlanti, e questo non va senza conseguenze, d’altra parte se non fossero parlanti non si porrebbero neanche la questione se lo siano oppure no, ovviamente, ma visto che lo sono con questo dobbiamo fare i conti, e in che modo? Considerando con più attenzione questo materiale di cui sono fatti, vale a dire di parola, il discorso di cui ciascuno è fatto, quel discorso che coinvolge le cose che crede, che pensa e che come dicevo prima lo muovono in direzioni precise. Di volta in volta ciascuno si muove nella direzione in cui il suo discorso lo porta e il suo discorso lo porta nella direzione di quelle cose che ha stabilite mano a mano come valori, come credenze, cose vere, per lui vere. Se una cosa è vera significa che si va in quella direzione, se è falsa no, ma per interrogare il proprio discorso, o fare in modo che altri interroghino il proprio, posizione in cui generalmente si trova l’analista, occorre sapere di cosa è fatto un discorso, se non lo si sa si va poco lontani e quindi occorre riflettere sulla sua struttura, la struttura del discorso: come accade che il discorso funzioni in un certo modo? Come costruisce i pensieri e come avviene che ad un certo punto una persona si trovi a credere certe cose, perché? Insomma come funziona il discorso, quali sono le strutture che lo fanno muovere e che lo costruiscono così come si costruisce, al punto da giungere a sapere perché una persona pensa le cose che pensa, perché si trova a pensare proprio quelle. Tendenzialmente la ricerca intorno a queste domande non ha prodotto assolutamente nulla se non considerazioni che volgono verso la magia “accade così perché è così” senza andare molto oltre o cercando spiegazioni fondate su niente, sull’osservazione il più delle volte, come si sa ciascuno osserva ciò che vuole vedere, per questo i Greci non avevano una grande considerazione dell’empiria, l’esperienza, oppure il più delle volte neppure viene esibito il fondamento di una teoria, per esempio, si suppone che sia così e bell’e fatto. Interrogare, interrogare al di là di ogni possibile immaginazione, aldilà in molti casi del consentito, del dovuto, senza la paura o il timore di accorgersi che ciò su cui si era fondato il proprio sapere, la propria esistenza, è fondato assolutamente su niente e anche domandarsi perché occorre trovare qualcosa che sia fondato, da dove viene questa esigenza, perché gli umani da sempre cercano la verità, da quando esistono, perché? A che scopo? Perché una cosa vera è più importante di una falsa? Tutte domande legittime che conducono alla sovversione del sapere e cioè a un sapere che interroga se stesso, sempre, comunque, ininterrottamente, mai soddisfatto di ciò che trova soprattutto mai soddisfatto di ciò che non può rispondere di sé ma si mostra così come diceva in modo molto preciso Daniela come atto di fede, autodafè diceva la Santa Inquisizione, sì perché la ricerca in ambito analitico è diversa, per esempio, dalla ricerca che muoveva l’Inquisizione. L’Inquisizione è in fondo il modello di ogni ricerca scientifica e cioè la cosa che si indaga deve rispondere ciò che io voglio che risponda, e così come l’interrogato sotto tortura rispondeva quello che si voleva rispondesse anche l’oggetto, l’oggetto della ricerca risponde quello che si vuole che risponda. Alcuni che si sono dilettati in queste considerazioni, uno dei più noti è Feyerabend per esempio, notava l’apporto notevole della retorica nell’ambito della scoperta scientifica, vince la teoria che è più persuasiva, più convincente, costruita meglio e più seducente. Ciò che l’analista occorre che inviti a fare è sovvertire il proprio sapere, e sovvertendolo accorgersi di che cosa è fatto, e di fatto poi ci si accorge di che cosa è fatto, è fatto di un discorso e naturalmente si tratta di intendere di che cosa è fatto il discorso, cosa lo supporta, come si muove, cosa lo costruisce, perché sapendo questo si sa come funziona qualunque cosa, ché un discorso è la condizione di qualunque cosa: qualunque cosa per esistere occorre che sia inserita all’interno di un discorso che definisce quella cosa, stabilisce che cos’è, il suo utilizzo, la sua funzione, decide se esiste oppure no ed è anche il discorso stesso che stabilisce la nozione di esistenza e quindi fa qualunque cosa. Da quando esiste la psicanalisi, cioè da Freud in poi, si è sempre immaginato che il termine di un analisi debba coincidere con vari momenti a seconda delle teorie ma l’analisi posta in questi termini è un processo che si instaura e non ha un ritorno nel senso che la persona si trova ininterrottamente a interrogare ciò che sta dicendo, ciò che sta pensando, in una sorta di automatismo e, se vogliamo proprio dirla tutta, non può più non farlo. Il termine, nel senso di compimento dell’analisi, avviene quando questo percorso diventa irrinunciabile cioè non può più non farsi, ma dicevo che per interrogare tutto ciò occorrono degli strumenti quindi occorre acquisirli, non si fa da sé un’operazione del genere…

 

Intervento: il sapere sovversivo e specifico dell’analista è quello di sapere che la persona costruisce la sua sofferenza cioè costruisce tutto ciò che si trova a vivere, cosa che nel luogo comune invece non è visto proprio in questi termini perché non si può considerare il discorso della persona quel discorso che si effettua letteralmente nell’analisi ma che è considerato l’espressione della persona, la verbalizzazione e allora si va cercare nelle parole di questa persona qual è stata la causa scatenante, per esempio, così nelle varie psicoterapie si costruisce questo scatenarsi della causa e di lì si parte senza accorgersi invece non avendo la possibilità di considerare il discorso di quello che va facendo nella sua interezza cioè la persona è il discorso che fa senza poter considerare questo ovviamente l’analisi, la psicanalisi non può tener conto di quello che effettivamente attrae la persona, o meglio attrae il discorso della persona ché se la persona costruisce certi suoi modi di vita e sto parlando di questo non sto parlando di scene che possono accadere nel pensiero della persona ma quello che mette in atto la persona vivendo trainata dal suo discorso, se la persona non ha la possibilità di accorgersi di ciò che costruisce, di ciò che mette in atto e quindi di ciò che pensa tutto sommato sarà costretta inevitabilmente a subire quella che è una sua costruzione, un suo programma e questo è il sapere sovversivo, uno dei saperi sovversivi dell’analista…

 

Sì, la questione della sofferenza. Ci si trovava ieri sera, come tutti i mercoledì sera, con gli amici a discutere di queste questioni anzi invito ciascuno di voi a partecipare se è interessato, che è la tragicità a costituire la più grande attrazione, e già Aristotele a suo tempo se ne accorse “occorre mettere della tragicità perché ci sia interesse” diceva, e la chiesa, la santa romana chiesa attribuendo alla sessualità la tragicità l’ha trasformata nella cosa più erotica che si possa immaginare. Fu un colpo di genio, da quel momento è diventata la cosa più attraente che potesse immaginarsi proprio ascrivendo alla sessualità il tragico, e in effetti il modo spesso più eccitante per gli umani di vivere la sessualità è viverla in modo tragico anziché allegro e spumeggiante, più c’è tragedia e più c’è erotismo. I ragazzini che come diceva Freud hanno un versante un po’ psicotico e sono molto portati a immaginare, a pensare questo aspetto della sessualità attraverso la tragedia, attraverso gli abbandoni, attraverso la sofferenza, le pene, e più le pene sono forti e più l’amore è intenso, questo è stato il colpo di genio della chiesa, non è stato l’unico ma sicuramente uno dei più notevoli, perché ha inteso benissimo, e d’altra parte avevano letto Aristotele molto bene, che è la tragedia che attrae: togliete la tragedia, cosa rimane? Rimane la responsabilità, rimane ciò che uno pensa, rimane da solo con i suoi pensieri cosa che per tutta la vita cerca di evitare come la peggiore delle catastrofi, la tragedia comporta la compagnia, ché la tragedia è sempre uno spettacolo che si offre per qualcuno, si esibisce, non esiste la tragedia se uno è da solo senza nessuno che lo conforti, che lo compianga etc. ma ci vuole un pubblico. Questa è una questione molto importante: la persona che dice di soffrire, soffre davvero, certo, è quello che vuole e quindi soffre e esige che la sua sofferenza sia considerata importante, lo pretende a qualunque costo e di questo occorre tenere conto…

 

Intervento: anche perché la tragedia come la sofferenza da molto da pensare e quindi da parlare, da molte emozioni e le emozioni sono qualcosa che attrae in modo violento, prorompente per la persona vivere senza emozioni non è allettante…

 

Intervento: le emozioni per definizione devono essere inaspettate, sono programmate in questo modo ma sono sempre le stesse se no come riconoscerei quell’emozione che per il mio discorso funziona proprio come ciò che chiamo emozione?

 

Intervento: però per suscitare quell’effetto così di coinvolgimento, così inaspettato non deve essere qualcosa che si decide, non è una cosa che si conosce e che però poi si raggiungerà devono capitare, bisogna essere travolti dall’evento catastrofico così come dall’innamoramento… conosciamo le emozioni per quello che sono quindi dicevo la sofferenza e la tragedia da molto di cui emozionarsi, da molto di cui parlare… sono una condizione ottimale per il discorso…

 

Sì, parlare è la cosa che più importa agli umani, tant’è che all’inizio di un’analisi, il cosiddetto effetto benefico che si produce immediatamente quando si avvia l’analisi si produce unicamente perché la persona incomincia a parlare, non c’è nient’altro che questo, dopo avvengono altre cose ma inizialmente solo questo, può parlare, può parlare senza essere continuamente interrotto da qualcuno che deve dirgli una cosa che è ancora più importante e più interessante della sua. Dunque ha l’opportunità di raccontare e questo è il primo effetto, poi come si diceva ne subentrano ben altri e per ultimo non avere più la necessità di costruire tragedie, e questa è la sovversione maggiore, una cosa del genere potrebbe schiantare tutto il discorso occidentale…

 

Intervento: io penso che la cosa più difficile sia proprio quella nel luogo comune di immaginare un mondo senza tragedia, una vita senza sofferenza in effetti anche nel luogo comune un’analisi termina quando magari il problema è immaginato risolto e allora occorre inventarne un altro per poter proseguire però sembra che l’analisi abbia questa finalità, mi sembra che in effetti la grossa impossibilità nel senso di poter pensare a un’esistenza, per esempio, ad un discorso che non si regga più sulla tragedia o quanto più sul problema per esempio…

 

Intervento: è noto come le persone non possano vivere senza problemi e appunto se non hanno problemi fanno di tutto per potersene creare perché sembra essere il principale motore del pensiero… il problema è che ciò che dà da pensare che costringe a cercare una soluzione, costringe a inventare cose, costringe in qualche modo a costruirsi una storia dove si produce una questione e quindi in qualche modo stimola, ti fa vivere, diciamo sembra “il sale della vita” ecco immaginare che in qualche modo possa perdersi questa sofferenza è qualche cosa che non può pensarsi… se si comincia a pensare a questa questione c’è il vuoto perché non sa più cosa… non sa più che direzione prendere e in effetti il male, la sofferenza, la tragedia è ciò che in qualche modo dà una direzione, giustamente come dicevamo prima, il luogo comune ha bisogno di emozioni, di punti fermi, di riferimento di qualcosa in cui credere cioè tutte queste metafore è la questione della verità questa, sono semplicemente metafore c’è questa esigenza e la possibilità di immaginare la non necessità di tutto questo è per il luogo comune impossibile… se a una persona si dice che non sono necessari i punti di riferimento che poi ciascuno pensa qualunque cosa si sente assolutamente solo… è un non senso… come si fa? È così… ognuno deve avere qualche cosa in cui credere, qualche cosa cui tiene… certo fino a quando si continua a pensare che questo qualche cosa è qualche cosa che è al di fuori del proprio discorso… che è qualche cosa fuori, “qualcosa” tra virgolette qualcosa su cui appoggiarsi, qualche cosa che fa da sostegno, una garanzia… senza rendersi conto che appunto la garanzia del proprio discorso è nel discorso stesso, non è fuori dal discorso questo è ciò che in un certo qual modo l’analisi… prima quando l’ascoltavo mi veniva in mente questo: che cosa costruisce un’analisi? Perché Lei parlava prima di quando termina un’analisi importante è cosa costruisce… costruisce un altro discorso…

 

Questa è una questione interessante. Tanti anni fa una analizzante mi disse questo: “ma se non sto più male, dopo che cosa faccio?” Questa domanda che potrebbe fare sorridere in realtà pone una questione sulla quale per esempio esiste un business di miliardi, quello dell’intrattenimento, fare in modo che le persone non stiano mai senza fare qualcosa, ininterrottamente…

 

Intervento: altrimenti pensano…

 

Sì, solo che quando pensano si agitano perché pensano alle catastrofi naturalmente, non avendo più come diceva Sandro necessità di pensare la tragedia che cosa fanno? Incominciano sì a pensare ma occupandosi della lettura, di intendere come funziona il linguaggio, il pensiero si volge inesorabilmente, inevitabilmente in un pensiero teoretico cioè intorno ai fondamenti di sé e di tutto ciò che ci circonda, come se il pensiero a quel punto, svincolato da ogni legame, da ogni impiccio, incominciasse effettivamente a pensare se stesso. Potremmo azzardare a dire che un’analisi conduce inesorabilmente a un pensiero teoretico, nel momento in cui tutti gli altri giochi che vengono praticati dagli umani cessano di avere qualche interesse, per lo stesso motivo e per la stessa via per cui un adulto cessa di giocare con le palline o con i soldatini perché non interessano più, allora cerca qualche cos’altro, dal momento stesso in cui non ha più necessità di creare tragedie cioè non ha più necessità di girare a vuoto incomincia a pensare se stesso, è l’unica cosa che può fare, inesorabilmente penserà se stesso e cioè si accorgerà del suo pensiero teoretico. E quindi avrà molto lavoro da fare …

 

Intervento: volevo chiedere una cosa….mi sembra di capire che se non c’è tragedia non c’è dialogo? uno non parla se non ha da raccontare qualcosa di tragico il piacevole lo porta a un dialogo?

 

Qualunque cosa può funzionare per avviare un interesse da parte degli altri nei propri confronti, certo anche la cosa piacevole va benissimo, però offre generalmente meno spunti per…

 

Intervento: e perché succede questo?

 

Perché se una cosa va male muove la persona per farla andare bene, se va bene già non la muove più, è come se fosse arrivata a fine corsa per cui occorre fare in modo che vada male, a questo punto può ricominciare il percorso, come una persona che la domenica non ha niente da fare, si avvilisce generalmente, si deprime e incomincia a pensare a un sacco di malanni, non ha fatto niente tutto il giorno però è stanchissimo; ha pensato certo, ha pensato a tutta una serie di cose brutte il più delle volte brutte, perché quelle brutte lo inducono a darsi da fare per rimediare.

 

Intervento: parlavamo ieri sera sulla filmografia, su come si compone un film… la sceneggiatura è fondamentale a partire da una situazione piacevole, familiare e comune e poi all’improvviso inserire l’effetto straniante, creare il dramma… anche delle commedie non solo delle tragedie, creare quel dramma o comunque quei conflitti da risolvere per poi arrivare alla fine… al lieto fine o comunque a una situazione che comunque arriva a una certezza, a una conclusione appunto piacevole o meno e quindi questo produce emozioni… se c’è un film in cui appunto non esiste questo movimento…

 

Esatto, è proprio il modello tipico della tragedia di Aristotele, dopo  la catastasi che rallenta, ritarda la catastrofe per creare la tensione, la catastrofe viene recuperata attraverso la catarsi…

 

Intervento: e quindi stavo pensano al sapere sovversivo no? La sovversione sta nel fatto che il sapere tradizionalmente viene appunto collegato alla realtà quindi c’è, per esempio, alla televisione il quiz in cui le persone molto intelligenti sono quelle che sanno rispondere alle molte cose e quindi hanno appreso… e quindi una persona non sa che in quella maniera non sa nulla di sé però pensa di sapere tanto perché la società in qualche modo è impostata su questo sapere, su questo insieme di informazioni che sono state apprese fin dall’infanzia in modo molto dettagliato e quindi dove sta la sovversione? Serve a riflettere sul fatto di avere consapevolezza di non sapere nulla di sé comunque di quello che è la propria diciamo iniziativa nel portare avanti la propria realtà e quindi il proprio discorso e su questo pochi sanno e soprattutto non si vuole sapere perché si continua a pensare che il sapere è qualcosa che viene dall’esterno…

 

Intervento: scusi non corre lo stesso rischio di ricorsività la dinamica di sovversione, nel senso che si riforma… non lo corre lo stesso rischio? Come uscire da questo criterio ricorsivo perché si rifà a sua volta il sapere…

 

Ha fatto bene a menzionare la recursione, in effetti il sapere è fondato da qualche cosa da cui muove necessariamente, il problema che incontra la sovversione è che mettendo in discussione questo fondamento lo fa attraverso un altro sapere il quale ha un fondamento e così via all’infinito, a questo punto ci sono tre vie, una dice: Dio vuole così, la seconda è quella dell’ermeneutica: non c’è nessuna possibilità di arrestare questa regressio ad infinitum quindi abbandoniamo la ricerca, terza possibilità è reperire quella condizione che consente di costruire tutte queste operazioni. Ogni volta che io costruisco un sapere questo sapere è fondato su qualcosa e questo qualcosa può essere messo in discussione, può essere confutato, ma con che cosa? C’è qualche cosa che va aldilà del sapere stesso e che è la condizione del sapere stesso? Se a questo punto noi giungessimo a intendere qual è la condizione del sapere cioè che cosa lo rende possibile, a questo punto sapremmo anche qual è la condizione per costruire qualunque criterio di verità. È possibile reperire questo elemento, basta riflettere semplicemente su ciò che ci permette di pensare, è un sistema che è molto semplice e comunemente è noto come linguaggio, ma in una accezione particolare e cioè come una sequenza di istruzioni il cui unico scopo è costruire proposizioni, nient’altro che questo, e per mandare avanti tutto quanto in realtà basta molto poco: la possibilità di distinguere un elemento da un altro e un sistema inferenziale, non serve altro, dopodiché con questi due mattoncini può costruire qualunque cosa. Posta la questione in questi termini qualunque cosa lei cerchi di fare, di pensare, di confutare, di argomentare in qualunque modo e per qualunque motivo comunque sarà fatta in questo modo, è il modo in cui ciascuno pensa da quando esistono gli umani, l’unico modo che hanno per pensare: muovere da una premessa e attraverso una sequenza di passaggi giungere a una conclusione, non hanno altri modi di pensare, sia per dimostrare qualcosa sia per confutarla comunque utilizzeranno questo sistema, questo sistema che chiamiamo linguaggio visto che è il termine che gli è più prossimo, è ciò che è la condizione dello stesso pensiero, la condizione della pensabilità di qualunque cosa. A questo punto la recursione torna indietro fino a che cosa? Fino alla condizione della sua stessa esistenza cioè al fondamento che è il linguaggio, arrivata a questo punto si arresta perché non può uscire dal linguaggio, perché per uscire dal linguaggio deve utilizzarlo, deve costruire un sistema che gli consenta di uscire e per costruire questo sistema gli serve il linguaggio, come dire che il linguaggio per uscire da sé utilizza se stesso e questo costituisce in ambito logico un problema che viene risolto in questo caso dall’autoreferenzialità, che è un impiccio in retorica ma in logica no perché sbarazza, come dicevo prima, dalla regressio ad infinitum, in questo caso c’è una battuta di arresto oltre la quale non si può andare: non c’è uscita dal linguaggio, non c’è uscita dal pensiero se vuole o dal modo in cui ciascuno è costretto a pensare e cioè partire dalla premessa, per il momento non ha nessuna importanza quale sia la premessa, ci interessa soltanto quale sia la struttura, il modo in cui funziona, una premessa e dei passaggi che occorre che siano coerenti cioè non neghino mai la premessa da cui sono partiti fino alla conclusione. In fondo al linguaggio per funzionare non serve altro e con questi mattoncini ha costruito tutto ciò che ha costruito da quando c’è traccia dell’umanità. Ecco perché la teoria della recursione che ha avuto, e ha tuttora un certo interesse in ambito logico, può essere utilizzata per consolidare…

 

Intervento: è il funzionamento del linguaggio…

 

Sì, d’altra parte i computer funzionano come gli umani, e cioè ogni volta che devono verificare qualche cosa tornano fino al punto da cui sono partiti, verificano tutto il percorso a ritroso e poi all’andata e stabiliscono che l’operazione è corretta utilizzando un sistema che è quello degli assiomi di Peano, se giungo a stabilire che tre è un numero e che il successore di un numero è un numero allora il quattro che è il successore di tre e sarà un numero, per esempio, e così via all’infinito costruisco tutti i numeri avendo sempre la certezza di muovermi in modo corretto. Il linguaggio costituisce come dicevo prima il punto di arresto oltre il quale non è più possibile andare perché non c’è uscita dal linguaggio, lì ci si ferma, dal momento in cui si installa per gli umani non c’è più possibilità di uscita, non c’è più ritorno, naturalmente non c’è nessun problema a questo riguardo come dire che dal momento in cui incomincia a pensare continuerà a pensare, non può smettere di farlo. Ecco perché è risolto il problema cui lei ha alluso e che è un problema che in logica si riscontra talvolta, quello della regressio ad infinitum, lo stesso Tommaso diceva non è possibile tornare indietro nelle cause, ad un certo punto bisogna fermarsi, solo che in questo caso l’arresto non è arbitrario come in genere avviene, ma ci si ferma al punto in cui non è più possibile proseguire poiché occorrerebbe uscire dal linguaggio, ma come dicevo prima non ci sono gli strumenti per poterlo fare perché comunque per uscire dal linguaggio devo costruire un sistema e per costruirlo uso il linguaggio; non ne vengo fuori in nessun modo, ecco perché trovare la struttura del linguaggio significa trovare ciò che Dante chiamava le Colonne d’Ercole, oltre le quali non si può andare…

 

Intervento: volevo sapere quando si cala lo strumento della decisione di sovvertire?

 

La decisione di sovvertire può essere presa oppure no, se viene presa mette in atto tutta una serie di cose, in effetti cosa si sovverte? Non la struttura del linguaggio, questo non lo può sovvertire in alcun modo perché come dicevo prima se anche volesse sovvertirla per sovvertirla dovrà utilizzare ciò stesso che intende sovvertire, ma ciò che si sovverte è tutto ciò che impedisce alle persone di avere l’accesso costante e continuo alla struttura di cui sono fatte, se vogliamo proprio dirla tutta, la psicanalisi ha questo obiettivo: fare in modo che la persona non possa più non sapere in ciascun attimo, in ciascun istante, in ciascun atto che ciò che sta avvenendo è fatto di linguaggio. Quindi la sovversione rispetto alle credenze, al luogo comune il linguaggio è ciò che costituisce la condizione certo per pensare qualunque cosa e quindi anche la sovversione: pensare di sovvertire, pensare di non sovvertire e qualunque altra cosa…

 

Intervento: in questa accezione si tratta più di esercizio di potere… questa sovversione di cui parlava il signore come di due forze che si contrappongono: questo è il mio sapere e questo è ciò che costruisco come sovversione, non è proprio esattamente in questi termini una volta in cui ci sia accesso alla struttura di cui ciascuno è fatto…

 

Bisogna intendere la sovversione del sapere come ricondurre il sapere a ciò che è la sua condizione, la condizione della sua esistenza e cioè quella cosa che si chiama linguaggio comunemente anche se spesso il linguaggio ha un’altra accezione, però in questa accezione è come una sorta di sistema operativo, per usare una metafora informatica…

 

Intervento: c’è anche questa idea di sapere come istituzione, il sapere della scienza, il sapere… che in qualche modo viene custodito dallo stato… la sovversione avviene al momento in cui questo sapere viene dichiarato arbitrario, non responsabile di quel sapere che invece guida gli umani dal mattino in cui si alzano a quando vanno a dormire…

 

Intervento: quel sapere che distingue gli umani dagli esseri animali… perché si dice siamo esseri senzienti e non esseri viventi? Nel momento in cui si è installato il linguaggio si è potuti appunto arrivare a costruire quella che è la nostra realtà a partire appunto da questa interrogazione…

 

 

Intervento: in attesa delle prossime conferenze ciascuno è invitato a proseguire in questo esercizio intellettuale di ricerca personale ma anche appunto teoretica… e appunto è invitato a partecipare agli incontri in via Grassi 10 qui a Torino, il mercoledì alle 9 in un ambito informale per cui ciascuno è invitato…

 

Bene, auguro a ciascuno di voi una buona serata, spero di rivedervi presto. Chi è interessato può lasciare il suo indirizzo email, noi ci faremo premura di informarlo di tutte le attività che andremo a organizzare.