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13-3-2007

 

Intervento di Beatrice Dall’Ara

 

L’ultima serie di conferenze tenute in questa sede è stata da settembre fino dicembre del 2006 il titolo “Clinica della Coppia” tema tipicamente psicanalitico invece questa sera il tema è da Freud a Wittgenstein: La logica della psicanalisi. Da Freud a Wittgenstein per illustrare il percorso che l’Istituto Scienza della Parola ha compiuto per affermare la logica della psicanalisi e cioè un pensiero che parte da una costrizione logica, l’unica necessità, e cioè perché qualsiasi pensiero possa esistere occorre una struttura che lo faccia esistere ed è ciò che chiamiamo linguaggio. Questa è la struttura che fa esistere qualsiasi cosa, ecco perché noi intanto abbiamo chiamato la nostra associazione Scienza della Parola e perché nelle nostre conferenze affermiamo la priorità assoluta del linguaggio. Venti anni fa ho iniziato un percorso d’analisi e ho cominciato a far parte dell’associazione…dicevo del percorso, di quello che ci porta ad affermare l’unica necessità, l’unica necessità con la quale occorre faccia i conti il proprio pensiero, che continuamente faccia i conti perché se non esistesse il linguaggio allora non esisterebbe il pensiero e quindi ciò che io mi trovo ad affermare. Da Freud a Wittgenstein… all’inizio quando intrapresi il percorso analitico e cominciai ad accogliere gli effetti che questo discorso produceva nel mio discorso, effetti sorprendenti in molti casi, effetti che solo una persona che si trova a percorrere questa strada può intendere perché accade di scoprire verità altre verità fino allora sconosciute, capovolgimenti… e quindi dicevo proprio per gli effetti che produceva l’analisi nel mio discorso avevo la necessità di trovare dei testi che mi aiutassero ad intendere, per esempio, la funzione del sintomo all’interno del mio discorso, la funzione del disagio e il testo di Freud fu uno dei testi con il quale io mi confrontai cercando all’inizio di cogliere tutto ciò che potevo cogliere per sapere, perché qualcuno mi dicesse come stavano le cose, proprio per gli effetti sorprendenti che ha un percorso analitico. Il testo di Freud fu molto importante allora, allora cercavo l’autorità che mi dicesse, che mi illustrasse, che mi mostrasse perché accadono le cose, poi man mano ovviamente il testo di Freud cominciò ad entrare nel discorso, quel discorso che andavo facendo in analisi. Ma che cosa ci ha dato il testo di Freud? Ci ha dato la possibilità di ascoltare un discorso, la possibilità di accedere al proprio discorso, sapendo che è un discorso quello che fa la persona, è ovvio che la persona non sa di essere discorso, man mano che prosegue l’analisi questo diventa imprescindibile, è imprescindibile ascoltare ciò che si dice e soprattutto tenere conto di ciò che si dice e Freud, se voi avete letto il testo di Freud, anche soltanto dove svolge dei casi clinici, oppure nella Psicopatologia della Vita Quotidiana, nel Motto di Spirito, nell’Interpretazione dei Sogni, lì si vede come lui avesse una particolare attenzione per ciò che avviene nel discorso analitico e soprattutto nel modo in cui avviene, lui prendeva alla lettera le parole, le proposizioni, questi erano pensieri per Freud che accadevano nell’analisi, bastava una virgola, un termine sottaciuto nella ripetizione di un racconto ma che occupava una particolare posizione nel discorso, ecco lì Freud interveniva, interveniva e aggiungeva elementi, forniva in molti casi un’interpretazione e l’analisi proseguiva. Molti anni fa quando io ho cominciato a far parte dell’associazione tenemmo una serie di conferenze il cui titolo era “Freud il linguista” tale era l’attenzione per le parole, per il discorso, “rappresentazioni verbali” le chiamava lui, noi allora all’inizio di questo percorso, quando appunto avevamo intenzione di dare un fondamento alla psicanalisi, per quello che comportava nel nostro discorso, per tutti quegli effetti importanti, avevamo intenzione di dare un fondamento, trovare qualcosa di necessario da cui il pensiero potesse partire finalmente, dare uno statuto teorico e come dicevo allora quel ciclo di conferenze “Freud il linguista” illustrava come Freud, pur non conoscendo la linguistica perché allora ai suoi tempi stava nascendo con De Saussure, precorresse in qualche modo i tempi della linguistica, perché per esempio nel Motto di spirito, che sembra un saggio di linguistica, sono le varie combinazioni di sequenze linguistiche che contraggono relazioni e quindi altri modi di significazione, ma sia come sia intanto per noi era necessario trovare qualcosa di necessario per fondare quella cosa meravigliosa che Freud aveva costruito, che per noi aveva così importanza. Freud si era accorto che le persone che andavano da lui in genere nevrotici, psicotici, soffrivano ed erano costrette a subire i loro sintomi perché credevano fortemente in qualche cosa che, diceva Freud, il loro apparato psichico aveva costruito. Un apparato che costruisce delle rappresentazioni, l’umano vive di rappresentazioni costruite da un apparato psichico su un modello estetico che ovviamente a ciascuno è congeniale, funzionale, ma rappresentazioni di un apparato psichico che costruiscono letteralmente la realtà, a partire da una necessità, persone che non potevano affrontare la realtà la dovevano cambiare, mutare e questo era ad opera di un apparato psichico che funzionava e lui ci ha spiegato molto bene soprattutto nell’Interpretazione dei sogni come funzionava… gli umani, diceva Freud, vivono di rappresentazioni, vivono di quella realtà che loro costruiscono per affrontare una dura necessità, una rappresentazione di realtà beh ma allora noi proprio al momento in cui dovevamo partire da qualche cosa di certo, di necessario per fondare un pensiero ci trovavamo a fare i conti con delle rappresentazioni di realtà, qualcosa di vero che però era rappresentato da ciascuno nei modi più svariati, ovviamente, ma allora quale sarebbe la rappresentazione più vera? E Freud ci aveva messi in guardia dalle religioni che costruiscono il sintomo, il conflitto, il problema, la passione, ci ha mostrato molto bene la funzione delle religioni nella vita dell’umano, negli ultimi anni di vita dopo che la psicanalisi aveva fatto il giro del mondo lui pensava che gli umani potessero intendere la funzione del credere, della religione, della superstizione e si trova proprio invece a considerare che gli umani, e sopratutto gli spiriti eletti, i grandi pensatori al momento in cui si trovano a fare i conti con le proprie passioni sono dei bambini, reagiscono esattamente come i bambini, allora c’era la guerra e per le sue idee sulla sessualità e quindi sulla religione Freud dovette rifugiarsi, scappare, ma a Freud interessava il pensiero e come funzionava il pensiero degli umani però a noi, alla Scienza della Parola non bastava, non potevamo partire da un atto di fede, da un modello estetico per fondare il pensiero perché era del pensiero che si trattava, lui sapeva bene che erano “problemi” di pensiero quelli che procuravano il disagio, il conflitto, che portano all’ azione gli umani e quindi con il pensiero faceva i conti ma noi non potevamo partire da un atto di fede e quindi da qualcosa che ci piacesse e qui il testo di Wittgenstein ci fu molto utile a quel tempo, molti anni fa, perché se Freud ci aveva mostrato le rappresentazioni e come la psiche degli umani non viva che di rappresentazioni invece Wittgenstein, non solo Wittgenstein ovviamente, ci siamo avvalsi anche di moltissimi altri testi, ma Wittgenstein ci mostrò come il pensiero degli umani funzionasse attraverso giochi linguistici. Se voi leggete il testo di Wittgenstein a cominciare da Pensieri diversi fino agli ultimi testi come Della Certezza, Ricerche Filosofiche vi accorgerete che non fa altro che parlare di linguaggio e di giochi linguistici, non fa altro che fare questo, però Wittgenstein, per esempio, quando nel suo excursus sui giochi nel Libro Blu ci parla dei vari concetti utilizzati dalla Psicanalisi, per esempio il concetto di inconscio fa questo esempio dice: “pensate a quando una carie vi distrugge un dente avete molto male, si può dire che il mal di denti in questo caso è conscio, mettiamo il caso, invece, che vi ritroviate con un dente distrutto e andiate dal dentista il quale dice chissà quanto male ha sofferto! No, non ho sofferto di nessun male! non è possibile, lei ha avuto un mal di denti inconscio!” E qui Wittgenstein si ribella, si ribella l’intelligenza e non può che arrestarsi di fronte alle spiegazioni dello scienziato il quale dice “quante cose tu non sai, non puoi mica conoscere tutto della realtà, devi accogliere che esiste anche il mal di denti inconscio” beh, a quel punto diceva Wittgenstein di fronte ad affermazioni di questo genere come può l’intelletto, l’intelligenza dell’umano proseguire se deve accogliere questo dato di fatto, e poi ancora sul sapere, sull’analisi dei verbi sapere e credere, dice “come posso sapere? come può un bambino sapere che la terra è esistita da molti milioni di anni? lo sa attraverso giri di pensiero? Attraverso deduzioni ferree? No, lo sa perché parla, perché parlando può accogliere delle proposizioni e quindi sapere dove poggia il suo piede perché lì c’è la terra, una terra che può essere esistita da molti anni o dal giorno prima”. Deve mettere in gioco questo sapere? No, a che cosa gli serve metterlo in gioco però se gli chiedessero di dimostrare il suo sapere non lo può fare, assolutamente non può dimostrare i passaggi che il linguaggio ha compiuto per quell’atto linguistico, non lo può fare, sono regole, regole che ciascuno accoglie al momento in cui si trova a vivere quindi a parlare, per cui come fa una persona a sapere che mentre va al ristorante e lascia la macchina parcheggiata lì, la macchina quando non la guarda sparisce, come fa? può immaginare che gliela rubino ma se non gliela rubano lui sa che la macchina è lì che l’aspetta, come lo sa? Lo può dimostrare che la macchina non sparisce, non scompare? No, non lo può fare perché le regole dei giochi della società in cui vive per “utilità” in qualche modo ha costruito le cose in questo modo, ma forse tutta quell’interrogazione su cosa sa l’umano e come può provare il suo sapere, come può provare quello che sa, tutta questa interrogazione continua su quello che crede, ci informa che Wittgenstein cercando di connettere i giochi linguistici di cui il pensiero è fatto, visto che il pensiero funziona attraverso giochi linguistici, cercando di trovare una connessione con la realtà in cui viveva non si accorge, non si accorge che la realtà è un gioco linguistico, non si è accorto di questo, cercava con la logica di connettere la realtà a quei giochi linguistici che fanno funzionare il pensiero, ed era una operazione impossibile, era impossibile perché lui non considerava di essere il discorso che andava facendo in prima istanza e soprattutto utilizzava il linguaggio come un mezzo, come dire affermava il linguaggio e lo descriveva anche se sapeva e nei suoi testi si incontra continuamente il gioco della descrizione, ma cercando di compiere questa operazione di connettere dei giochi linguistici che fanno funzionare il tutto a qualcosa che non è un gioco, ma allora lì, proprio lì non ha potuto decidere Wittgenstein di essere quello che il suo pensiero andava dicendo, e soprattutto quello che andava facendo, non ha potuto in questa indecisione continua fra ciò che credo e ciò che so, non ha potuto decidere e chiedersi cioè portare il suo discorso alle estreme conseguenze “perché penso quello che penso?” comunque “qual è la condizione per cui io possa pensare?” a quel punto non è potuto giungere, non ha potuto sbarazzarsi di quella verità che per lui era così importante, ma era importante all’interno del suo pensiero, era anche vero certamente ma nessuno pensava come lui, Moore con il quale battagliava continuamente, per esempio, non riusciva a pensare che il pensiero fosse mosso da giochi linguistici, fosse fatto di giochi linguistici e lui continuamente voleva e pretendeva di mostrare ciò che per lui era assolutamente prioritario ma come dire? non ha potuto fare i conti con il suo pensiero, non ha potuto portarlo alle estreme conseguenze interrogandosi sulla condizione per cui il suo pensiero potesse esistere e quindi sul linguaggio, l’unica necessità perché se il linguaggio non fosse la condizione perché qualsiasi pensiero possa esistere, possa esistere l’esistenza stessa allora non ci sarebbe né quello né qualsiasi altra cosa perché non esisterebbe assolutamente nulla, se avesse potuto considerare il linguaggio, ciò che chiamiamo linguaggio cioè una struttura che costruisce ininterrottamente proposizioni, a quel punto avrebbe anche potuto interrogarsi sullo scopo, che scopo può avere una struttura? L’unico scopo che può dirsi, che può avere una struttura tanto per facilitare l’intendere è quello di produrre linguaggio, produrre altro linguaggio, e per produrre altro linguaggio il linguaggio necessita di concludere, cioè partire da una proposizione e attraverso una serie di passaggi concludere con una proposizione vera cioè coerente con la premessa vera da cui parte, la verità ha questa funzione di costruire giochi linguistici, di costruire proposizioni, di costruire linguaggio, per che cosa? Per costruire linguaggio… ecco Wittgenstein non portando alle estreme conseguenze, non avendo la responsabilità del suo pensiero, credendo in qualche modo in quel linguaggio come a qualche cosa di “ineffabile” tutto sommato, di indicibile, un dio, non ha scoperto, non ha inventato, non ha deciso ciò che ha potuto decidere uno psicanalista, psicanalista e logico, indubbiamente, ma che ha a che fare tutti i giorni con i discorsi delle persone che chiedono di compiere un’analisi e che gli affidano il loro pensiero senza saperlo minimamente, solo uno psicanalista ha potuto compiere quel passo per cui il pensiero finalmente ha una dignità perché non deve delegare ad altri se non al linguaggio la sua giustificazione, non ha bisogno di ancorarsi a teorie che esercitano il potere con la persuasione ma che non possono dimostrare quel sapere sul quale si fondano, solo uno psicanalista ha compiuto questo miracolo di dare finalmente una dignità al pensiero, far partire il pensiero da qualche cosa che fosse necessario perché abbiamo a che fare con una struttura che funziona in un certo modo non con leggi divine, delle leggi di natura, le leggi di natura sono costruzioni del linguaggio, non si può uscire dal linguaggio lo si può immaginare, lo si può pensare, lo si può credere ma questo significa soltanto far funzionare il linguaggio, fargli costruire delle proposizioni, in fondo il linguaggio mai, mai ha potuto considerare il suo funzionamento, gli umani parlano e sono linguaggio da quando c’è traccia di loro e dicevo gli umani hanno sempre parlato e il linguaggio non ha mai avuto bisogno di considerarsi la condizione di qualsiasi cosa, funzionava, ha costruito e costruisce tutto ciò che gli umani si trovano a dire, a fare, ha utilizzato e utilizza le tragedie come le commedie non importa nulla al linguaggio di quello che va costruendo, basta che costruisca delle proposizioni ecco, invece no, uno psicanalista che sa, che ha a che fare con discorsi e in prima istanza con il proprio discorso e soprattutto con il pensiero di quelle persone che non hanno bisogno di ulteriori credenze, devono soltanto accorgersi che possono pensare e che quindi non hanno bisogno di nient’altro… non hanno, per esempio, bisogno di dipendere… tutti i grandi temi della psicanalisi dalle fantasie di abbandono, al narcisismo, alla dipendenza dall’altro trovano la loro risposta in questo pensiero che può finalmente contare su sé senza aver bisogno di atti di fede. Ecco direi che ho parlato abbastanza e adesso se avete qualche questione se no lascio la parola a Luciano Faioni che è quello che ha permesso di fare i conti con il proprio pensiero…

 

Intervento: secondo lei viene prima il pensiero oppure il linguaggio? C’è prima il nous o prima il logos?

 

Beh, mi pareva di avere già in parte risposto alla domanda se viene prima il nous o il logos, se non ci fosse quella struttura che noi chiamiamo linguaggio come potremmo dire “prima” o “poi”? possiamo credere, se ci piace credere in un certo modo che prima venga una certa cosa o prima venga un’altra cosa ma come lei può ben intendere se ci riflette un po’ la condizione perché ci siano queste idee cioè chiedersi se venga prima una certa cosa o l’altra è quella struttura che chiamiamo linguaggio. Senza questa struttura queste cose letteralmente non avrebbero nessun senso, non ci sarebbero, non esisterebbero… ma parlare della condizione del linguaggio come la condizione dell’esistenza di qualsiasi cosa significa poter cominciare a pensare finalmente, gli umani accettano di discendere dalle scimmie, dai pesci, dall’incontro di atomi, non so tutte le varie teorie inventate che mostrano l’origine, perché non possono accogliersi linguaggio? Questa è una domanda che pongo

 

Intervento di Luciano Faioni

 

Bene, una questione importante è stata il contributo fornito da Freud al pensiero, almeno per quanto riguarda questo secolo, Freud, si diceva, ha insegnato ad ascoltare, ascoltare un discorso significa grosso modo fare intendere alla persona perché pensa le cose che pensa, comunemente è una questione che non ci si pone poiché ciascuno a modo suo immagina che le cose che pensa siano vere in quanto corrispondano alla realtà delle cose e quindi non c’è alcun bisogno di interrogarle, Freud invece ha pensato che le cose, forse, non stavano esattamente così, e che magari non era così automatico che una persona pensasse che le sue idee fossero assolutamente vere, il fatto che una persona pensi vere delle cose ha degli effetti perché è facile intendere che se una persona crede vera una certa cosa si muoverà anche di conseguenza, è ovvio, se la crede falsa il contrario. Freud dunque ha compiuto questo gesto inaugurale: incominciare a interrogare un discorso, però non ha compiuto una operazione che forse avrebbe potuto compiere, e cioè interrogare la sua stessa teoria allo stesso modo, e cioè chiedere alla teoria che stava costruendo perché sosteneva le cose che stava sostenendo e questo sarebbe stato di notevole interesse perché a questo punto si chiede una giustificazione o più propriamente come direbbero i logici una prova. E qui le cose si fanno straordinariamente complicate anche perché bisognerà decidere che cosa verrà accolto come criterio di prova, e in base a quale altro criterio verrà accolta una cosa del genere, questo comporta generalmente un arresto, quello che in fondo ha portato l’ermeneutica negli ultimi decenni, lo stesso Wittgenstein ha compiuto un’indagine notevole indubbiamente, dapprima nel Tractatus col cercare il linguaggio perfetto, quello che corrisponde perfettamente alla realtà cioè ai fatti, un mondo di fatti, poi rendendosi conto che un linguaggio siffatto non esauriva tutte le possibili combinazioni ha pensato ai giochi linguistici cioè non più un linguaggio perfetto ma una serie infinita di giochi linguistici possibili. Ciascun gioco linguistico è mosso da regole ovviamente come il tre sette, ci sono delle regole, se vuol giocare al tre sette deve imparare le regole, ma anche Wittgenstein è potuto giungere fino ad un certo punto, anche in questo caso ciò che possiamo dire è che ciò che è mancato è la considerazione che ciò che si andava cercando, facciamo il caso del primo Wittgenstein come viene comunemente chiamato cioè quello del Tractatus, cioè il linguaggio perfetto aveva una condizione, questa ricerca stessa era possibile, era costruita da quella stessa cosa che lui andava cercando. Una sorta di circolo vizioso, però di fatto sarebbe stato formidabile accorgersi di una cosa del genere e cioè che la ricerca intorno al linguaggio è fatta dallo stesso linguaggio e che senza questo linguaggio né questa ricerca né qualunque altra cosa sarebbe mai potuta esistere. A questo punto è ovvio che il linguaggio cambia aspetto, non è più l’oggetto della ricerca, quella cosa che gli interessa perché gli umani comunicano attraverso il linguaggio e lo usano ma come la condizione, se volete proprio dirla tutta, dell’esistenza o più ancora del concetto stesso di esistenza. Si da l’esistenza in assenza di linguaggio? Assolutamente no, è ovvio, né l’esistenza né qualunque altra cosa la quale cosa non può esistere né più né meno di quanto esiste Paperino, cioè esiste all’interno di un gioco linguistico, questa è l’unica forma di esistenza che il linguaggio consente di stabilire. A questo punto anche le accuse che legittimamente Wittgenstein muove a Freud cadono, le accuse sono in buona parte le accuse che molti hanno mosso a Freud e cioè il fatto di non potere stabilire perché, se una persona fa una certa cosa, allora lui la interpreta in quel modo, tant’è che esistono infinite scuole di psicanalisi come sapete e ciascuna interpreta come gli pare più opportuno, oppure dell’estro del momento, naturalmente ci sono degli effetti in una analisi e questo conforta ciascuno degli psicanalisti e gli fa supporre che allora la sua teoria è quella buona però ci sono effetti anche nelle parole che il Papa pronuncia la domenica mattina davanti ad un sacco di persone, non per questo è considerata un terapia e Wittgenstein pone una questione interessante a questo riguardo, e cioè la malattia della filosofia, e cioè quando il pensiero costruisce proposizioni che a suo dire sono dei non sensi allora potremmo dire che il pensiero è malato cioè costruisce proposizioni che non significano niente, ma anche in questo caso perché dovrebbe essere così? Anche questa se vogliamo rivoltare la questione su Wittgenstein è un’interpretazione. Insomma si crea una sorta di situazione dalla quale non c’è uscita in nessun modo, la psicanalisi si è sempre difesa dai suoi detrattori, diceva Wittgenstein, immaginando che gli attacchi alla psicanalisi non fossero nient’altro che delle resistenze nei confronti della psicanalisi, e quindi dando a questi una sua spiegazione, però non spiega come mai ci possa essere l’entusiasmo per la psicanalisi, cosa che potrebbe essere altrettanto problematica. Ciò che ci è parso importante dopo avere considerato che qualunque teoria in fondo è fondata su niente o, se preferite, su affermazioni totalmente arbitrarie cioè non provabili e allora non rimane che l’ermeneutica cioè girare intorno alla questione, è stato prendere invece la questione alla lettera e quindi porre a condizione, a base della teoria ciò stesso che ne costituisce il fondamento e la condizione, vale a dire il linguaggio. A questo punto è chiaro che occorre dare una definizione di linguaggio, possiamo dare una definizione folcloristica: il linguaggio è quella cosa che mi consente di chiedermi che cos’è il linguaggio e qualunque altra cosa, oppure più precisa: il linguaggio è una sequenza di istruzioni per la costruzione di quelle sequenze note come proposizioni, scegliete quella che vi pare più opportuna, in ogni caso è la condizione di qualunque struttura. Generalmente non si pensa così il linguaggio, ma è inteso come il linguaggio dei fiori, il linguaggio degli innamorati oppure quello che intendono grosso modo i linguisti vale a dire una struttura che è possibile individuare attraverso un altro sistema, un metalinguaggio e sapere grosso modo come funziona visto che esiste una grammatica una sintassi etc. però se si pone la questione in termini ancora più radicali allora ci si domanda a quali condizioni io posso pensare, non soltanto che cosa significa pensare, come si chiese già Heidegger un sacco di anni fa ma a quali condizioni posso farlo, perché forse individuando quali sono le condizioni posso anche rispondermi che cos’è pensare, e pensare è quella cosa che fanno tutti ventiquattro ore su ventiquattro, in fondo anche quando si sogna si costruiscono catene sensate e quindi provviste di premesse passaggi coerenti tra loro e di conclusioni, è l’unica cosa che non smette mai di lavorare. Dunque il linguaggio appare a questo punto prioritario su qualunque altra cosa anche se, come dicevo prima, non lo si considera così e si fa male perché considerarlo tale significa anche considerare che qualunque cosa accada soprattutto e a fortiori nell’ambito di un pensiero di una qualunque persona è costruita dal linguaggio di cui è fatta, cioè dai discorsi che il suo linguaggio costruisce, discorsi che possono portare come avviene anche nei modelli logici a contraddirsi tra di loro in questo caso c’è l’arresto, c’è la paralisi, c’è quella cosa che Freud chiamava nevrosi, che non viene da chissà quale misteriosa circostanza ma dal fatto che i giochi linguistici sono incompatibili o si contraddicono tra loro e quindi il sistema si blocca necessariamente perché la questione portante di questa struttura che chiamiamo linguaggio è che occorre che sia coerente per potere proseguire, e siccome non può non proseguire deve, è costretto a costruire sequenze coerenti tra loro, cosa vuole dire coerenti? Che non si contraddicono, che non affermano una cosa e poi il suo contrario, questo può farlo la retorica ovviamente, la retorica può farlo perché c’è qualcosa che non varia, ecco perché può usare le figure come l’ossimoro per esempio. Una volta che il linguaggio è stato posto come condizione dell’esistenza stessa, considerato dopo lunga disamina perché non ce ne sono altre, allora si può compiere un passo notevole e cioè costruire letteralmente la psicanalisi a questo punto non più fondata su teorie bizzarre avallate dalla simpatia o dall’antipatia di chi le ha inventate ma costruire una struttura che consenta di intendere perché effettivamente una persona pensa le cose che pensa e a che scopo le ha costruite, facendo in modo che la persona possa giungere a considerare che tutto ciò che dice, tutto ciò che avviene all’interno del suo linguaggio e quindi di sé, visto che ciascuno non è altro che le cose che pensa e che dice, tutto questo non ha nessun altro scopo, nessun altro obiettivo se non la prosecuzione del linguaggio il quale deve proseguire, continua a proseguire. Ci si potrebbe anche domandare perché il linguaggio costringe a fare questo, o domandare da dove viene il linguaggio o chi lo ha inventato e perché, tuttavia tutte queste domande comportano un problema e cioè la necessità di uscire dal linguaggio e poi da lì considerare la questione attentamente e vagliare qual è la condizione del linguaggio, ma con che cosa se sono fuori dal linguaggio? È possibile che esistano altri linguaggi, altre strutture? Sì certo, è possibile qualunque cosa e il suo contrario, però a noi non interessava ciò che è possibile ma ciò che è necessariamente e non può non essere, a questo scopo abbiamo fornito anche una definizione di necessario, visto che quelle attualmente in vigore non erano sufficienti, e vale a dire che necessario è ciò che è e non può non essere perché se non fosse non sarebbe né questa né qualunque altra cosa, che è sempre una definizione quindi non dice come stanno le cose però è il modo più prossimo a come effettivamente funziona il linguaggio, come qualcosa che se non ci fosse allora non potremmo neanche chiederci perché non c’è, dove è andato, da dove è venuto, con cosa ce lo chiederemmo? Per porre la domanda occorre partire da qualche cosa che generalmente si chiama premessa, dopodiché con passaggi che si suppone coerenti tra loro, si giunge a una conclusione, questa è la struttura del linguaggio, nient’altro che questo, insieme con la necessità anche qui che ciascun elemento linguistico sia distinguibile da ciascun altro perché se no non funziona più niente: provate a immaginare che una singola parola significhi simultaneamente tutte le altre, a questo punto il linguaggio cessa di funzionare e voi di conseguenza. Il linguaggio non è nient’altro che questo, possiamo chiamarlo anche sistema operativo se volete, qualche cosa che è la condizione perché qualunque cosa funzioni, perché qualunque cosa si dia, qualunque cosa sia pensabile o non pensabile o sia possibile decidere che qualche cosa è dicibile o qualche cosa no e può anche costruire quella proposizione che afferma che esiste almeno una x che non è linguaggio, la può costruire ma non la può provare perché per provarla dovrebbe costruire una sequenza al di fuori di sé e questo non lo può fare e pertanto, con buona pace di Gödel, il sistema è coerente e completo…

 

Intervento: in quale misura condiziona il modo, gli atteggiamenti e i comportamenti… il linguaggio, dice Wittgenstein, si evolve si involve continuamente fino al punto di dire che il silenzio è la cosa migliore…

 

Sì, tant’è che giunge a dire che tutto il Tractatus occorrerebbe trattarlo come si usa una scala per salire su un soppalco, una volta saliti su si dovrebbe dare una pedata alla scala e abbandonarla e la scala era il Tractatus. Detto questo lei si chiede se il linguaggio influenza il comportamento, sì lo determina: ciò che si crede vero determina la propria condotta, se io credessi vero che uccidendo tutti voi nel nome di Allah mi guadagnassi il paradiso ecco che io mi faccio saltare per aria insieme con voi, gentilmente, a questo punto mi guadagno il paradiso ma lo faccio guadagnare anche a voi.  In questo caso ciò che credo essere vero determina la mia condotta, ora la questione dei linguaggi invece è più complessa perché così come ho posto, come ho definito il linguaggio a questo punto diventa difficile parlare di linguaggi, perché il linguaggio non è più una sorta di database che ciascuno ha e quindi che uno pensa in un modo e l’altro pensa nell’altro, come avviene ovviamente, ma il linguaggio come la struttura per potere pensare qualunque cosa e il suo contrario, semplicemente per potere pensare, poi che cosa uno pensi questo è totalmente indifferente, potremmo usare una sorta di metafora che è metafora fino ad un certo punto, e cioè la struttura dei della logica formalizzata, nella quale ci sono simboli i quali sono segni vuoti, se io dico se A allora B al posto di A e B posso mettere quello che mi pare, però questa struttura rimane quella, non è variabile, per esempio non si può cancellare dal modo di pensare il sistema banalissimo quello di un’inferenza se A allora B, ma A dunque B, questo costituisce il modello in cui gli umani pensano, non possono pensare altrimenti così come non possono pensare altrimenti di fronte a questa sequenza se A allora B e se B allora C, allora se A allora C, non possono non farlo anche perché per costruire un sistema che affermi che non è così devo usare questo sistema per forza e cioè il sistema inferenziale, il quale sistema inferenziale è quello che usa il, il linguaggio è questo: un sistema inferenziale e la possibilità di distinguere un elemento da un altro, non occorre altro per costruire tutto ciò che gli umani hanno costruito, da quando esistono gli umani. In tutti questi anni e tutto ciò che è stato costruito è stato costruito con questi semplicissimi mattoncini, la possibilità di inferire in un certo modo da un elemento un altro e la possibilità di distinguere un elemento linguistico da un altro, non occorre altro, con questo è stato possibile costruire tutta la filosofia, tutta la religione, tutte le scienze, la teoria della relatività, è possibile costruire la nota della spesa, è possibile decidere se uscire o no con una fanciulla o scatenare una guerra nucleare, tutto questo è consentito dalla struttura del linguaggio, per il quale linguaggio per altro che queste proposizione costruiscano una decisione volta a stabilire se uscire con la fanciullina oppure scatenare una guerra nucleare è totalmente indifferente, sono sequenze che poi decidono naturalmente della costruzione di discorsi, discorsi che hanno delle conclusioni, ma per il linguaggio in quanto tale è totalmente indifferente. Come dicevo è un sistema operativo che serve alla costruzione di tutto ciò che comunemente è noto come pensare, pensare nell’accezione più ampia che potete immaginare, appunto dal pensare alla lista della spesa a cosa fare alla sera o costruire una teoria della relatività o qualunque altra cosa, in ogni caso tutti questi aspetti avranno comunque sempre la stessa struttura logica, necessariamente anche perché non ne esiste un'altra quindi non ci sono alternative né possibilità di scelta. Ecco perché è importante il linguaggio e perché a questa condizione è possibile costruire un pensiero certo, una teoria anche ma soprattutto una psicanalisi che costituisce il modo di pensare più potente che sia mai stato inventato, più potente perché non è confutabile in nessun modo perché per confutarlo occorre usare ciò stesso che si desidera confutare…

Intervento:…

Pensi alla religione, quanti dei ci sono? C’è quello dei cristiani che già lì si divide in tutta una serie notevolissima i cattolici, i protestanti, i calvinisti, e poi ci sono i buddisti…

Intervento: ognuno la interpreta diversamente…

Ciascuno la interpreta come gli pare, tant’è che i mussulmani non avendo un canone di interpretazione stabilito dalla chiesa possono interpretare quello che dice il Corano come gli pare, per questo non è stato possibile per loro costruire una chiesa a struttura piramidale come la nostra, perché ognuno è libero e ha il diritto di interpretare come ritiene più opportuno e invece qui no, da noi c’è il cristianesimo anzi fino a qualche decina di anni fa la Bibbia era un libro all’indice come sapete, non si poteva leggere perché c’era la possibilità che qualcuno potesse interpretarlo altrimenti da come la chiesa aveva stabilito che si doveva leggere, e quindi non si poteva leggere, solo il prete era autorizzato. Interpretare, trasformare una sequenza in un’altra che grosso come direbbe Greimas riguarda lo stesso campo semantico, qualcosa che dovrebbe dire meglio che cosa ha detto la prima formulazione ma se la persona è sufficientemente abile può far dire a chiunque qualunque cosa e il suo contrario, può fare dire per esempio a Freud tutto quello che vuole, basta che prenda dei passi ad hoc e li interpreti secondo una certa sequenza e viene fuori che Freud era mussulmano convinto oppure il contrario, a piacere, e allora è occorso anche in questi ultimi tempi riconsiderare la nozione di verità, così cara alla filosofia ma non solo, ciascuno la cerca continuamente, quotidianamente, e vuole sapere se quello che pensa è vero o falso e cerca conferme, cerca qualcuno che gli spieghi o cerca qualcuno a cui spiegare ininterrottamente, perché? Perché non può non farlo, perché essendo fatto di linguaggio e il linguaggio costringendolo a compiere questa operazione come abbiamo detto ciò che una persona pensa o crede muoverà la sua condotta di conseguenza, fa tutto quello che fa però è possibile sapere perché una persona pensa le cose che pensa. Questo è possibile e quindi abbandonare tutta una serie di considerazioni che si credono essere vere e che costringono a muovere in un certo modo e trovarsi all’improvviso straordinariamente liberi e leggeri perché non più gravati da superstizioni, paure, fantasie, non è più necessario credere nell’uomo nero, per esempio, è chiaro che il discorso si fa molto ampio e avremo modo di riprenderlo…

 

Intervento: secondo lei il concetto di dio è solo un concetto mentale o solo un concetto reale?

 

Questa è una domanda? Si, c’è il punto interrogativo. Dunque dio, l’esistenza di dio, è provabile l’esistenza di dio? Prima vi ho detto che se una persona è sufficientemente abile può fare tutto quello che vuole, anche provare l’esistenza di dio. È possibile pensare l’assoluto? Sì / no. Se non è possibile allora di cosa sto parlando? Se ne sto parlando è perché in qualche modo ci ho pensato quindi è possibile, e l’assoluto è comprensibile? No per definizione, perché io posso sì pensarlo ma non potrò mai comprenderlo completamente, quindi è pensabile ma non è comprensibile che è esattamente la definizione di dio. E quindi esiste visto che l’ho costruita, e tutto ciò che è costruibile esiste come insegnano i logici, è un mondo possibile, quindi ho provato l’esistenza di dio oppure ho soltanto costruita una sequenza di proposizioni? Questa è un’altra domanda. Naturalmente per rispondere alla sua domanda occorrerebbe definire prima come generalmente usa fare in ambito teorico, cosa si intende con reale e qui già la questione si complica, oppure stato mentale… taluni consideravano la realtà inesistente altri invece come il fondamento di tutto e sono le famose opinioni, cos’è un’opinione? È qualche cosa che qualcuno crede vero senza poterlo provare, per questo le opinioni in realtà non servono assolutamente a niente, sono molto spesso parenti strette delle superstizioni, non sono sempre così interessanti le opinioni, si pensa che sia vera una certa cosa, ma non lo si può provare, a questo punto posso pensare che sia vero anche il contrario, perché no? Ecco che diventa una questione estetica: piace pensare così, piace di più la teoria di Freud o di Lacan per una questione estetica, in fondo non è provabile né la prima né la seconda, e allora se piace di più Lacan perché usava fumare il sigaro torto o perché gli piaceva la topologia allora si sceglie la teoria di Lacan perché le cose che dice coincidono o collimano in parte con qualcosa che io ho pensato e allora se l’ho pensato io è vero ed è importante, se lo pensa anche lui è un’apoteosi…

Intervento: potrebbe essere l’ananke, la necessità… l’uomo ha la necessità di credere…

Perché, chi glielo ha detto? Lo ha stabilito lei o c’è qualcun altro che pensa come lei?

Intervento:…

Al di là di queste amenità rimane il fatto che in ambito teorico si dovrebbe provare quello che si afferma e quindi costruire ovviamente una definizione di prova, se no che si prova? Io posso usare qualunque criterio di prova, per esempio il fatto che lo dico io è una prova, se stabilisco questo come premessa è ovvio che ciò che dico è vero, però potrebbe non essere sufficiente…

Intervento: la necessità di dire non è altro che la necessità della verità, ma occorre a questo punto confrontarsi con la necessità della verità indagare che cos’è, reperire qualcosa di vero a che scopo?

Lo scopo che ha il linguaggio è proseguire, questa ricerca della verità è una ricerca che è costrittiva, è costrittiva perché è il linguaggio ha come unico scopo quello di proseguire, proseguire e prosegue solo nel momento in cui riesce a concludere qualcosa di vero per ricominciare il suo percorso, ecco allora l’esigenza per ciascuno di trovare qualcosa di vero, poi si può immaginare che questo vero possa essere qualunque cosa, questa verità possa essere rappresentata da qualunque cosa, la questione della verità è nel linguaggio, è il linguaggio che impone questa ricerca…

 

Intervento: allora perché Heidegger ad un certo punto sospende la sua opera perché il linguaggio… noi siamo strutturati in questo linguaggio per cui noi abbiamo dei limiti, perché il linguaggio limita se lui ha dovuto sospendere l’opera si è trovato limitato, non perché limitato lui per potenzialità espressiva, perché non avrebbe potuto trovare uno strumento per dire quello che doveva dire. Il linguaggio ha dei limiti…

 

È vero quello che dice il signore, il linguaggio ha un limite, cioè impedisce di uscire da sé, questo è l’unico limite, non ne ha altri, qualunque altra cosa la può fare allegramente, uscire da sé no, questo non lo può fare perché per uscire deve usare se stesso e risulta un’operazione vana…

 

Intervento: non esiste nulla al di fuori del linguaggio? Al di fuori del campo di esistenza del linguaggio non esiste nulla?

 

Non c’è nulla al di fuori del linguaggio di cui il linguaggio possa trattare, perché se è fuori di sé non può fare niente…

Intervento: il linguaggio è la condizione di esistenza delle cose perché riguarda la struttura del linguaggio, il linguaggio non è per forza…

Il linguaggio non può costruire una prova di qualche cosa che sia fuori di sé, c’è la possibilità di credere qualsiasi cosa e il suo contrario, quindi credere che esistano cose fuori dal linguaggio oppure no, ma la questione è che a quel punto non c’è più nulla di provabile perché la prova è data dalla struttura del linguaggio e quindi sono, come direbbe Wittgenstein, dei non sensi, inutilizzabili in ambito teorico, cioè non servono a niente, però lo si può pensare se no la religione non esisterebbe…

 

Intervento: sul mutismo… io mi confronto quotidianamente con una ragazza che non parla e non scrive, non compone dei testi linguistici, ma vive… allora mi sono domandata cosa si intende a questo punto con linguaggio?

 

Prima dicevo che il linguaggio è una sorta di sistema operativo, nel momento in cui si installa non può essere più tolto e modifica qualunque cosa, modifica nel senso che costituisce la possibilità di pensare, di costruire pensieri, deduzioni, qualunque cosa, in assenza di linguaggio non ha senso chiedersi se la cosa esiste oppure no. Abbiamo parlato con il ragazzo dell’esistenza fuori dal linguaggio, certo è il linguaggio stesso che consente di costruire la nozione di esistenza quindi possiamo dire che una persona esiste, possiamo dire che non esiste, non cambia niente ma è un po’ come talvolta avviene in alcuni casi riferendosi agli animali, gli animali come si sa sono privi di linguaggio, pensano gli animali? Posso dire di sì, posso dire di no, posso dire forse, posso dire tutto quello che mi pare però a questo punto vale un’opinione quanto l’altra, ma le opinioni non sono poi così importanti soprattutto se non possono essere verificate, rimangono dei giudizi estetici: mi piace pensare che sia così, però non significa niente…

Bene, martedì prossimo 20 marzo Nadia Cuscela introdurrà la seconda lezione sulla logica della psicanalisi. Grazie a tutti e buona notte.