HOME  INDICE 

 

Torino, 6 dicembre 2007

 

Libreria LegoLibri

 

Il sogno della madre

 

Daniela Filippini

 

 

Riflessioni sulla maternità. Incominciando a pensare al tema di questa sera mi sono venute in mente delle domande che normalmente non si pongono, innanzitutto la domanda fondamentale: perché a un certo punto della propria vita, una persona – uomo o donna – decide di mettere al mondo un figlio? Mi viene da pensare che solo chi decide di non averne, si pone questa domanda, come se la normalità, la regola fosse avere figli e non averne fosse l’eccezione.

Dunque perché un figlio, anziché no?

Cosa cerca una donna – perché è soprattutto alle donne che vorrei rivolgere queste riflessioni – nella maternità? Quando nasce il desiderio di maternità? E qual è lo scopo, dicevamo, del divenire madre?

Credo che dobbiamo subito scartare l’ipotesi della continuazione della specie; il valore umano e sociale che a memoria d’uomo viene attribuito alla maternità, non ci permette di considerarlo un mero evento biologico; in termini puramente biologici la riproduzione è un fenomeno che riguarda tutti gli esseri viventi, dagli insetti ai mammiferi evoluti, e l’essere umano non fa eccezione.

Se riflettiamo sull’estremo valore che la cultura occidentale, ma non solo, attribuisce alla maternità, vediamo che il generare una creatura, il mettere al mondo, è considerato un atto di massima nobiltà, un atto creativo, non soltanto riproduttivo.

Il figlio si crea, come se lo si strappasse al nulla informe per consegnarlo ad una condizione di intrinseco valore: la vita.

Se non è dunque l’aspetto biologico a costituire la caratteristica fondamentale della maternità, possiamo ipotizzare che sia l’idea costruita intorno a questo fenomeno a determinarne l’importanza, cioè il pensiero collettivo, il luogo comune.

La prima esperienza di maternità ciascuno la acquisisce nella propria infanzia, a partire dal rapporto con la madre che diventa il primo modello di donna e del ruolo che riveste: in ogni donna che diventa madre, c’è una traccia del proprio essere figlia e del rapporto che ella ha vissuto con la propria madre.

Per contrapposizione o per imitazione, ogni donna riflette nella propria maternità l’esperienza vissuta come figlia ed allo stesso modo anche le dinamiche e le modalità di relazione dei genitori rimangono un modello difficilmente superabile, rispetto al proprio modo di relazionarsi in età adulta.

A seconda di ciò che si è vissuto, allora si mette al mondo il figlio che

Riscatta

Ricostruisce

Recupera

Rinnova

E compensa

una parte di vita che ha lasciato ferite, mancanze, delusioni.

 

Sin da piccola la bambina riceve importanti stimoli a costruire una certa idea di femminilità e di maternità, un vero e proprio addestramento ad occuparsi delle faccende domestiche e dell’accudire i piccoli. Alle bambine si regalano bambole che diventano figli, cucine e ferri da stiro in miniatura, lavatrici, stoviglie e giochi che riproducono oggetti e scene di vita domestica. E le bambine, per lo più, dimostrano di apprezzare simili giochi che permettono di confrontarsi con la madre, da un lato e di “sentirsi grande”, dall’altro.

Infatti la madre è il modello da imitare, per lo meno nell’infanzia; probabilmente più tardi diventerà un ostacolo da contrastare.

 

Dunque la maternità si impara come un gioco, che tuttavia è anche il gioco con cui si diventa adulti, l’evento attraverso il quale la donna viene riconosciuta da tutti, dalla società intera, come “veramente donna”, soddisfacendo le aspettative che questo avvenisse; chi non accetta questa sorta di rito di passaggio viene considerato un soggetto anomalo e tacciato di volere rimanere un po’ bambino, di non voler crescere come accade nella favola di Peter Pan.

Si cresce come figli per diventare genitori. Non è prevista la condizione dell’essere adulto a sé stante: agli occhi della società esiste un ruolo dominante che ci definisce figli oppure genitori.

L’obiettivo dell’infanzia e del passaggio alla vita adulta si concretizza nel diventare genitori; l’autentica realizzazione dell’individuo – e in particolar modo della donna – quindi, nel luogo comune passa necessariamente attraverso la maternità, attraverso il sacrificio personale per il bene dei propri figli e del loro futuro.

Ottima scusa per non occuparsi del proprio bene e del proprio presente!

 

Questo è ciò che ci si attende dalla donna, ma la donna cosa ne pensa? E cos’altro può desiderare se non di sentirsi accolta dal proprio gruppo familiare, dagli amici e dalla società civile? Rispondere positivamente a quella che viene posta come unica alternativa di realizzazione personale, significa sentirsi dalla parte della ragione, è così che vive, è la natura, è giusto così.

Lo stesso ideale del rapporto di coppia, dell’amore con la A maiuscola, si perfeziona con la nascita del figlio che è chiamato a svolgere il ruolo importantissimo di sigillo dell’unione eterna di un uomo e una donna; la garanzia vivente del “vissero felici e contenti”.

 

Quando una donna sta per diventare madre tutti si stringono intorno a lei e ammirano il suo pancione che lei, a sua volta porta in giro per il mondo, esibendo il proprio potere creativo e suscitando una sorta di invidia nelle altre donne. Il messaggio è quello di chi ha raggiunto il proprio obiettivo, ha realizzato un sogno di felicità e lo mette sotto gli occhi di tutti.

Mille attenzioni e complimenti si rivolgono alla donna incinta e i discorsi femminili si popolano di fantasie, desideri, superstizioni e paure, anche.

Questo è generalmente il periodo di massima felicità per la donna.

Poi il lieto evento e tutte le premure si trasferiscono al neonato, lasciando la madre in balìa delle proprie incombenze e talvolta delle proprie frustrazioni: le aspettative di felicità assoluta con il quale si attendeva la nascita del figlio, vengono costantemente minacciate dai suoi pianti, dalle notti insonni e dalle molteplici esigenze a cui occorre rispondere.

Dopo la nascita la madre è spesso sola con quell’esserino che le succhia il latte e le energie; e i momenti di “godimento” spesso sono soltanto quelli in cui può essere mostrato il frutto del proprio impegno.

 

A partire da queste prime necessità di soddisfare le esigenze del figlio di essere sfamato, accudito, coccolato e protetto, si costruisce nella madre la convinzione di sapere tutto del proprio figlio, e soprattutto di conoscere quale sia “il suo bene”.

Una madre sa sempre – o meglio è convinta di sapere – quale sia la risposta giusta al bisogno del figlio, come se questo presupposto di totale conoscenza derivasse dal fatto di averlo partorito.

Cioè, prima ancora che nel corpo, la madre genera e partorisce il figlio con il proprio pensiero, con le fantasie, le aspettative e la proiezione delle cose in cui lei crede.

Il figlio è il discorso della madre che continua al di fuori di lei; è il suo desiderio che prende vita e da ciò procede la certezza di conoscere tutto del figlio, passato presente e futuro; proprio come ciascuno crede di conoscere e saper gestire tutto del proprio discorso, ossia del proprio pensiero.

La madre conosce la verità del figlio, più di quanto lui stesso la conosca e in nome del suo bene, appunto, viene giustificato qualsiasi intervento nella vita del figlio, in modi più o meno subdoli.

Per questo, molto spesso non è il figlio che ha bisogno della madre anche in età adulta, ma è la madre che ha bisogno di continuare ad occuparsi e preoccuparsi di qualcuno, cioè qualcuno attraverso il quale continuare a vivere.

La vita della madre si realizza in quella del figlio, attraverso i suoi successi, le sue tappe, le sue rivalse, continuando a chiedergli di compensare le proprie infelicità senza poterne fare a meno; di essere quel qualcuno che viva al posto suo, da guidare e consigliare, ma anche criticare come verso se stessa non potrebbe fare.

La madre mantiene nei confronti del figlio l’autorità e la responsabilità che non riesce ad avere verso se stessa e la propria vita, e cioè verso il proprio pensiero.

Quello stesso pensiero che non può considerare che è lei ad aver bisogno del figlio, piuttosto che viceversa.

 

Nel suo essere un legame a filo doppio, quello con il figlio rappresenta una fonte inesauribile di godimento per la madre, perché permette un esercizio continuo di potere:

potere dell’amore (o l’amore per il potere?)

potere dell’esperienza, cioè la conoscenza della verità

potere economico

potere morale, cioè il ricatto morale

In questo senso, diventare madre è l’occasione sempre possibile per una donna, per avere potere su qualcuno che dipenderà da lei per un tempo molto lungo e non tradirà, perché, come si dice, di mamma ce n’è una sola: in altre parole, si tratta della possibilità di avere il potere assoluto e definitivo.

E ancora, il figlio è anche il limite con cui la madre misura il proprio desiderio, cioè la scusa dietro la quale coprire le proprie decisioni, le scelte importanti e soprattutto l’incapacità di prendere in mano la propria vita come persona a sé stante, una donna con le proprie risorse e il diritto inderogabile ad una sua personale soddisfazione.

 

Osare questo passaggio di pensiero, significa dare a se stessa la possibilità di vivere in prima persona, e non nel riflesso di qualcun altro, marito, fidanzato o figlio che sia.

 

Osare il pensiero di essere individuo, di “potere essere” non solo in funzione di qualcun altro, per occuparsi di lui, ma finalmente di se stessa.

 

Osare il diritto di conoscere se stessa e capire perché pensa le cosa che pensa.

 

Osare di smettere di credere che sacrificarsi per qualcuno sia un valore assoluto.

 

E soprattutto, osare il pensiero che è possibile smettere di aver paura.

 

In queste provocazioni si concretizza la proposta di un percorso intellettuale, come unica e imprescindibile chance per prendere in mano la propria vita ed essere felici.

Chi vuole essere felice ha soltanto da far questo: conoscere e praticare il proprio pensiero.

 

Ma come uscire dalle maglie strette delle proprie fantasie? Come trovare un’alternativa a ciò che appare essere un percorso obbligato, sia per la persona sia rispetto alle dinamiche sociali?

Credo che il primo passo per acquisire consapevolezza sia una riflessione approfondita sulle proprie fantasie appunto, sui pensieri che continuamente creano affermazioni, contrasti, idee, propositi, progetti…riflessioni che possono partire dalla propria esperienza di maternità, ma non solo.

Perché ogni esperienza è prima di tutto un’esperienza di pensiero, cioè un discorso che funziona, che si muove in una certa direzione: prima si pensa, si decide, si organizza e poi si agisce.

 

Pensare il proprio pensiero significa chiedersi come si è giunti a pensare, a credere certe cose piuttosto che altre.

È un racconto a ritroso nella propria vita - negli eventi cruciali, naturalmente - e ancor più in ciò che nei vari periodi della vita si è ritenuto importante e vero.

Mi riferisco ad un percorso analitico, intendendolo come l’unico modo per raccontare se stessi a qualcuno che non sia interessato a dare una risposta nel momento in cui sta ascoltando, né un consiglio – come avviene tra amici -  né una terapia.

Qualcuno che abbia principalmente la funzione di amplificare ciò che la persona sta dicendo, in modo che sia ella ad ascoltarsi.

E a farsi domande che probabilmente non si sarebbe mai posta, cercando risposte che non si accontentino della conclusione più immediata.

Qualcuno che alzi continuamente la posta in gioco, sollecitando il pensiero a non fermarsi.

Qualcuno che sappia CHE COSA ascoltare e COME funziona ciò che sta ascoltando.

Ciò che si ascolta sono parole, ovviamente; parole legate tra loro da nessi logici e consequenziali; affermazioni che si riferiscono a premesse implicite ed esplicite; proposizione che deducono da una premessa e portano ad una conclusione coerente. Questo è il funzionamento del pensiero, di qualunque pensiero.

Un’analisi della parola, cioè del discorso che la persona ha costruito man mano nella sua esistenza e che continua ininterrottamente a produrre, perché il pensiero (che è discorso non verbalizzato) non si ferma mai, 24 ore su 24.

Proseguendo il racconto, la persona si accorge ad un certo punto che qualcosa che appariva assolutamente certo trova spiegazione soltanto in quel contesto preciso; ciò che credeva oggettivo, reale, assume dei tratti particolari.

Ciò che la persona sapeva – perché gli avevano insegnato così – resta valido soltanto in un particolare contesto, mentre cessa di essere creduto come verità assoluta.

Cambiando il punto di osservazione tutto diventa relativo. Relativo alla situazione di un certo momento e, soprattutto, a ciò che in quel momento era stato assunto come premessa vera.

L’unico elemento necessario, in questa molteplicità di scene che rappresentano la banca dati di ciascun individuo, è la struttura che permette la costruzione di ogni scena e di ogni ragionamento, ossia il funzionamento del pensiero.

Tutto ciò diventa possibile soltanto se l’attore è la persona che parla.

 L’analisi si realizza nel momento in cui la persona accoglie la  responsabilità di quello che afferma, in cui assume un ruolo attivo rispetto al proprio pensare ed agire.

Ecco la consapevolezza; ecco l’abbandono di certe paure che come macigni vengono trascinati giorno per giorno.

 

Essere consapevoli del proprio pensiero è il segreto della vita e lo è anche della maternità perché permette di considerare – ad esempio – che ciò che si ritiene essere il bene del proprio figlio, forse è una propria fantasia, la rappresentazione di una scena che inizia in un tempo lontano e che ha significati diversi.

Se la madre non ha più la necessità di rivivere quelle fantasie e quei giochi, può davvero occuparsi del figlio.

Può guardarlo per ciò che è, e non come vorrebbe vederlo.

Può ascoltare ciò che dice e conoscerlo giorno dopo giorno nella persona che sta diventando.

Può ascoltarlo senza cercare immediatamente una soluzione al suo problema e lasciare che trovi egli stesso una strada.

Può aiutarlo a farsi domande nuove e a cercare risposte che lascino proseguire il discorso, senza accontentarsi di arrivare in fretta ad una conclusione.

L’amore può non essere più il laccio con cui tenerlo legato a sé, ma uno scambio di reciproco rispetto per l’individualità che l’altro rappresenta.

Madre e figlio, due persone in continuo mutamento con un obiettivo comune: la propria realizzazione di sé, o per dirla in altre parole, la propria felicità.

 

Intervento di Luciano Faioni

 

Occorre dire che sono moltissime le questioni affrontate da Daniela questa sera, proviamo a considerarne alcune; intanto la questione della psicanalisi cui ha a accennato alla fine del suo intervento e ciò che fa un’analisi. Certo è improbabile che una persona si ponga di fronte alle cose che pensa, a  tutto quel bagaglio di nozioni che ha acquisite durante la sua esistenza e che da per certe in modo più o meno consapevole, tutto questo bagaglio di informazioni che la persona si porta appresso costituisce il modo in cui pensa, costituisce di conseguenza il modo in cui agisce, ciascuno agisce in base a ciò che pensa essere vero e questo ha degli effetti, vale a dire che non considerando praticamente mai questa notevole serie di elementi accade che una persona si trovi più o meno consapevolmente a credere a una serie di cose, che sono vere all’interno del suo discorso, infatti le reputa vere, ma questo non significa necessariamente che collimino con ciò che altri pensano essere vero, il problema sorge quando si confrontano le due cose perché ciò che ciascuno pensa per il solo fatto che lo pensa lo crede anche vero, se no non lo penserebbe, di conseguenza può accadere che tutto ciò che gli altri pensano e che è diverso da quello che penso io sia considerato falso, questo in ambito macroscopico può portare a dei problemi fra nazioni, per esempio, però in ambito molto più ristretto comporta in molti casi che gli altri non capiscano niente oppure di essere incompresi oppure di non essere apprezzati come occorrerebbe che fosse, comunque questo per via del fatto che ciascuno ritiene vere tutta una serie notevole di cose, se cessasse di crederle vere cosa potrebbe accadere? Potrebbe sicuramente essere libero dalla necessità di dovere persuadere il prossimo delle proprie idee oppure anche di non dovere pensare di sé di essere la persona più mal considerata, disprezzata addirittura del pianeta, non avendo questa necessità potrebbe anche dedicarsi ad altro. La questione è che per la persona le cose sono assolutamente così, non è un’ipotesi, è una certezza e quindi si muove di conseguenza talvolta rendendo la vita difficile a sé e al prossimo. La psicanalisi non è che necessariamente debba rendere le cose più semplici ma mostra che possono esserlo e possono esserlo al momento in cui la persona inizia a considerare con maggiore attenzione tutte le cose in cui crede, valori morali, etici, estetici che sono assolutamente arbitrari ma vengono considerate come assolute certezze, quali sono le cose che funzionano come certezze? Quelle sulle quali ciascuno costruisce la propria esistenza, i propri discorsi, i propri modi di pensare, in definitiva tutto ciò di cui e per cui vive, che non sono neppure considerate come delle certezze sono considerate dati di fatto che è ancora più forte, un dato di fatto non può essere messo in discussione, non è possibile mettere in discussione il fatto che questo sia un foglietto, ad esempio, ora a prescindere dell’interesse che può avere fare una cosa del genere, ci sono questioni che hanno un maggiore peso nella vita di ciascuno e che sono costruite il più delle volte su niente, su superstizioni, fantasie di ogni sorta e sono esattamente queste superstizioni, queste fantasie credute certezze, credute assolutamente vere che hanno il potere di rendere la vita di una persona invivibile anche se la persona tenderà comunque ad attribuire la responsabilità delle sue magagne ad altri perché non può attribuirle a sé perché le cose che pensa sono vere, sono dei dati di fatto quindi non c’è nulla da mettere in gioco. L’analisi è l’occasione per considerare quali siano i fondamenti su cui ciascuna persona costruisce la propria esistenza e giungere a considerare che non sono necessari cioè non sono delle certezze assolute ma sono arbitrari, e come tali possono essere facilmente abbandonati; ciò che non si abbandona mai per nessun motivo è qualcosa che è ritenuto assolutamente vero e non lo si fa perché non si può fare, così come non è possibile credere vero ciò che si sa essere falso. Ciò che nel proprio discorso è ritenuto assolutamente necessario può essere facilmente considerato e accorgersi che è arbitrario, cosa significa accorgersi che è arbitrario? Che non costringe a pensare solo in quel modo e che le cose sono così. Il percorso analitico compie questa operazione: toglie la necessità di credere che qualche cosa esista necessariamente, poi naturalmente è possibile fornire fondamenti teorici a una cosa del genere, non è soltanto che la persona affrontando il proprio discorso e accorgendosi che le cose che pensa non sono così necessarie possa fermarsi lì, in effetti può anche volerne sapere di più, per esempio se è sempre così cioè non c’è assolutamente nulla di necessario e allora c’è l’occasione di avviare un itinerario teorico e intellettuale, non è semplicissimo ma può farsi. Si tratta di incominciare a fare delle domande che generalmente non vengono fatte, se voglio cercare qualcosa che sia necessario occorre che io sappia che cos’è necessario, se voglio trovare qualcosa che sia assolutamente vero devo sapere primo cosa intendo con vero, e secondo perché intendo proprio quello, perché ho utilizzato un criterio, comunemente, per esempio, l’osservazione che è dato come buono, perché? Perché l’osservazione dovrebbe essere un criterio migliore di altri? O non la volontà di dio, per esempio? O qualunque altra cosa? Quando si sceglie un criterio, si decide un criterio, è fondamentale per un qualunque percorso teorico, perché da ciò che si è deciso in quel momento dipenderà tutto ciò che seguirà vale a dire tutto ciò che da quel momento in poi accoglierò come vero o rigetterò come falso, in base alla scelta di quell’unico criterio. La scelta di un criterio è sempre inevitabilmente arbitraria cioè non c’è nulla che costringa scegliere un criterio anziché un altro il che comporta delle conseguenze immediate: qualunque cosa sia ritenuta vera è ritenuta in base a un criterio e questo criterio non è necessario ma è arbitrario quindi il ritenerla vera potrebbe essere posta come un ghiribizzo o un’utilità pratica, perché no? Ma niente di più. Il percorso teorico è forse ciò a cui alludeva Daniela anche per quanto riguarda una madre che alleva il proprio figlio, o lo addestra a seconda dei casi, certo è possibile addestrare delle persone a pensare ma pensare non è soltanto acquisire delle informazioni e poi utilizzarle al momento della bisogna ma interrogarle, interrogare i loro fondamenti, un po’ come hanno fatto gli antichi, che è una pratica che è andata perduta con il tempo, interrogare i fondamenti, perché una certa cosa è ritenuta vera? E torno a dire, perché si da una certa definizione di vero, anziché un’altra? Chi ha detto che è migliore? Come dicevo prima anche la volontà di dio potrebbe essere un criterio e lo è stato per molti secoli per altro assolutamente certo, ed era anche pericolosissimo metterlo in discussione tra l’altro. Tutto questo per dire che è possibile ad un certo punto del proprio percorso, della propria esistenza non essere soddisfatti di tutte le risposte o delle cose che si sono acquisite, ciascuno nella propria vita acquisisce una quantità notevole di informazioni in fondo un neurochirurgo e lo stagnino fanno un lavoro molto simile, il secondo è un po’ più delicato ma si tratta di acquisire delle nozioni che poi vengono applicate, possono farlo anche le macchine e lo faranno magari anche meglio, magari no, questo sarà da vedere ma sia come sia, la cosa che rende gli umani tali è la possibilità di riflettere sul fatto di esserlo, e perché lo sono, e cosa gli consente di affermare di esserlo? Chiedersi da dove vengono le cose avvia una sorta di apparentemente regressio ad infinitum ma non è così, potrebbe esserlo ma non lo è perché qualunque regressio ad infinitum si arresta proprio lì dove giace la condizione della sua stessa esistenza, e cioè quali sono le condizioni attraverso le quali o grazie alle quali io posso farmi delle domande? È una questione? Che sia vivo? È una risposta anche questa, che sia in grazia di dio? E questa è un’altra risposta, possiamo fornirne quante vogliamo naturalmente ma ce n’è una in particolare che merita di essere considerata con maggiore attenzione, e cioè il fatto di essere in condizioni di pensare cioè di costruire delle sequenze di argomentazioni tali da farmi giungere a una conclusione e considerare in seguito a questo che senza tali sequenze argomentative non potrei pensare nulla, non potrei neanche pensare di non essere capace di pensare. Questo appena per dire che un percorso intellettuale cioè un percorso di ricerca che non si basi su atti di fede può condurre molto lontani. Ho detto che non si basi su atti di fede vale a dire su affermazioni fornite come certezze che in realtà tali non sono ma sono affermazioni assolutamente arbitrarie, come d’altra parte gli stessi logici matematici che potrebbero apparire tra le persone più serie e rigorose sanno perfettamente, che in tutto il loro lavoro per tutta la loro vita non parlano assolutamente di niente, perché tutto ciò che viene costruito ha un senso soltanto in base a delle regole che sono state stabilite e in base a queste regole si troverà un senso anziché un altro, per tutta la loro vita non fanno nient’altro che questo però hanno il vantaggio di rendersene conto, ad altri la cosa può sfuggire. Una psicanalisi opera in modo che questo non sfugga, pur non essendo praticata da logici matematici naturalmente i quali hanno una discreta formazione ma non si sono mai posti le domande più radicali come invece occorre che una psicanalista si ponga, e cioè perché una persona pensa le cose che pensa? Perché utilizza un certo criterio in base al quale costruire tutta la sua storia, tutta la sua esistenza? Eleonora non dicevano così i logici matematici? Chiacchierano continuamente però parlano di niente, in effetti si potrebbe dire la stessa cosa di chiunque, basta modificare il criterio, un criterio è sempre importante perché decide, come ho detto prima, di ciò che si stabilirà essere vero oppure falso e non è cosa da poco, ci sono persone pronte a morire per ciò che credono essere vero o uccidere a seconda dei casi. La sua chiusa sulla psicanalisi è precisa, sì occorrerebbe che ci fossero più analisti assolutamente, più persone in condizioni di ascoltare, di offrire questa opportunità, in fondo un analista non è nient’altro che una persona che istiga a continuare a pensare, a riflettere a interrogare anche là dove generalmente e comunemente ci si ferma, anzi proprio da lì istiga a proseguire a continuare a interrogare, a non fermarsi, a non essere soddisfatti di ciò che si pensa, fa questo perlopiù.

 

Intervento: non è distruttivo un processo così? Se ogni qual volta che si trova qualcosa la si mette in discussione e si riparte… se ogni cosa può essere ridiscusso effettivamente non c’è nulla …i criteri sono arbitrari c’è qualcosa che destabilizza una persona, forse, potrebbe no?

 

Potrebbe, sì ha detto bene potrebbe certo, in effetti mano a mano che l’analisi procede e una persona si trova di fronte a delle questioni alle quali magari non aveva pensato e che potrebbero come dice destabilizzarla, mano a mano che procede acquista anche degli strumenti per procedere in modo molto più sicuro di sé. Molte cose vengono abbandonate, per esempio io non gioco più con i soldatini, li ho abbandonati, ma non per questo ritengo che sia una perdita o una cosa che mi sminuisce o mi avvilisce, non mi interessa più, ecco perché molte cose cessano di essere importanti, cessano semplicemente di interessare e quindi non costituiscono una perdita, una cosa che non interessa più di fatto non è una perdita è semplicemente abbandonare qualcosa che non ha più nessun utilizzo e non si sa più cosa farsene. Ho fatto l’esempio dei soldatini ma sono infinite le cose che per altro una persona lungo la propria esistenza abbandona perché non hanno più nessun interesse, non sono più utilizzabili e così tutte le certezze possono diventare non più utilizzabili, naturalmente rimane una certezza che è quella che fa da fondamento a qualunque altra cosa e cioè che qualunque cosa di fatto è posta in essere da quella struttura che chiamiamo linguaggio, quella struttura che è fatta di poche cose in realtà ma sono quelle che consentono a ciascuno di affermare di esistere e inseguito a questo qualunque altra cosa, senza questa struttura nessuno potrebbe pensare alcunché quindi non si potrebbe neanche porre il problema di pensare oppure no. La questione del linguaggio può apparire una questione complessa o semplice per altro verso, in realtà si tratta di intendere come si pone in questo ambito la questione del linguaggio, cos’è il linguaggio? I linguisti e i filosofi del linguaggio ne hanno dette tante ma rimane prevalentemente una struttura che è fatta da quelle regole che i logici matematici considerano naturali, e cioè quelle che fanno pensare per esempio. Prima ho fatto un accenno al fatto che non è possibile credere vero ciò che so essere falso, perché non lo posso fare? Il modo in cui penso certo, anzi la struttura stessa attraverso la quale penso, non posso seguire una via là dove incontro un paradosso, non lo posso fare, o non seguo una via che so essere falsa, da dove viene questo divieto così assoluto? Tanto che lo stesso Wittgenstein diceva che neppure dio può contrastare le leggi logiche o affermare che è vero ciò che è falso, neppure lui lo può fare, da dove viene? Viene dalla struttura del linguaggio che non è altro che la logica stessa, ciò che comunemente si chiama logica è la struttura del linguaggio, quella cosa che consente a ciascuno di parlare, di pensare, di esistere, di fare tutto e dalla quale non può derogare, non può in nessun modo, primo non può non usarla perché se non la usa non fa niente, si arresta tutto, dopodiché non può neppure modificarla né decidere di alterarla, non lo può fare perché in ogni caso qualunque cosa voglia fare o non fare dovrà usare quella stessa struttura che lo ricondurrà inesorabilmente sempre al punto di partenza: è questa l’unica certezza, se ci interessasse parlare di certezza, se vogliamo farlo se no, no, ché gli umani sono fatti di questa struttura, l’unica cosa che li sostiene, qualunque altra considerazione è costruita attraverso questa struttura. È per questo motivo che da parecchio tempo ci dedichiamo al linguaggio e al suo funzionamento, abbiamo inteso che se si intende perfettamente come funziona il linguaggio allora si intende come funziona qualunque cosa, si può rispondere a qualunque cosa. Eleonora non hai mai considerato che la logica di cui parlano i logici in realtà non è altro che il linguaggio? Bene, ecco quindi non c’è nessun timore di distruggere qualche cosa, si distrugge o si abbandona da sé ciò che cessa di avere interesse…

 

Intervento: un conto però …non ho mai fatto analisi e non sono un analista …un conto abbandonare le cose attraverso l’esperienza perché uno cresce e comunque si evolve e un conto abbandonarlo forse, attraverso una terapia analitica o comunque attraverso l’analisi, forse è un processo che avviene molto più velocemente …certe cose si affrontano magari uno non le affronterebbe mai in un percorso naturale di vita… certo e invece è l’occasione per affrontarle certo (affrontarle, affrontarle non vuol dire necessariamente superarle, vuol dire mettersi di fronte) beh una volta che le ha di fronte appunto deve decidere il da farsi e cioè se continuano a essere interessanti, utili per qualche cosa oppure no, oppure sono, per esempio, delle superstizioni e una superstizione si può anche abbandonare senza gravi danni no? Certo è un processo che è veloce in alcuni casi anche se ci vuole del tempo certo ma come dice giustamente in base alle proprie esperienze una persona potrebbe anche non affrontare mai le questioni e in effetti il più delle volte avviene così, non affrontandole mai le dà sempre per certe, per acquisite la questione è che si muove di conseguenza (non è detto che viva male in queste certezze…

 

Una persona può anche vivere tranquillamente senza mai affrontare nessun problema, ci sono alcuni miliardi di persone che lo fanno (mi viene in mente le religioni che danno tante cose da dire, da la sicurezza la religione?) assolutamente al punto anche di decidere per la propria religione molti lo fanno o lo hanno fatto (danno tante risposte) esattamente e sono proprio queste risposte che hanno indotto alcuni recentemente a costruirsi una cintura di esplosivo e farsi saltare per aria in un centro commerciale oppure un po’ di tempo prima altri che partivano da dove siamo noi adesso per andare in Terra Santa a massacrare i mussulmani che adesso restituiscono la cortesia…

 

Intervento: in fondo non potendo considerare il linguaggio e ciò che produce, il suo funzionamento e il proprio pensiero gli umani sono costretti a dei programmi la madre… il sogno della madre in tutte le sue sfaccettature è un programma che si ripete come si ripete la produzione di un computer, non c’è nulla di nuovo o di inatteso, così come le guerre continuano a girare, a riprodursi, a creare le solite emozioni e sensazioni che creano stupore come se non fossero attese, se non fossero conosciute, tale per cui gli umani dicono va beh, succede così, sarà il volere di dio, della natura, del destino ma se gli umani potessero considerare che tutto questo è costruito dal linguaggio, che costruisce appunto qualsiasi cosa, il pensiero degli umani è possibile perché c’è questa struttura che funziona ininterrottamente, se potessero considerare questo, considerare che tutto ciò che gli umani fanno, pensano è preso in un programma con delle varianti sì, qualcuna ma servono a creare differenze …l’umano potrebbe considerare di modificare ciò con cui si diverte? Perché a quel punto lo può fare perché il linguaggio è la condizione di questi programmi, del programma della madre, di questo amore ideale bellissimo sul quale gli umani si fondano per costruire i loro valori oppure qualsiasi altra cosa …sono programmati da una struttura, dal linguaggio e all’interno di questa struttura ciascuno funziona come un bicchiere che ogni tanto si spacca perché cade per terra…così funziona senza poter fare assolutamente nulla può credere che è lui che decide di andare alle giostre invece che a teatro oppure a fare beneficenza …ma considerarsi produzione di una struttura che funziona in un certo modo questo non lo può fare perché se no rinuncia alla sua identità, sembra che tutto quanto venga tolto, che tutto quanto non abbia più un senso ma è lì che comincia a prendere senso qualcosa quando l’umano ha la possibilità di sapere qual è la sua condizione ecco perché noi da tanti anni continuiamo a dire alle persone quello che sono, quello che siamo ma con la loro intelligenza le persone possono modificare tutti questi programmi che tutto sommato non lo soddisfano neanche tanto, lo soddisfano per le emozioni che recano, vedi lo stupore ma niente di più perché poi si lamentano in continuazione perché le cose non vanno bene, perché c’è la sofferenza, per forza la sofferenza è quella che da più da parlare e quindi il linguaggio che deve produrre proposizioni va da quella parte ecco perché continuiamo ad insistere è ovvio che è complesso però è possibile un percorso di questo genere, è necessario e noi lo proponiamo…

 

Intervento: alla fine la differenza che passa tra subire le proprie convinzioni senza sapere di che cosa sono fatte e invece agire, compiere delle scelte che a quel punto sono di tipo estetico …sì mi piace credere questo, mi piace pensarla così ma non sono più costretto a farlo posso considerare da dove nasce questa preferenza ma non sono più un soggetto passivo, sono io che decido …la stessa cosa che dicevi tu il fatto di uscire da questo meccanismo perverso, chiuso…

 

Intervento: solo con la propria intelligenza, l’altra volta si diceva puntare sull’intelligenza, un percorso come questo punta sull’intelligenza non è che punta sulle briscole ma sull’intelligenza…

 

Intervento: ecco io vorrei ancora entrare ho trovato molto interessante quanto lei ha detto della madre che in qualche maniera si lega col figlio ricordando che è il figlio ma che in qualche maniera ha lei un interesse, diciamo, a gestire la situazione diciamo interesse inconscio ecco mi sembra che le situazioni più difficili siano quelle che vengono chiamate personalità ego sintoniche, mentre la ego distonica ha dei ripensamenti …convincere una madre di quel genere il caso estremo che quanto fa vede se stessa nel figlio, è sbagliato le può creare anche uno scompenso enorme, diciamo, per cui non so se poi aderirà tanto volentieri anche ad un’analisi, probabilmente va molto meglio con una madre con forti sensi di colpa, di vergogna ecc. …dove si hanno grossi vantaggi inconsapevoli non so se è possibile in qualche maniera che si metta in discussione…

 

Intervento: io penso che nessuna analisi possa essere imposta a qualcuno, se non c’è una volontà della persona di mettersi comunque in discussione, non è qualcosa che si può imporre…

 

Intervento: mi sembrava interessante quello che diceva la signora prima riguardo alla questione di togliere le certezze… è uno degli effetti dell’analisi più che il compito dell’analisi e mi faceva venire in mente un’altra questione probabilmente legata e per qualche verso si riferiva anche a questo la signora cioè al bisogno di credere che è uno dei luoghi comuni più diffusi il fatto che per esempio “in qualcosa occorre pur credere per andare avanti” questa è la cosa, diciamo, che si sente ripetere il più delle volte come dire che senza qualche cosa in cui credere l’esistenza non avesse senso, come se mancasse una direzione, come se si fosse in preda a una sorta di smarrimento, ciascuno può credere a qualunque cosa l’importante è che creda in qualcosa quindi può credere in una religione, può credere in una persona, credere in una famiglia, credere in un ideale politico, credere di essere ateo, credere qualunque cosa ma l’importante è che si creda in qualcosa questo è in un certo senso l’assioma del discorso religioso in senso lato come noi più volte l’abbiamo definito cioè discorso non nel senso di religione come normalmente intesa ma come l’esigenza di credere in qualcosa, questo è il discorso religioso quindi la necessità di punti di riferimento, la necessità appunto di certezze, di valori, immaginare una persona che afferma che non ha nessun valore in cui crede è impensabile dal discorso comune, da tutti ….uno almeno ci deve essere, ma uno qualunque ci deve essere è questo penso per quanto mi riguarda uno degli elementi più importanti proprio per quanto riguarda la questione dell’analisi perché l’analisi in qualche modo insegnando a pensare insegna a non aver più bisogno di credere, perché? Faioni prima accennava al discorso del funzionamento del linguaggio intendendo il funzionamento del linguaggio e quindi del pensiero si intende il funzionamento di qualunque cosa e quindi anche del funzionamento del bisogno di credere per quale motivo esiste questo bisogno di credere e tutto il discorso di Faioni di prima era intorno a questo argomento questo bisogno di credere fa sì che le persone ad un certo punto, si, per le vie più diverse, per i modi più diversi le persone si aggrappino a qualche cosa, si costruiscano nel tempo delle certezze per via dell’addestramento, delle esperienze, per via di insegnamenti ricevuti ma qualunque motivo, in qualunque modo si sono costruite delle certezze che sono quelle che allo stesso tempo, costruiscono o costituiscono i pilastri della loro esistenza sono i pilastri intorno ai quali si è costruito questo edificio che è la loro storia, la loro vicenda, le cose che fanno, che pensano, che dicono, che costruiscono, che distruggono qualunque cosa è costruita attorno a queste certezze, certo il fatto che abbiamo bisogno di queste certezze da dove viene? Perché forse è anche questa la questione , da dove viene questo bisogno di credere? Questo bisogno di verità? Viene appunto come dicevamo prima dal funzionamento del linguaggio cioè è il linguaggio che ha bisogno continuamente per poter proseguire di costruire conclusioni ogni volta vere altrimenti si blocca, per questo il pensiero continua a funzionare è sempre, come dire? una costruzione continua in cui è alla ricerca di conclusioni vere ma non intendendo che è appunto il linguaggio che sta funzionando si immagina che queste cose vere debbano essere in qualche modo cercate fuori dal linguaggio quindi per esempio nella realtà, la realtà potremmo dire è il sinonimo di quel qualche cosa che non è linguaggio, un qualche cosa che esiste di per sé rispetto al quale il linguaggio ha il solo compito di descriverla …il linguaggio in effetti viene immaginato come se fosse una facoltà, uno strumento che serve per poter fare come diceva già Aristotele a suo tempo nella sua definizione come quando definiva il pensiero come il segno dell’affezione dell’anima, immaginando che da una parte ci fosse l’anima e dall’altra il pensiero che potesse esprimere ciò che l’anima produceva, quindi c’è sempre questa idea che il linguaggio sia qualche cosa che consente agli umani di potersi rendere conto di ciò che esiste, di poter conoscere, per esempio, di poter acquisire degli elementi, di poter acquisire informazioni quindi aumentare la loro conoscenza immaginando che ci sia comunque un punto finale in cui questa conoscenza possa diventare assoluta, è un punto che è immaginato “appunto” irraggiungibile comunque viene posto come ideale senza rendersi conto che tutto questo gioco è costruito dal linguaggio perché questa conoscenza che si acquisisce continuamente non è altro che il funzionamento del linguaggio che continua a proseguire e quindi ecco la ricerca di qualche cosa e se vogliamo una sorta di insoddisfazione che poi si realizza nella vita di ciascuno ma anche nell’elaborazione teorica più importante, più sottile, più sofistica come la filosofia ecc. cioè l’immagine di qualche cosa da raggiungere e per la quale c’è una sorta di insoddisfazione perenne e ritornando al discorso della maternità le attese della madre, le aspettative e poi in che cosa si risolve? ….in perturbazioni, in problemi …i figli diventano dei problemi, prima sono il sogno della madre e poi il figlio si trasforma nel problema (…) e non è altro che l’illusione appunto che si possa raggiungere questo punto finale come se la nascita del figlio debba coronare questo sogno di felicità assoluta, abbiamo parlato spesso della questione della felicità ma immediatamente dopo c’è come il risvegliarsi da questa sogno, questo risveglio riporta alla dura realtà e quindi ecco che il figlio diventa il problema, stiamo parlando della maternità ma potremmo riferire questa cosa a qualunque aspetto della vita quotidiana di ciascuno il richiamo alla dura realtà, prima parlava anche della sofferenza Beatrice e nel richiamo alla dura realtà c’è qualche cosa che non dipende da me e che io non posso controllare ma che anzi io subisco …l’analisi ha questa portata invece di riportare la persona alla responsabilità ma alla responsabilità del discorso cioè tutto ciò che questa realtà in qualche modo impone è qualche cosa che invece il discorso ha costruito e che costruisce continuamente fatto sta che per alcuni le cose possono essere molto gravose e per altri possono non esserlo, le stesse cose cioè sono costruzioni, sono fantasie e queste fantasie sono esattamente quelle cose di cui parlavamo prima cioè quelle cose in cui si crede e a cui si crede perché si ha bisogno di credere perché senza quelle cose, è un po’ come diceva la Signora, è come se si perdesse la via, si incontrasse questo vuoto che in qualche modo rende smarriti …la sensazione è questa in effetti per chi non ha appunto l’esperienza dell’analisi …questa idea di distruzione delle certezze in qualche modo sconcerta cioè lascia molti interrogativi …diciamo che è un può come il discorso del gioco dei soldatini se un bambino è molto legato a questo gioco o a un qualunque altro gioco assume un atteggiamento psicotico al punto tale…immagina che l’unico gioco possibile sia quello se teme che qualcuno glielo possa portare via, per esempio, senza accorgersi che magari sì, ci sono i soldatini ma se magari rimane senza soldatini per un attimo può trovare qualcosa di altro con cui giocare… ecco la stessa cosa riguarda gli adulti non si accorgono che magari abbandonando alcune cose è vero che lì per lì la cosa può sembrare, come dicevo prima, un’azione distruttiva ma può essere invece un’azione per la quale la persona si può accorgere che non esiste solo quel gioco ma ne possono esistere infiniti altri, esattamente come quel bambino di cui parlavamo prima che magari si attacca in modo un po’ psicotico a un gioco e immagina che l’unico modo di giocare sia quello e in effetti anche gli adulti, gli adulti immaginano che l’unico modo, per esempio, per essere madre sia quello che in qualche modo detta la natura mentre invece possono esserci molti modi cioè una madre può inventare il modo di essere madre…

 

Intervento: finalmente dare dignità a una madre, una madre che abbia la voglia di mettersi in gioco, di percorrere un percorso in cui esercitare la propria intelligenza può non soltanto dare una chance al figlio, non è che distruggiamo l’amore materno dicendo di che cosa è fatto, è fatto di fantasie come tutti gli altri programmi del sistema linguistico ma a quel punto comincia ad avere una dignità, è una madre che può decidere se vuole di dare anche uno schiaffone a suo figlio senza avere sensi di colpa che la travagliano per cui deve andare dallo psicologo o cose di questo genere, comincia a pensare, comincia a togliere tutti quei macigni pazzeschi che sono nel suo pensiero …la madre non è che non pensa ma utilizza solo i macigni e quindi sono poche le mosse e invece no comincia ad avere dignità una dignità cui il figlio può accedere…

 

La chiusa per invitare all’ultimo incontro la prossima conferenza dal titolo “Amore” di Eleonora Degasperi. Alla prossima settimana, grazie per l’attenzione. Volevo ricordare che il mercoledì in via Grassi, 10 ci sono gli incontri dell’Associazione, incontri gratuiti e ciascuno è il benvenuto. Buona notte e grazie.