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Torino, 6 ottobre 2009

  

FORMAZIONE DELLO PSICANALISTA E METODO PSICANALITICO

 

Libreria Legolibri

 

 

Beatrice Dall’Ara

 

PSICANALISI DELLA DEPRESSIONE

 

Non sono molte le persone questa sera, si vede che la depressione non è più così interessante, speriamo che sia proprio così, che non sia più interessante tanto per cui le persone se ne sbarazzano, d’altra parte però ormai la depressione è stata dichiarata “malattia” e quindi effettivamente non interroga più come ha interrogato, per esempio, la psicanalisi ai tempi di Freud. Allora non si chiamava depressione lui la chiamava malinconia, la chiamava nevrosi d’angoscia adesso si chiama depressione e come abbiamo visto non interessa granché o per lo meno appunto essendo diventata una malattia nell’uso comune di questa malattia se ne occupa il medico, se ne occupa lo psichiatra e quindi “non c’è nulla da fare” beh, comunque la depressione è qualcosa che allude alla sofferenza e quindi potrebbe risultare questa conferenza un po’ pesante, cercheremo di renderla curiosa perché appunto occorre contrastare quello che la depressione afferma, questa affermazione di sofferenza e quindi cercheremo di rendere almeno curioso quello che cercheremo di dire sulla depressione e soprattutto sulla psicanalisi, perché qui stiamo parlando della psicanalisi della depressione e quindi bisogna sapere esattamente ciò di cui si tratta, ciò di cui si tratta, per esempio, quando si parla di psicanalisi, che cos’è una psicanalisi? Di che cosa si occupa? Qual è il suo interesse principale? L’interesse principale della psicanalisi, di ciò che si chiama psicanalisi, è il pensiero tutto ciò che non si occupa del pensiero non è psicanalisi, coloro i quali esercitano delle verità e ci dicono delle verità che non riguardano il pensiero perché non sanno come funziona, questa non è psicanalisi ma è psicoterapia, è qualsiasi altra cosa al mondo che si possa inventare ma certamente non si occupa del pensiero e invece la psicanalisi si occupa proprio di questo, si occupa del pensiero, di come è fatto il pensiero, di come funziona, di quello che costruisce, continuando il gesto iniziale quello per cui è nata la psicanalisi, è nata con Freud ovviamente e Freud si occupava del pensiero che poi dalla psicanalisi così come l’ha inventata Freud, quindi una ricerca sul pensiero e su come gli umani pensano, che da questo sia nata poi la psicoterapia e tutte le varie dottrine beh questo riguarda ciò che il pensiero produce, riguarda un esercizio di potere che qualcuno ha creduto di poter fare individuando di volta in volta qual era la verità ultima e ciascuna volta assoluta e non è certamente di questo ciò di cui si tratta in una psicanalisi, come dicevo e continuo ad affermare la psicanalisi, questo percorso che è un percorso intellettuale porta e pratica, ricerca e ascolta così come ha fatto Freud quello che le persone dicono, e quindi quello che le persone pensano, questo in prima istanza è ciò di cui si occupa la psicanalisi ovviamente perché possa darsi una psicanalisi occorre che la persona voglia compiere questo percorso, se la persona non ha nessuna intenzione di mettere in gioco il suo discorso, il suo pensiero ecco che potrà anche tentare difficilmente funzionerà perché non è questo che la interessa, non la interessa mettere in discussione quello che pensa e quindi non la interessa il pensiero, in fondo non le interessa la sua intelligenza ma vuole che qualcuno confermi il come stanno le cose e non sarà curiosa, quella curiosità intellettuale che invece occorre ci sia per percorrere questo cammino, educazione al pensiero, sapere di che cosa è fatto il proprio pensiero, come funziona, perché in fondo pensa quelle cose che pensa, potrebbe inventare qualcos’altro, costruire altre cose ma invece pensa, crede solo in quelle cose e quindi per arrivare ad intendere perché queste cose che si pensano sono così importanti e così determinanti occorre appunto svolgere un percorso, svolgere un cammino. Un’altra cosa è importante dicevo che la psicanalisi si occupa del pensiero e questo è il suo interesse principale e quindi non si occupa del benessere della persona, non è questo il suo unico fine, il suo scopo il benessere, perché sa, la psicanalisi sa molto bene che il benessere la persona lo incontra incominciando e potendo pensare, potendolo fare e quindi potendolo utilizzare, potendo usufruire della propria intelligenza e questo appunto avviene in questo percorso, poter utilizzare la propria intelligenza, poter pensare e il benessere immediatamente interviene, non c’è bisogno di porre, come fanno le varie dottrine psicoterapeutiche, porre il benessere come l’unico fine, l’unico scopo di un certo percorso in cui si insegna alla persona che cos’è lo star bene, cos’è lo star male, cosa è buono, cosa è cattivo, insomma ciò che si deve fare per raggiungere il benessere invece no la psicanalisi sa che il benessere la persona lo trova, lo incontra quando il suo pensiero può muovere e può svolgere tutte quelle questioni che da per scontate, per ininterrogabili e che riguardano ovviamente il suo discorso, questo sa la psicanalisi e quindi non si preoccupa, certo ovviamente una psicanalisi inizia dal racconto della persona, la persona chiede di compiere questo percorso e non è che sa molte cose, sì, è curiosa del suo pensiero, vuole metterlo in gioco però, però in molti casi è il disagio che la porta ad una psicanalisi e quindi l’analista giocherà con quello che la persona gli racconterà e giocherà proprio con l’interesse della persona che man mano prosegue questa strada raccontando la sua storia, raccontando la sua vita, i suoi sogni, i suoi desideri, le sue attese, le sue paure, i suoi “vizi” di comportamento, per esempio, i suoi tic, le sue angosce, dice “io vorrei sempre una certa cosa però non so bene perché questa cosa che per me è così importante non riesco mai a farla, faccio sempre il contrario di ciò che io voglio fare” ed è curiosa una cosa di questo genere, però dicevo che una persona inizia una psicanalisi dal racconto della sua vita e racconta tutte quelle cose che per la persona sono la realtà, ciò che lei crede assolutamente vero, la sua realtà, la sua visione del mondo, racconta questo e racconta e tenderebbe anche a raccontare all’infinito, in infinite conformazioni, in infinite storie, ecco però non basta, non basta raccontare, sempre ripetere la stessa storia e soprattutto non accorgendosi di questo, non accorgendosi di questa storia continua che va raccontando come se fosse sempre una storia assolutamente nuova, si va raccontando perché continuamente si compiono delle affermazioni che sostengono quel racconto, delle conclusioni che sostengono quel racconto e si è pronti in ogni istante a ricominciare, ma per la persona non è un racconto ma è la realtà, la realtà dei fatti e quindi sì certo, la persona così inizia l’analisi però è implicito nel suo discorso che vuole saperne di più perché se no basterebbe che andasse a fare un vacanza premio … e dicevo che appunto raccontando, passo dopo passo, quelle che sono le storie che il proprio pensiero produce momento dopo momento, mentre parla queste storie le fa esistere, ci sono, la persona ne è convinta però man mano, proseguendo la persona comincia a porre attenzione, perché l’analista è lì ad ascoltarla ed è assolutamente interessato al suo racconto però è anche lì per mostrare, per indicare in certi casi, come quel racconto sia qualcosa che lei sta “dicendo” in prima istanza e poi queste cose che racconta forse le aveva già raccontate in altri momenti e passo dopo passo, come dicevo, la persona incomincia anche lei a prendere parte al discorso di questo analista che in molti casi è sfacciato perché la interroga su certe questioni che lei preferirebbe lasciare da parte e poi si accorge delle analogie che le accade di trovare lei proprio lei in quello che dice, proprio nel suo racconto e quando questo accade ecco che il suo interesse sale e sempre di più si interessa a quelle cose che va dicendo e si accorge anche che, sì, l’analista interroga, chiede spiegazioni, chiede informazioni però questa domanda che interviene da parte dell’analista interviene anche nel suo discorso, anche lei comincia ad interrogarsi man mano sulle cose, su quelle cose che va raccontando ed è il suo interesse, la sua curiosità che via, via la trascina in questo percorso e si accorge che man mano in questa domanda continua che interviene nel suo discorso, si accorge ancora di molte cose, si accorge di sterminate cose che dava per scontate e che credeva la realtà, credeva fosse la realtà dei fatti e invece si accorge delle sciocchezze che il proprio pensiero dava per scontate, erano cose ininterrogabili perché ci credeva e quindi non ci aveva mai pensato, poi si accorge di un’altra cosa via via che procede che il suo pensiero, la sua intelligenza, lei, la sua intelligenza entra nel racconto che va facendo e lo travolge … come dire? che non solo le domande intervengono quasi spontaneamente nel suo discorso ma anche le risposte, la persona man mano che “si sfoglia” “sfoglia” il suo discorso, il suo pensiero di tutte quelle verità che aveva date per scontate ecco che sempre di più osa, sfida, conta sulla propria intelligenza, si accorge che è il suo pensiero che risponde, che trova anche gli strumenti necessari perché se una questione la interessa lei andrà a leggere, a trovare informazioni su questa questione, su quello che è stato detto su questa questione e troverà il suo pensiero, la sua intelligenza, della quale in molti casi lei non aveva tutto sommato fatto granché conto, troverà che è il suo discorso, il suo pensiero che risponde a quelle domande che via via, cadendo tutti i pregiudizi, tutte le superstizioni man mano lasciano il posto ad altre domande quindi si accorge anche che il suo pensiero, la sua intelligenza risponde, sa rispondere, perché trova i mezzi per rispondere e questo è molto importante, è molto importante per la persona, perché lo si voglia o no, lo si sappia o no per ciascuno, per ciascuna persona la propria intelligenza è la cosa più importante, è la cosa alla quale la persona tiene enormemente, poi può credere che ci siano persone più intelligenti di lei, può credere qualsiasi cosa e il suo contrario ma all’intelligenza la persona tiene massimamente e proprio in questo percorso la persona si ritrova “intelligente” si ritrova capace di pensare, ascolta tutte quelle domande che intervengono nel suo discorso e sa che se riflette può anche rispondere, beh per questa via la persona sbarazzando la propria intelligenza da quelle che sono le superstizioni, i macigni che fin da piccola lei ha acquisito, cercherà sempre di più gli strumenti per arricchire il proprio pensiero, per arricchire la propria intelligenza, per esempio, in un percorso di analisi, già Freud diceva molti, molti anni fa, che l’analisi non fa un passo se non c’è un percorso teoretico che l’accompagna, che la segue, perché se no la persona non può fare se non “ri raccontare” quella storia che le piace di più, quindi non c’è pensiero, e dicevo per esempio, nell’Associazione nella quale io mi sono formata, ecco man mano che proseguiva l’analisi personale proprio per avere gli strumenti a disposizione dell’intelligenza, della mia intelligenza, ecco che c’è da sempre da venticinque anni almeno a questa parte, ogni settimana cascasse il mondo, noi ci ritroviamo proprio per poter discutere quelle che sono le questioni, le interrogazioni, le elaborazioni e che saranno poi gli strumenti per proseguire. Lì costruiamo, si costruiscono gli strumenti che volta per volta servono perché il proprio pensiero possa continuare l’interrogazione, portare tutte le questioni alle estreme conseguenze, e questo avviene come ho detto da molti anni beh questa è una struttura di pensiero che poi è nata dalla psicanalisi così come l’aveva inventata Freud, una psicanalisi che riguarda effettivamente il pensiero, come funziona, proprio a partire da un percorso analitico, da un percorso personale abbiamo proseguito questa apertura, questa domanda, questa risposta e proprio per questa via il pensiero, l’intelligenza è riuscita ad intendere e a praticare a questo punto, quello che è il fondamento del pensiero, ciò di cui è fatto il pensiero perché solo così ci si può chiedere, si può interrogare il proprio pensiero e sapere perché funziona in un certo modo e perché costruisce le cose che costruisce, perché pensa le cose che pensa in ultima analisi, perché se non ci fosse stato da parte nostra l’assoluta certezza, in vero è una costrizione logica, di che cosa è fatto il pensiero, e quindi la condizione del pensiero, il suo fondamento tutto questo non avrebbe poi avuto un gran senso cioè portare l’interrogazione così alle estreme conseguenze senza sapere né perché e né per cosa, perché compiere un’operazione di questo genere? e invece lo sappiamo perché noi sappiamo di che cosa è fatto il pensiero, che cosa lo produce, il pensiero è fatto come il discorso è fatto di proposizioni che funzionano e sono costruite da una struttura, quella struttura che chiamiamo linguaggio, linguaggio, una sorta di sistema operativo che non funziona come il computer con l’elettricità perché questo sistema operativo ha costruito anche l’elettricità, ma comunque questo sistema operativo accogliendo l’analogia che ci viene dall’informatica e quindi considerando il computer come una macchina che pensa anche se sono gli umani che lo programmano per il momento ..dicevo che il linguaggio, questa sorta di sistema operativo che costruisce e fa funzionare il pensiero, il quale pensiero direbbe Wittgenstein è fatto, funziona attraverso giochi linguistici, attraverso proposizioni, senza il linguaggio, senza questo sistema operativo che funziona ininterrottamente mentre parliamo, mentre pensiamo, mentre diciamo, mentre affermiamo e quindi in qualsiasi momento perché non può non farlo, senza linguaggio ecco che non ci sarebbe pensiero, nessuno di noi potrebbe pensare alcunché perché nulla avrebbe un senso, un significato per nessuno, non significherebbe nulla, quindi perché noi della Scienza della parola parliamo sempre di linguaggio? perché la nevrosi o la depressione senza linguaggio, senza questo sistema operativo non avrebbe nessuna possibilità di esistere, non ci sarebbe, e allora se voi, chiunque si fosse accorto di una cosa di questo genere ecco che “naturalmente” darebbe la priorità assoluta al linguaggio perché senza linguaggio non c’è possibilità di pensiero e il pensiero necessariamente è fatto di linguaggio ed ecco che la colpa, il colpevole di tutte le nevrosi, delle psicosi, degli attacchi di panico, di tutto ciò che gli umani hanno costruito pensando ma non trovando l’unico fondamento che è il linguaggio, ecco chi è il colpevole se proprio vogliamo dare una colpa, senza questa struttura tutto ciò che gli umani hanno costruito parlando non avrebbe nessuna possibilità di esistenza, l’esistenza stessa non esisterebbe perché molto semplicemente l’esistenza stessa è un concetto che il linguaggio come tutti gli altri concetti ha costruito, e non può esiste al di fuori di una struttura che continua a produrlo e quindi parliamo sempre di un’esistenza linguistica perché fuori dal linguaggio possiamo pensare, possiamo credere di poter andare ma lo possiamo solo credere, perché? Di questo pochi si sono accorti, perché per affermare che esiste qualcosa fuori dal linguaggio io devo necessariamente utilizzare il linguaggio e quindi se non ci si accorge di questa contraddizione da cui, generalmente, partono gli umani per dire che stanno pensando e non si accorgono di quello che stanno dicendo, dicevo partono dalla contraddizione e quindi dall’atto di fede perché non si accorgono di ciò che li fa esistere, di ciò che fa esistere il loro pensiero ecco questo è il percorso analitico, percorso analitico è quel percorso che si occupa del pensiero e che sa che solo il pensiero può produrre la nevrosi, può produrre la malinconia, il proprio pensiero, ma il proprio pensiero produce tutto ciò che produce per via di una struttura ciò che chiamiamo linguaggio e quindi chi domanda? chi interroga? queste sono tutte strutture linguistiche, nessuno può negare che l’interrogazione sia una struttura linguistica fatta in un certo modo che può finire con il punto interrogativo o no, l’affermazione può darsi senza una struttura linguistica? Tutti quanti affermano, parlano continuamente ma non si trovano a fare nient’altro che utilizzare questa struttura, la depressione esiste perché struttura linguistica l’ha costruita, gli umani non lo sanno e quindi si trovano a subire quello che costruiscono e che chiamano “depressione” perché nessuno ha mai considerato questo piccolo particolare, questa inezia alla quale nessuno mai ha dato peso, nessuno si è mai accorto che per dire che qualcosa esiste fuori dal linguaggio deve utilizzare il linguaggio, questa inezia ma in effetti la psicanalisi già Freud diceva si occupava proprio delle inezie, delle cose alle quali gli umani di solito non danno nessun peso, stupidaggini, questo Freud diceva, però ad un certo momento bisogna fare i conti con le inezie, con le stupidaggini, con i particolari di nessun conto, questo per dire ciò di cui si tratta in un percorso analitico giungere a praticare un esercizio intellettuale continuo proprio per non essere gabbati dal proprio pensiero, per non subire quello il proprio pensiero costruisce perché necessita di dire delle cose, affermare delle cose, per fermare delle cose, per giocare e il linguaggio costruisce il pensiero e con il pensiero la depressione. Come dicevo ai tempi di Freud si chiamava in un altro modo si chiamava malinconia, si chiamava nevrosi d’angoscia e che cos’è questa depressione? Questa cosa che costruisce il pensiero e che il pensiero di molti umani utilizza per vivere? Beh adesso è chiamata una malattia e di una malattia ci si deve sbarazzare, allora ai tempi di Freud la psicanalisi si è inventata sul disagio, su disagi che nessuno ascoltava e Freud ha cominciato proprio ad ascoltare il disagio, ascoltare le persone che andavano da lui a lamentare quella che oggi potremmo anche chiamare depressione e allora appunto si ascoltava non un pensiero malato ma quello che la persona aveva da dire, perché si trovava a costruire la depressione, per esempio, invece di qualsiasi altra cosa, perché aveva la necessità di soffrire? Beh se non si fa i conti con il proprio pensiero è ovvio che non si saprà mai, solo in una analisi c’è l’opportunità di venire a sapere, ad intendere perché quel pensiero costruisce la sofferenza, per esempio se voi leggete un saggio di Freud “Lutto e malinconia” lui lì definisce la malinconia e la accosta al lutto, questo per elaborare certe questioni, questa definizione io l’ho trovata anche su Internet, questo accostamento della depressione al lutto beh, in questo saggio Freud ci dice come il pensiero di colui o colei che ha subito un lutto sia travolto dall’ eccitazione, la perdita di un “oggetto d’amore” importante per l’economia di quel pensiero, quando accade, il pensiero, diceva Freud, è attratto dal lutto, continuamente soprattutto nei primi tempi, è attratto, è tratto da immagini, da scene, si proietta dei filmini questo pensiero che ha subito la perdita, film che si proietta ininterrottamente in cui la persona che non c’è più gli parla, gli racconta i suoi desideri, gli racconta le sue speranze, la sua voglia di vivere, insomma la persona in questo processo che Freud definisce “naturale” che deve avvenire da parte del pensiero l’elaborazione del lutto e che occorre che passi del tempo perché il pensiero possa cominciare a intessere nuove relazioni con altri oggetti, oggetti… ormai la persona non c’è più, può soltanto interloquire in quel pensiero, continuare a parlare in quel pensiero e la persona lo sa, se proprio non è psicotica, lo sa che la persona non c’è più e quindi deve trovare quel pensiero nuove relazioni, nuove connessioni, nuove connessioni con altri oggetti che le riportino la vita, la riportino a vivere e a ricordare con dolcezza e non più con eccitazione, con dolore quella storia, ora è un ricordo, dicevo, diventa un dolce ricordo e ovviamente fa parte del tesoro di quel pensiero però passando il tempo intervengono nel pensiero nuovi elementi e quindi nuove relazioni, nuove connessioni e la persona ricomincia ad avere voglia di vivere, questo nel lutto, un processo che Freud definiva “naturale” e che il pensiero da solo con l’elaborazione trova modo di ricominciare ad avere piacere della vita, di vivere, ma così funziona il pensiero e l’accostava, dicevo, alla malinconia, a questa malinconia che invece è come se, uno dei tic della malinconia è quello di non avere più interesse per nulla esattamente come nella depressione, non c’è più nulla che la interessi, non c’è più nulla, nessuna cosa per la quale valga la pena di vivere, uno spettacolo, questa sorta di lutto che ad un certo punto interviene e non si sa bene, non si sa come, non si sa come mai, interviene nel pensiero della persona una sorta di “lutto” tra virgolette, lutto per qualcosa che è andato perduto, per un senso che c’era molto probabilmente, perché se una persona dice “non c’è più nessun senso” è come dire che prima invece trovava il senso della vita ma adesso non c’è più, il pensiero non è più attratto, interessato a nulla se non a rivivere questo “lutto” questa delusione, per qualche cosa che non è proseguito, che ha deluso cioè che ha tolto il gioco, deludere significa propriamente togliere il gioco, la persona non può più giocare, il pensiero della persona è vincolato esattamente come in un lutto ad un certo fatto che funziona come spettacolo nella depressione, come spettacolo nel senso che il pensiero della persona è attratto, va solo in quella direzione, le cose non hanno nessun interesse, l’unica cosa certa, vera, sicura è che succederà, come ormai è successa, una tragedia, tutto è già accaduto, tutto è già dato, tutto è già visto e ovviamente anche il futuro, questa è la depressione, la mancanza di interesse se non per la sofferenza, sofferenza che rappresenta in tutte le sue manifestazioni quasi ad imporla, sofferenza che per la persona è diventata il valore più alto quel valore nel quale lei si riconosce e che mostra alle persone, persone che in molti casi non intendono, è ovvio che la sofferenza produce molta eccitazione, ciascuno la teme però non è necessario arrivare a questi livelli, non serve a niente, le persone sono stranite di fronte a una cosa di questo genere, a una mancanza così acre di interessi, ma mancanza di interessi che significa che l’unico interesse della depressione è la sofferenza, qualcosa cui solo in una analisi si può giungere ad intendere e cioè il motivo, il tornaconto direbbe Freud di quella sofferenza, perché questa sofferenza è così importante in questa economia di pensiero della depressione? A cosa le serve? perché se la produce ci sarà un motivo, la persona non è che si da le martellate sulle dita perché le piace così tanto, se mai si da le martellate sulle dita per poi mostrare le sue dita, farsi compatire, farsi coccolare o chi ne ha più ne metta, insomma perché questa sofferenza che diventa il valore, ciò che mostra e ciò con cui combatte la depressione, tanto è vero che se voi ascoltate una persona depressa dopo un po’ voi cercherete di dire “ma dai, il mondo non è poi così brutto, fai come fanno tutte le persone divertiti, vai a comprarti un vestitino, pettinati per bene, oppure perché non fai un viaggio? Oppure leggi, vai al cinema” e questa persona continuerà ad affermare che invece “ no, lei sta male e quindi non può fare tutte queste operazioni” non lo può fare perché intanto non le interessa, dopo un po’ le persone ovviamente non è che continuano molto a sopportare questa depressione fino allo psichiatra che sappiamo cosa fa, le persone non intendono perché avviene una cosa di questo genere e perché è depressa se non è capita, se non trova la conferma del fatto che lei soffre continuamente perché le cose del mondo sono tragiche, sono brutte, sono tremende, sono paurose perché sono tutti cattivi, se la persona cerca di porre un argine a questa cosa ovviamente la persona depressa se ne andrà “non capisci niente, non lo sai, io invece so tutto” e quindi un’arroganza non indifferente, come dire che la depressione per produrre sofferenza e per porsi come l’emblema della sofferenza, come valore, così come molto cristianamente ci ha insegnato la dottrina cattolica che chi più soffre, più vale, finalmente ha acquisito un valore che non aveva, nessuno si accorge di lui o di lei se non si mostra la sofferenza, deve mostrarsi e farà in modo di mostrarsi il più possibile perché se no qualcuno potrebbe pensare male, ma sia come sia qual è il tornaconto di questo esercizio di potere da parte della depressione, la quale mostra la sofferenza come l’unico valore per cui si possa vivere, quasi fosse quel cristo che è nato per morire sulla croce fra atroci dolori e finalmente è diventato dio, è una analogia come un’altra prendetela per quello che è un’analogia però può far riflettere, proprio qualche giorno fa ascoltavo il telegiornale e una delle “solite”notizie perché ormai capita spesso di ascoltarle anche se ciascuna volta fanno scalpore, si dice che è l’ennesima vittima della strada, l’ennesima vittima, ma queste sono notizie che non fanno più scalpore però questa notizia sì, anche se è la solita notizia, in genere gli umani temono la depressione beh adesso ci sono gli psicofarmaci e quindi si adeguano, si sentono protetti lo psicofarmaco come qualsiasi droga può far star bene è ovvio che poi si continua, la pilloletta deve sempre essere rimpiazzata con un’altra pilloletta, comunque, dicevo, tornando alla notizia del telegiornale la notizia dell’ennesima vittima della depressione: una madre senza che mai nessuno si fosse accorto della sua depressione una notte uccide in un modo non molto carino i figli, i due figlioletti piccolini e si butta dalla finestra, al telegiornale dicevano che la colpevole è la depressione, intervistavano quel giorno uno psichiatra e io ero interessata non tanto alla notizia perché purtroppo sono notizie che si sentono spesso e di questa storia non è che mi interessi dare una particolare interpretazione sapendo benissimo che questa sarebbe una mia opinione e non ho intenzione di compiere un’operazione di questo genere, non serve a nulla la mia opinione perché qui ci vorrebbe quella signora che ci dicesse perché, in qual modo è arrivata a compiere questa azione, la signora non ce lo può dire e la psicanalisi fa i conti con quello che ci dicono le persone non con quello che se ne dice, si può intendere certo ma non è questo che è importante, ma è importante intendere quello che ha risposto la scienza, la psichiatria, ormai è la psichiatria che tratta delle depressioni, le persone sono sempre più autorizzate dalla scienza ad assumere i famosi psicofarmaci e cosa diceva questo psichiatra che mi ha interessato così tanto? Diceva questo: occorre intendere la sofferenza come lavora, sofferenza che fa da sottofondo ad un gesto così tragico, .occorre intendere questa sofferenza certamente, ma dicendo questo non ha detto niente di particolare, chi nel luogo comune non sottoscriverebbe questa affermazione? Ma è quello che ha detto dopo che a me è interessato, ha detto: bisogna investire sulla depressione. In qualche modo ha denunciato l’impotenza della psichiatria, la quale psichiatria o fornisce a tutti gli abitanti dell’universo gli psicofarmaci oppure quali altri strumenti ha? Quali altri mezzi? Se la psichiatria, la scienza della psichiatria così importante, si sbarazza bellamente del pensiero dicendo che tutto ciò che avviene, avviene per via di una mente malata, di un corpo malato o per via di qualsiasi altra cosa abbia intenzione di inventare e si sbarazza, torno a dire bellamente del pensiero, cosa che tutti sanno da sempre che i brutti pensieri è il proprio pensiero che li costruisce, però se la psichiatria a questo punto e qui parlo del pensiero, dei giudizi che da la psichiatria, non tanto delle persone che vanno a prendere l’ansiolin, il lexotan, il prozac e non solo, ma se la psichiatria deve fare un investimento costruendo, utilizzando, trovando nuovi intrugli per sedare, per mortificare, per uccidere il pensiero, io sto parlando della così detta scienza non sto parlando delle persone ma di ciò che afferma la scienza, di ciò che si trova ad affermare la psichiatria quando afferma che la persona è malata ed è per via di cromosomi impazziti o cose di questo genere senza assolutamente dare dignità al loro pensiero in prima istanza, al loro pensiero. Freud direbbe qual è il tornaconto della psichiatria? Qual è il motivo economico della psichiatria? e non vorrei che ci fosse una confusione tra il motivo principale che riguarda il pensiero, che riguarda le persone e il tornaconto economico che riguarda la produzione di psicofarmaci, a dir poco una grossa confusione, ma quale sarà l’investimento di cui parlava lo psichiatra? che spaventatissimo non sa più che fare, visto che deve per forza assolvere ad un compito essere complice delle multinazionali delle case farmaceutiche, le quali non hanno nessun altro motivo se non quello economico, sono ormai delle potenze e quindi lavorano per il potere, per avere sempre più potere, le multinazionali ormai si spartiscono il potere per il dominio del mondo e quindi sedare il pensiero, chiuderlo, mortificarlo, proprio questo mi chiedevo su “che cosa poteva investiva la psichiatria?”, visto che gli psicofarmaci si confezionano, e si forniscono anche ai bambini troppo vivaci, forse occorre riflettere su una questione di questo genere sulla mortificazione del pensiero, il pensiero che è l’unico che può risolvere qualsiasi questione, qualsiasi problema lasciando che l’interrogazione prosegua fino alle estreme conseguenze, abbiamo fato così, abbiamo trovato ciò che da millenni gli umani cercavano cioè il fondamento del pensiero, la condizione per cui possa darsi qualsiasi pensiero e cioè il linguaggio, ecco perché la psicanalisi quando parla di depressione parla di linguaggio, mostra di cosa è fatto, mostra come funziona, senza linguaggio non c’è depressione, non ci interessa spacciare delle verità che non sono dimostrabili, l’unica necessità è il linguaggio dal quale non c’è nessuna possibilità di uscita, se voi andate sul nostro sito www.scienzadellaparola, lì trovate tutto il lavoro che da vent’anni ormai compiamo con piacere, non c’è nessuno che ci spinge se non la nostra intelligenza, la nostra curiosità intellettuale, lì troverete proprio all’inizio, nella prima pagina di questo sito, ciò su cui noi abbiamo investito, noi la psicanalisi, la Scienza della Parola abbiamo investito sull’intelligenza, abbiamo giocato tutto sulla nostra intelligenza in prima istanza e poi sulla possibilità che ci siano degli interlocutori con i quali poter proseguire il discorso partendo appunto da questa unica necessità. Non so se ho parlato troppo, forse sì, c’è qualche domanda? Voi, mi diceva la signorina prima, frequentate “scienza della formazione”? Mi spiega ciò di cui si tratta?

 

Intervento: vengo da studi in ambito pedagogico, educativo, è una formazione didattica, era più un interesse mio personale …

 

E della nostra conferenza che cos’è che la interessava? Perché è venuta a una conferenza di psicanalisi?

 

Intervento: perché un’amica ha avuto un percorso così …

 

E lei ha qualche domanda da porre, qualche obiezione, per esempio, alle mie affermazioni? Aveva già sentito parlare di linguaggio nei termini in cui io ne ho parlato? (no) non la incuriosisce la questione del linguaggio e cioè che senza linguaggio non c’è depressione?

 

Intervento: ho trovato molto interessante però non mi è immediato, ci devo pensare …

 

Sì certo. Indubbiamente. Altri che vogliano intervenire?

 

Intervento: io chiedo scusa, ma sono arrivata che aveva già iniziato a parlare … mi chiedevo quale fosse il suo modello di riferimento, dal discorso che ha fatto a me viene in mente Lacan, per l’importanza data al linguaggio, quindi alla logica del discorso, è una mia impressione fondata su qualcosa di reale oppure qual è il suo modello teorico di riferimento?

 

Non è che esiste un modello teorico di riferimento, nel senso che nel mio percorso di formazione e occupandomi di psicanalisi mi sono confrontata, io con gli amici, anche con la teoria di Lacan, è ovvio che Lacan, si sa che ha cominciato seguendo e riscoprendo Freud e soprattutto per quanto riguarda l’aspetto linguistico di Freud, il quale aspetto linguistico voi potete trovare nell’Interpretazione dei sogni, se voi leggete la Psicopatologia della vita quotidiana o il Motto di spirito, questi son tutti testi in cui Freud parla di come si connettono le proposizioni, questi sono testi di linguistica anche se la Linguistica allora stava nascendo, Lacan poi ha ripreso la questione e con Lacan c’erano dei linguisti, per esempio, Jakobson che gli ha mostrato come funzionano certe cose, Lacan ha portato la questione linguistica ancora più in evidenza, però Lacan non è giunto a considerare, né aveva molto probabilmente gli strumenti per farlo, non è giunto a considerare che il linguaggio è il fondamento del pensiero, Lacan si trovava a considerare che il pensiero è fatto di proposizioni ma che il linguaggio sia il fondamento e quindi la condizione per qualsiasi pensiero questo Lacan non l’aveva neanche preso in considerazione, quello che noi abbiamo fatto nella nostra formazione non è stato quello di assumere un modello cui adeguarci per credere che le cose stanno in un certo modo e quindi in una analisi occorre muoversi di conseguenza , non ci bastava, abbiamo fatto i conti con le teorie psicanalitiche chiedendoci su che cosa erano fondate e cioè se dovevamo credere a quello che andavano dicendo ma abbiamo visto che anche quelle teorie, quelle che più ci interessavano perché più elaborate, meno ingenue, queste teorie giungevano fino ad un certo punto, per esempio, quella di Freud, quella di Lacan, quella di Verdiglione ma poi, come ho detto, non ci bastava più, nel percorso che stavamo compiendo alla Scienza della Parola, non ci bastava più e quindi ci siamo confrontati con teorie linguistiche, con i filosofi del linguaggio, con i logici soprattutto questa è stata la svolta che ci ha permesso di compiere quel passo che nessuno aveva mai compiuto, Wittgenstein ci si era avvicinato affermando che il pensiero funziona attraverso giochi linguistici però anche lui non era riuscito ad andare oltre, non c’era riuscito, così Austin, così Toulmin, così altri, per esempio, Austin è molto interessante, c’è un saggio “Come fare cose con le parole” è interessantissima la questione, però anche lui certo aveva inteso la priorità del linguaggio e quindi del pensiero ma non era giunto, questo passo l’abbiamo potuto compiere noi attraverso un percorso e un lavoro analitico e di confutazione di qualsiasi teoria si trovasse ad affermare qualcosa di assolutamente vero ma che vero non era, vero non è, se non riguarda appunto ciò che permette la costruzione di una teoria e quindi una struttura linguistica e quindi il linguaggio tout court. Vuole intervenire? Faioni?

 

Intervento: quello psichiatra non ha torto, perché scommettere e soprattutto investire sulla stupidità rende sempre tantissimo, è una delle cose fondamentali dell’economia e quasi tutti oramai lo sanno, se invece si scommette sull’intelligenza si rischia di rimanere da soli, e questa è una cosa della quale occorre pure tenere conto. Cosa intendo scommettere sulla stupidità? La supposizione che, per esempio, la depressione o altri acciacchi di questo tipo vadano combattuti con gli psicofarmaci, è assolutamente singolare, essendo la depressione la conclusione di una serie di argomentazioni e quindi di pensieri, è come volere, dopo avere considerato che una certa serie di pensieri è malvagia, eliminarla attraverso gli psicofarmaci. Si può eliminare un pensiero in tanti modi, non solo con gli psicofarmaci, con l’alcol, la cocaina, con le armi in modo definitivo, però rimane la singolarità di un’operazione del genere e cioè farmacologizzare il pensiero nel senso di trovare un rimedio farmacologico a dei pensieri che vengono considerati errati in base al criterio del momento naturalmente. Ciascun epoca ha avuto i suoi pensieri errati, per esempio nel Medioevo se non si credeva in un dio si veniva bruciati, era considerata una cosa gravissima, una malattia, un male terrificante, oggi si è spostata su altre cose, prima della depressione c’era il ballo di San Vito, c’erano sempre altre cose. L’approccio farmacologico al pensiero, ecco, questa è la stupidità perché non risolve assolutamente niente come ormai sanno tutti, ma solo momentaneamente, provvisoriamente, da un senso di sollievo ma anche un bicchiere di whisky da un certo sollievo e fa anche meno male. Allora la scommessa che è stata fatta in questi anni è ricondurre, restituire il pensiero a se stesso e cioè consentire al pensiero di articolarsi, di svolgersi: se qualcuno dice di essere depresso avrà pure qualcosa da dire, perché tappargli la bocca con il Prozac per esempio, o con altri sistemi? Con sistemi anche più efficaci come la lobotomia, l’elettrochoc, la sedia elettrica, perché tappargli la bocca se ha qualcosa da dire che per qualche motivo non riesce a dire? Occorre intendere perché non riesce a dire ciò che ha da dire, occorre che i suoi pensieri abbiano la possibilità di articolarsi anziché ammazzarli con gli psicofarmaci; molti suicidi avvengono proprio a causa degli psicofarmaci e in quel caso il problema è risolto però il modo di risolvere il problema per noi è stato diverso è stato invece accogliere la depressione come qualunque altra cosa, come qualcosa che si sta dicendo, che la persona vuole dire ma non trova il modo per farlo, magari per tanti motivi, offrire questa opportunità e incominciare a fornire gli strumenti alla persona perché sia lei a elaborare la sua depressione, e quindi incominciare ad accogliere quei pensieri che fanno paura, che spaventano. I pensieri sono l’unica cosa che fa veramente paura, e quindi mettere la persona nella condizione di non avere più paura di ciò che pensa è il primo passo perché questa persona possa incominciare effettivamente a dire, a parlare, ad accorgersi di esistere se non altro, lo psicofarmaco invece lo ammazza, anche metaforicamente e cioè gli impedisce di parlare, gli toglie ogni possibilità e rimane lì rimbecillito tutta la giornata, è vero che se non altro non da fastidio però non è un grosso risultato. Ciò che abbiamo fatto in questi anni, lo diceva anche Beatrice, è stato notevole, venti e più anni di lavoro intorno a queste questioni. Una questione che poneva la signora: i “modelli teorici”, proprio riguardo ai modelli teorici c’è stata una conferenza martedì scorso sulla questione scientifica che ha posto Eleonora e che magari adesso riprendiamo. Un modello teorico al quale si faccia riferimento è sempre un impiccio in realtà, perché una volta che si accoglie il modello teorico poi ci si adatta a questo modello, lo si adatta a qualunque cosa cioè qualunque cosa rientra in questo modello, qualunque cosa e il suo contrario, i modelli sono fatti per questo e quindi il primo passo nei primi anni 90 è stato mettere alla prova i vari modelli teorici e soprattutto quelli psicanalitici ovviamente: hanno un fondamento? Sono fondanti su qualche cosa che non sia soltanto l’osservazione o il ghiribizzo di chi ha avuto un’intuizione in quel momento? C’è solo questo o c’è qualche altra cosa? No, c’era solo quello. L’osservazione e il ghiribizzo di chi osservava in quel momento e non c’è parso un granché come fondamento, è per questo che interrogando fino all’esasperazione le questioni siamo arrivati alla condizione stessa per interrogare qualunque cosa e cioè, come diceva prima Beatrice la questione del linguaggio, che è piuttosto complessa e potete trovare su internet tutto il percorso fatto in questi anni, esporlo adesso in pochi secondi può risultare difficile. Questo ci ha consentito di sbarazzarci della necessità di avere modelli teorici ponendo l’accento e quindi lavorando sulla condizione di qualunque modello teorico, per costruire un modello teorico occorre pure qualcosa e questo qualche cosa è ciò che ci interessava molto più del modello teorico in quanto tale, certo Freud ha dette delle cose che possono essere interessanti anche Lacan ha detto delle cose interessanti, ci siamo formati con questi personaggi, però a un certo punto non è stato più sufficiente e quindi ci siamo trovati a pensare, a riflettere sulle questioni interrogandole fino alle estreme conseguenze, oltre le colonne d’Ercole, interrogarle anche là dove appariva sconveniente interrogare, perché interrogare la teoria sulla quale ci si è formati comporta la possibilità, in alcuni casi la necessità, dopo, di abbandonarla definitivamente e quindi trovarsi senza un modello teorico perché ciascun modello teorico è risultato vano, fondato su niente, è risultato vuoto, fondato soltanto su un atto di fede. Ci si è posta una questione: o compiere un atto di fede e allora accettare il modello teorico, e a quel punto uno vale come qualunque altro, non fa nessun differenza, oppure no, oppure non accettarlo, naturalmente abbiamo optato per la seconda possibilità, in questo modo abbiamo costruito un pensiero, un pensiero che ha come fondamento soltanto la sua condizione cioè quella cosa che è la condizione per potere pensare. Aveva ragione Beatrice, non era mai stato fatto prima, nessuno lo aveva mai fatto, nessuno era mai andato tanto in là, nessuno aveva mai osato andare oltre il buon senso comune, oltre quello che era accolto da tutti e soprattutto mettere in discussione cose che non si dovevano mettere in discussione, tutto questo però ci ha portati molto aldilà di ciò che è consentito e ci ha consentito anche, ma non soltanto, di non avere bisogno di nessun modello teorico ma di avere trovato il fondamento: se una persona conosce perfettamente tutto ciò che è la condizione per costruire le nevrosi, le angosce, le depressioni, ogni acciacco di ogni sorta, se sa di che cosa sono fatte, se sa perché le ha costruite e sa a che scopo continua a conservarsele a questo punto c’è la concreta possibilità che cessi di occuparsi ancora di queste cose perché non ha più interesse, perché non sa più cosa farsene, per lo stesso motivo, come dico spesso, per cui la persona smette di giocare con le bamboline o con i soldatini, perché la cosa non interessa più, perché ha bisogno di giochi più interessanti, più stimolanti che non siano quelli dell’angoscia o della depressione che continuano a ripetere all’infinito sempre la stessa cosa, e soprattutto se non ha più bisogno di credere in nulla, non crederà neanche più in quelle cose che sono la condizione per costruire la depressione, per esempio, una persona che non crede in niente non può essere né angosciata né depressa. Porre dunque le persone nella condizione non soltanto di cessare di essere depresse ma di non potere più essere depresse in nessun modo, ecco il risultato pratico di questo lavoro che è stato fatto in questi ultimi venticinque anni, è stata una scommessa sull’intelligenza, certo, non sulla stupidità, se no avremmo optato per lo psicofarmaco, in qualunque forma esso sia naturalmente, e quindi portare l’intelligenza alle estreme conseguenze, praticarla sempre e comunque il che comporta interrogare le cose, i propri pensieri, le proprie conclusioni, tutto ciò che compare nei propri pensieri, sempre e comunque ininterrottamente, quando questo diventa un automatismo allora possiamo dire che c’è dell’analista se no, no.

 

Intervento: Stando un po’ alla vostra esperienza delle persone che si presentano in analisi … qualche esempio per cui si arriva ad essere depressi e se stando appunto alle vostre conoscenze ai vostri studi … se alcune di queste persone cambiano contesto c’è possibilità che la depressione sparisca o è qualcosa che ci si porta comunque dietro …

 

Ha intenzione di spostarsi? Esempi … spiegare la nostra esperienza … sono giochi linguistici che le persone giocano, la nostra esperienza? non so cosa intenda … anche le ragazze che sono un pochino depresse basta che vadano a fare shopping ecco che per un po’ passa la depressione.

 

Intervento: qualcosa in cui credere …

 

Non è solo questo che interessa alla psicanalisi, interessa il pensiero della persona e quindi un pensiero che non necessiti più di questi giochini, tornare a vivere per dieci minuti e poi ricominciare, poi dipende sempre da quello che vuol fare la persona nessuno la obbliga, come dicevo prima se la persona vuole mettere in gioco le cose che pensa allora può compiere una psicanalisi se si obbliga una persona a “fare” la psicanalisi non ci sono grandi possibilità poi può accadere che si accorga… però bisogna che sia la persona che vuole intraprendere questo percorso se no si trova a chiedere “cosa pensa la psicanalisi? Qual è la verità?” chiede immediatamente di credere che le cose stiano proprio in un certo modo anziché in qualche possibile altro, cioè chiede, vuole che qualcuno risponda a quelle che sono le sue domande, la psicanalisi non ha nessun interesse a compiere un’operazione di questo genere, così come non ha interesse a dare interpretazioni su fatti eclatanti, se mai venisse interrogata, se non in ambito analitico cioè la psicanalisi si “fa” con la persona lì che dice delle cose non in assenza della persona quindi basandosi sull’esperienza, si lavora lì e adesso, momento per momento, con quel discorso. Ho sentito dire, ho letto da qualche parte che c’è anche lo psicanalista o lo psicologo dei cani, io vorrei sapere “chi è quel cane?” se le persone vogliono essere così educate, chiedono continuamente agli altri di credere e cioè di rispondere alle domande che costruisce il loro pensiero, vuol dire che del loro pensiero non hanno una grande fiducia, non gliene importa niente del loro pensiero e allora va bene così, come diceva Faioni prima “non aveva torto lo psichiatra a investire sulla stupidità” se le persone sono così decise a praticare la stupidità e credono a qualsiasi cosa venga loro propinata, benissimo d’altra parte è un circolo chiuso, chi non lo farebbe? Però a noi non interessava compiere un’operazione di questo genere, assolutamente non ci “divertiva” perché sarebbe come colui che gioca a carte, sta facendo un solitario e bara, bara con se stesso, non è che si diverte e dopo un po’ smette mentre invece se ci si interessa al gioco e si comincia a lavorare ecco il piacere, la soddisfazione, ecco il divertimento … non possiamo barare con il nostro pensiero se lo avessimo voluto fare già tanti anni fa avremmo potuto costruire una “verità” una religione che potesse accontentare le persone ma non ci divertiva compiere una operazione così fatta, perché non divertiva la nostra intelligenza ….bene ho già detto anche prima noi ogni mercoledì da venti e più anni a questa parte ci troviamo nella nostra sede di via Grassi 10 e ciascuno di voi se vuole può venire, anche perché la questione del linguaggio può non sembrare così immediatamente evidente, martedì 20 ottobre Sandro Degasperi terrà una conferenza che si intitola “La formazione dello psicanalista”. Bene, vi ringrazio, buona sera a tutti.